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Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, IV ordine, settore sinistro

Tra Napoleone, Garibaldi e la nuova Italia unita
Ad acquistare la proprietà del palco, nell´asta del primo aprile, fu don Paolo Meroni (1729-1812) esponente di una delle più note famiglie lombarde, soprattutto nel comasco e nel milanese.
Dopo l’arrivo di Bonaparte a Milano l’assetto sociale, riflesso nell’immagine del teatro e nei suoi palchettisti, mutò radicalmente: i precedenti proprietari filoasburgici furono sostituiti e nelle fonti (per la verità assai rare nel periodo napoleonico) comparvero nomi politicamente graditi al nuovo regime politico. La stessa sorte ebbe questo palco, attribuito nel 1809 alla contessa Masserati, ovvero Francesca Masserati Peregalli Sormani (1770-1854) coniugata con Giuseppe Masserati conte di Lodi vecchio, già vedovo dal 1768 della nobildonna Elisabetta Brady, a sua volta vedova di un nobiluomo comasco. Di origine irlandese, Elisabetta era famosa nella cerchia del Verri oltre che per la bellezza straordinaria per esser poliglotta (conosceva otto lingue); morì incidentalmente per avvelenamento, altrimenti l’avremmo sicuramente incontrata alla Scala. Anche la contessa Sormani rimase vedova: dopo il Massarati, prese come marito un esponente di spicco sin dai tempi della Repubblica Cisalpina, Francesco Peregalli, che diverrà senatore del Regno Italico nel 1810. In quest´ultimo anno troviamo insieme a lei, come utente del palco, Ludovico Barbavara (1772-?).
Dopo la disfatta di Lipsia nel 1813, la fine dei trionfi napoleonici e l’incipiente Restaurazione, ritornano alcuni dei nomi in auge nei tempi asburgici. Ritroviamo così il nome di Paolo Meroni fino al 1838; sembra un paradosso, essendo il Meroni defunto nel 1812, ma succede nella storia del teatro. Un palco fa parte di un’eredità, a volte trasmessa immediatamente ai discendenti, a volte inclusa nelle volontà testamentarie, a volte bene giacente in una trafila successoria il cui nodo si scioglierà soltanto negli anni, quando non nei decenni, successivi. Così è per la proprietà Meroni: il nodo si scioglie nel 1839, quando il palco è attribuito al marchese Giorgio Raimondi Mantica Odescalchi (1801-1882). Protagonista della storia del suo antico casato, egli concentrò nelle sue mani un cospicuo patrimonio, confluito da vari rami familiari, che gli permise una fruttuosa compravendita di proprietà e residenze nobiliari in città come i palazzi in contrada Nova (oggi corso di Porta Nuova) e nella contrada dei Tre Monasteri (oggi via Monte di Pietà) e nei territori del comasco o del Canton Ticino. Ma la sua figura si distinse per il fervente e attivo patriottismo: finanziatore del movimento mazziniano nel 1833, corrispondente epistolare di Carlo Cattaneo, venne coinvolto nei moti insurrezionali del 1848-49. Tra i “cospiratori”, andò esule in Canton Ticino mentre la sua villa dell’Olmo, sul lago di Como, fu occupata e devastata dagli Austriaci, i suoi beni in parte confiscati e in parte sequestrati o gravati dall’imposta straordinaria di guerra. Il marchese poté ritornare a Milano solo nel 1856 per amnistia ricevuta dietro il pagamento imposto da Radezsky di una sorta di tassa “riparatrice” per le trascorse simpatie sabaude. Tuttavia la passione patriottica del Raimondi non si estinse: nel 1859 Giuseppe Garibaldi entrava a Como per liberarla e il marchese si propose di ospitarlo nella sua villa a Fino Mornasco, dove la figlia Giuseppina intrecciò una relazione con l’Eroe dei due Mondi. E si arrivò alla celebrazione del matrimonio (24 gennaio 1860), cerimonia bruscamente interrotta per denuncia d’infedeltà da parte del Generale nei confronti della Raimondi, un matrimonio durato solo un’ora, ma ufficialmente annullato solo nel 1880... quando la realtà supera la fantasia!
Prima di tutto questo, però, il palco era passato nel 1863 dal marchese Raimondi a tre personaggi di diversa origine e occupazione: Paolo Carmine (1831-1889), consigliere comunale di Assago, uomo di certo rilievo se ebbe un lunghissimo necrologio - quasi orazione funebre - pubblicato da Agnelli; Antonio Warchez (1832-?), commerciante nel settore serico, cofondatore del Banco di seta lombardo, oltre che socio del neonato C.A.I. (Club alpino italiano); Giuseppe Ponti (?-24 gennaio 1898), ragioniere, ispettore nel 1871 della Società del Giardino e membro della Società promotrice per le Belle arti.
Il “trio” riflette nel microcosmo scaligero quanto succedeva nel macrocosmo cittadino dove imprenditori e commercianti di estrazione borghese, spesso legati all’industria serica, investivano e diversificavano i capitali a rischio, fondando banche - pullulano le nuove negli anni Settanta - affittando o comprando i palchi, che erano anche un luogo di proficui incontri amicali e di affari.
Nel 1877 a questi nomi si aggiunge quello di Pietro Carmine (1841-1913) che dal 1882 condivide con Paolo, suo fratello, la proprietà del palco. Ingegnere e commendatore, Pietro fu un uomo politico molto attivo sia a livello locale che nazionale, sindaco di Vimercate e presidente del Consiglio Provinciale di Milano, deputato liberale-conservatore sotto diverse legislature, Ministro dei Lavori Pubblici, Ministro delle Finanze, Ministro delle Poste e dei Telegrafi, schierato come “piede in casa” contro quella che si sarebbe rivelata la fallimentare impresa africana.
Il palco rimase in possesso della famiglia Carmine e degli eredi fino alla costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala (1920), passando quasi in extremis a quello che probabilmente era un figlio della sorella di Pietro e Paolo, Giuseppe Pirinoli (1864-1944) socio del C.A.I.: con lui si conferma nella storia dei palchettisti la presenza degli appassionati di montagna, che facevano dell’alpinismo e della difesa dell’ambiente naturale una passione oltre che una missione.
(Maria Grazia Campisi)
 
Hanno posseduto questo palco:
Barbavara di Gravellona, Lodovico
Carmine, Paolo
Carmine, Pietro
Masserati Peregalli Sormani Giussani, Francesca
Meroni, Paolo, che ebbe anche: 9 3. ordine destro; 2 4. ordine sinistro
Pirinoli, Giuseppe
Ponti, Giuseppe
Raimondi Mantica, Giorgio
Warchez, Antonio
 
Guarda i proprietari del palco dal 1778 al 1920
 

 

    

  
 
 
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