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Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco di proscenio, I ordine, settore sinistro

Uno scambio tra Visconti
Il palco di proscenio sinistro, ancor prima della costruzione della Scala, appartiene al Regio Ducal Senatore Filippo Muttoni Visconti, Magistrato Camerale di Milano; nel proprio testamento il senatore Filippo nomina erede universale l’altro suo fratello, Paolo Muttoni,“con la condizione che egli debba essere semplice usufruttuario, sostituendo a lui eredi universali i suoi figli maschi legittimi e morendo egli senza figli, i figli di Donna Paola Muttoni, moglie del senatore Assandri”. Il 10 ottobre 1777 abbiamo notizia dell’“Istromento rogato dal Notaio Agostino Perrocchio” (di vendita e di cambio) col quale gli Esecutori dell’eredità Muttoni cedono al marchese Pompeo Litta <1.> il palco posto “nel nuovo teatro grande sul proscenio in prima fila entrando, a mano sinistra, di ragione dell’eredità”, dietro la cessione del palco n° 6 in terza fila alla dritta entrando, di proprietà del Marchese Litta, più la somma di zecchini gigliati 800.
Dopo questo scambio di palchi e zecchini Paolo Muttoni, usufruttuario, compare nelle fonti solo nel 1779: il palco di proscenio apparterrà sino al 1902 ai Litta Visconti Arese, influente e ricca casata milanese di patrizia nobiltà.
Primo proprietario è Pompeo <1.> (1727-1797), Real Ciambellano e Consigliere Intimo di Stato. Sposato con Elisabetta Visconti di Borromeo, avrà da quest’ultima numerosi figli e tra loro: Antonio <1.>, Maria - l’«inclita Nice» dell’ode pariniana, Claudia, dama d’onore dell’arciduchessa Maria Beatrice e consorte del marchese Ferdinando Cusani (1737-1816) utente del palco nel 1809 e nel 1810: di lui le cronache narrano che “visse con fasto principesco”.
Dal 1813 al 1821, le Guide milanesi attribuiscono il palco di proscenio al figlio maschio di Pompeo, il conte Antonio Litta Visconti Arese <1.> (1748-1820). Creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone Bonaparte, è noto come “il cittadino milanese più ricco del suo tempo”.
Dal 1823, il palco passa al nipote di Antonio, figlio di suo fratello Alfonso, il duca Pompeo <2.> (1785-1835), coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini Tabarca . Alla morte del duca Pompeo <2.> il palco rimane nella disponibilità degli eredi fino al 1845. Dall’anno successivo la proprietà passa al figlio di Pompeo <2.> e di Camilla Lomellini Tabarca, il duca Antonio Litta Visconti Arese <2.> (1819-1866). Capitano dell’esercito Sardo, coniugato con Giuseppina Prior (1823-1901), figlia di una nobile famiglia lombarda. Alla morte del duca Antonio <2.> il palco passa agli eredi e Giuseppina Prior ne rimarrà usufruttuaria fino alla morte.
Solo nel 1903 il palco esce dall´orbita dei Litta Visconti Arese, passando al marchese Oberto Gentile e soci. Figlio di Pietro Luigi Gentile e di Carolina Guicciardi, riconosciuto marchese il 14 febbraio 1899, rimarrà comproprietario con i soci fino al 1920, anno nel quale il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, I ordine, settore sinistro

La duchessa che ignorò Garibaldi
Il palco rimane dal 1778 al 1893 proprietà della nobile famiglia Litta Visconti Arese, influente e ricca casata milanese. Primi proprietari sono Pompeo Litta Visconti Arese <1.> (1727-1797), Real Ciambellano e Consigliere Intimo di Stato e la moglie Elisabetta Visconti Borromeo (1730-1794).
A loro succede nel 1809 il figlio Antonio Litta Visconti Arese <1.> (1748-1820); creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone Bonaparte, Antonio viene ricordato dalle cronache coeve come “il cittadino di Milano più ricco del suo tempo”.
Dal 1823 il palco passa al nipote di Antonio, figlio del fratello Alfonso, il duca Pompeo Litta Visconti Arese <2.> (1785-1835), coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini Tabarca (1797-1850).
Alla morte del duca Pompeo <2.> il palco rimane nella disponibilità della vedova e degli altri eredi fino al 1846, anno nel quale subentrerà il figlio, il duca Antonio Litta Visconti Arese <2.> (1819-1866). Questi sposa nel 1855 Giuseppina Prior (1823-1901), di una nobile famiglia lombarda. Dalla morte di Antonio fino al 1873 il palco rimane ancora una volta nelle disponibilità degli eredi.
Nel 1874 subentra nella proprietà la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini (1837-1914). Riconosciuta dal conte Gian Giacomo, ella è frutto della relazione illegittima tra la madre, Eugenia Visconti e il principe Alfonso Serafino Porcia. Nel 1855 sposa il conte Giulio Litta Visconti Arese, che diventerà poi duca alla morte del fratello Antonio <2.>. Meta del viaggio di nozze è la corte parigina di Napoleone III, dove Eugenia viene apprezzata per bellezza e sagacia. Proprio a Parigi Eugenia dà alla luce il figlio Pompeo (1866). A Milano è assidua frequentatrice del salotto di Clara Maffei e diviene presto sostenitrice della causa antiaustriaca. Conosciuto il futuro re d’Italia Umberto I, inizia con quest’ultimo una relazione affettiva che la porterà ad essere definita sui giornali del tempo "la Pompadour italiana". Il suo palco alla Scala è tra i più frequentati del tempo ed è oggetto di un episodio che all’epoca suscitò scalpore: Giuseppe Garibaldi, ospite al teatro della Scala, fu involontariamente ignorato da Eugenia, suscitando grande scandalo tra i presenti. A risolvere l’imbarazzante situazione intervenne il colonnello garibaldino Giuseppe Missori, il quale raggiunse la contessa nel palco rimanendo con lei per tutta la durata dello spettacolo. Nel 1870 Eugenia dà alla luce il secondo figlio Alfonso, frutto della relazione con Umberto I, che il duca Litta riconosce come proprio. L’adorato figlio Alfonso morirà nel 1891 e la duchessa, per ricordarne la memoria, finanzierà il primo padiglione del nuovo policlinico dell’Ospedale Maggiore di Milano di via Francesco Sforza. Ricordata per essere la musa ispiratrice di Arrigo Boito, nel 1894 cederà il palco a sua maestà Umberto I.
Quando quest’ultimo verrà assassinato a Monza, il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, la proprietà scaligera passerà al figlio e successore al trono Vittorio Emanuele III, che ne conserverà l’opzione fino al 1919, quando subentrerà come proprietario il Demaniopalchi della Corona per cederlo l’anno successivo al Comune di Milano.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, I ordine, settore sinistro

Il palco del pittore
Dal 1778 al 1873 il palco rimane proprietà della nobile famiglia Litta Visconti Arese, influente e ricca casata milanese del XIX secolo. Primi proprietari sono Pompeo Litta Visconti Arese <1.> (1727-1797), Real Ciambellano e Consigliere Intimo di Stato e la moglie Elisabetta Visconti Borromeo (1730-1794).
Al padre Pompeo, succederà, nel 1809, il figlio Antonio Litta Visconti Arese <1.> (1748-1820). Creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone Bonaparte, viene ricordato dalle cronache coeve come “il cittadino di Milano più ricco del suo tempo”.
Dal 1823 il palco passa al nipote di Antonio (figlio del fratello Alfonso), il duca Pompeo Litta Visconti Arese <2.> (1785-1835), coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini Tabarca (1797-1850).
Alla morte del duca Pompeo il palco rimane nella disponibilità della vedova e degli altri eredi fino al 1846, anno nel quale subentrerà il figlio, il duca Antonio Litta Visconti Arese <2.> (1819-1866). Questi sposa nel 1855 Giuseppina Prior (1823-1901), figlia di una nobile famiglia lombarda ed è capitano dell’esercito Sardo. Dalla morte di Antonio <2.> fino al 1873 il palco rimane ancora una volta nelle disponibilità degli eredi.
Dal 1874 la proprietà cambia decisamente connotazione sociale con il subentro del cavaliere Giuseppe Laboranti. Questi è procuratore legale dei Litta Visconti Arese nell’importante «convenzione tra le finanze dello Stato ed i fratelli duca Antonio e conte Giulio», apertasi per risolvere una lite tra la nobile casata e il Demanio di Milano relativa ai diritti di dazio sui fiumi Po, Ticino e Gravellone. Il contenzioso impose l’intervento del ministro delle finanze Scialoja, il quale in data 16 aprile 1866 presentò un apposito progetto di legge al Parlamento italiano. Domiciliato a Milano, figlio del fu Pietro Angelo, Giuseppe Laboranti è uno dei rappresentanti di quella emergente borghesia milanese, nascente nell’ambito amministrativo, che dalla seconda metà del XIX secolo acquista un ruolo di grande rilievo nella società italiana.
Dal 1905 al 1920 il palco è di proprietà della signora Margherita Vitali, nata De Angeli (1873-1946). Come testimonia la nipote, signora Marina Erba, l’acquisizione del palco ha qualcosa di straordinario per l’epoca: venne regalato a Margherita dal padre Alessandro. Quest’ultima da Firenze prende residenza a Milano quando si marita con Edoardo Vitali. Entrambi appartengono a benestanti famiglie della comunità israelitica: il padre di Margherita è fratello di Salvador De Angeli, uno fra i più illustri e ricchi milanesi del tempo; Edoardo, che a Milano si dedica munificamente alle "Cucine ammalati e poveri", è figlio di Beniamino Vitali, anch’esso illustre milanese, che aveva fatto fortuna assieme al fratello come proprietario di importanti telerie. Questa crescita sociale della comunità israelitica venne spezzata dalle leggi razziali e le famiglie Vitali e De Angeli tra il 1943 e il 1945 furono costrette a rifugiarsi in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni nazi-fasciste.
Margherita De Angeli Vitali è la madre del noto pittore Emilio Vitali (1901-1980). Questi è autore di ritratti di molti cantanti; immortala in un dipinto la fioraia della Scala che, con l’immancabile mantello, all’apertura della stagione, offriva mazzetti di fiori alle signore che si apprestavano ad entrare a Teatro per la première. Emilio donerà alla Scala il ritratto del famoso baritono verdiano Carlo Galeffi, grande e tragico Rigoletto ma anche primo Amfortas nel Parsifal di Wagner. Il ritratto a figura intera, in abito di scena (Rodrigo in Don Carlo, opera del debutto scaligero), rimase esposto presso la vecchia biglietteria del teatro fino al recente rifacimento dell’edificio.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, I ordine, settore sinistro

Qui sono tutti "Villani"
La storia del palco è legata dai suoi inizi alla nobile famiglia Villani. Il primo proprietario del palco è il marchese Antonio Villani (1743-1823) discendente dal ramo lodigiano: il suo antenato Alessandro, sposando Isabella figlia di don Giovanni Crivelli, aggiungerà al casato il cognome Crivelli.
Antonio <1.>, alla morte del fratello primogenito Francesco, diviene erede del titolo e delle proprietà. La madre Giulia, rimasta vedova del marito Giuseppe Antonio si sposa in seconde nozze con Ignazio Caimi e rimane curatrice dell’eredità dei figli fino alla loro maggiore età.
Antonio <1.> Villani alla morte del padre è iscritto al collegio dei nobili Longoni. Decurione di Lodi, Ciambellano imperiale, è ammesso al patriziato milanese poiché l’eccellentissima città di Milano in data 23 dicembre 1770 lo riconosce capace «di tutti gli onori, prerogative e cariche competenti alli nobili patrizi di questa città». Nel 1763 egli sposò la nobile Leonora (1746-1819), figlia di Filippo Maria Doria Sforza Visconti, marchese di Caravaggio. Da questo matrimonio nacquero: Bianca Maria, sposata al Marchese Giuseppe Lalatta, Francesco Baldassare, Giulia sposata con il conte Lodovico Schizzi, Eleonora che sposa il Conte Francesco Nuzzi, modenese, dalle cui nozze nacque Bianca la quale sposerà a sua volta lo zio Alessandro Villani; Giovanni, Maria, canonichessa in Cremona, che nel 1797 si marita con Don Giovanni Agostino Cavalcarò, e infine, l’erede designato Alessandro Villani (1773-1815), il quale dalla cugina Bianca figlia di sua sorella Eleonora e del conte Francesco Nuzzi ebbe il primogenito Antonio <2.> (1811-1860) e il di lui fratello Filippo.
All’epoca, la notorietà del nobile Antonio <1.> fu legata in modo particolare alla maestosa villa che egli fece costruire a Borgovico di Como. Fu la moglie Leonora Visconti Sforza, che portò il progetto del fabbricato da uno dei suoi viaggi, ma gli architetti Leopold Pollack e Pietro Bianchi, che diressero i lavori, apportarono modifiche all’idea originale. Cominciata nel 1783 e terminata nel 1790, la villa costò 222.000 lire milanesi. Presso di essa il marchese ricevette ed ospitò sovrani e principi; alla morte del conte Antonio <1.>, diventò proprietà del marchese Rocca Saporiti. Durante il turbolento periodo napoleonico, nel 1809 e nel 1810, il palco risulta della signora Gaetana Mazzucconi nata Lavezzari, prima di ritornare nel 1813 nelle disponibilità del marchese Villani e, deceduto il conte Antonio <1.> nel 1823, in quella degli eredi. Poiché il figlio Alessandro era morto sette anni prima del padre, le proprietà, palco compreso, verranno ereditate dal primogenito di Alessandro e Bianca Nuzzi, il nipote Antonio <2.>. Quest’ultimo, Ciambellano imperiale, fu uno studioso e dotto linguista che, a detta della famiglia, conosceva il greco antico, l’arabo e quasi tutte le lingue parlate ai tempi, compreso il polacco. Antonio <2.> sposa Ida Sormani, figlia del nobile Alessandro.
Tra il 1842 e il 1848 la proprietà del palco è equamente spartita tra i fratelli «i signori marchese Antonio e cavaliere Filippo Villani», da una parte, e «i signori Francesco Maria e Attilio Spinella o Spinelli», dall’altra.
Nel 1856 il palco ritorna nelle salde mani del fratello di Antonio <2.>, il nobile Filippo Villani. Quest’ultimo aveva studiato legge all’Università di Padova. Sospettato di attività antiaustriache, nel 1848 venne imprigionato a Milano nel palazzo del Capitano di Giustizia all’inizio di gennaio: gli insorti milanesi lo liberarono il 20 marzo, nel corso delle Cinque Giornate. Il 14 ottobre 1834 Filippo Villani aveva sposato Amalia, figlia del conte padovano Francesco Ferri, prefetto di Belluno durante il regno napoleonico d’Italia. Amalia morì nell’ottobre 1848. Due anni dopo, il 23 aprile 1850, Filippo sposa Carolina Saj, ballerina del Teatro alla Scala.
Da Amalia Ferri ebbe quattro figlie: Bianca maritata al cavalier Pasetti (vicentino); Giulia Giovanna morta precocemente nel 1837; Alessandrina, sposata con il conte Mark-Caffry, irlandese, generale negli eserciti di S. M. l’Imperatore d’Austria; Anna Antonietta sposatasi con il conte ungherese Guglielmo Palffy-Daun. Da Carolina Saj ebbe quattro figli: Giovanni Giuseppe, Giulia morta infante, Laura e Ida che pochi giorni prima della morte del padre si era sposata col tenente di cavalleria Luigi Allocchio.
Alla morte di Filippo, la Gazzetta Musicale di Milano stila per il marchese un necrologio nel quale compare come «anima buona e generosa», patriota amico di «Mazzini, Garibaldi e Verdi», «di aspirazioni letterarie e musicali», ma più volte ricorre il termine «bizzarro», relativo alla sua natura. La figlia è l´ultima intestataria fino al 1920, anno in cui il Comune espropria i palchi e si istituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, II ordine, settore sinistro

Il palco dei bibliofili
Nel 1778 Don Antonio Greppi assicura il palco alla Regia Camera, inserendolo così tra i palchi della Corona. L’anno successivo è acquisito dal conte Giulio Fedeli (anche Fedele) (1717-1789), figlio del conte Giovanni Antonio e di Maria Gioseffa Ferrari, figlia di Giovanni Antonio. Giulio Fedeli appartenne al consiglio dei LX Decurioni milanesi e fu Decurione del tribunale di provvisione, Ciambellano e gentiluomo da camera dell’imperatore. La famiglia di origine è oriunda di Monza e si estingue con lui. Sposò in prime nozze Giulia Salazar e in seconde nozze, nel 1783, Gabriella Agazzi, o D’Ajazzo, vedova del marchese Grimaldi di Nizza. Giulio Fedeli ha l’onore di essere citato nel volume I benefattori dell’umanità degli uomini d’ogni paese e d’ogni condizione i quali hanno acquistato diritto alla pubblica riconoscenza, pubblicato a Firenze da Vignozzi nel 1843, dove risulta essere stato tra i benefattori dell´Ospedale maggiore di Milano, grandiosa opera del Filarete: «L’abate Fieri-Crivelli e il conte Giulio Fedeli donarono per cadauno novantamila lire milanesi»; un’altra fonte riporta che, in vita, donò 60.000 lire milanesi. Inoltre, con testamento 23 marzo 1783, istituì erede universale l’Ospedale mentre lasciò al principe Khevenhüller tutti i suoi quadri. L’asse ereditario «fu di lire 1.112.000 che, depurato dalle passività, venne a residuare a milanesi lire 602.462,1». L’Ospedale lo omaggerà di un ritratto, realizzato da Anton Francesco Biondi, tuttora conservato nella quadreria storica del Policlinico milanese. Una curiosità: nel 2017 il violinista Matteo Fedeli, discendente di Giulio, si è esibito con il suo Guarnieri in occasione della Festa del Perdono, la ricorrenza, organizzata dal Policlinico, che rammenta a tutti i milanesi l’indulgenza plenaria concessa, nel 1459, da papa Pio II appositamente per contribuire all’edificazione dell’ospedale voluto da Francesco Sforza. Il primo esempio di ‘joint venture’ tra autorità civile e religiosa.
Nel 1780 il palco passa nelle mani del Conte Carlo Ercole Castelbarco Visconti (1750-1814), che lo conserverà fino al 1796. Figlio di Cesare Ercole e di donna Francesca Simonetta, Carlo Ercole è l’erede dei titoli di famiglia: grande di Spagna di prima classe, barone dei quattro vicariati e signore di Gresta, oltre che Ciambellano e Consigliere intimo imperiale. Convola a nozze con Maria Litta Visconti Arese (1761-1815), figlia del conte Pompeo Litta. Dal matrimonio nasceranno cinque figli: Francesca, Elisabetta, Giuseppe Scipione e il figlio maggiore Cesare, morto nel 1804. Dal 1809 al 1896 il palco è della Famiglia Melzi. Primo proprietario è il conte Gaetano Melzi (1783-1851). Figlio di Giuseppe e di Teresa Prata, figlia a sua volta del conte Giovanni. Insigne bibliofilo, sposa Amalia Tarasconi, figlia del marchese Alessandro. Da questa unione nascerà Alessandro (1813-dopo il 1896), anch’egli raffinato bibliofilo, al quale, dal 1864, passerà ufficialmente il palco; lo terrà fino al 1896.
Dall’anno successivo la proprietà passa nelle mani di Luigia Meli Lupi di Soragna Melzi (1854-1925) dei conti di Cusano. Coniugata nel 1873 con Luigi Lupo Meli Lupi di Soragna, dal 1857 erede universale dei beni di Luigi Tarasconi e del cognome di quest’ultimo, che unirà a quello della sua casata. Luigia Meli Lupi di Soragna Melzi d’Eril abiterà a pochi passi dalla Scala, in via Manzoni 40 ed è l´ultima proprietaria. Nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano indice l´esproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, II ordine, settore sinistro

Il palco del sovrintendente
All´apertura del Teatro alla Scala, nel 1778, i primi proprietari del palco risultano i fratelli Andreoli e il nobile Dionigi Vailati, cui si aggiunge nel 1779 Don Benigno Bossi.
La famiglia Andreoli ha origine nella Val Vigezzo: dei tre fratelli, Giuseppe e Pietro Maria, il più noto è Bartolomeo, figura importante per il Teatro scaligero: fu aiutante del conte Lorenzo Salazar, direttore della Scala e della Canobbiana fin dalla loro apertura, per succedere nel 1796 nella carica, dopo breve tirocinio, all’ormai ottantenne iniziatore, con il lauto compenso di 100 Lire al mese! All’arrivo dei francesi Andreoli fu confermato nell’incarico. Quotidianamente alle prese con le cattive abitudini e le pretese dei cantanti, l´impresario stilo` un regolamento che ne disciplinasse il comportamento.
Benigno Bossi <1.> (1731-1815), figlio di Galeazzo e di Eleonora della Porta dei duchi di Rovello, Ciambellano imperiale, decurione dei XII di Provvisione, morì senza discendenza mascolina lasciando erede il nipote Benigno <2.> proprietario del palco n° 2 del III ordine sinistro. Meno si conosce del nobile dottore Dionigi Vailati.
Nel 1790 il palco passa a Paolo Andreani (1763-1823), ultimogenito di Giovanni Pietro Paolo e di Clementina Sormani. Giovane dal multiforme ingegno, si interessò alle scienze e fu il primo a sperimentare in Italia il volo in mongolfiera presso il parco della residenza estiva di famiglia, la villa Sormani di Moncucco, vicino a Brugherio. Al primo volo pubblico assistette Pietro Verri. Il conte «ascese a quota 1537 metri d’altezza, percorrendo ben sei chilometri fino alla Cascina Seregna di Caponago. Il poco più che ventenne conte ottenne un trionfo degno di un eroe: il 28 marzo fu oggetto di una standing ovation al Teatro La Scala di Milano». Giuseppe Parini dedicò un sonetto alla sua prodezza: Per la macchina aerostatica. Pochi sanno che l’impresa nacque più che per curiosità scientifica, per superare una cocente delusione amorosa.
Nel 1809 e nel 1810 il palco viene lasciato ai Ministri del governo napoleonico, entrando a far parte dei palchi della Corona, ma già nel 1813 e nel 1814 è del signor Luigi Brebbia (1780-1836) appartenente alla nobile famiglia dei conti Brebbia, feudatari di Barzago dal 1647. Luigi è figlio del conte Francesco e di Camilla Arrigoni e fratello del conte Giuseppe, ma nelle fonti è semplicemente signor Brebbia: l’assenza del titolo nobiliare non deve stupire, questi sono gli anni del Regno napoleonico d’Italia e già il primo proprietario del palco Bartolomeo Andreoli si era ‘declassato’ da marchese a cittadino con l’arrivo dei francesi.
Dal 1815 al 1848 il palco passerà saldamente nelle mani della famiglia della Somaglia con il conte Gaetano Cavazzi della Somaglia (1752-1837), figlio di Carlo Maria e della contessa Marianna Fenaroli. La famiglia appartiene al ramo piacentino dei Cavazzi che originano da Orazio. Gaetano è giudice della Corte dei Conti del Regno d’Italia, Ciambellano imperial regio e intendente dei Beni della Corona. Coniugato in prime nozze con la nobile Antonella Vittoria Attendolo Bolognini, dalla quale avrà una figlia, Antonietta, lascerà il palco alla seconda moglie, Paolina Meli Lupi di Soragna (1779.1867), figlia di Guido Meli Lupi principe di Soragna e di Donna Giovanna Maria Borromeo Arese.
Erediterà il palco la figlia di primo letto di Gaetano, Antonietta Fassati Cavazzi della Somaglia, sposa del marchese Giuseppe Fassati.
Dal 1856 al 1898 il palco sarà di proprietà dei nobili Turati, imprenditori lombardi, che se lo tramanderanno di padre in figlio. La prima acquisizione è del Signor Francesco Antonio Turati (1802-1873). In questo caso, a differenza di alcuni precedenti proprietari, non si tratta di un declassamento; infatti, Francesco Antonio è nominato conte da Vittorio Emanuele II solo nel 1862.
Figlio di Antonio e di Anna Maria Crespi, capostipite del quarto ramo della famiglia Turati, costituito da importanti esponenti dell’industria cotoniera milanese, si sposa con Angela Pigna, del fu Francesco. Dall’unione nasce il conte Ercole Turati (1829-1881), appassionato di scienze naturali, che raccolse un’importante collezione ornitologica (oltre 20.000 esemplari), donata alla sua morte dagli eredi alla municipalità milanese. Ercole è fratello di Ernesto Turati, che sposerà Giulia Massian di Costantinopoli, ed è marito di Luigia Ponti, figlia di Marco. Dall’unione tra Ercole e Luigia nasceranno i conti Emilio Turati (1858-1938), che invece fu lepidotterologo sistematico di chiara fama e raccolse una pregevole collezione di farfalle, e Vittorio Turati (1860-1938). Quest’ultimo nobile, conte, rotariano, è editore e titolare degli Stabilimenti Riuniti V. Turati & M. Bassani. Suo il brevetto di riproduzione foto-elettrica dal vero per stampare le immagini tipografiche. Ercole e Vittorio Turati saranno gli ultimi proprietari del palco di questa famiglia alla quale, dal 1902, succederanno i Del Maino.
Il nuovo proprietario è il conte Sforza Del Maino (1867-1906?), marchese e patrizio di Pavia. Nel 1901, si sposerà con la contessa Anna Cristina Casati, figlia del patrizio milanese Giorgio Casati e di Antonietta Negroni Prati Morosini. Sarà Anna Cristina Casati Del Maino l’ultima proprietaria del palco fino al subentro del demanio comunale nel 1920. Donò alla città di Milano un ritratto di Francesco Hayez, raffigurante la madre ancora bambina e nel 1941 la quattrocentesca statua della Madonna con bambino di Jacopino da Tradate.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, II ordine, settore sinistro

Un palco con tante storie di famiglia
Dal 1778 al 1818 il palco passerà di mano in mano all’interno di una ristretta cerchia famigliare che parte dalle sorelle Clara (1733-?) e Marianna Manzoni (1728-?), figlie del barone Bartolomeo e della contessa Antonia Bossi; una terza sorella, Giuseppa, fu monaca agostiniana. La nobile famiglia origina da Barzio in Valsassina e nelle ramificazioni dinastiche troviamo lo scrittore Alessandro Manzoni.
Clara Manzoni sposa il conte Gaetano Barbò, figlio di Giovanni e di Caterina Cossaga: dal matrimonio nasceranno Giuseppe, Luigi, Ludovica, Franco, Ferdinando, Carlo, Pietro ed Everaldo. La sorella Marianna sposa in prime nozze il conte Antonio Trivulzio, figlio di Camillo e in seconde il conte Alfonso Porro Schiaffinati, figlio di Gaetano Porro e di Costanza Schiaffinati, ultima superstite della propria nobile famiglia. Sarà quindi il figlio Alfonso Porro Schiaffinati il primo ad unire i due cognomi delle casate materna e paterna. Alfonso è il padre di Gaetano, che sostenne gli ideali della rivoluzione francese e fece pubblica abiura dei suoi titoli nobiliari. In qualità di Ministro di Polizia, si prodigò attivamente per la distruzione di tutti gli stemmi nobiliari in Lombardia. Con il rientro degli austriaci in Italia, il 28 aprile 1799, fu costretto a scappare in esilio a Nizza, dove morì. Gli austriaci ne sequestrarono gran parte delle proprietà, e, cosa assai curiosa, lo fucilarono in contumacia, sparando ai suoi abiti nella sua villa di Sant’Albino. Alfonso è nonno di un altro illustre italiano, il figlio di Gaetano e suo omonimo Alfonso, che tradusse Marino Faliero (1850) di Casimir Delavigne; dilettante di musica, pittore e poeta, proseguì la passione politica del padre.
Dal 1783 compare nella proprietà del palco anche il conte Giuseppe Trivuzio (1753-1828), figlio di Antonio e Marianna Manzoni. Proprio a suo favore verrà riconosciuta con risoluzione sovrana del 1817 l’antica nobiltà e il contado, facendoli risalire fino al nonno Camillo. Gli altri due terzi della proprietà scaligera sono di Gaetano Barbò Manzoni, marito di Clara, e di Alfonso Porro Schiaffinati.
Nel 1796 accanto a loro compare la marchesa Carolina Barbò Manzoni (?-1785), figlia del marchese Gian Battista Marzorati e di Francesca Tillier, quest’ultima figlia del Generale Francesco. Nel 1747 Carolina sposa Barnaba Barbò, decurione della città di Milano e membro del Tribunale di Provvisione. Il matrimonio tra Carolina e Barnaba «per sentenza di Monsignor De Carli vescovo di Rieti e di Monsignor Neuroni Vescovo di Como» fu annullato nel 1758. Barnaba sposò in seguito una Coppa d’Alessandria, e la Marzorati il marchese Lodovico Barbò di Cremona ma residente in Milano già dal 1770.
Dal 1809 al 1820 il palco è di proprietà della contessa Teresa Barbò Pallavicini (1769-1830), figlia di Pio Giovanni Galeazzo Pallavicini e di Marianna Locatelli, coniugata in prime nozze, nel 1785, con il conte Ottavio Calchi e in seconde con Girolamo Barbò nel 1798, nota per la lussuosa villa che volle costruire - concorde il marito - a Monza, dal 1935 ad oggi sede del Collegio Guastalla.
Tra il 1821 e il 1842 il palco passa al conte Giovanni Pietro Vimercati di Crema e, dal 1840, agli eredi. La famiglia Vimercati di Crema ha in realtà origini brianzole e il cognome deriva da Vimercate, signoria della casata. Giovanni Pietro sposa Maria dei conti Martini, dall’unione nasceranno Eugenia, il cui ritratto è custodito presso il Museo Morando Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano, e Ottaviano, militare di carriera, aggregato alla legione straniera francese, corrispondente di Cavour a Parigi, aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, che poco prima della morte, nel 1879, fu nominato Senatore del Regno d´Italia.
Nessuno dei Vimercati ereditò il palco che dal 1843 al 1873 è intestato al barone Baldassare Galbiati (?-1870), figlio di Carlo e Maria Ratti, uno dei rappresentati della nuova borghesia lombarda, che nella seconda metà del XIX secolo si affermano a Milano nella figura del negoziante in banca e seta: un imprenditore produttore di seta greggia e filati e mediatore di prodotti minori investe i propri profitti aprendo attività bancarie e sperimentando nuove tecnologie industriali. Munifico nella beneficenza, Baldassarre elargisce nel 1841 una discreta somma in favore degli Asili di Carità per l’infanzia di Milano. Nel 1866 gli veniva concesso il titolo di Barone con trasmissione primogeniale mascolina. Gli eredi istituiscono a Caponago la Causa pia Galbiati e l´Opera pia Galbiati Ratti per le nubende povere. Il titolo di barone verrà trasmesso al figlio Carlo Galbiati (1838-1894) che terrà il palco un solo anno, nel 1873, e con il quale si estinguerà la famiglia.
Dal 1874 il palco appartiene alla contessa Erminia Pullé Turati, Erminia è figlia di Francesco Turati e di Angela Pigna. Il padre è tra i più ricchi negozianti di Milano, titolare di una delle più importanti manifatture nazionali del cotone e grande mecenate artistico, che nel 1842 aveva acquisito il titolo di Conte. Erminia si era sposata con Antonio Ponti, dal quale aveva avuto Elvira e Emilio, e in seconde nozze col conte Leopoldo Pullé, dal 1905 senatore del Regno. Con quest’ultimo genera Ernesta Bianca moglie del conte Felice Scheibler, proprietario dell´omonima villa a Rho e fondatore della Croce Azzurra.
Ma ad ereditare il palco è Emilio Ponti (1853-1923), figlio di primo letto, cugino del senatore e sindaco di Milano Ettore, anch´egli palchettista e coniugato con Anna Greppi, sorella di un successivo sindaco della città, Emanuele.
Emilio Ponti risulta titolare sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune inizia l´eproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, I ordine, settore destro

Il palco della banca
Primo proprietario dei palchi è il marchese Giuseppe Viani (1733-1783), sposato nel 1761 con Margherita, figlia del conte Lorenzo dei Salazar di Romanengo. Il marchese Viani appartiene al primo gruppo di Palchettisti della Scala: i documenti ufficiali riportano le sue lamentele già per la distribuzione dei palchi del Teatro Interino, che sostituisce il Ducale dopo l´incendio, durante la costruzione del nuovo Teatro alla Scala. Per acquisire maggior prestigio sociale, nel 1758 Giuseppe rileverà uno dei più importanti palazzi storici seicenteschi della città, nell’odierna via Cino del Duca 8, oggi noto ai milanesi come abitazione di Luchino Visconti.
Alla morte di Giuseppe, il palco passa all’unica figlia, Teresa Dugnani Viani (1765-1845), anche se la madre Margherita Salazar a lungo ne amministrerà il patrimonio. Teresa, dama di Corte e della Croce Stellata, sposa nel 1785 Giulio Dugnani, gentiluomo di camera, lasciando il palazzo di famiglia per trasferirsi nella residenza del marito, in via Manin 2, altra abitazione storica milanese, nota per i dipinti del Tiepolo. Teresa fu grande benefattrice delle opere assistenziali milanesi: era una delle visitatrici dell’ospedale, dette ‘dame del biscottino’ perché portavano agli ammalati, seguendo i precetti della carità cristiana, biscotti e cibo. Devota, ospitò nella sua villa a Bee nel Verbano il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini, confidente e amico.
Nel corso del 1809 e del 1810 - anni del dominio napoleonico - utenti del palco sono Cristoforo Busti (1768-1843) e i suoi fratelli. Busti è Cavaliere dell’Ordine della Corona di ferro, membro del governo camerale e della Legion d’onore, giudice della Corte dei conti, nominato barone da Napoleone proprio nell’anno in cui gli viene assegnato il palco.
Dopo la morte della marchesa Dugnani e la giacenza in eredità, il palco è intestato nel 1847 a Guglielmo Lòchis De Castello Sannazaro (1821-1859), fondatore della commenda di Malta e inscritto nell’elenco dei nobili lombardi dal 1815: dal 1840 assume il titolo di conte. Podestà di Bergamo dal 1842 al 1848, fu presidente dell’ateneo bergamasco e dell’accademia Giacomo Carrara alla quale donò le sue collezioni d´arte.
Il periodo di silenzio delle fonti, una sorta di rappresaglia degli Austriaci verso i nobili patrioti, non permette di leggere i nomi dei palchettisti che ritornano elencati nel 1856. In quell´anno e nel successivo 1857 troviamo il conte Giovanni Salazar, dal 1858 quello della famiglia Pisa, originaria della comunità ebraica ferrarese.
Il banchiere privato Luigi Israele Pisa nel 1852 trasferisce a Milano l’attività creditizia che porta il nome del padre e fondatore Zaccaria Pisa (1788-1833). Quest’ultimo, coi fratelli Beniamino e Moisè Aron, è commerciante, banchiere e possidente in provincia di Rovigo; Luigi Israele, figlio suo e di Venturina Finzi, simpatizza per gli ambienti risorgimentali, è intimo amico di Edoardo Sonzogno, proprietario delle omonime edizioni musicali, si integra immediatamente nella vita economica milanese.
L’acquisizione del palco scaligero da parte della Pisa Zaccaria, ovvero da parte dell´omonima banca, non è solo espressione dei mutati tempi e dell’emergere di un forte ceto medio ma anche un caso singolare, perché la proprietà del palco non è individuale e non fa riferimento a un ente benefico.
Nel 1875 il palco passa a Giuseppe Pisa (1827-1904) che dal 1902 lo condivide con il nipote, commendatore Ugo Pisa (1845-1910), figlio di Luigi Israele e Vittoria Vitali, che si laurea in giurisprudenza a Pavia, entrando nella società di famiglia dopo una breve carriera diplomatica. Ugo nel 1866 è volontario nella III Guerra d’Indipendenza, poi fonda e presiede il Patronato di assicurazione e soccorso per gli infortuni del lavoro di Milano, è membro del Consiglio d’amministrazione della Banca popolare di Milano, consigliere e presidente della Camera di commercio di Milano, fondatore della Cassa di maternità di Milano, membro della Commissione centrale di beneficenza della Cassa di risparmio delle province lombarde e della Società geografica italiana, nonché Presidente del Consiglio superiore del lavoro. Nel 1899 è eletto Senatore del Regno. Ugo con la moglie Clelia Bondi genera tre figli: Luigi Giuseppe, Giulia e Vittoria che diverrà presidente dell´Associazione Donne Ebree d’Italia e si unirà all’architetto Arrigo Cantoni.
Luigi Giuseppe (1890-1930) verrà nominato erede universale dallo zio Giuseppe Pisa, privo di discendenza diretta, ma l’amministrazione del patrimonio, fino alla sua maggiore età, è affidata ad un altro suo nipote: Giuseppe Sullam, figlio della sorella Costanza e di Costante Sullam. Per questo nel 1917 nella proprietà del palco compare il nome di Giuseppe Sullam accanto a quello di Luigi Giuseppe Pisa, che la conserverà fino al 1920 quando il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, I ordine, settore destro

Dagli aristocratici ai borghesi
Dal 1778 al 1820 il palco appartiene alla famiglia Rezzonico Della Torre, antica casata della nobiltà comasca; solo nel periodo napoleonico, nel 1809 e nel 1810, si interrompe la continuità perché il palco vede utenti le Oppizzoni e Rasini Madame, ovvero Maddalena e Maria Annoni.
Il primo proprietario è dunque Alessandro Rezzonico Della Torre <1.> (?-1786), di Flaminio e Costanza Odescalchi, che sposa Giovanna Fossani, figlia di quel Giuseppe noto per aver lasciato erede universale dei suoi beni la Veneranda Fabbrica del Duomo e perché per la statua della ‘Madonnina’ della cattedrale milanese «largì il Duomo del restauro … per cui vi fu apposta la seguente iscrizione: AUREO VELAMINE RESTITUTO JULIO MDCCCXXX».
Da Alessandro nasceranno Abbondio (1754-1807) che eredita il titolo di conte e Aurelio (1754-1818), cavaliere. I fratelli condividono il palco dal 1790. Dopo Abbondio, rimane Aurelio che muore senza lasciare testamento; la moglie, Clara Vitali, tutrice del figlio minore conte Alessandro <2.>, riceve un’eredità oberata da debiti e ipoteche e lascia il palco: infatti nel 1821 troviamo il marchese Antonio Maria Pallavicino (1753-1820) - talvolta scritto Parravicini - originario di Cremona come la moglie, Luigia Ala Ponzone (1772-1846) che eredita il palco dal marito e ne figura proprietaria sino al 1847.
Nel 1848 la proprietà è del nobile Alessandro Salazar (1803-1874) conte di Romanengo, figlio di Giovanni Salazar e Barbara Vaini di Cremona, coniugato con Paola Crivelli già titolare dell´attiguo palco n° 12; e come nel palco n° 12 troviamo nel 1856-57 il conte Giovanni Salazar.
Dal 1858 il possessore non è un individuo o un istituto benefico ma un´azienda, la Ballabio & Comp. che coltiva due attività molto redditizie all’epoca: quella della seta e quella bancaria. Fondata all’inizio dell’Ottocento dai fratelli Pietro e Camillo Ballabio, nel 1847 accolse come nuovi soci i fratelli Carlo e Antonio Besana.
Nel 1863 le fonti indicano due possessori, Eugenia Cagnolati Ferrini (1807-1864) e Carlo Bosisio (1806-1886?), che lo terranno fino al 1865. Sono due personaggi interessanti: Eugenia, figlia del caffettiere Domenico Cagnolati, viene dal Caffé del Teatro, soprannominato dal nome della madre, Francesca Sassi, il Caffé della Cecchina; Carlo Bosisio è l´assistente del custode del Teatro, abita nel teatro, sposa la ballerina Adelaide Superti e il suo nome compare come titolare in ben nove palchi scaligeri. Eugenia sposa nel 1824 il farmacista di Locarno Gaspare Antonio Ferrini: sono i genitori - presumiamo orgogliosi - del prossimo possessore.
Dal 1866 al 1907 il palco infatti è intestato al professor Rinaldo Ferrini (1831-1908). Egli aveva studiato all’università di Pavia dove nel 1853 consegue il titolo di ingegnere civile e architetto. Dal 1860 al 1868 è titolare della cattedra di fisica e meccanica dell’Istituto Tecnico Superiore (il futuro Politecnico) di Milano. La pubblicazione del volume Tecnologia del calore, apparso nel 1876, gli assicura un posto tra i più noti fisici del tempo. Inoltre progetta i primi sistemi di riscaldamento “globale” per la capitale lombarda. Con Luigia Buccellati il professore ha due figli, Eugenia e Contardo, quest’ultimo sulla via della beatificazione, riconosciuto infatti “Venerabile”. Una lapide lo ricorda nella chiesa di fronte al Teatro Dal Verme.
Dal 1908 al 1920 il palco entra in possesso della famiglia Schiepati con Gerolamo Schiepati (o Schieppati) che lo terrà fino al 1911, con gli eredi e, dal 1914, con Virginia Schiepati, vedova Guazzoni, ultima proprietaria: nel 1920 il Comune di Milano espropria i palchi privati e nasce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, II ordine, settore destro

Il palco dei Trotti Bentivoglio
Il palco appartiene a un’unica famiglia, i Trotti Bentivoglio a partire dal marchese Lodovico Trotti Bentivoglio <1.>, già proprietario di un analogo palco al Teatro Ducale, incendiatosi nel 1776: cosicché – si sottolinea in Famiglie notabili milanesi - « osserviamo un fatto, se non unico in Milano, pure abbastanza curioso, di una famiglia che di generazione in generazione assiste fino ad oggi, dopo un secolo e mezzo, agli spettacoli del primo teatro della città, assisa in posto tale che se l’arcavolo comparisse per un supposto in quello nell’anno che corre, potrebbe al primo colpo d’occhio discernere i suoi pronipoti».
Lodovico Trotti Bentivoglio (1729-1808) è figlio di Lorenzo Galeazzo e di Paola, figlia di Giacomo Simonetta e di Francesca di Belgiojoso, sepolta in San Fedele. Si sposa due volte, ma è con la prima moglie Costanza Castelbarco Visconti che genera l’intera propria prole: tre figlie, Paola, Carolina e Teresa, e un unico figlio maschio, primogenito, Lorenzo Galeazzo Trotti Bentivoglio (1759-1840), che dal 1815 eredita il palco. Teresa si distingue come insigne studiosa ma anche come fervente cristiana e munifica nelle opere pie. Quando suo marito, il marchese Carlo Arconati, è condotto a Nizza dagli occupanti francesi nel 1796, ella lo segue. Talmente intensa è la sua opera caritatevole da meritare un’ammirata biografia scritta dal barnabita Carlo Giuseppe Mantegazza.
Lorenzo Galeazzo è un viaggiatore più per curiosità che per formazione: scrive un dettagliato reportage dei suoi viaggi in Spagna, Portogallo, Parigi, Vienna nella capitale austriaca sposa la contessa Antonietta Schaffgotsch che gli diede 11 figli. Tra di essi meritano un’attenzione particolare: Costanza, che nel 1818 sposa il marchese Giuseppe Arconati, e che, nel 1821, quando il marito sarà implicato nelle congiure politiche, fuggirà con lui all’estero rimanendovi fino al 1859; Lodovico, che prima prestò servizio presso l’esercito imperiale austriaco in un reggimento di ulani, ma che successivamente, partecipò ai moti del 1848 divenendo fervido sostenitore di re Carlo Alberto. Lodovico nel 1838 sposò una delle figlie dell’autore dei Promessi Sposi, Sofia Manzoni; il primogenito marchese Antonio Trotti Bentivoglio (1798-1879) che subentra al padre nella proprietà del palco nel 1841.
Il marchese Antonio è Consigliere comunale negli anni 1846-1848; patriota sin dai moti del 1821, imprigionato durante le Cinque giornate è, come molti altri e come la sorella Costanza, esule. Nel 1826 sposa Giacomina del conte Enrico Faà di Bruno, alessandrino. Da questa unione nasceranno 8 figli.
Il primogenito Ludovico <2.> (1829-1914) eredita il palco nel 1883; come il nonno Lorenzo Galeazzo e i suoi parenti si distingue per la passione patriottica (diciannovenne, era in prima fila nei moti milanesi del ’48), la vita avventurosa (viaggiò in Africa con Emilio Dandolo), l’impegno politico (nel 1891 è nominato senatore). Egli si sposa due volte, con Elisa Lucini Passalacqua e, nel 1860, con Maria Barbiano di Belgiojoso d’Este (1838-1913), dama d’onore di Margherita di Savoia, figlia della mitica principessa Cristina di Belgiojoso. Maria Trotti terrà la proprietà scaligera dal 1906 fino alla morte.
Il palco giace in eredità Trotti Bentivoglio Belgiojoso sino al 1920, quando si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l’esproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, II ordine, settore destro

Personaggi noti, semisconosciuti, da riscoprire
Il primo proprietario del palco è il conte Luigi Trotti (1721-1796), che nasce dalle seconde nozze di Gian Battista con Giulia, figlia di Giovanni Battista Seccoborella feudatario e conte di Vimercate. Luigi nel 1742 si sposerà con sua cugina Teresa, del conte Francesco Oppizzoni. Personaggio di primo piano nella Milano teresiana, continuò ad esserlo durante l´impero di Giuseppe II, che lo nominò presidente dei Luoghi Pii Elimosinieri, essendo lui già stato decurione, generale della milizia e viceprefetto della Casa di correzione per i reati minori in Porta Nuova. Trotti nella sua casa in via Brera, così come nella villa materna di Vimercate, aveva ospitato Ruggero Boscovich, direttore dell´Osservatorio astronomico di Brera.
Dal 1809 utente del palco è il conte Costanzo Porta di Novara (1753-1829), detto Costantino. Ultimo erede di una ricca famiglia dell’alta borghesia novarese che, a partire da Giuseppe Antonio, nonno di Costanzo, portava la qualifica di “nobile”, rivendicando legami con l’antichissima e nobilissima famiglia novarese dei Della Porta con cui i Porta, che erano originari di Trecate, non avevano alcuna parentela. Di fatto però i Porta avevano raggiunto, grazie alle loro ricchezze, una posizione sociale elevatissima ed erano imparentati con le nobili famiglie novaresi dei Tornielli, dei Morbio e dei Cattaneo; Costanzo prese il suo nome dal nonno materno, il conte Costanzo Tornielli di Vergano. Certamente Costanzo Porta non ebbe diritto al titolo di conte che non risulta peraltro mai usato in atti pubblici.
Alla sua morte lasciò eredi i nobili Bollini, figli della cugina Francesca Morbio, con un generosissimo lascito per l’Ospedale Maggiore di Novara che gli eresse un busto nel cortile d’onore; anche il comune di Novara dedicò al benefattore una via cittadina. Illustrativa della personalità del palchettista è la proprietà che con testamento «legò all’ospedale maggiore di Novara, un possedimento con una sorgente d’acqua perenne nel luogo e territorio di Landonia, dell’annua rendita netta di L. 8700, che volle fosse convertita in soccorso degli affitti da morbi cronici, che non sono dall’ospedale ricoverati, ed in soccorso alle famiglie bisognevoli». Se, assieme ad altri nobili del suo tempo, certamente contribuì al miglioramento delle strutture e dei servizi dell’ospedale novarese è pur vero che proprio con la comunità di Landonia aprì un duro contenzioso che determinò una frattura con gli abitanti ma che si risolse a proprio favore. Oggi la proprietà è stata trasformata in un agriturismo.
Dal 1823 al 1830 il palco è acquisito da don Antonio Torrassi, mentre dal 1831 al 1834 il palco è intestato ad Antonio Rejna, dal 1806 assessore e giudice di pace, poi podestà di Gallarate, al cui ospedale lasciò una cospicua donazione per legato testamentario.
Dal 1835 la proprietà del palco passa a Cristoforo Bellotti (1876-1856), ingegnere e architetto, figlio del notaio Giovanni Pietro e di Maria Vandoni, coniugato con Orsola Stabilini, fratello di Pietro padre di Cristoforo <2.>. Appassionato d´arte, donò all’Accademia di Brera quella che è ritenuta una fra le migliori copie dell’Ultima cena di Leonardo, realizzata da Marco D’Oggiono nel vecchio convento dei Monaci Gerolimini di Castellazzo, a poca distanza da Milano; abitante in contrada del Monte 870, nel 1838 compare nell’elenco dei benefattori degli Asili di Carità per l’infanzia di Milano.
Dal 1840 fino al 1920 un’importante famiglia ebraica tiene il possesso del palco: i Leonino Sacerdote. Primo proprietario è Emanuele Leonino Sacerdote (1790-1871), fratello di Abram Davide, Samuele e Ippolito, che fa parte di quell’ampia schiera di israeliti emigrati in Lombardia con la seconda dominazione austriaca. Banchiere e negoziante, originario del Monferrato, dopo aver vissuto a Genova fino al 1839 si stabilì a Milano chiedendo, nei primi mesi del 1840, di divenire suddito austriaco. Appena giunto nel capoluogo ambrosiano il banchiere «comperò una casa per la sua abitazione in città, fece l’acquisto di molti fondi per l’ammontare di dodicimila pertiche di terra ed entrò in società della grandiosa Raffineria privilegiata di zuccheri condotta a Milano dal signor Calderara». Già nel 1848 i due soci «dichiararono cessata la loro ragione sociale per la raffineria degli zuccari, alla Cavalchina 1428» (Maifreda).
Emanuele, assieme al fratello Samuele, fu creato barone nel 1864 per atti di beneficenza . Nel 1848 il feldmaresciallo Radetzky impose un prestito forzoso su tutti i profitti di attività, e in quell’occasione Emanuele fu l’imprenditore milanese in assoluto più tassato, versando da solo il 4,5% del totale delle entrate. Quando, verso la fine della dominazione asburgica, le autorità di Vienna decisero di far fronte alla crisi economica sul territorio istituendo a Milano una banca di sconto ed emissione, la futura Banca commerciale lombarda, Emanuele ne divenne uno dei più importanti azionisti. Più tardi fu poi il quarto maggior possidente milanese, investendo tutte le sue fortune, valutate 3.338.509 lire, in immobili. Quando tra il 1862 e il 1890 la maggior parte degli investimenti convogliavano verso il mercato azionario solo tre delle fortune dei possidenti milionari, tra queste quelle di Davide e Emanuele, assieme a quella di Angelo Cantoni, non annoveravano azioni o obbligazioni. Con i maggiori esponenti della comunità ebraica di Milano, firmò` una lettera di plauso al governo provvisorio il 2 aprile 1848. Fu socio promotore della cassa d’incoraggiamento Arti e Mestieri di Milano nel 1847 e nella seconda meta` dell’Ottocento risulta disporre di un patrimonio personale di 1.000.360 lire.
Nel 1873 il palco passa nelle mani del cavalier Ippolito Leonino Sacerdote (?-1877), fratello di Emanuele. A Londra aveva sposato nel 1841 Hannah di Benjamin Barent Cohen. Ippolito in Inghilterra ottenne la qualifica di Esquire, titolo che veniva dato dall’opinione pubblica a chi non aveva titoli ereditari ma possedimenti terrieri o un alto incarico o alto rango. Un dispaccio cifrato del 18 agosto 1856 del conte di Cavour all’ambasciatore a Londra Emanuele d’Azeglio dimostra l’importanza ed il rilievo dei Leonino nella capitale inglese: «Tâchez d’engager Hambro, Heath, ou Leonino de recevoir les souscriptions pour les 100 canons». Direttore della Universal Marine Insurance company fondata nel 1860, quando il 2 giugno 1863 fu costituita con atto notarile William Webb Ween Junior la società “Regia compagnia delle Ferrovie di Sardegna” con capitale sociale di un milione di sterline, diviso in 50.000 azioni, fu uno dei rappresentanti della parte azionaria inglese a sedere nel consiglio di amministrazione. Nel 1867 fu nominato consigliere d’amministrazione della Anglo-Italian Bank.
Dal 1878, la proprietà del palco passa nelle mani della baronessa Nina Giuditta Alatri moglie di Charles Emanuel Leonino Sacerdote. Quest’ultimo, figlio di Ippolito, il 5 maggio 1904 fu testimone di nozze al matrimonio tra Emanuele Ricordi, figlio di Giulio, e Carla Gugelloni. Alla morte di Nina Giuditta il palco passerà, fino alla costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala (1920), nelle mani di Alfredo Davide Leonino (1865-1924), fratello di Charles Emanuel Leonino Sacerdote.
(Maurizio Tassoni)
 
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Palco n° 8, II ordine, settore destro

Il palco dello chef
Il primo proprietario del palco è Luigi Trotti (1721-1796) dei conti di Santa Giulietta. È figlio di Giovanni Battista, colui che Carlo VI vorrà alla guida del ducato di Parma e Piacenza con la nomina di vicegovernatore e presidente del Sacro Consiglio, cariche che ricoprirà fino alla morte. Il padre di Luigi, due anni dopo la prematura perdita della prima moglie Francesca Archinti deceduta nel 1716, sposa Giulia Maria, di Giovanni Seccoborella conte di Vimercate. È da questa unione che nasce il nostro Luigi, erede dei titoli e della fortuna del casato il quale nel 1742 sposerà una sua cugina, Teresa (1725-1773), figlia del conte Francesco Oppizzoni. Quando l’imperatore Giuseppe II nel 1788 promulga un nuovo ordinamento di tutte le Cause pie e dei Luoghi di Carità esistenti in Lombardia, chiama Luigi Trotti a presiederne la Giunta indipendente. In un’altra serie di riforme che abolivano diverse istituzioni cittadine, il sovrano lo nomina prefetto urbano e regio delegato. Fu quindi uno degli esecutori delle riforme giuseppine in Lombardia.
Nel 1809 il palco ha come utenti Bottacchi e Peryan. Peryan è la grafia distorta di Peyrard, cioè di Antonio Peyrard (1787-1824), cuoco del vicerè Eugenio di Beauharnais. Risiedeva al civico n° 1 della Milano napoleonica, ovvero in Palazzo Reale. Coniugato con Angela Annoni, traslocò poco lontano, prima in contrada Larga 4780, poi in contrada delle Ore 4910 e infine in contrada dei Rastrelli 5241. Teodosio Bottacchi potrebbe essere di Novara, «proprietario di una fornace e fabbrica di stoviglierie fuori della città di Novara, vicino alla piazza d’armi, al civico n. 95, avendo scoperto una qualità di terra refretaria, abile per formazione delle stufe e franclini, favelle per pavimenti, non inferiori alle così dette favelle pavesi, si fa un dovere notificare al pubblico che in cotesta sua fornace e fabbrica sono vendibili oggetti di piatteria ad uso biellese, maiolica bianca e nera, stufe, franclini, tegole per tetti». La fornace è attiva dal 1796. Partecipa alla fornitura dei materiali per la costruzione del Teatro di Novara.
Nel 1830 cinque aziende producevano poco più di un milione di mattoni l’anno e un numero imprecisato di coppi e tavelle. La ditta Teodosio Bottacchi era già azienda leader con il 50% del totale.
Dal 1813 al 1826 il palco rientra nelle mani del ‘signor conte Trotti a Brera’. Da qui in poi le vicende familiari, anche tragiche, incideranno su questa proprietà scaligera fino al 1848, ultimo anno nel quale risulta a disposizione della dinastia.
Erede di Luigi Trotti è il primogenito Giovanni Battista, coniugato con Giovanna Belloni, figlia del conte Ignazio Luigi. La coppia ha sette figli, il primogenito di questi è Giuseppe Trotti (1778-1840), conte del Regno d’Italia per decreto di Napoleone datato primo luglio 1810. Nel 1815, con il ritorno della dominazione asburgica, chiede e ottiene la conferma della nobiltà. Le cronache araldiche riportano che dal 1823 Giuseppe Trotti si ritirò a Muzzano, presso Lodi e solo nel 1828 rientrerà a Milano. Il legame con la località lodigiana è testimoniato dal fatto che nel testamento lascerà il «legato di una Cartella di Monte del valore di milanesi lire 1.000 a favore del Parroco pro tempore di Muzzano, coll’onere della celebrazione di un Ufficio anniversario».
Giovanni Battista Trotti, muore precocemente prima di suo padre Luigi; il ‘signor conte Trotti a Brera’ che risulta tra i palchettisti nel 1813 è quindi Giuseppe Trotti, nipote di Luigi e figlio del defunto Giovanni Battista.
Dal 1827 il palco risulta del «Sig. conte Giuseppe Trotti e per esso il sig. cav. Luini». Qui si apre un doloroso capitolo; per comprenderlo dobbiamo riferirci agli atti della giustizia civile dell’epoca sui quali formulare qualche ipotesi. Essi ci informano che il conte Giuseppe Trotti era stato interdetto e l’avvocato cavaliere Stefano Luini, residente in corso della Cerva 346, ne era stato nominato curatore legale. Tra i pubblici editti del 1826 si leggono una serie di avvisi di vendita, gestiti da Luini, tra i quali quelli di varie proprietà agricole e, il 10 gennaio 1826, anche quella dei due palchi scaligeri. Il ‘buon ritiro’ dei cinque anni a Muzzano, probabilmente nascondeva una precaria situazione di salute, se, ancor prima del rientro a Milano, Giuseppe Trotti non era legalmente nelle condizioni di gestire il proprio patrimonio. Triste sorte, quella del conte Trotti, che solo poco più di un decennio prima, nel 1815, compariva nel cerimoniale per l’ingresso in Milano, il 31 dicembre 1815, dei nuovi sovrani, come facente parte «delle Guardie Nobili a cavallo», che accompagnavano il corteo.
Il conte Giuseppe si sposa due volte: la prima con Francesca Belcredi, figlia del marchese Giuseppe Gaspare, dalla quale avrà l’erede maschio Gian Battista; dalla seconda moglie, Giovanna Isacco, un ulteriore dispiacere: i figli Ferdinando e Francesco moriranno pochi mesi dopo la nascita. Il figlio di Giuseppe Trotti, Gian Battista, sposa Laura, di Pietro Castellani, dalla quale avrà una figlia, Francesca maritata a Francesco Verasis di Castiglione. Ancora una volta in questa famiglia il figlio Giuseppe non sopravvive al padre. Nel 1846 nella proprietà del palco compaiono gli eredi di Francesco Trotti; probabilmente si tratta dello zio di Giuseppe, il cavaliere gerosolimitano Francesco Trotti (1759-1839) che muore un anno prima del nipote. Possiamo quindi ipotizzare che a seguito dell’interdizione di Giuseppe Trotti si aprano una serie di vicissitudini familiari legate all’eredità, che proseguiranno per anni.
Dal 1856 intestatario del palco è Alessandro Brambilla.
Dal 1859 al 1920 il palco è di proprietà della famiglia Sioli Legnani. Il nome della famiglia è legato a quello di una delle ville lombarde attualmente tutelate dai Beni culturali della Regione. La villa, situata in località Bussero vicino al Naviglio della Martesana, prende il nome dagli ultimi proprietari. Costruita nel Settecento dalla famiglia Corio per farne una residenza estiva, è stata sede di un importante salotto, dove venivano ospitati i fratelli Verri. Nel tempo vi furono diversi cambi di proprietà: nel 1792 la villa è del conte Pietro Bertoglio, che a seguito di un dissesto economico nel 1822 fu costretto a metterla all’asta; ad acquistarla per 92.000 lire fu Giovanni Legnani. Quest’ultimo morì poco dopo l’acquisizione e la villa passò ai figli Francesco e Antonio. Fu grazie a Luigi Legnani, figlio di Francesco, commissionario in seta in Contrada S. Dalmazio come il padre, che la villa poté ritornare a splendere. Quest’ultimo è il primo proprietario del palco di questa famiglia.
La residenza milanese è sita in via Borgonovo 5. Qui abita l’ingegnere, Grand’ufficiale, cavalier Stefano detto Steno Sioli Legnani (1862-?) che sarà l’ultimo proprietario del palco, forse ricevuto in eredità da Luigi, suo cugino di secondo grado. Membro camerale, Consigliere della Società agraria, è idealmente l’ultima propaggine di quella generazione di professionisti che aveva praticato l’ingegneria rurale e idraulica, arricchitesi con le prime bonifiche e con i progetti dei canali d’irrigazione piemontesi e lombardi. Steno Sioli Legnani fa parte di quella categoria di professionisti in contatto con la proprietà fondiaria e con il mondo politico economico che ruota attorno ad essa. L’attività di ingegneria rurale non gli impedisce di dedicarsi all´edilizia; suo, ad esempio, è il villino progettato per Pasquale Crespi a Milano in via XX Settembre. Deputato del Regno, scrisse importanti testi quali L’agricoltura italiana e la sua influenza sulla economia generale del paese. Nel 1894, assieme Giovanni Battista Greppi è autore del progetto Forze idrauliche del Naviglio grande, 18000 cavalli dinamici. Sindaco di Bussero, membro della Commissione centrale per la mobilitazione agraria, propose di modificare il palcoscenico della Scala e fu deputato del Regno (1913-1919). Disarmante è la risposta che darà in qualità di deputato a Margherita Trotti Bentivoglio, vedova Bassi, che gli chiese di intercedere per un proprio fittavolo, di idee socialiste, il soldato Giovanni Rainini, che nel 1918, liberato dopo una lunga prigionia, si rifiutò di partire per la Francia e, conseguentemente a ciò, venne inviato a processo, rischiando la condanna a morte. Da Roma il deputato Steno Sioli Legnani sarà crudelmente categorico: «Giustamente la giustizia, e specie quella militare, non tiene conto delle raccomandazioni dei deputati». È coniugato con Luigia (Gigina) Conti, fondatrice, nel 1912, del Lyceum femminile lombardo, con sede in palazzo Borromeo in via Manzoni 41. Presidente del Circolo filologico milanese e del Lyceum milanese è amica della compositrice Giulia Recli. Sarà attiva per l’ottenimento del diritto di voto femminile e vicina a quel crogiuolo di ambiguità che fu l’Alleanza muliebre culturale italiana negli anni del fascismo.
(Maurizio Tassoni)
 
Guarda i proprietari del palco dal 1778 al 1920
 

 

Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, II ordine, settore destro

Qualche eredità contorta
Tra il 1778 e il 1830 la famiglia Trivulzio divide la proprietà scaligera con altre tre famiglie: i Rovida, i Bossi e i Maggi.
Inizialmente il palco è per metà del marchese Antonio Rovida, figlio di Giambattista e di Cecilia Corta, sposato nel 1750 con Giuseppa Cottica, e il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio <1.> (1728-1802), primogenito dei dieci figli di Alessandro e Margherita Pertusani. Giorgio Teodoro è Marchese di Sesto Ulteriano, Signore di Corte Palagio, Prata e Terra, nonché patrizio milanese, Decurione di Milano, dei XII di Provvisione, giudice delle strade nel 1768 e Ciambellano nel 1770. Egli sposò Cristina Cicogna, dalla quale ebbe tre figli: Gian Giacomo <1.> (1774-1831), Alessandro e Gerolamo. Il primogenito Gian Giacomo, Ciambellano Imperiale, fu membro del collegio dei possidenti al tempo del primo Regno Italico e ciambellano di Napoleone, che lo nominò cavaliere dell’Ordine della Corona di Ferro e gli concesse il titolo di conte del regno d’Italia, titolo che rimase personale, non essendo stato costituito il maggiorasco prescritto dall’art.6 del VII Statuto Costituzionale del Regno. Ritornati gli austriaci in Lombardia, Gian Giacomo fu confermato nell’antica nobiltà col titolo di marchese per i maschi primogeniti, dopo aver rinunciato al titolo di conte conferitogli da Napoleone. Da Gian Giacomo e dalla sua consorte Beatrice Serbelloni nacque il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio <2.>, sposato con Maria Anna Rinuccini, proprietario del Proscenio nel II ordine sinistro.
Dal 1795 al 1815 oltre ai Trivulzio, compaiono il marchese Antonio Rovida, Giuseppe Rovida e Benigno Bossi <1.> (1731-1815), ciambellano imperiale.
Dal 1821 ai Bossi subentrano Carlo Ambrogio Maggi <1.> e poi i fratelli Giuseppe e Luigi Maggi, ingegnere, che saranno anche proprietari del n° 2 del III ordine, settore destro.
Dal 1831 al 1920 il palco sarà della famiglia Borromeo che se lo tramanderà di generazione. Carlo Borromeo <1.> (1787-1866), patrizio milanese, è il primo a sedere in questo palco. Figlio di Antonio Borromeo Arese e di Maria Elisabetta Cusani Visconti, nel 1822 sposa Maria Costanza d’Adda, di Febo e Marie Leopoldine von Khevenhuller-Metsch. Dal matrimonio nasce il primogenito e omonimo Carlo Borromeo Arese <2.> (1828-1889), che gli succederà nella proprietà del palco. Carlo sposa nel 1860 un’omonima della madre: Maria Costanza d´Adda, figlia di Vitaliano e di Maria Doria Lamba. Dal loro matrimonio nascerà l’erede e ultimo proprietario del palco Febo Borromeo d’Adda (1871-1945), che sposerà, separandosi poi, Orietta Doria Pamphili Landi. Educato all’Accademia militare, senza poi intraprendere la carriera, fin da giovane si dedicò alla politica, aderendo alla Destra storica. Dal 1899 al 1913 fu consigliere della giunta provinciale, poi nel Comune di Milano. Eletto Sindaco di Oreno e Cassano d’Adda, ricoprì i ruoli di presidente della Lega Navale e del Pio Istituto Bassini, nonché di consigliere della Banca Popolare di Milano. Tra gli incarichi ricevuti nell’ambito filantropico: consigliere dell’Istituto nazionale “Vittorio Emanuele III” per lo studio e la cura del cancro e presidente della Croce Rossa Italiana. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale di schierò a favore della causa neutralista, partecipando volontariamente sul campo di battaglia trentino, col grado di capitano, come membro della Croce Rossa. Nel 1913 fu eletto Deputato e nel 1939 senatore del Regno d’Italia, dove sarà membro della Commissione Agricoltura. Ma la storia del palco era già terminata nel 1920, quando si era costituito l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune aveva dato il via all´esproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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