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Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, II ordine, settore destro

Il palco delle doppie coppie
Doppi matrimoni e intrecci patrimoniali per i primi proprietari caratterizzano la storia del palco. Il conte Francesco D’Adda (1726-1779), personaggio di rilievo nella Milano asburgica, vicario di Provvisione e I.R. Ciambellano, aveva sposato nel 1754 Barbara Maria Corbella, figlia e unica erede del marchese Carlo, morta a 22 anni nel 1759 dando alla luce la figlia Maria e decretando così la fine del suo casato. Francesco D’Adda nel 1768 annette alle sue già vaste proprietà il feudo di Affori, che sin dal Seicento apparteneva alla famiglia Corbella, dando nuovo slancio all’economia agricola locale, abbellendo la grande villa e sistemando il già splendido parco con giardini all’italiana e all’inglese. La villa di Affori, ancor oggi esistente, diventa la “villa di delizia” della seconda moglie, Teresa Litta Visconti Arese (1753-1815) impalmata nel 1770, lei appena diciassettenne, lui di 27 anni più vecchio. Nove gli anni di matrimonio. Alla morte di Francesco D’Adda, Teresa si risposa nel 1782 con il marchese Maurizio Gherardini, altro esponente di spicco del governo austriaco, Gran Ciambellano dell’Imperatore e Ministro Plenipotenziario d’Austria presso il Regno Sabaudo.
Teresa eredita il palco nel 1783, già Marchesa Gherardini, quale “Madre e tutrice” della figlia del primo marito, Maria; nel 1787 il palco passa infatti a Maria d’Adda (1759-1788), che sposa il conte palatino Guido Orsini Roma. La povera “principessa Orsina” o “Romina” (così era chiamata) non si godrà a lungo né la dimora del coniuge in via Borgonuovo né gli spettacoli alla Scala perché morirà un anno dopo e questo porterà all’estinzione della famiglia D’Adda del ramo dei marchesi di Sale. Teresa Gherardini, nel 1789, ritorna come intestataria del palco che terrà sino alla morte; lo eredita nel 1815 la figlia Vittoria.
Vittoria Gherardini (1790-1836) si sposa due volte, nel 1806 con Girolamo Trivulzio, marchese di nascita e creato conte da Napoleone, e nel 1816 con Alessandro Visconti d’Aragona, marchese di Invorio. Vittoria ha dal Trivulzio una sola figlia, battezzata con ben dodici nomi: Maria, Cristina, Beatrice, Teresa, Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita, Laura, che passerà alla storia come Cristina TrivulzioCristina Trivulzio di Belgiojoso; con il marchese Alessandro genera altri quattro figli, Alberto, Virginia, Teresa e Giulia.
Vittoria marchesa Trivulzio e poi contessa Visconti d’Aragona è una donna non bella ma di temperamento forte e passionale, educa i figli all’amore di patria, lei stessa come la figlia Cristina aderisce al ramo femminile della Carboneria, le “Giardiniere”; morirà a Parigi, esule, nel 1836. La figlia Cristina si sposa col principe Emilio di Belgiojoso acquisendo quel titolo di Principessa di Belgiojoso che, nonostante la separazione dal marito, le rimarrà per tutta la vita.
Alla morte di Vittoria Trivulzio Visconti d’Aragona e dopo due anni di eredità giacente, nel 1840 il palco passa al marchese Antonio Visconti Aymo (1798-1865), esponente del direttivo dei Regi Teatri e consigliere intimo di Francesco Giuseppe. Antonio sposa una famosa cantante, Stefania Favelli, nata a Parigi e formatasi alla scuola di Manuel Garcia padre; soprano drammatico, la Favelli, già in carriera, approda alla Scala come Semiramide, subito osannata dal pubblico. Condivide i suoi successi con la “diva” Giuditta Pasta tanto che entrambe hanno l’onore di esser ritratte da Giuseppe Molteni. La Favelli lascia il palcoscenico dopo il matrimonio per ritirarsi a vita privata nel palazzo Aymo, in via Filodrammatici 10. Vedova, chiude la serie delle doppie coppie del palco.
Dopo sei anni di eredità giacente, nel 1872 si apre un’altra storia con i nuovi titolari, Giuseppe Laboranti e Francesco Dal Verme.
Giuseppe Laboranti è un avvocato, per qualche anno procuratore dei Visconti Arese, impegnato politicamente, cavaliere, consigliere della provincia di Milano, sindaco di Orio Litta dove è ancora ricordato per aver sistemato la torre campanaria della chiesa parrocchiale, già ricca di un organo Serassi. Francesco Dal Verme (1823-1899) è un conte di antica stirpe, ricco proprietario di terreni e case: il palazzo Dal Verme, di origine medievale, era in Contrada S. Giovanni sul Muro 2427, odierna via Puccini 3. Proprio in quell’area sorgeva nel 1864 una costruzione in legno e in ferro, il circo equestre del famoso cavallerizzo milanese Gaetano Ciniselli, poi “Politeama Ciniselli”; la presenza dei cavalli e l’andirivieni di un pubblico popolare rendeva insicura la zona, sicché il Dal Verme - rispondendo alle richieste dei suoi numerosi benestanti e benpensanti affittuari - compra il terreno per erigervi un “dignitoso” teatro, la cui realizzazione viene affidata all’architetto Giuseppe Pestagalli. Nasce così il Teatro Dal Verme, ampio teatro all’italiana - conteneva oltre 3.000 persone - concepito per una versatile programmazione che prevedeva sia le opere liriche (il Dal Verme si inaugurò il 14 settembre 1872 con Gli Ugonotti di Meyerbeer) sia i testi in prosa e, dopo il 1900, anche le operette. Al Teatro Dal Verme debuttano Giacomo Puccini con Le Villi (1884) e Ruggero Leoncavallo con Pagliacci (1892). Il teatro, dopo il drammatico bombardamento del 1943, risorge nel dopoguerra come cine-teatro, riconvertito oggi in teatro e auditorium.
Morto il conte Dal Verme nel 1898, subentra per successione la vedova, Giovanna Gargantini, Jeannette all’anagrafe (1837-1932), parigina, figlia di Antonio e Luigia Carozzi, esuli per motivi politici; tornata a Milano nel 1860, ricca ma non nobile (il padre era avvocato), sposa nel 1863 il conte Dal Verme coronando quella immagine sociale perseguita tenacemente dalla classe borghese: anche la sorella Giulia farà un ottimo matrimonio sposando il marchese Luigi Archinto. Jeannette Gargantini, persi i figli per malattia, cura gli affari del marito e durante la vedovanza si dedica a opere di carità: compare tra i benefattori dell’Ospedale maggiore e un suo ritratto campeggia nella quadreria. Appassionata d’arte come il marito, donerà suoi quadri all’Ambrosiana; il suo nome figura nel 1911 tra i sottoscrittori per l’acquisto della Collezione di strumenti Sambon, nucleo originario del Museo teatrale alla Scala. La contessa Dal Verme terrà il palco sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Pinuccia Carrer)
 
Hanno posseduto questo palco:
D'Adda, Francesco, che ebbe anche: 12 2. ordine destro
Dal Verme, Francesco
Dal Verme Gargantini, Giovanna
Gherardini Litta Visconti Arese, Teresa, che ebbe anche: 12 2. ordine destro
Laboranti, Giuseppe, che ebbe anche: 2 1. ordine sinistro
Orsini D'Adda, Maria
Visconti Aymo, Antonio <2.>
Visconti d'Aragona Gherardini, Vittoria, che ebbe anche: 17 4. ordine sinistro
 
Guarda i proprietari del palco dal 1778 al 1920
 

 

    

  
 
 
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