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Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, I ordine, settore sinistro

Il palco dei Bagatti Valsecchi
A possedere il palco dal 1778 è una delle famiglie più rinomate dell’aristocrazia milanese: i Litta Visconti Arese. Solo negli anni napoleonici, 1809-1810, il palco avrà utenti diversi, entrambi funzionari del governo napoleonico: il conte Leonardo Giustiniani e il possidente Eligio Turri.
Il marchese Pompeo (1727-1797), primo proprietario, rimarrà titolare fino alla morte. Il conte Antonio Litta Visconti Arese <1.>, creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone, ricordato come “il cittadino milanese più ricco del suo tempo”, gli subentra dal 1813 fino al 1822, quando il palco passa al nipote, duca Pompeo <2.> (1785-1835), figlio di suo fratello Alfonso. Questi, coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini, lascia il palco alla figlia Livia, coniugata Borromeo Litta, e, per linea diretta, alle nipoti Elisabetta e Camilla, ultime discendenti della famiglia Litta Visconti Arese a possederlo.
Nel 1860 Pietro Bagatti Valsecchi, nato a Milano nel 1802 da Giuseppe Bagatti e Cristina Anell, acquista il palco; nel 1824 Pietro era stato adottato dal barone Lattanzio Valsecchi, secondo marito della madre, rimasta vedova nel 1808, di cui aveva assunto il cognome accanto a quello paterno. Pietro si dedicò per tutta la vita alla pittura: studiò a Parigi e a Ginevra, ottenendo presto notevoli successi. Espose alle mostre d’arte più importanti del suo tempo, a Milano, Venezia, Parigi, Londra, e nel 1842 gli fu conferita per meriti artistici la nobiltà dell’Impero austriaco, dopo l’acquisto, da parte dell’imperatore, della sua pittura su porcellana avente come soggetto Raffaello e la Fornarina. Fu artista fecondo, numerosi suoi schizzi e bozzetti preparatori sono ora conservati presso la Fondazione Bagatti Valsecchi, mentre, purtroppo, molte delle sue opere destinate a collezioni private sono andate perdute. Pietro Bagatti Valsecchi fu Consigliere comunale di Milano negli anni cruciali del Risorgimento, dal 1842 al 1856.
Dall’unione con Carolina Angiolini (1818-1880), figlia del noto avvocato Domenico, nacquero i due figli Fausto e Giuseppe che ereditarono il palco scaligero nel 1864 alla morte del padre. Profondamente affiatati, uniti da una medesima formazione culturale e coesi da comuni tendenze di gusto, i due fratelli avevano invece personalità assai diverse: brillante e mondano Fausto (1843-1914), più riservato e incline alla quiete domestica Giuseppe (1845-1934). Laureati in legge, furono cultori d’arte e grandi studiosi di architettura, dediti in particolare al restauro di edifici secondo gli stili del Quattrocento e del Cinquecento italiani. A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi si dedicarono alla ristrutturazione della dimora di famiglia, situata nel cuore di Milano, in via Gesù 5. Parallelamente i due fratelli collezionavano dipinti, armature e manufatti d’arte di epoca umanistico-rinascimentale, che sarebbero stati poi raccolti nella loro casa-museo, allo scopo di rievocare un’atmosfera antica ispirata al Cinquecento lombardo, che si può respirare ancor oggi.
Giuseppe Bagatti-Valsecchi risulta l´ultimo proprietario del palco nel 1920, quando si crea l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, I ordine, settore sinistro

Il palco che ospitò Ugo Foscolo
Nel 1778 prima titolare è la contessa Antonia Barbona Solari (1726-1804), figlia di don Giulio Cesare Solari, della piccola nobiltà novarese. Coniugata nel 1746 con Pietro Brusati - dal quale ebbe la figlia Costanza - rimase vedova nel 1749, sposando subito l’ottantenne Antonio Barbon, che morì nel 1750. Nel 1776 sposò il conte Giacomo Mellerio (1711-1782), già suo amante, titolare del palco nel 1779.
Dal 1780 sino al 1796 il palco risulta intestato alla figlia della Barbona Costanza Brusati (1747-1805), moglie del marchese Giacomo II Fagnani, dal quale ebbe tre figli: Federico (1775-1840), Maria Emilia e Antonietta. Federico fu il quinto marchese di Gerenzano e con lui si estinse la linea maschile della famiglia. Nella Milano napoleonica egli ricoprì varie e importanti cariche: fu ciambellano, consigliere di Stato, cavaliere della Corona ferrea. Non contrasse mai matrimonio, né si conoscono i nomi delle sue amate, se non quello di Angela Petragrua; una preziosa indicazione a riguardo, datata 26 dicembre 1814, si trova a margine di una copia dell’opera di Luigi Lanzi Storia pittorica dell’Italia in possesso di Stendhal, nella quale lo scrittore francese lamenta di essere stato abbandonato dalla sua amante Angela per il marchese Fagnani. Un anno prima, nel 1813, il marchese aveva ereditato il palco di proprietà della famiglia. Non avendo figli, gli eredi più diretti furono le sue due sorelle.
Maria Emilia nacque a Londra, dalla relazione illecita tra la madre Costanza e William Douglas, terzo conte di March e quarto duca di Queensbarry, iniziata durante uno dei molti viaggi della coppia Fagnani nel nord Europa. Giacomo riconobbe la figlia come propria e, tuttavia, Mie-Mie (questo il soprannome della bambina) crebbe in Inghilterra sotto la tutela di George Selwyn, amico di Douglas, e, ancora adolescente, sposò Charles Francis Seymour-Conway, conte di Yarmouth, per trasferirsi poi con il marito a Parigi. L´altra sorella Antonietta fu una delle figure di spicco della società milanese in epoca napoleonica. Il 20 dicembre 1798 sposò, in Santa Maria alla Porta, il conte Marco Arese Lucini. Più volte citata dai contemporanei per la sua bellezza unita al molto ingegno, intrattenne una relazione amorosa con Ugo Foscolo, il quale le dedicò la famosa ode All’amica risanata: l’occasione fu proprio il rientro in società dell’amata, dopo un periodo di malattia durante il quale al poeta non era stato possibile vederla. La relazione ci è nota attraverso le sole lettere di lui, il cui destino costituisce un caso interessante. Restituite a Foscolo dall’amante dopo la rottura del loro rapporto, furono affidate dal poeta a Silvio Pellico, dopo l’arresto del quale passarono attraverso varie mani. Giunsero infine al letterato Emilio De Tipaldo, che ne fece due apografi, rinvenuti successivamente nell’archivio della Casa Editrice Barbera. Gli originali, finiti in Grecia, non sono mai stati ritrovati. Sarà il nipote abiatico di Antonietta, conte Antonio Arese Luicini ad ereditare il palco, di cui risulta titolare per quattro anni.
Nel 1860 intestatario fu il barone Gaetano Ippolito Ciani (1780-1868), patriota, cavaliere della Corona ferrea, proprietario della Villa d’Este e della dépendance trasformata nel famoso Albergo Reine d’Angleterre, sul lago di Como, a Cernobbio.
Il palco passò nel 1870 al mantovano Abramo Sforni Vita, uno dei più ricchi esponenti della comunità ebraica milanese dell’Ottocento, coinvolto con il fratello Davide nella fondazione della Società in accomandita semplice G.B. Pirelli.
Dal 1902 al 1920 ultimo proprietario è un altro esponente dell’ebraismo milanese, Pietro Volpi Bassani, proprietario con la moglie Alessandrina anche del palco n° 8, I ordine sinistro, noto per aver ideato l’omonima galleria che collegava via Rastrelli e via Visconti; la galleria pedonale e commerciale fu distrutta nel 1938 per creare la piazza intitolata al generale Armando Diaz. Volpi Bassani, avvocato, cavaliere, commendatore, era attivo pacifista e promotore, come Guido Carlo Visconti di Modrone, della rivista Giù le armi, edita da Sonzogno. Per onorare la memoria della moglie, morta nel 1901, si assunse l´onere delle spese di restauro della leonardesca Sala delle Assi al Castello Sforzesco.
Fu l´ultimo proprietario: nel 1920 il Comune inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, I ordine, settore sinistro

Dai Calderara ai Volpi Bassani
Negli anni 1778-1779 il palco risulta appartenere al marchese Bartolomeo Calderara (1747-1806), coniugato con la danzatrice Vittoria Peluso, impegnato tra il 1776 e il 1778 nell’Impresa del Teatro alla Scala e che nel 1778 assunse, con un contratto di cinque anni, l’appalto del teatro insieme ad altri due palchettisti, il conte Ercole Castelbarco e il marchese Giacomo Fagnani.
Dal 1780 il palco fu di proprietà di Federico <1.> Fagnani (1702-1782), coniugato con Rosa Clerici, e in seguito di suo figlio Giacomo (1740-1785), sposato con Costanza Brusati. La coppia ebbe tre figli: Federico <2.>, Maria Emilia e Antonietta. Il primo, nato nel 1775, fu il quinto marchese di Gerenzano e con lui si estinse la linea maschile della famiglia. Nella Milano napoleonica il marchese Federico ricoprì varie e importanti cariche: fu ciambellano, consigliere di Stato, cavaliere della Corona ferrea. Non contrasse mai matrimonio, né si conoscono i nomi delle sue amate, se non quello di Angela Petragrua. L’unica indicazione al riguardo, datata 26 dicembre 1814, si trova a margine di una copia in possesso di Stendhal della Historia pittorica dell’Italia di Luigi Lanzi, in cui lo scrittore francese lamenta di essere stato abbandonato dalla sua amante Angela per il marchese Fagnani.
Dal 1841 il palco passò agli eredi di Federico, che, non avendo figli, furono le due sorelle maria Emilia e Antonietta. Maria Emilia nacque a Londra dalla relazione adulterina tra la madre Costanza e William Douglas, terzo conte di March e quarto duca di Queensbarry, iniziata durante uno dei molti viaggi della coppia nel nord Europa. Giacomo riconobbe la figlia come propria e, tuttavia, Mie-Mie (questo il soprannome della bambina) crebbe in Inghilterra sotto la tutela di George Selwyn, amico di Douglas, e, ancora adolescente, sposò Charles Francis Seymour-Conway, conte di Yarmouth, per trasferirsi poi con il marito a Parigi. Non fu lei, però, a ereditare il palco, ma l’ultimogenita, Antonietta: nata nel 1778 fu una delle figure di spicco della società milanese in epoca napoleonica. Il 20 dicembre 1798 sposò, in Santa Maria alla Porta, il conte Marco Arese Lucini, motivo per cui i due palchi, di proprietà della sola famiglia Fagnani fino al 1848, passarono per eredità agli Arese Lucini. Antonietta, più volte citata dai contemporanei per la bellezza e il rafinato ingegno, intrattenne una relazione amorosa con Ugo Foscolo, il quale le dedicò la famosa ode All’amica risanata: l’occasione fu il rientro in società dell’amata, dopo un periodo di malattia durante il quale al poeta non era stato possibile vederla. La relazione ci è nota attraverso le sole lettere di lui, il cui destino costituisce un caso interessante. Restituite a Foscolo dall’amante dopo la rottura del rapporto, furono affidate dal poeta a Silvio Pellico, dopo l’arresto del quale passarono attraverso varie mani, per giungere infine al letterato Emilio De Tipaldo, che ne fece due apografi, rinvenuti successivamente nell’archivio della Casa Editrice Barbera. Gli originali, finiti in Grecia, non sono mai stati ritrovati.
Dal 1856 al 1859, dunque, il palco fu di proprietà della famiglia Arese Lucini, nella figura del conte Antonio, per essere poi acquistato, nel 1860, da Fortunato Bassani, ricco possidente mantovano di origine ebraica convertito al cattolicesimo, proprietario di molti stabili in città, contando ben nove case nella Milano del 1893, nelle zone di via Rastrelli, corso di Porta Romana, Borgo San Gottardo.
Il palco fu ereditato dalla figlia Alessandrina e dal genero Pietro Volpi Bassani, noto a Milano per aver costruito la Galleria Visconti o Volpi Bassani, demolita nel 1938 per far posto a piazza Diaz. Volpi Bassani, avvocato, cavaliere, commendatore, era attivo pacifista e promotore, come Guido Carlo Visconti di Modrone, della rivista Giù le armi, edita da Sonzogno. Per onorare la memoria della moglie, morta nel 1901, si assunse l´onere delle spese di restauro della leonardesca Sala delle Asse al Castello Sforzesco.
Fu l´ultimo proprietario: nel 1920 il Comune inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, I ordine, settore sinistro

Intrecci di palchi
Negli anni 1778-1779 il palco appartenne al marchese Federico <1.> Fagnani (1702-1782), coniugato con Rosa Clerici, e al loro figlio Giacomo (1740-1785), sposato con Costanza Brusati.
Nel 1780 passò nelle mani del marchese Bartolomeo Calderara (1747-1806), coniugato nel 1783 con la danzatrice Vittoria Peluso. Nel 1778 Calderara assunse con un contratto di cinque anni l’appalto del teatro insieme al conte Ercole Castelbarco e al marchese Giacomo Fagnani.
Nel 1813 il palco fu ereditato dalla vedova Vittoria, coniugata in seconde nozze, dal 1808, con il generale Domenico Pino. Nel 1821 la storia del palco n° 9 ritorna ad intrecciarsi con le vicende della famiglia Fagnani. Dal matrimonio tra Giacomo Fagnani e Costanza Brusati erano nati tre figli: Federico <2.>, Maria Emilia e Antonietta. Il primo, nato nel 1775, fu il quinto marchese di Gerenzano e con lui la linea maschile della famiglia si estinse. Maria Emilia nacque a Londra dalla relazione adulterina tra la madre Costanza e William Douglas, terzo conte di March e quarto duca di Queensbarry, iniziata durante uno dei molti viaggi intrapresi dalla coppia nel nord Europa. Giacomo riconobbe la figlia come propria e, tuttavia, Mie-Mie (questo il soprannome della bambina) crebbe in Inghilterra sotto la tutela di George Selwyn, amico di Douglas, e, ancora adolescente, sposò Charles Francis Seymour-Conway, conte di Yarmouth, per trasferirsi poi con il marito a Parigi.
L’ultimogenita Antonietta nacque nel 1778 e fu una delle figure di spicco della società milanese in epoca napoleonica. Il 20 dicembre 1798 sposò, in Santa Maria alla Porta, il conte Marco Arese Lucini, ed è infatti come contessa Arese Lucini che risulta proprietaria del palco n° 9, a partire dal 1821. Antonietta, più volte citata dai contemporanei per la bellezza e il rafinato ingegno, intrattenne una relazione amorosa con Ugo Foscolo, il quale le dedicò la famosa ode All’amica risanata: l’occasione fu il rientro in società dell’amata, dopo un periodo di malattia durante il quale al poeta non era stato possibile vederla. La relazione ci è nota attraverso le sole lettere di lui, il cui destino costituisce un caso interessante. Restituite a Foscolo dall’amante dopo la rottura del rapporto, furono affidate dal poeta a Silvio Pellico, dopo l’arresto del quale passarono attraverso varie mani, per giungere infine al letterato Emilio De Tipaldo, che ne fece due apografi, rinvenuti successivamente nell’archivio della Casa Editrice Barbera. Gli originali, finiti in Grecia, non sono mai stati ritrovati.
Come i palchi n° 7 e n° 8 dello stesso ordine, il n° 9 passò definitivamente dalla famiglia Fagnani a quella degli Arese Lucini. Dal 1856 al 1862 fu di proprietà del conte Antonio, nipote di Antonietta, quindi del figlio di quest’ultima e di Marco Arese Lucini, Francesco. Nato nel 1805, il conte Francesco fu deputato nel 1849 e senatore dal 1854 al 1881. Suo nipote Achille ereditò il palco nel 1883: fu militare di carriera e deputato per due legislature dal 1873. La storia del palco si chiude con Margherita Arese Lucini, figlia di Achille e coniugata con Rienzo de Renzis, barone di Montanaro e di San Bartolomeo, esponente di una delle famiglie nobili dell’ormai ex Regno delle Due Sicilie. Margherita mantenne la titolarità dal 1906 al 1920, quando la storia delle proprietà private dei palchi si concluse con la costituzione dell’Ente autonomo del Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, II ordine, settore sinistro

Il palco del collezionista di libri
Dal 1778 il palco fu di proprietà di componenti della famiglia Vigoni. Della genealogia si hanno notizie certe soltanto a partire dal Seicento, cioè dal conte Giuseppe, nipote di quel Francesco, noto stampatore milanese, al quale si deve la pubblicazione dell’Ateneo dei Letterati Milanesi del Piccinelli, fatta nel 1670. Giuseppe diede i natali ad Antonio, il primo proprietario del palco. Sposato con Giulia Bonati, Antonio ebbe tre figli: Paolo (che a sua volta ereditò il palco nel 1791), Gaetano e Luigi. Dal 1756 Antonio fu comproprietario, insieme al cugino Antonio de Pecis, del feudo di Massalengo, nel contado di Lodi. Morto de Pecis senza eredi maschi, il feudo rimase ai Vigoni e il palco agli eredi: nel 1813, infatti, titolare è il figlio di Paolo Carlo Vigoni.
Sotto i francesi, nel 1809 e nel 1810 è utente del palco Giuseppe Sangiuliani conte di Mede, che ne diviene proprietario nel 1814. Nel 1856 lo eredita il figlio Antonio, conte di Balbiano e di Mede. Antonio si sposa con la contessa Maria Rasini di Castelnovetto e in seconde nozze con la contessa austriaca Carolina Fischer vedova Fenini, la quale eredita il palco del marito e ne mantiene la proprietà fino al 1884. Carolina dalle prime nozze aveva avuto una figlia, Ida, coniugata con Gian Battista Cavagna conte di Gualdana: da questo matrimonio era nato Antonio (1843-1913) che viene adottato nel 1853 da Antonio Sangiuliani, il quale gli trasmette il cognome e lo nomina suo erede universale.
Proprietario del palco quindi negli anni 1885-86, è Antonio Cavagna Sangiuliani conte di Gualdana. Sincero patriota della causa italiana, partecipa alla terza guerra di indipendenza nel 1866, arruolandosi come soldato semplice di cavalleria nel reggimento Lancieri di Aosta. Nel 1867 sposa Beatrice de Vecchi di nobile famiglia e nel 1886, in seconde nozze, Maria Gramignola, nipote del poeta e romanziere Tommaso Grossi. Studioso e collezionista di libri rari e antichi, Antonio Cavagna Sangiuliani è autore di ben 160 testi inerenti la storia locale del Piemonte e della Lombardia; da appassionato bibliofilo, raccoglie nel corso della vita un’enorme biblioteca che comprende più di 80.000 volumi, tra manoscritti, edizioni a stampa, carte geografiche, illustrazioni d’arte e di archeologia, opuscoli rari e molto altro ancora.
Dopo aver perso nel 1886 la possibilità di un seggio al Senato, il conte scrive all’amico Cesare Correnti cosa avrebbe dovuto fare dopo la sua morte: «[…] ho dato ordine al capo della mia amministrazione centrale di Milano di disporre per il trasporto qui - alla Zelata - di tutta la biblioteca che stava in vari saloni del mio palazzo di Milano[…] verrò quindi a seppellirmi nelle spesse muraglie di questa casa finché un mio discendente la disperderà per tutte le parti del mondo. Sono schiacciato sotto varie proposte[…] Non so decidermi allo sperdimento di un’opera che mi costò 23 anni di ansie, di ricerche, di studi e un mezzo milione di lire[…]». Egli voleva trasportare nella sua dimora pavese tutto il materiale raccolto pazientemente nella sua casa milanese in piazza Filodrammatici 5. Dopo la sua morte, nonostante i tentativi della Società Pavese di Storia Patria di evitare la dispersione di questo eccezionale patrimonio librario, prezioso per la cultura nazionale, la Biblioteca Cavagna Sangiuliani viene venduta dagli eredi nel 1921 e acquisita dalla Rare Book and Manuscript Library dell’University of Illinois at Urbana-Champaign grazie agli sforzi di Adah Patton, capo del Cataloging Department. Resa oggi accessibile, si è rivelata fonte preziosa nella ricostruzione della storia dei palchi per i documenti posseduti, spesso in esemplare unico. Solo pochi testi rimangono in Italia, all’Archivio del Comune di Mede.
Nel 1887 titolare del palco è Emma Weill-Schott (1855-1927) alla quale dal 1888 al 1907 appartiene anche il palco n° 11 della medesima fila. Nata Polacco, coniugata in prime nozze con il banchiere ebreo di origine tedesca Cimone Weill-Schott, Emma si risposa poi con il generale Luigi Francesco Cortella. Oltre a beneficare l´Ospedale Maggiore - un suo ritratto campeggia nella quadreria - "benefica" anche il giovane Mussolini, di cui è ammirata sostenitrice, nominandolo suo erede universale.
Ultimo proprietario del palco, dal 1888 al 1920, è Amerigo Ponti (1854-?), figlio di Antonio ed Emilia Turati, fratello di Emilio e cugino del più famoso Ettore Ponti, senatore del Regno, sindaco di Milano dal 1905 al 1910 e palchettista. Dopo il 1920 il Comune di Milano espropria i palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, I ordine, settore destro

Nobili e industriali
Il palco n° 10, con qualche breve interruzione durante il periodo napoleonico (nel 1809 compare utente il Dottor Giovanni Besozzi), fu per più di cento anni, dal 1778 al 1882, di proprietà della famiglia Sormani nei suoi diversi rami, insieme al palco n° 3 del III ordine sinistro.
I primi documenti relativi al casato di Sormano (il nome deriva dall’omonimo villaggio nel cosiddetto Triangolo Lariano, tra i due rami del lago di Como) risalgono al XII secolo; alla fine del Trecento i Sormani risiedevano ormai definitivamente a Milano dove acquisirono una eminente posizione nell’aristocrazia cittadina, che mantennero nei secoli successivi. Lo testimoniano l’acquisto, nel 1783, da parte del conte Giuseppe, di uno degli edifici più importanti della città, noto come Palazzo Sormani, in corso di Porta Vittoria, oggi sede della Biblioteca Comunale Centrale, e, nel 1830, della Villa Bolognini-Sormani-Andreani, sita nel comune di Brugherio.
I primi proprietari del palco furono Alessandro Sormani Giussani <1.> (1740-1825) e il fratello Lorenzo <1.> (1741-1821), figli di Antonio, conte di Missaglia, e di donna Francesca Bonesana. Alessandro fu Ciambellano imperiale nel 1771 sotto Maria Teresa e componente della Commissione per le Pubbliche Feste e Spettacoli Teatrali preposta alla Direzione dei Regi Teatri (1805-1806) nella Milano napoleonica; Lorenzo fu Consigliere e assessore del Comune di Milano.
Il palco passò in eredità a due dei figli di Lorenzo: Giuseppe (1771-1840) e Alessandro <2.> (1774-1836). Giuseppe fu Ciambellano imperiale, Consigliere di Stato e Direttore (oggi diremmo Presidente) del Conservatorio di Milano dal 1831 al 1840. Fu inoltre erede del cugino, il conte Giovanni Mario Andreani, di cui aggiunse il cognome al proprio. Dal matrimonio con Gabriella Signoris di Buronzo Bussetti (1792-1836) ebbe quattro figli: Sofia, Emilia, Alessandro (1815-1880) e Lorenzo Sormani Andreani <1.> (1816-1884). Furono i figli maschi ad ereditare il palco alla morte del padre, sebbene già dal 1844 esso passi unicamente nelle mani di Alessandro. Questi fu l’ultimo proprietario della famiglia Sormani: sposò nel 1838 donna Carolina Verri, motivo per il quale Pietro (1849-1934), il loro ultimogenito, aggiunse nel 1903 il cognome Verri, divenendo Pietro Sormani Andreani Verri, Deputato al Parlamento e Senatore del Regno d’Italia.
A partire dal 1883 il palco passò al cavaliere Adolfo Bauer (1817-1898), industriale nel settore siderurgico di origine svizzera, titolare dal 1862 delle Officine Bauer e C. dette “l´Elvetica”, fonderia di metalli e stabilimento di produzione di caldaie a vapore, di macchine stradali e locomotive. Lo stabilimento si affacciava sul Naviglio della Martesana all´altezza dell´odierna via Pirelli, e aveva tratto il soprannome per essere sorto su un terreno un tempo occupato da un convento di missionari svizzeri; una curiosità: la fabbrica già esisteva come Diventata Cerimedo & C., fu acquisita alla fine del secolo da Ernesto Breda, per diventare una delle più importanti industrie meccaniche italiane.
Dopo la morte di Adolfo Bauer il palco passò per eredità, dal 1904, alla figlia Elvira Lattuada Bauer (circa 1855 - circa 1914), e dal 1917 al figlio di lei e di Ambrogio Giovanni Maria Lattuada, Alfredo Lattuada, fino al 1920, quando il Comune di Milano acquisì i palchi e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
Guarda i proprietari del palco dal 1778 al 1920
 

 

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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, I ordine, settore destro

Il palco delle “Stelline”
Per molti anni, dal 1881 sino al 1920, il palco appartenne all’Orfanotrofio femminile, unico tra tutti i palchi scaligeri a essere destinato alla pia istituzione milanese: non esiste per esempio un palco assegnato ai Martinitt, ovvero ai maschi orfani. Perché? Il motivo risiede nella storia di una donna benefattrice, che compare sulla scena alla metà del secolo… ma procediamo con ordine.
Dalla fondazione del Teatro al 1796 il palco appartenne alla nobile famiglia dei Cusani Visconti, marchesi di Chignolo, oggi Chignolo Po, in provincia di Pavia, dominata dal maestoso castello Cusani Visconti, “la Versailles di Lombardia”. Non è un caso che i Cusani vollero personalizzare con raffinate scelte di materiali l’arredo del loro palco, come ci spiega Giuseppe Morazzoni nel suo testo dedicato ai palchi del teatro alla Scala, preziosa testimonianza degli anni Trenta, scritta prima che le bombe del 1943 danneggiassero profondamente il teatro: era rivestito di seta celeste, sotto la quale, per fodera alla parete era stata incollata non volgarissima carta da imballaggio, ma fine carta stampata a colori e vaghi disegni floreali, assai probabilmente preparata dal Remondini di Bassano. Dal fondo bianco si staccano vivaci, freschi e semplici fiori di campo, rosa gialli, celesti di una policromia così bene intonata da far invidia ad un broccato di Venezia.
Tre i proprietari che condivisero questo palco: Carlo Cusani Visconti (1705-1784) consignore di Chignolo, coniugato con Barbara Maschera; Francesco (1729-1815), confermato Marchese e Magnate d’Ungheria, coniugato a Parigi nel 1766 con Domenica Rosa Hosler (o Hessler) e, rimasto vedovo nel 1794, con Giovanna Lampugnani “donna di bassa condizione”; Ferdinando (1737-1816), che aveva impalmato la nobilissima Claudia Litta Visconti Arese, appartenente al Gotha della nobiltà lombarda, figlia di Pompeo Giulio Litta e Maria Elisabetta Visconti Borromeo. Carlo era figlio del marchese Luigi Cusani e di Isabella Besozzi, Francesco era figlio di Giacomo e Juliane Josefa von Nesselrode, Ferdinando era invece figlio di Don Gerolamo e di donna Josepha de Silva y Aragon, che, nata nel 1706, morì di parto trentunenne dandolo alla luce.
Alla morte di Carlo, nel 1784, la sua parte di palco, un terzo, venne ereditata dall’ultimo dei suoi tre figli, l’unico rimasto vivo, Cesare Cusani (1748-1818) che, sposando in prime nozze Maria Teresa figlia del marchese Don Pietro Brivio e di Marianna Confalonieri assumerà, secondo il desiderio del padre, il cognome Cusani Confalonieri. Coniugato in seconde nozze con CarlottaCarlotta Terzaghi dei conti Merlini, Cesare ricoprì diversi incarichi pubblici durante la Repubblica Cisalpina.
Un atto del notaio Giorgio Sacchi, datato 22 dicembre 1807 e conservato all´Archivio di stato di Milano, attesta la vendita del palco scaligero al “borghese” Pietro Castelli, iscritto all’ordine degli ingegneri civili di Milano. Nello stesso atto i marchesi Cusani vendono un altro palco, anch’esso nel primo ordine ma nel Teatro della Canobbiana: l’acquirente è il “regio architetto” Luigi Canonica, succeduto in questa carica a Giuseppe Piermarini. La considerevole differenza di prezzo tra i due palchi - 24.000 lire per il primo, 6.000 per il secondo - da sola indica il differente prestigio dei due teatri.
Dall’ottobre 1822 e sempre con rogito del notaio Sacchi, il proprietario tornò ad essere un rappresentante della nobiltà lombarda: Alessandro Terzaghi, marchese di Gorla Maggiore (1777-1850). Alla sua morte destinò oblazioni cospicue a diverse istituzioni milanesi, fra cui l’Istituto dei Ciechi e il nuovo Ospedale Fatebenefratelli. Intestatario del palco dopo il 1850 risulta il nipote Luigi (1816-1871) insieme a Carlotta Terzaghi ultima discendente della nobile famiglia. La Terzaghi (1813-1881) figura come tra le più note e generose benefattrici del suo tempo, soprattutto nei confronti dell’infanzia; molte scuole materne portano ancora il suo nome. Quando morì, nubile, lasciò i suoi beni a "orfane appartenenti a famiglie povere milanesi, avendo così stabile decennale domicilio...".
Il palco viene lasciato in beneficenza prima al Consiglio degli Istituti Ospitalieri, l’organo amministrativo di tutte le realtà solidali nel contesto cittadino, poi all’Orfanotrofio femminile. Ospitato nel palazzo di Corso Magenta che prende il nome dall’antico monastero delle suore Benedettine di Santa Maria della Stella, soppresso e ufficialmente dedicato alle orfane da Maria Teresa d’Austria, l’orfanotrofio ospitò quelle che ancor oggi sono note come “le Stelline, in contrapposizione con gli orfani maschi, i leggendari Martinitt. Le bambine, orfane almeno di padre e di famiglie nullatenenti, venivano educate, indirizzate a una professione, munite di una dote per eventuale matrimonio: i soldi per il loro mantenimento che durava all’incirca dieci anni provenivano dalla beneficenza. Non dobbiamo pensare però che fossero le orfanelle, nella loro divisa di festa, a recarsi a veder balli e opere in Scala. Possedere un palco significava avere la possibilità di affittarlo o di averee un rientro di immagine nel caso si offrisse a eminenti personalità. Una rendita attiva che contribuiva non poco al mantenimento delle fanciulle.
L’orfanotrofio femminile risulta intestatario sino al 1920, anno in cui il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, I ordine, settore destro

Dagli aristocratici Crivelli ai borghesi Tagliabue
La dinastia Crivelli, originaria di Cuggiono, fu una delle più antiche e illustri della Lombardia, annoverando nel corso dei secoli alti dignitari di corte, ambasciatori, cavalieri di Malta e, nel Medioevo, persino un papa, Urbano III (Uberto Crivelli). La discendenza nel corso dei secoli si articolò in diversi rami, ed è ad uno di questi - i Crivelli marchesi di Agliate - che appartiene il palco sin dall’apertura del Teatro nel 1778, nella persona di Tiberio. Figlio di Enea e Teresa Trotti, Tiberio Crivelli (1737-1804), Ciambellano imperiale, Decurione di Milano e assessore del Tribunale Araldico di Milano, sposa la marchesa Fulvia, ultima discendente dei conti Bigli, dalla quale ha otto figli tra i quali Enea (1765-1821), che eredita il titolo di marchese di Agliate e il palco.
Dal matrimonio di Enea con Eleonora Bentivoglio nasce primogenito Vitaliano Crivelli (1806-1873). Contro il volere dei genitori, Vitaliano sposa Marianna Castaldini, orfana di un colonnello morto durante la campagna di Spagna di Napoleone. Il marchese, appassionato cultore d’arte antica, collezionista e mecenate, parte con la giovane moglie alla volta di Roma alla scoperta del mondo classico. Ma nel 1829 ritorna a Milano vedovo, con in braccio la figlia Marianna Teresa di pochi mesi. Nel 1837 si risposa con Lucia Cajmi, di antica famiglia patrizia.
Negli anni che seguono la storia del palco scaligero si intreccia con le vicende del Risorgimento. Vitaliano Crivelli intrattiene un carteggio con Giuseppe Mazzini, ha un assiduo rapporto con Carlo Cattaneo e con gli ospiti del salotto di Clara Maffei. La sera del 12 febbraio 1848, al Teatro alla Scala, nell’atmosfera antiaustriaca che sarebbe culminata nell’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano, il marchese, insieme ad altri patrioti, pilota la claque tra applausi canzonatori e fischi rivolti a Fanny Elssler, famosa ballerina austriaca osannata in tutta Europa, da Londra a Parigi, da San Pietroburgo a Berlino. L’étoile, che quattro anni prima aveva letteralmente soggiogato e sedotto il pubblico milanese, oscurando addirittura il mito di Maria Taglioni, dopo quella infausta serata rompe il contratto con la Scala per tornare precipitosamente a Vienna. Il comportamento provocatorio e sfacciatamente ostile al governo asburgico sarebbe stato una motivazione sufficiente per l’arresto se la notte stessa il Crivelli non fosse fuggito verso il Piemonte. Rientrato a Milano dopo l’Unità d´Italia, è consigliere, quindi assessore al Comune di Milano e si dedica a sistemare, nella sua villa di Trezzo sull’Adda, la raccolta di dipinti di gusto neoclassico che formano la Quadreria Crivelli oggi di proprietà del Comune.
Vitaliano mantiene il palco fino al 1866. A partire dall’anno successivo e sino al 1876 la nobile famiglia è sostituita da Carlo Pigni, industriale e commerciante di filati, con negozio in piazza Filodrammatici 10, esponente di quella borghesia imprenditoriale lombarda che andava sempre più affermandosi e che in numerosi casi acquista palchi scaligeri appartenuti a famiglie nobili. Al medio ceto appartengono anche tutti i proprietari successivi: Carlo Bosisio sposato con Adelaide Superti, ballerina nello stesso teatro dal 1829 al 1843; Telemaco Chiappa, proprietario nel 1881-1882, titolare dal 1867 dell’omonima Sartoria Teatrale in via di Santa Radegonda, definito “simpatica figura di industriale, accorto, intelligente e operosissimo” (Il Teatro Illustrato, 1914). La sua ditta era stata in grado di fornire 690 costumi per una produzione di un Teatro di Modena. Tra le sue molteplici attività, nel 1867 era stato anche impresario e cassiere del Teatro alla Scala.
Infine, dal 1883 al 1920, il palco appartiene alla famiglia Tagliabue, padre e figlio. Il nome di Ermenegildo Tagliabue, commerciante, compare come proprietario anche in altri tre palchi in III e IV ordine acquistati dopo l’Unità d’Italia. Carlo Tagliabue, chincagliere, subentra al padre nel 1907.
La vicenda di questo palco è emblematica della mutata funzione della proprietà di un palco. Per molti borghesi emergenti e benestanti il palco è innanzi tutto un investimento immobiliare, che garantisce una rendita cospicua e sicura mediante l’affitto per l’intera stagione, oppure viene messo in vendita se si vuole recuperare il capitale. La prassi dell’affitto di un palco nella seconda metà dell’Ottocento diventa così frequente e generalizzata che l’Associazione dei palchettisti predispone un modulo standard, in modo che le condizioni d’affitto siano omogenee e si eviti un eccesso di speculazione. Anzi, molto spesso, la Associazione dei palchettisti prende in affitto in prima persona i palchi disponibili e provvede a sua volta a subaffittarli o a darli in gestione all’impresario per la vendita serale o per un abbonamento.
Carlo Tagliabue mantiene la proprietà del palco sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e inizia l´esproprio dei palchi privati da parte del Comune di Milano.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, II ordine, settore destro

Dai Taverna ad Achille Chiesa
Primo proprietario del palco dal 1778 al 1795 fu Lorenzo Taverna conte di Landriano (1719-1794). Le origini antiche della casata troverebbero conferma in un affresco del XIII secolo nella Basilica di sant’Ambrogio: Bonamico Taverna viene ritratto in preghiera. Notizie certe sulla famiglia Taverna si hanno a cominciare da Francesco (1488-1560), Gran Cancelliere e primo conte di Landriano, diplomatico al servizio di Carlo V e Filippo II. La famiglia annovera nei secoli successivi diversi personaggi che ricoprono incarichi pubblici nell’amministrazione della Lombardia spagnola e quindi asburgica fino ad arrivare a Lorenzo, il quale sposa nel 1747 Anna Lonati Visconti, figlia del marchese Carlo, unica erede del cospicuo patrimonio paterno che confluì quindi nel casato dei Taverna, compreso il feudo di Olevano, in Lomellina.
Nel 1796, in concomitanza con l’entrata dei francesi al comando del generale Bonaparte a Milano e l’allontanamento dei Taverna, filo-asburgici, il palco alla Scala passa al nobile Carlo De Pietri (circa 1769-1821); ma nel periodo del Regno d´Italia, utente nel 1809 è il barone Giovanni Battista Cozzi e nel 1810 l´ufficiale napoleonico Carlo Battaglia.
Nel 1813, ritorna il precedente proprietario Carlo De Pietri; eredita il palco nel 1821 suo figlio Siro (1792-1878), che ne mantiene la proprietà fino al 1835. Carlo Porta dedica Al Sur Carloeu de Peder car amis e bon padron una poesia datata 9 luglio 1816, nella quale si ricorda di una serata conviviale arricchita di bevute e scommesse e pretende quindi le sue due bottiglie di buon vino. Il poeta si firma Meneghin Loffi, che è come dire Milanese Spossato, stanco… Lo pseudonimo sottende una metafora: per un poeta come il Porta, il ritorno degli austriaci era “logorante”.
Dal 1836 i proprietari appartengono tutti alla stessa famiglia: l’avvocato milanese Giuseppe Antonio Piccinini, poi nel biennio 1846-47, la vedova Giuseppina Piccinini Carrozzi e dal 1847 al 1859 il figlio Luigi Piccinini Rossari, attivo in opere di carità per i carcerati e benefattore dell’Ospedale Maggiore di Milano. La loro villa di delizia a Castellanza di Giubiano (Varese), già Albuzzi del Pero e acquistata nel 1850, divenne luogo di ritrovo e di feste per molti ospiti; nel 1885 comprò la villa il famoso tenore Francesco Tamagno che la ribattezzò, in onore della figlia, villa Margherita.
All’alba dell’Unità d’Italia proprietario è il marchese Uberto Pallavicino (1825-1889), discendente dell’antica famiglia feudale entrata a far parte dell’alta nobiltà lombarda, stringendo legami parentali con le famiglie più in vista come i Trivulzio, Belgiojso, Cavazzi della Somaglia, Martinengo, Sforza, Sanvitale, Lucini Arese. Dagli anni Trenta dell’Ottocento risiedono nel Palazzo Resta Pallavicino, grande edificio barocco con facciata neoclassica all’angolo tra via Mascagni, via Conservatorio e via Passione a Milano. Acquistato nel 1724 dal nobile Carlo Resta, l’edificio passa nel 1823, per intricate vicende ereditarie, alla famiglia dei marchesi Pallavicino che lo fanno ristrutturare tra il 1837 e il 1839, realizzando la facciata neoclassica e rinnovando gli sfarzosi interni, come dimostrano le bellissime sale affrescate del primo piano nobile. Il palazzo oggi è sede della Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano.
Dal 1873 ancora una singola famiglia, quella dei Leonino, vede alternarsi nel palco i suoi componenti. Inizia il barone Davide Leonino (1798-1875), esponente di spicco della comunità ebraica milanese, sposato con Ester Alatri. Dal matrimonio di Davide ed Ester nasce Sabino sposato con Adele Finzi; egli eredita il palco e lo mantiene in comproprietà, dal 1878 al 1881, con Nina Alatri, moglie di Charles Emanuel Leonino e benefattrice dell´Ospedale Fatebenefratelli. Alla morte del barone Sabino e dopo sei anni di giacenza in eredità, titolare diventa Alfredo Davide Leonino (1865-1924), possidente e benefattore dell´Ospedale di Varese.
I Leonino lasciano il palco dal 1903 a un unico titolare: si tratta di Achille Chiesa, collezionista d’arte coniugato con la nobildonna Ida Pittaluga, di Rosario in Argentina, genitori di Achillito, anch’egli collezionista e legato per donazioni alla Pinacoteca di Brera. La coppia si trasferì dal Sudamerica a Milano ai primi del Novecento.
Achille Chiesa mantiene la proprietà sino al 1920, quando si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, III ordine, settore destro

Industriali tessili e banchieri
Primo proprietario del palco, dal 1778 al 1796, fu il conte Antonio Tanzi, figlio del banchiere Giuseppe e di Bianca Chiesa, di famiglia patrizia di origine ligure. Industriale della seta, nel 1787 fu creato conte dall’imperatore Giuseppe II, in seguito all’acquisto del feudo di Blevio. In tale occasione, gli fu dedicata dal curato di Blevio Bartolomeo Zafrani una raccolta di versi, intitolata Applausi poetici, che comprende odi, sonetti, canzoni, stampata da Francesco Scotti “Stampatore Vescovile”. La famiglia fece costruire nel 1787 l’imponente Villa Tanzi, che è situata nella suggestiva località di Perlasca, sul lago di Como. In seguito, la dimora fu acquistata dai conti Taverna, che le conferirono l’aspetto attuale, per poi essere ereditata da diverse famiglie aristocratiche milanesi tra cui i Poldi Pezzoli e i Trivulzio. Nel 1941 fu acquistata dai conti Gerli ed è attualmente una residenza privata.
Dal 1809 al 1823 il palco fu di proprietà di Antonio Villani Crivelli <1.> (1743-1823), discendente dal ramo lodigiano della famiglia, figlio di Giuseppe Antonio coniugato con Giulia Trotti. Alla morte del fratello maggiore Francesco, Antonio divenne erede del patrimonio e del titolo. Nel 1763 sposò Leonora Doria Sforza Visconti (1746-1819), figlia di Filippo Maria marchese di Caravaggio. All’epoca, la notorietà di Antonio fu legata in modo particolare alla maestosa villa che egli fece costruire a Borgovico di Como. Il palco scaligero passò quindi, dal 1824 al 1826, agli eredi di Antonio, e poi, sino al 1841, risulta intitolato alla “amministrazione del fu marchese Villani”. Come accade anche per la proprietà del palco n° 11 del I ordine sinistro, dopo essere stato esclusivamente dei Villani, tra il 1842 e il 1848 viene equamente spartito tra «i signori marchese Antonio e cavaliere Filippo Villani», da una parte, e «i signori Francesco Maria e Attilio Spinella o Spinelli», dall’altra. Il marchese Antonio <2.> (1811-1860) e il cavaliere Filippo Villani Crivelli (1813-1887) erano i figli di Alessandro (1773-1815), quarto figlio ed erede designato di Antonio <1.>. Tuttavia, mentre il palco n° 11 ritornò in seguito di proprietà dei Villani, il nostro palco rimase alla famiglia Spinella, in particolare ad Attilio ed ai suoi eredi, dal 1856 al 1869.
Il proprietario successivo fu il barone Eugenio Cantoni (1824-1888), figlio di Costanzo e Giulia Magnaghi, importante industriale del settore cotoniero. Nel 1857 sposò la baronessina Amalia Genotte von Markenfeld e Sauvigny, figlia del segretario particolare dell’imperatore Francesco Giuseppe, dalla quale ebbe tre figli, Arturo, Costanzo e Giulia. Dopo l’unificazione d’Italia e il ristabilimento di rapporti normali con l’Impero, Eugenio Cantoni fu nominato console d’Austria nel 1869 e console generale austro-ungarico nel 1873. Nel 1872 attuò la trasformazione della ditta paterna Costanzo Cantoni, all’interno della quale lavorava già dagli anni ‘40, nella società anonima “Cotonificio Cantoni”; nello stesso anno fondò inoltre la Banca di Busto Arsizio, primo nucleo della Società bancaria italiana e poi della Banca italiana di sconto. Tra i sottoscrittori del capitale sociale figuravano oltre alle due banche i maggiori esponenti dell’industria lombarda, tra cui Andrea Ponti, presidente della società sino al 1875, i fratelli Turati, Napoleone Borghi e Giuseppe Colombo. Fondamentale fu l’impulso che Cantoni diede all’industria cotoniera italiana, in particolare per quanto riguarda la dotazione di telai meccanici al posto dei telai a mano, l’investimento di capitali per il rinnovamento e l’ampliamento degli impianti, l’inserimento della sua azienda all’interno della concorrenza internazionale. Dopo le non poche difficoltà degli anni Settanta dell’Ottocento - dalla crisi economica alle lotte operaie - la fase di intensificata attività industriale che seguì al 1880 in Italia permise al Cotonificio Cantoni di consolidare in modo definitivo le sue proprietà e imporsi sul mercato.
Gli eredi di Eugenio, Arturo e Costanzo Cantoni (la sorella Giulia non compare tra i titolari) mantennero il palco fino al 1912. Nel 1913 esso risulta di proprietà anonima, mentre dal 1914 al 1919 del cavalier Cesare Prandoni. Questi, sposato con Ida Casartelli, era titolare dell’omonima banca A. e C. Prandoni che attuò una collaborazione con la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, serbatoio di liquidità e istituto di riferimento di gran parte dell’Italia settentrionale; Cesare fu inoltre tra i promotori, nel 1907, del Credito cremonese e, nel 1909, del Credito commerciale. Nel 1920 lascia il palco in eredità ma la storia della proprietà dei palchi si avvia alla fine: si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, III ordine, settore destro

Dopo i nobili gli industriali del cotone
La storia del palco inizia con tre esponenti della nobile famiglia Citterio, originaria di Alessandria e che ritroviamo a Milano sin dall´epoca rinascimentale: sono i fratelli Giuseppe, Antonio e Ferrante Giuseppe Citterio. I tre condividono la proprietà del palco sino al 1790, quando probabilmente Giuseppe muore. Infatti dal 1791 al 1796 compaiono cime titolari soltanto Antonio e Ferrante Giuseppe. A Milano assai nota è la loro dimora, il Palazzo Citterio, gioiello del centro storico della città: costruito nel 1764 in Brera, per passare nell’Ottocento ai principi von Fürstenberg e ai banchieri Rosenberg Colorni, nel 1972 viene acquistato dallo Stato e destinato a divenire, dopo i lavori di restauro, parte della cosiddetta “Grande Brera”, vista la vicinanza con la Pinacoteca.
Dopo quella dei Citterio, un’altra prestigiosa famiglia succede nel palco, quella dei Borromeo Arese: dal 1809 al 1820 il palco è intestato al conte Giovanni Carlo Borromeo Arese (1743-1820) del ramo cadetto: il titolo nobiliare del ramo principale era quello di marchese d’Angera; Giovanni Carlo non ha figli e il palco passa dal 1821 al 1835 al nipote Carlo Borromeo Arese (1787-1866), figlio di suo fratello Antonio: a differenza dello zio, Carlo Borromeo ebbe numerosa prole, ma nessun Borromeo eredita questo palco che passa alla nobile famiglia bresciana Maggi, con radici anche a Milano e a Cremona, già proprietaria del palco n° 14, II ordine destro. Sembra probabile che, lasciato il palco di II ordine, i Maggi si siano comprati o abbiano permutato questo palco; nel palco n° 14 infatti compaiono come intestatari i Borromeo. Luigi Maggi è titolare nel 1832-1833, a lui si aggiunge in condivisione nel 1834-1835 il fratello Giuseppe che rimarrà proprietario unico dal 1836 al 1848. L’ingegner Luigi abitava in corsia di S. Marcellino 1794 (zona via Broletto), il marchese Giuseppe in piazza della Canonica 748, oggi in pieno quartiere cinese. La residenza estiva era in località Vho (Piadena-Cremona), in una villa che doveva rappresentare una sorta di trionfo della famiglia: nel portico busti di antenati in costume romano, nel salone l’apoteosi affrescata nel 1793 da Felice Campi e Giovanni Motta. Nel 1841 la villa venne venduta alla famiglia Trecchi e ancora oggi, convertita in casa di riposo, è nota come Villa Magio-Trecchi.
Nel 1856 il palco risulta giacente in eredità sino al 1863 quando subentra Carlo Ambrogio Maggi <2.> che ne detiene il possesso sino al 1881; abitante in via Manzoni 8, risiedeva per lo più a Misinto (oggi in provincia di Monza Brianza, nella zona del parco delle Groane) dove aveva una tenuta vastissima, che includeva le scuderie e una pista per le corse ippiche. Si chiama come il nonno - palchettista - e forse potrebbe essere il figlio di Giuseppe.
Un’altra importante famiglia lombarda conclude la storia del palco. Si tratta della nobile famiglia Borghi, di origine cremonese, nota per l’impulso che impresse all’industria del cotone nella zona tra Milano, Varese e Como sin dagli inizi nell’Ottocento. Aveva cominciato a inizio secolo Pasquale Borghi a Varano, nel varesotto, e nel giro di pochi decenni lo stabilimento divenne il “Cotonificio Pasquale e F.lli Borghi”. Non poteva mancare il palco alla Scala. Il primo ad essere titolare di palco dal 1882 è l’ingegnere Pio Borghi (1847-1900), che aveva ereditato la passione per il cotonificio dal padre Luigi (1816-1859) nipote del fondatore, il quale, patriota e mazziniano, approfittò del suo esilio in Inghilterra per capire il funzionamento dell’industria tessile d’Oltremanica, importandone al rientro in patria gli evoluti macchinari. Luigi aveva sposato Orsola Maria Ponti, sorella di Andrea, industriale cotoniero e proprietario del palco n° 5, II ordine sinistro. Andrea Ponti chiamò Pio Borghi alla vicepresidenza del suo Linificio e Canapificio Nazionale e della Filati Cucirini e poi alla presidenza della Società Anonima Cotonificio Cantoni, la prima impresa cotoniera italiana a trasformarsi nel 1872 in società per azioni ed essere quotata in borsa. Borghi e Ponti avevano consolidato abilmente non solo i legami famigliari ma, attraverso di essi, anche quelli aziendali.
Luigi Borghi (1878-1947), figlio del fratello di Pio, Napoleone, all’alba del nuovo secolo, ereditò l’azienda di famiglia. Triste la sua vita, perché la moglie, l’eterea Bice Amman, pittrice dilettante e ottima ricamatrice, morì a venticinque anni, nel 1909, dopo soli sei anni di matrimonio, lasciandolo con due figli piccoli. Luigi vendette il cotonificio, sull’orlo del fallimento, nel 1913, ma non il palco: rimase l’ultimo proprietario fino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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Palco n° 4, III ordine, settore destro

Tre vedove e due omonime
La storia del palco inizia nel 1778, anno di inaugurazione del Teatro alla Scala, con la famiglia Opizzoni, originaria dell’Ungheria, riconosciuta nobile nel XVII secolo dall’imperatore Leopoldo. Il primo proprietario è Francesco Opizzoni Salerno (1731-1805), conte di Voghera, conte del Sacro romano impero e patrizio di Pavia, coniugato prima con Maria Paceco poi, nel 1761, con la marchesa Paola Trivulzio da cui ebbe Teresa, Margherita e Daria che si legarono a nomi prestigiosi della città e della Scala: Barbavara, Greppi, Barbiano di Belgiojoso. I due figli Carlo e Gaetano spiccano nel mondo ecclesiastico: il primogenito Carlo, già arciprete del Duomo, fu nominato arcivescovo di Bologna - qui venne seppellito accanto al padre - e poi cardinale; il secondo, Gaetano (1768-1849), arciprete, resse la Cattedrale di Milano per quasi mezzo secolo fino al 1849 oltre che essere conservatore della Biblioteca ambrosiana, anno della morte.
L´importante ecclesiastico, conservatore della biblioteca ambrosiana, sarà presente nel palco dopo gli anni napoleonici, che vedono come utente nel 1809 e nel 1810 Giuseppe Gambarana Marliani (1763-1823), marito di Teresa Verri. Il figlio di primo letto Giuseppe si sposò nel 1789 con Costanza Litta Modignani (1768-1841) figlia di Eugenio e Giuseppa Arrigoni: è lei, vedova, a sedere nel palco dal 1839 sino alla morte.
A seguire ancora una vedova: Teresa Giorgi (1808-1865), figlia del marchese Gerolamo e Marianna Caccia, vedova del conte Francesco Oppizzoni Paceco, ammessa come dama alla corte dal 1823 sino all’Unità d’Italia; Teresa è tutrice del minore Giovanni Opizzoni, che non farà in tempo a ereditare il palco perché morto precocemente come il fratello Alessandro. La contessa nel 1857 si ritira nel suo dolore a Triuggio, feudo della famiglia Opizzoni e nel testamento lascia legáti e doni a tante istituzioni milanesi - ospedale Fatebenefratelli, Luoghi pii elimosinieri, Asilo di carità per l’infanzia, Istituto dei sordomuti - a sottolineare il ruolo delle donne nella solidale Milano ottocentesca.
Dal 1858 è proprietario del palco il nobile Emilio Della Sala (1800-1868), noto benefattore dell’Ospedale maggiore tanto da meritare il ritratto di Francesco Valaperta, allievo di Francesco Hayez. La vedova Errica Dordi detta Enrichetta subentra al marito nel 1873, dopo la consueta giacenza in eredità; abita in via Disciplini 8, stessa casa e stessa via di Teresa Giorgi Opizzoni, in Porta Romana, nella parrocchia di San Michele della Chiusa, una delle tre “chiese doppie” di Milano, insieme all’Incoronata di corso Garibaldi e S. Cristoforo ai Navigli che ancor oggi sopravvivono.
Dopo Enrichetta, il palco passa nel 1887 a Erminia Della Sala Bassetti <1.>, possidente e benefattrice dell´Ospedale Maggiore. Lasciato giacente in eredità dal 1889 sino al 1903, nel 1904 ritroviamo nelle fonti lo stesso nome: Erminia Della Sala Bassetti <2.>; potrebbe essere una semplice omonimia, oppure la figlia si chiama come la madre? Erminia <2.> Bassetti, morta nel 1947, abitante in via S. Damiano 22, diverrà protagonista della vita milanese negli anni del fascismo. È l´ultima proprietaria: nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 5, III ordine, settore destro

Tre ritratti di Francesco Hayez
La storia del palco inizia con una delle più illustri, ricche e antiche famiglie patrizie milanesi: i Trivulzio, che manterranno la proprietà sino al 1847. In un solo anno si interrompe la linea continua, quando nel 1809 utente del palco è Francesca Petrolini con il suo secondo marito Carlo Castelfranchi, entrambi benefattori dell´Ospedale maggiore.
Il primo proprietario fu il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio (1728-1802), figlio di Alessandro Teodoro e Cristina Pertusati, mentre il secondo fu il suo primogenito, Gian Giacomo (1774-1831), nato dal matrimonio con Maria Cristina Cicogna Mozzoni.
Gian Giacomo, coniugato con Teresa Serbelloni, fu presenza attiva nella vita politica, letteraria e artistica milanese fra il periodo napoleonico e l’età della Restaurazione. Nominato Ciambellano della casa d’Italia nel 1807, conte del Regno Italico e cavaliere della Corona Ferrea nel 1809, consigliere comunale di Milano, si rivelò assai sensibile ai dibattiti politico-culturali che agitavano quella fase storica così ricca di fermenti e di trasformazioni. Gian Giacomo Trivulzio curò il riordinamento della biblioteca di famiglia che aveva sede nel palazzo di piazza Sant’Alessandro dove erano riuniti documenti di valore eccezionale, dal manoscritto delle Epistolae metricae del Petrarca (Trivulziano 1014) al celebre Libretto d’appunti di Leonardo da Vinci (Trivulziano 2162). Egli incrementò il valore del patrimonio librario della famiglia con l’acquisto di un rarissimo codice tardo-trecentesco del De vulgari eloquentia di Dante (Trivulziano 1088).
Non furono i suoi figli tuttavia ad ereditare il palco, ma la nipote, figlia del fratello Gerolamo e di Vittoria Gherardini: si tratta di Cristina TrivulzioCristina Trivulzio di Belgiojoso (1808-1871), sposa sedicenne del giovane e avvenente principe Emilio Barbiano di Belgiojoso d’Este, rampollo di un altrettanto prestigioso casato, che si rivelerà incline a dilapidare il suo patrimonio e parte di quello della moglie. Cristina, ancora giovanissima, diviene "giardiniera" ovvero affiliata al ramo femminile della carboneria. Per il suo attivismo politico è costretta a fuggire nel 1830 a Lugano e quindi in Francia nel 1833, mentre a Milano l’amministrazione asburgica le sequestrava tutti i beni. Il suo salotto parigino, in rue d’Anjou, vicino a Foubourg St. Honoré, fu luogo di incontro degli esuli e rifugiati politici italiani quali Mazzini, Gioberti, Mamiani, Tommaseo, ma anche ritrovo della Parigi romantica, frequentato da artisti come Hugo, de Musset, Rossini, Chopin, Liszt, Bellini, Gounod, Heine, George Sand, Dumas padre. Tornata in Italia, la principessa Belgiojoso, nel frattempo divorziata dal principe Emilio di cui mantenne però il cognome, partecipa nel 1848 agli eventi drammatici delle Cinque Giornate di Milano e a quelli della Repubblica romana del 1849. Nel 1856, grazie alla politica più tollerante dell’arciduca Massimiliano, nuovo Governatore del Lombardo-Veneto, potrà rientrare nei suoi possedimenti. A Milano fonda a nel 1860 L’Italie, giornale politico modellato sulla pubblicistica francese. Cristina, immortalata in tanti ritratti - il più celebre quello di Francesco Hayez - è stata non solo una patriota appassionata e una delle figure più rappresentative del Risorgimento, ma anche, sostenitrice delle riforme sociali e dell’emancipazione femminile. Il palco scaligero rimase di sua proprietà fino al 1847 anche se, a causa degli eventi, non poté essere frequentato personalmente dalla principessa esule in quegli anni a Parigi.
Nel 1848 le fonti indicano come titolare Clementina Caglio e, dopo il 1856, Felicita Caglio (1807-1863), nata Perego di Cremnago: di lei rimane l´ispirato ritratto di Francesco Hayez, che dipinse anche il marito Giovanni (1802-1891) ultimo discendente della nobile famiglia originaria del Comasco e possessore del palco dal 1865 al 1890. Un monumento funebre costruito nel 1893 da Enrico Butti adorna la loro sepoltura al Cimitero Monumentale di Milano. La coppia, senza figli, lascia erede del cospicuo patrimonio, eccetto il palco alla Scala, Luigi Moneta Caglio, padre di Ernesto futuro premio Nobel per la pace.
Nel palco troviamo dal 1891 Carlo Francesco Cioja medico chirurgo, e suo fratello Giuseppe Cioja (1823-1896), che aggiunse al proprio il cognome dello zio Giuseppe Caglio, e Pietro Cioja (1856-1923), figlio di quest´ultimo e di Giuseppa Lucca, uno dei primi sostenitori del fascismo.
Titolare dal 1907 è il cavaliere e avvocato Giuseppe Cioja (?-1938), figlio di Carlo Francesco, fondatore della Banca Svizzera Italiana oltre che presidente del Banco Ambrosiano, cavaliere e Gran´ufficiale del Regno; egli rimane intestatario sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
Guarda i proprietari del palco dal 1778 al 1920
 

 

Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 19, IV ordine, settore destro

Il palco di casa Ricordi
Il palco fu assegnato, nell´asta del 1° aprile 1778, al fermiere Pietro Marliani, che con i fratelli Fè Giuseppe e Antonio, originari del Ticino, e con il milanese Pietro Nosetti si era aggiudicato nel 1776 l’appalto per l’edificazione del Teatro alla Scala e del Teatro della Canobbiana. Le fonti riportano il nome dei Fratelli Fè, ma nel 1787 compare anche il nome di Marliani: il prezzo del palco gli viene detratto dalla paga. A partire dal 1790 e per oltre mezzo secolo proprietaria fu la famiglia Anguissola Tedeschi Secco Comneno dell´antico casato patrizio le cui origini datavano X secolo, all´epoca dell´imperatore Ottone III. Si inizia con il conte Carlo Antonio (1736-1807). Nell´imminenza del suo matrimonio con Bianca Busca Arconati Visconti aveva fatto realizzare tra il 1775 e il 1778, su progetto dell´architetto Carlo Felice Soave, il palazzo di famiglia a Milano, oggi noto come Palazzo Antona Traversi in via Manzoni 10, sede delle Gallerie d´Italia. La coppia non ebbe figli maschi e il palco rimase giacente in eredità sino al 1837 quando passò alla figlia primogenita donna Teresa (1784-1854), coniugata a Pietro Villa, che ne risulta intestataria sino al 1844.
Il palco venne acquistato (rogito del 18 dicembre 1843, notaio Tommaso Grossi) da Giuseppe Villa, figlio di Giovanni Battista Villa che, con il fratello Antonio, era stato per qualche anno socio di Barbaja nell´appalto del Teatro alla Scala. Giuseppe acquista il palco a scopo speculativo, rivendendolo a Giovanni Ricordi appena tre anni dopo per la considerevole cifra di 25.500 lire (rogito del 20 dicembre 1847, notaio Ernesto Tosi). Da questo momento la storia del palco si intreccia con quella degli editori.
La fortuna di Casa Ricordi era cominciata sotto i portici del Palazzo della Ragione, su un banco all’aperto: Giovanni (1785-1853), primo violino e direttore del piccolo teatro di marionette Fiando, aveva intuito le potenzialità commerciali della professione del copista. Fu così che da quella improvvisata copisteria all’aperto nacque un impero: copista del Teatro Lentasio e Teatro Carcano, già nel 1806 riesce ad ottenere per contratto i diritti di proprietà sulle partiture copiate, primo nucleo del prestigioso archivio musicale. Nel gennaio 1808 viene fondata Casa Ricordi e Giovanni continua la propria ascesa alla conquista della più importante vetrina musicale milanese, il Teatro alla Scala; copista e suggeritore nel 1814, nel 1825 acquisisce l’intero archivio musicale del Teatro e nel 1830 ottiene la proprietà delle partiture di tutte le nuove opere ivi rappresentate. Giovanni Ricordi tiene così le redini del più importante e diffuso genere musicale nell’Italia del XIX secolo, il melodramma; legato alle fortune di RossiniGioachino Rossini, BelliniVincenzo Bellini, DonizettiGaetano Donizetti e del giovane VerdiGiuseppe Verdi, noleggia le partiture ai teatri, diffonde il gusto operistico con riduzioni didattiche e per amatori, detta gli indirizzi della critica con la Gazzetta musicale di Milano da lui fondata nel 1842.
A suggello di tanto successo ottiene il possesso di un palco alla Scala, dopo essere stato affittuario dal 1833 dei palchi n° 19 e 20 del V ordine destro.
Erede universale del padre, Tito I Ricordi (1811-1888) ne continua l’attività e la politica culturale; specializzatosi in Germania nelle nuove tecniche di litografia, rafforza la posizione della casa editrice e lega il proprio nome a quello di Giuseppe Verdi. La presenza e il successo continuo e crescente di Verdi non solo garantiscono a Ricordi fama e guadagni non comparabili a quelli degli altri editori su scala nazionale, ma lo proiettano molto rapidamente sulla scena internazionale. In Italia Ricordi crea una sorta di “monopolio del melodramma” con l´acquisizione della concorrente casa editrice Lucca nel 1888 e apre numerose filiali in tutta Europa, da Parigi a Londra.
Dei numerosi figli, fu Giulio (1840-1912) a prendere il testimone, ereditando l´azienda alla morte del padre. Dalle colonne della Gazzetta musicale di Milano, di cui è direttore dal 1866 al 1902 contribuisce ad orientare il gusto e le scelte musicali della città. Il capolavoro di Giulio alla metà degli anni Ottanta è la scoperta e il lancio di Puccini. Il trionfo di Manon Lescaut, rappresentata nello stesso anno e mese del Falstaff (febbraio 1893), sancisce definitivamente il passaggio di testimone di eroe della musica italiana da Verdi a Puccini, entrambi musicisti di Casa Ricordi. Negli stessi anni Giulio esporta il nome dell’impresa sul continente americano aprendo filiali a New York e a Buenos Aires. Giulio avrà rapporti difficili con il figlio Tito II, con il quale sarà in forte conflitto. La storia del palco, giacente a lungo in eredità, si risolve nel 1902: il palco scaligero passerà al fratello Giuseppe e ai nipoti Alberto (figlio di Enrico e di Laura Giulini, palchettista nel n° 9, III ordine sinistro) e a Paolina Brentano Quinterio, figlia della sorella di Giulio, Amalia. I discendenti di questo ramo mantennero il palco fino al 1920; Tito II rivendicò alla morte del padre la gestione della ditta per poi dimettersi nel 1919 a favore di Renzo Valcarenghi e Carlo Clausetti, ponendo fine a oltre un secolo di guida solitaria dell´azienda da parte della famiglia Ricordi.
(Giulia Ferraro)
 
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