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Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco di proscenio, I ordine, settore sinistro

Uno scambio tra Visconti
Il palco di proscenio sinistro, ancor prima della costruzione della Scala, appartiene al Regio Ducal Senatore Filippo Muttoni Visconti, Magistrato Camerale di Milano; nel proprio testamento il senatore Filippo nomina erede universale l’altro suo fratello, Paolo Muttoni,“con la condizione che egli debba essere semplice usufruttuario, sostituendo a lui eredi universali i suoi figli maschi legittimi e morendo egli senza figli, i figli di Donna Paola Muttoni, moglie del senatore Assandri”. Il 10 ottobre 1777 abbiamo notizia dell’“Istromento rogato dal Notaio Agostino Perrocchio” (di vendita e di cambio) col quale gli Esecutori dell’eredità Muttoni cedono al marchese Pompeo Litta <1.> il palco posto “nel nuovo teatro grande sul proscenio in prima fila entrando, a mano sinistra, di ragione dell’eredità”, dietro la cessione del palco n° 6 in terza fila alla dritta entrando, di proprietà del Marchese Litta, più la somma di zecchini gigliati 800.
Dopo questo scambio di palchi e zecchini Paolo Muttoni, usufruttuario, compare nelle fonti solo nel 1779: il palco di proscenio apparterrà sino al 1902 ai Litta Visconti Arese, influente e ricca casata milanese di patrizia nobiltà.
Primo proprietario è Pompeo <1.> (1727-1797), Real Ciambellano e Consigliere Intimo di Stato. Sposato con Elisabetta Visconti di Borromeo, avrà da quest’ultima numerosi figli e tra loro: Antonio <1.>, Maria - l’«inclita Nice» dell’ode pariniana, Claudia, dama d’onore dell’arciduchessa Maria Beatrice e consorte del marchese Ferdinando Cusani (1737-1816) utente del palco nel 1809 e nel 1810: di lui le cronache narrano che “visse con fasto principesco”.
Dal 1813 al 1821, le Guide milanesi attribuiscono il palco di proscenio al figlio maschio di Pompeo, il conte Antonio Litta Visconti Arese <1.> (1748-1820). Creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone Bonaparte, è noto come “il cittadino milanese più ricco del suo tempo”.
Dal 1823, il palco passa al nipote di Antonio, figlio di suo fratello Alfonso, il duca Pompeo <2.> (1785-1835), coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini Tabarca . Alla morte del duca Pompeo <2.> il palco rimane nella disponibilità degli eredi fino al 1845. Dall’anno successivo la proprietà passa al figlio di Pompeo <2.> e di Camilla Lomellini Tabarca, il duca Antonio Litta Visconti Arese <2.> (1819-1866). Capitano dell’esercito Sardo, coniugato con Giuseppina Prior (1823-1901), figlia di una nobile famiglia lombarda. Alla morte del duca Antonio <2.> il palco passa agli eredi e Giuseppina Prior ne rimarrà usufruttuaria fino alla morte.
Solo nel 1903 il palco esce dall´orbita dei Litta Visconti Arese, passando al marchese Oberto Gentile e soci. Figlio di Pietro Luigi Gentile e di Carolina Guicciardi, riconosciuto marchese il 14 febbraio 1899, rimarrà comproprietario con i soci fino al 1920, anno nel quale il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, I ordine, settore sinistro

La duchessa che ignorò Garibaldi
Il palco rimane dal 1778 al 1893 proprietà della nobile famiglia Litta Visconti Arese, influente e ricca casata milanese. Primi proprietari sono Pompeo Litta Visconti Arese <1.> (1727-1797), Real Ciambellano e Consigliere Intimo di Stato e la moglie Elisabetta Visconti Borromeo (1730-1794).
A loro succede nel 1809 il figlio Antonio Litta Visconti Arese <1.> (1748-1820); creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone Bonaparte, Antonio viene ricordato dalle cronache coeve come “il cittadino di Milano più ricco del suo tempo”.
Dal 1823 il palco passa al nipote di Antonio, figlio del fratello Alfonso, il duca Pompeo Litta Visconti Arese <2.> (1785-1835), coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini Tabarca (1797-1850).
Alla morte del duca Pompeo <2.> il palco rimane nella disponibilità della vedova e degli altri eredi fino al 1846, anno nel quale subentrerà il figlio, il duca Antonio Litta Visconti Arese <2.> (1819-1866). Questi sposa nel 1855 Giuseppina Prior (1823-1901), di una nobile famiglia lombarda. Dalla morte di Antonio fino al 1873 il palco rimane ancora una volta nelle disponibilità degli eredi.
Nel 1874 subentra nella proprietà la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini (1837-1914). Riconosciuta dal conte Gian Giacomo, ella è frutto della relazione illegittima tra la madre, Eugenia Visconti e il principe Alfonso Serafino Porcia. Nel 1855 sposa il conte Giulio Litta Visconti Arese, che diventerà poi duca alla morte del fratello Antonio <2.>. Meta del viaggio di nozze è la corte parigina di Napoleone III, dove Eugenia viene apprezzata per bellezza e sagacia. Proprio a Parigi Eugenia dà alla luce il figlio Pompeo (1866). A Milano è assidua frequentatrice del salotto di Clara Maffei e diviene presto sostenitrice della causa antiaustriaca. Conosciuto il futuro re d’Italia Umberto I, inizia con quest’ultimo una relazione affettiva che la porterà ad essere definita sui giornali del tempo "la Pompadour italiana". Il suo palco alla Scala è tra i più frequentati del tempo ed è oggetto di un episodio che all’epoca suscitò scalpore: Giuseppe Garibaldi, ospite al teatro della Scala, fu involontariamente ignorato da Eugenia, suscitando grande scandalo tra i presenti. A risolvere l’imbarazzante situazione intervenne il colonnello garibaldino Giuseppe Missori, il quale raggiunse la contessa nel palco rimanendo con lei per tutta la durata dello spettacolo. Nel 1870 Eugenia dà alla luce il secondo figlio Alfonso, frutto della relazione con Umberto I, che il duca Litta riconosce come proprio. L’adorato figlio Alfonso morirà nel 1891 e la duchessa, per ricordarne la memoria, finanzierà il primo padiglione del nuovo policlinico dell’Ospedale Maggiore di Milano di via Francesco Sforza. Ricordata per essere la musa ispiratrice di Arrigo Boito, nel 1894 cederà il palco a sua maestà Umberto I.
Quando quest’ultimo verrà assassinato a Monza, il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, la proprietà scaligera passerà al figlio e successore al trono Vittorio Emanuele III, che ne conserverà l’opzione fino al 1919, quando subentrerà come proprietario il Demaniopalchi della Corona per cederlo l’anno successivo al Comune di Milano.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, I ordine, settore sinistro

Il palco del pittore
Dal 1778 al 1873 il palco rimane proprietà della nobile famiglia Litta Visconti Arese, influente e ricca casata milanese del XIX secolo. Primi proprietari sono Pompeo Litta Visconti Arese <1.> (1727-1797), Real Ciambellano e Consigliere Intimo di Stato e la moglie Elisabetta Visconti Borromeo (1730-1794).
Al padre Pompeo, succederà, nel 1809, il figlio Antonio Litta Visconti Arese <1.> (1748-1820). Creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone Bonaparte, viene ricordato dalle cronache coeve come “il cittadino di Milano più ricco del suo tempo”.
Dal 1823 il palco passa al nipote di Antonio (figlio del fratello Alfonso), il duca Pompeo Litta Visconti Arese <2.> (1785-1835), coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini Tabarca (1797-1850).
Alla morte del duca Pompeo il palco rimane nella disponibilità della vedova e degli altri eredi fino al 1846, anno nel quale subentrerà il figlio, il duca Antonio Litta Visconti Arese <2.> (1819-1866). Questi sposa nel 1855 Giuseppina Prior (1823-1901), figlia di una nobile famiglia lombarda ed è capitano dell’esercito Sardo. Dalla morte di Antonio <2.> fino al 1873 il palco rimane ancora una volta nelle disponibilità degli eredi.
Dal 1874 la proprietà cambia decisamente connotazione sociale con il subentro del cavaliere Giuseppe Laboranti. Questi è procuratore legale dei Litta Visconti Arese nell’importante «convenzione tra le finanze dello Stato ed i fratelli duca Antonio e conte Giulio», apertasi per risolvere una lite tra la nobile casata e il Demanio di Milano relativa ai diritti di dazio sui fiumi Po, Ticino e Gravellone. Il contenzioso impose l’intervento del ministro delle finanze Scialoja, il quale in data 16 aprile 1866 presentò un apposito progetto di legge al Parlamento italiano. Domiciliato a Milano, figlio del fu Pietro Angelo, Giuseppe Laboranti è uno dei rappresentanti di quella emergente borghesia milanese, nascente nell’ambito amministrativo, che dalla seconda metà del XIX secolo acquista un ruolo di grande rilievo nella società italiana.
Dal 1905 al 1920 il palco è di proprietà della signora Margherita Vitali, nata De Angeli (1873-1946). Come testimonia la nipote, signora Marina Erba, l’acquisizione del palco ha qualcosa di straordinario per l’epoca: venne regalato a Margherita dal padre Alessandro. Quest’ultima da Firenze prende residenza a Milano quando si marita con Edoardo Vitali. Entrambi appartengono a benestanti famiglie della comunità israelitica: il padre di Margherita è fratello di Salvador De Angeli, uno fra i più illustri e ricchi milanesi del tempo; Edoardo, che a Milano si dedica munificamente alle "Cucine ammalati e poveri", è figlio di Beniamino Vitali, anch’esso illustre milanese, che aveva fatto fortuna assieme al fratello come proprietario di importanti telerie. Questa crescita sociale della comunità israelitica venne spezzata dalle leggi razziali e le famiglie Vitali e De Angeli tra il 1943 e il 1945 furono costrette a rifugiarsi in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni nazi-fasciste.
Margherita De Angeli Vitali è la madre del noto pittore Emilio Vitali (1901-1980). Questi è autore di ritratti di molti cantanti; immortala in un dipinto la fioraia della Scala che, con l’immancabile mantello, all’apertura della stagione, offriva mazzetti di fiori alle signore che si apprestavano ad entrare a Teatro per la première. Emilio donerà alla Scala il ritratto del famoso baritono verdiano Carlo Galeffi, grande e tragico Rigoletto ma anche primo Amfortas nel Parsifal di Wagner. Il ritratto a figura intera, in abito di scena (Rodrigo in Don Carlo, opera del debutto scaligero), rimase esposto presso la vecchia biglietteria del teatro fino al recente rifacimento dell’edificio.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, I ordine, settore sinistro

Il palco dei Bagatti Valsecchi
A possedere il palco dal 1778 è una delle famiglie più rinomate dell’aristocrazia milanese: i Litta Visconti Arese. Solo negli anni napoleonici, 1809-1810, il palco avrà utenti diversi, entrambi funzionari del governo napoleonico: il conte Leonardo Giustiniani e il possidente Eligio Turri.
Il marchese Pompeo (1727-1797), primo proprietario, rimarrà titolare fino alla morte. Il conte Antonio Litta Visconti Arese <1.>, creato duca e nominato Gran Ciambellano del Regno d’Italia da Napoleone, ricordato come “il cittadino milanese più ricco del suo tempo”, gli subentra dal 1813 fino al 1822, quando il palco passa al nipote, duca Pompeo <2.> (1785-1835), figlio di suo fratello Alfonso. Questi, coniugato in prime nozze con la principessa Elena Albani e in seconde con la duchessa Camilla Lomellini, lascia il palco alla figlia Livia, coniugata Borromeo Litta, e, per linea diretta, alle nipoti Elisabetta e Camilla, ultime discendenti della famiglia Litta Visconti Arese a possederlo.
Nel 1860 Pietro Bagatti Valsecchi, nato a Milano nel 1802 da Giuseppe Bagatti e Cristina Anell, acquista il palco; nel 1824 Pietro era stato adottato dal barone Lattanzio Valsecchi, secondo marito della madre, rimasta vedova nel 1808, di cui aveva assunto il cognome accanto a quello paterno. Pietro si dedicò per tutta la vita alla pittura: studiò a Parigi e a Ginevra, ottenendo presto notevoli successi. Espose alle mostre d’arte più importanti del suo tempo, a Milano, Venezia, Parigi, Londra, e nel 1842 gli fu conferita per meriti artistici la nobiltà dell’Impero austriaco, dopo l’acquisto, da parte dell’imperatore, della sua pittura su porcellana avente come soggetto Raffaello e la Fornarina. Fu artista fecondo, numerosi suoi schizzi e bozzetti preparatori sono ora conservati presso la Fondazione Bagatti Valsecchi, mentre, purtroppo, molte delle sue opere destinate a collezioni private sono andate perdute. Pietro Bagatti Valsecchi fu Consigliere comunale di Milano negli anni cruciali del Risorgimento, dal 1842 al 1856.
Dall’unione con Carolina Angiolini (1818-1880), figlia del noto avvocato Domenico, nacquero i due figli Fausto e Giuseppe che ereditarono il palco scaligero nel 1864 alla morte del padre. Profondamente affiatati, uniti da una medesima formazione culturale e coesi da comuni tendenze di gusto, i due fratelli avevano invece personalità assai diverse: brillante e mondano Fausto (1843-1914), più riservato e incline alla quiete domestica Giuseppe (1845-1934). Laureati in legge, furono cultori d’arte e grandi studiosi di architettura, dediti in particolare al restauro di edifici secondo gli stili del Quattrocento e del Cinquecento italiani. A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi si dedicarono alla ristrutturazione della dimora di famiglia, situata nel cuore di Milano, in via Gesù 5. Parallelamente i due fratelli collezionavano dipinti, armature e manufatti d’arte di epoca umanistico-rinascimentale, che sarebbero stati poi raccolti nella loro casa-museo, allo scopo di rievocare un’atmosfera antica ispirata al Cinquecento lombardo, che si può respirare ancor oggi.
Giuseppe Bagatti-Valsecchi risulta l´ultimo proprietario del palco nel 1920, quando si crea l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 4, I ordine, settore sinistro

Dai Litta ai Visconti di Modrone
Nel 1778 il palco appartiene al conte Francesco Litta, discendente da una delle più antiche famiglie cittadine, nobili sin dal 1258, al tempo del ducato di Milano.
Come spesso succede nelle famiglie nobili, i rami si staccano dal tronco principale e nascono denominazioni varie e complicate: così i Litta si divisero in: Litta Visconti Arese (uno di loro, Bartolomeo, fece edificare nel Seicento il palazzo di corso Magenta con il teatro annesso, ancor oggi attivo); i Litta Modignani; i Litta Biumi. Il conte Francesco Litta sposò Angela Biumi nel 1739 e assunse i due cognomi; nel 1794 il palco fu ereditato dal figlio Carlo Litta Biumi e nel 1813 passò a sua moglie, contessa Antonia Litta Biumi Brentani.
Nella parentesi francese, nel 1809-1810, utente del palco è Rosalba Borroni Lamberti, che i maligni volevano amante di Leopoldo II durante il suo soggiorno a Milano.
Dopo anni di comproprietà Litta Biumi e Paolo Bertarelli negli anni Quaranta si inserisce nella storia del palco il duca Uberto Visconti di Modrone, che compra metà proprietà nel 1843, cosicché nel 1844 troviamo con lui la nobile Marietta Litta Biumi vedova Vimercati, il conte Pompeo Litta Biumi e suo fratello Antonio, entrambi figli di Carlo e Antonia Litta Biumi, precedenti proprietari.
Pompeo (1781-1852) sarà il famoso genealogista che scriverà la Storia delle 113 famiglie celebri italiane permettendo così di far luce sul patriziato e le sue origini.
Dopo l’Unità d´Italia, il palco passa nel 1871 interamente al figlio di Uberto <1.> conte Luigi Visconti di Modrone e nel 1886 all´altro figlio Guido, importante imprenditore e poi presidente dello stabilimento tessile Visconti di Modrone di Vaprio d’Adda. Agli albori del XX secolo, nel 1906, il palco passa al figlio di Guido e Ida Renzi Giuseppe Visconti di Modrone (1879-1941), gentiluomo di Corte della Regina Elena di Savoia, imprenditore e personaggio dagli eclettici interessi. Giuseppe è noto anche per essere stato il padre del regista Luchino Visconti e della Medaglia d’Argento al Valor Militare Guido Visconti di Modrone. Il 10 novembre 1900 Giuseppe si unì in matrimonio con Carla Erba, nipote dell’industriale farmaceutico Carlo. Fin da giovane appassionato di letteratura e melodramma, Giuseppe entra nel Consiglio d’amministrazione del Teatro alla Scala. Dal 1914 prende in gestione il Teatro Manzoni, creando una compagnia teatrale insieme al drammaturgo Marco Praga (1862-1929). Dal 1914 al 1919 è presidente dell’Inter. A lui, coadiuvato dall’architetto Alfredo Campanili, si deve l’importante realizzazione del borgo neo-medioevale di Grazzano: il “finto” borgo venne ribattezzato da Vittorio Emanuele III Grazzano Visconti e, nel 1937, Giuseppe ricevette il titolo di duca.
Egli chiude la storia del palco nel 1920, anno in cui si crea l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi.
(Pinuccia Carrer)
 
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Palco n° 5, I ordine, settore sinistro

Busca Arconati Visconti
Primo proprietario del palco fu Carlo Galeazzo Busca Arconati Visconti (1722-1780), IV marchese di Lomagna, figlio di Lodovico Busca e di Bianca Arconati Visconti. Gli successero il figlio Lodovico (1758-1841), noto anche come Lodovico Galeazzo, e il nipote Carlo Ignazio (1791-1850), che si alternano come proprietari del palco fino alla morte di Lodovico.
Sposato nel 1844 con Susanna Fauras, Carlo Ignazio non ebbe da lei discendenti e pertanto legittimò e nominò suo erede Lodovico Paolo, avuto da una relazione con Marie Bridgetower, possessore dal 1856 del palco n° 4, II ordine sinistro.
Alla morte di Carlo Ignazio, il titolo di marchese di Lomagna passò allo zio paterno Antonio Marco Busca Arconati Visconti (1795–1870), con il quale Carlo aveva condiviso il palco di famiglia dal 1842 al 1843 e che ne rimase il solo proprietario dal 1844 sino alla morte. Antonio Marco ricoprì diversi incarichi pubblici durante il dominio asburgico: Ciambellano imperiale, Consigliere comunale di Milano, Consigliere di Stato. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1864 fu nominato senatore del Regno. Appassionato cultore delle arti, e mecenate, socio onorario di importanti Accademie di Belle Arti quali quella di Milano e quella di San Luca a Roma, commissionò importanti opere di ristrutturazione nella maestosa villa di delizia a Bollate, che i Busca Arconati avevano ereditato nel 1772 dai cugini Arconati di Castellazzo in seguito all’estinzione di quel ramo del casato. Nel corso del Novecento Villa Arconati passò alla marchesa Beatrice Crivelli; con questa famiglia i Busca Arconati si imparentarono perché Giustina Sormani Andreani Verri, nipote di Lodovico Paolo Busca Arconati Visconti, sposò nel 1900 il marchese Vitaliano Crivelli. E fu la madre di Giustina, Luigia Busca Arconati Visconti (1855-1928), maritata nel 1873 con il conte Pietro Sormani Andreani Verri, a possedere il palco nel 1877.
Poiché Antonio Marco Busca Arconati Visconti non ebbe discendenti, con lui si estinse la famiglia patrizia milanese. Infatti, nel 1878 il palco è acquistato dai nobili Carlo Terzi e Giovanni Spech che dal 1898 al 1905 ne risulterà unico proprietario. Gli Spech appartengono a una famiglia nobile di origine tedesca stabilitasi a Milano intorno al 1750, quando Carlo Andrea viene nominato Commissario della Guerra dell’amministrazione asburgica. Il pronipote Francesco sposa nel 1876 Emilia Venanzia Gavazzi, vedova di Giovanni Battista, industriale della seta, adottandone il figlio Giovanni, che, in realtà, era figlio suo, nato nel 1845 dalla relazione con Emilia, trasmettendogli il nome e il titolo nobiliare. Giovanni Gavazzi viene ricordato anche per aver donato nel 1885 alle Collezioni Civiche la Madonna col Bambino del pittore secentesco Carlo Francesco Nuvolone.
Nel 1907 il palco degli Spech passa al marchese Guiscardo <2.> Barbò di Soresina (1873-1922), proprietario anche del n° 15, stessi ordine e settore. Discendente di un antico e illustre casato lombardo, il marchese Barbò è titolare sino al 1920, quando si costituisce l’Ente Autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 6, I ordine, settore sinistro

Dal principe all’ambasciatore
Primo proprietario del palco dal 1778 al 1818 fu Egidio Gregorio Orsini del ramo milanese dei principi di Roma, nato nella parrocchia di S. Babila nel 1736 e morto in quella di San Marco nel 1819. Figlio primogenito di Giulio Gregorio e Maria Caterina Marino dei marchesi di Castelnuovo Scrivia, sposò nel 1760 Paola Calderara, figlia di Antonio e Margherita Litta Visconti, talmente noti a Milano da aver avuto in omaggio per le loro nozze un’infilata di rime dell’Arcadia milanese.
Il principe fu nominato Maggiordomo Maggiore del Regno Lombardo-Veneto nel 1816. Abitava in Borgo Nuovo 1522, una “casa grandiosissima” – dicono le fonti del tempo - con l’interno ridotto a “elegante e comoda costruzione” da Luigi Canonica e adornata dai dipinti di Andrea Appiani. La casa esiste ancora, all’odierno civico n° 11 ed è la sede di rappresentanza della ditta Armani.
Personalità di spicco del governo asburgico (fu Consigliere Intimo di Stato nel 1782), Egidio Gregorio perse il palco nel periodo napoleonico: nel 1809 troviamo come utente il militare Maurizio Ferrario, nel 1810 il notaio e possidente Giovanni Battista Vitali Rota; lo riacquistò nel 1813 e al ritorno degli austriaci e nel 1815 venne nominato Maggiordomo Maggiore del Regno Lombardo-Veneto.
Dal 1821 fino al 1838 il palco è intestato ad Antonio Robaglia, banchiere e imprenditore, poi cavaliere, titolare dal 1816 assieme al conte Luigi Porro della privativa quinquennale per l’uso di una macchina a vapore per la filatura dei bozzoli da seta.
Dal 1839 al 1841, il palco fu di Giovanni Limito, quello che oggi definiremmo un “parvenu”: negoziante, aveva acquistato nel 1822 un palazzo prestigioso ipotecato appartenuto al defunto conte Francesco Lurani in Contrada del Monte 5465, in pieno centro; nella stessa contrada, in Porta Orientale (oggi Porta Venezia) si trovava il suo negozio di mastro macellaio.
Nel 1842 il palco passò a Zaccaria Riva, altro “borghese”, nato come droghiere e divenuto possidente. Sua moglie, Antonia Francesconi, nel 1793 acquisì dalla vedova di Giovanni Battista Solaro, nobildonna Rosa Gozzoni, sola e senza eredi, la villa di delizia di Misinto in Brianza: in questo modo i Riva subentrarono ai nobili dell´antica famiglia dei Solaro.
Per due anni (1856-57) il palco rimase in eredità attendendo che il figlio di Zaccaria, Alessandro Riva (1836-1907), divenisse maggiorenne. Egli infatti fu il successivo proprietario dal 1858 al 1907. Commendatore e Cavaliere di Gran Croce, Alessandro si laureò in giurisprudenza nel 1860 presso la Regia Università di Pisa; ottenne dunque l’abilitazione all’esercizio dell’avvocatura e in seguito intraprese con grande successo la carriera diplomatica. Nel settembre del 1866 fu chiamato a prestare servizio al ministero e nel febbraio 1867 divenne vice console di terza classe. I suoi numerosi incarichi diplomatici lo videro impegnato in varie città d’Europa (l’Aja nel 1878, Berna nel 1864 e poi nel 1881, Berlino nel 1886 e infine Sofia nel 1893) e fuori dal continente: fu inviato straordinario e Ministro plenipotenziario di Sua Maestà il Re d’Italia Vittorio Emanuele II a Rio de Janeiro nel 1888. Alessandro Riva sposò il 2 ottobre 1878 Clementina Cusani Visconti e fu per tale ragione che il figlio Luigi, grazie ad un decreto imperiale del 1910, poté aggiungere al proprio cognome quello dei Cusani. La dimora milanese di Riva e del figlio si trovava in via Bigli 12, nell´abitazione di Zaccaria che, prima dell´Unità, era in contrada dei Biglj 1245.
Luigi Riva Cusani, nato a Misinto, ingegnere di professione, fu proprietario del palco dal 1908 sino al 1920, anno in cui si conclude la storia della proprietà privata dei palchi del Teatro alla Scala. Il nome di Luigi e dei Cusani è legato fino al 1919 a un “castello avito” ancor oggi monumento della Val Borbéra, il Castello della Pietra di Borgo Adorno (Vobbia-Genova).
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, I ordine, settore sinistro

Il palco che ospitò Ugo Foscolo
Nel 1778 prima titolare è la contessa Antonia Barbona Solari (1726-1804), figlia di don Giulio Cesare Solari, della piccola nobiltà novarese. Coniugata nel 1746 con Pietro Brusati - dal quale ebbe la figlia Costanza - rimase vedova nel 1749, sposando subito l’ottantenne Antonio Barbon, che morì nel 1750. Nel 1776 sposò il conte Giacomo Mellerio (1711-1782), già suo amante, titolare del palco nel 1779.
Dal 1780 sino al 1796 il palco risulta intestato alla figlia della Barbona Costanza Brusati (1747-1805), moglie del marchese Giacomo II Fagnani, dal quale ebbe tre figli: Federico (1775-1840), Maria Emilia e Antonietta. Federico fu il quinto marchese di Gerenzano e con lui si estinse la linea maschile della famiglia. Nella Milano napoleonica egli ricoprì varie e importanti cariche: fu ciambellano, consigliere di Stato, cavaliere della Corona ferrea. Non contrasse mai matrimonio, né si conoscono i nomi delle sue amate, se non quello di Angela Petragrua; una preziosa indicazione a riguardo, datata 26 dicembre 1814, si trova a margine di una copia dell’opera di Luigi Lanzi Storia pittorica dell’Italia in possesso di Stendhal, nella quale lo scrittore francese lamenta di essere stato abbandonato dalla sua amante Angela per il marchese Fagnani. Un anno prima, nel 1813, il marchese aveva ereditato il palco di proprietà della famiglia. Non avendo figli, gli eredi più diretti furono le sue due sorelle.
Maria Emilia nacque a Londra, dalla relazione illecita tra la madre Costanza e William Douglas, terzo conte di March e quarto duca di Queensbarry, iniziata durante uno dei molti viaggi della coppia Fagnani nel nord Europa. Giacomo riconobbe la figlia come propria e, tuttavia, Mie-Mie (questo il soprannome della bambina) crebbe in Inghilterra sotto la tutela di George Selwyn, amico di Douglas, e, ancora adolescente, sposò Charles Francis Seymour-Conway, conte di Yarmouth, per trasferirsi poi con il marito a Parigi. L´altra sorella Antonietta fu una delle figure di spicco della società milanese in epoca napoleonica. Il 20 dicembre 1798 sposò, in Santa Maria alla Porta, il conte Marco Arese Lucini. Più volte citata dai contemporanei per la sua bellezza unita al molto ingegno, intrattenne una relazione amorosa con Ugo Foscolo, il quale le dedicò la famosa ode All’amica risanata: l’occasione fu proprio il rientro in società dell’amata, dopo un periodo di malattia durante il quale al poeta non era stato possibile vederla. La relazione ci è nota attraverso le sole lettere di lui, il cui destino costituisce un caso interessante. Restituite a Foscolo dall’amante dopo la rottura del loro rapporto, furono affidate dal poeta a Silvio Pellico, dopo l’arresto del quale passarono attraverso varie mani. Giunsero infine al letterato Emilio De Tipaldo, che ne fece due apografi, rinvenuti successivamente nell’archivio della Casa Editrice Barbera. Gli originali, finiti in Grecia, non sono mai stati ritrovati. Sarà il nipote abiatico di Antonietta, conte Antonio Arese Luicini ad ereditare il palco, di cui risulta titolare per quattro anni.
Nel 1860 intestatario fu il barone Gaetano Ippolito Ciani (1780-1868), patriota, cavaliere della Corona ferrea, proprietario della Villa d’Este e della dépendance trasformata nel famoso Albergo Reine d’Angleterre, sul lago di Como, a Cernobbio.
Il palco passò nel 1870 al mantovano Abramo Sforni Vita, uno dei più ricchi esponenti della comunità ebraica milanese dell’Ottocento, coinvolto con il fratello Davide nella fondazione della Società in accomandita semplice G.B. Pirelli.
Dal 1902 al 1920 ultimo proprietario è un altro esponente dell’ebraismo milanese, Pietro Volpi Bassani, proprietario con la moglie Alessandrina anche del palco n° 8, I ordine sinistro, noto per aver ideato l’omonima galleria che collegava via Rastrelli e via Visconti; la galleria pedonale e commerciale fu distrutta nel 1938 per creare la piazza intitolata al generale Armando Diaz. Volpi Bassani, avvocato, cavaliere, commendatore, era attivo pacifista e promotore, come Guido Carlo Visconti di Modrone, della rivista Giù le armi, edita da Sonzogno. Per onorare la memoria della moglie, morta nel 1901, si assunse l´onere delle spese di restauro della leonardesca Sala delle Assi al Castello Sforzesco.
Fu l´ultimo proprietario: nel 1920 il Comune inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, I ordine, settore sinistro

Dai Calderara ai Volpi Bassani
Negli anni 1778-1779 il palco risulta appartenere al marchese Bartolomeo Calderara (1747-1806), coniugato con la danzatrice Vittoria Peluso, impegnato tra il 1776 e il 1778 nell’Impresa del Teatro alla Scala e che nel 1778 assunse, con un contratto di cinque anni, l’appalto del teatro insieme ad altri due palchettisti, il conte Ercole Castelbarco e il marchese Giacomo Fagnani.
Dal 1780 il palco fu di proprietà di Federico <1.> Fagnani (1702-1782), coniugato con Rosa Clerici, e in seguito di suo figlio Giacomo (1740-1785), sposato con Costanza Brusati. La coppia ebbe tre figli: Federico <2.>, Maria Emilia e Antonietta. Il primo, nato nel 1775, fu il quinto marchese di Gerenzano e con lui si estinse la linea maschile della famiglia. Nella Milano napoleonica il marchese Federico ricoprì varie e importanti cariche: fu ciambellano, consigliere di Stato, cavaliere della Corona ferrea. Non contrasse mai matrimonio, né si conoscono i nomi delle sue amate, se non quello di Angela Petragrua. L’unica indicazione al riguardo, datata 26 dicembre 1814, si trova a margine di una copia in possesso di Stendhal della Historia pittorica dell’Italia di Luigi Lanzi, in cui lo scrittore francese lamenta di essere stato abbandonato dalla sua amante Angela per il marchese Fagnani.
Dal 1841 il palco passò agli eredi di Federico, che, non avendo figli, furono le due sorelle maria Emilia e Antonietta. Maria Emilia nacque a Londra dalla relazione adulterina tra la madre Costanza e William Douglas, terzo conte di March e quarto duca di Queensbarry, iniziata durante uno dei molti viaggi della coppia nel nord Europa. Giacomo riconobbe la figlia come propria e, tuttavia, Mie-Mie (questo il soprannome della bambina) crebbe in Inghilterra sotto la tutela di George Selwyn, amico di Douglas, e, ancora adolescente, sposò Charles Francis Seymour-Conway, conte di Yarmouth, per trasferirsi poi con il marito a Parigi. Non fu lei, però, a ereditare il palco, ma l’ultimogenita, Antonietta: nata nel 1778 fu una delle figure di spicco della società milanese in epoca napoleonica. Il 20 dicembre 1798 sposò, in Santa Maria alla Porta, il conte Marco Arese Lucini, motivo per cui i due palchi, di proprietà della sola famiglia Fagnani fino al 1848, passarono per eredità agli Arese Lucini. Antonietta, più volte citata dai contemporanei per la bellezza e il rafinato ingegno, intrattenne una relazione amorosa con Ugo Foscolo, il quale le dedicò la famosa ode All’amica risanata: l’occasione fu il rientro in società dell’amata, dopo un periodo di malattia durante il quale al poeta non era stato possibile vederla. La relazione ci è nota attraverso le sole lettere di lui, il cui destino costituisce un caso interessante. Restituite a Foscolo dall’amante dopo la rottura del rapporto, furono affidate dal poeta a Silvio Pellico, dopo l’arresto del quale passarono attraverso varie mani, per giungere infine al letterato Emilio De Tipaldo, che ne fece due apografi, rinvenuti successivamente nell’archivio della Casa Editrice Barbera. Gli originali, finiti in Grecia, non sono mai stati ritrovati.
Dal 1856 al 1859, dunque, il palco fu di proprietà della famiglia Arese Lucini, nella figura del conte Antonio, per essere poi acquistato, nel 1860, da Fortunato Bassani, ricco possidente mantovano di origine ebraica convertito al cattolicesimo, proprietario di molti stabili in città, contando ben nove case nella Milano del 1893, nelle zone di via Rastrelli, corso di Porta Romana, Borgo San Gottardo.
Il palco fu ereditato dalla figlia Alessandrina e dal genero Pietro Volpi Bassani, noto a Milano per aver costruito la Galleria Visconti o Volpi Bassani, demolita nel 1938 per far posto a piazza Diaz. Volpi Bassani, avvocato, cavaliere, commendatore, era attivo pacifista e promotore, come Guido Carlo Visconti di Modrone, della rivista Giù le armi, edita da Sonzogno. Per onorare la memoria della moglie, morta nel 1901, si assunse l´onere delle spese di restauro della leonardesca Sala delle Asse al Castello Sforzesco.
Fu l´ultimo proprietario: nel 1920 il Comune inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, I ordine, settore sinistro

Intrecci di palchi
Negli anni 1778-1779 il palco appartenne al marchese Federico <1.> Fagnani (1702-1782), coniugato con Rosa Clerici, e al loro figlio Giacomo (1740-1785), sposato con Costanza Brusati.
Nel 1780 passò nelle mani del marchese Bartolomeo Calderara (1747-1806), coniugato nel 1783 con la danzatrice Vittoria Peluso. Nel 1778 Calderara assunse con un contratto di cinque anni l’appalto del teatro insieme al conte Ercole Castelbarco e al marchese Giacomo Fagnani.
Nel 1813 il palco fu ereditato dalla vedova Vittoria, coniugata in seconde nozze, dal 1808, con il generale Domenico Pino. Nel 1821 la storia del palco n° 9 ritorna ad intrecciarsi con le vicende della famiglia Fagnani. Dal matrimonio tra Giacomo Fagnani e Costanza Brusati erano nati tre figli: Federico <2.>, Maria Emilia e Antonietta. Il primo, nato nel 1775, fu il quinto marchese di Gerenzano e con lui la linea maschile della famiglia si estinse. Maria Emilia nacque a Londra dalla relazione adulterina tra la madre Costanza e William Douglas, terzo conte di March e quarto duca di Queensbarry, iniziata durante uno dei molti viaggi intrapresi dalla coppia nel nord Europa. Giacomo riconobbe la figlia come propria e, tuttavia, Mie-Mie (questo il soprannome della bambina) crebbe in Inghilterra sotto la tutela di George Selwyn, amico di Douglas, e, ancora adolescente, sposò Charles Francis Seymour-Conway, conte di Yarmouth, per trasferirsi poi con il marito a Parigi.
L’ultimogenita Antonietta nacque nel 1778 e fu una delle figure di spicco della società milanese in epoca napoleonica. Il 20 dicembre 1798 sposò, in Santa Maria alla Porta, il conte Marco Arese Lucini, ed è infatti come contessa Arese Lucini che risulta proprietaria del palco n° 9, a partire dal 1821. Antonietta, più volte citata dai contemporanei per la bellezza e il rafinato ingegno, intrattenne una relazione amorosa con Ugo Foscolo, il quale le dedicò la famosa ode All’amica risanata: l’occasione fu il rientro in società dell’amata, dopo un periodo di malattia durante il quale al poeta non era stato possibile vederla. La relazione ci è nota attraverso le sole lettere di lui, il cui destino costituisce un caso interessante. Restituite a Foscolo dall’amante dopo la rottura del rapporto, furono affidate dal poeta a Silvio Pellico, dopo l’arresto del quale passarono attraverso varie mani, per giungere infine al letterato Emilio De Tipaldo, che ne fece due apografi, rinvenuti successivamente nell’archivio della Casa Editrice Barbera. Gli originali, finiti in Grecia, non sono mai stati ritrovati.
Come i palchi n° 7 e n° 8 dello stesso ordine, il n° 9 passò definitivamente dalla famiglia Fagnani a quella degli Arese Lucini. Dal 1856 al 1862 fu di proprietà del conte Antonio, nipote di Antonietta, quindi del figlio di quest’ultima e di Marco Arese Lucini, Francesco. Nato nel 1805, il conte Francesco fu deputato nel 1849 e senatore dal 1854 al 1881. Suo nipote Achille ereditò il palco nel 1883: fu militare di carriera e deputato per due legislature dal 1873. La storia del palco si chiude con Margherita Arese Lucini, figlia di Achille e coniugata con Rienzo de Renzis, barone di Montanaro e di San Bartolomeo, esponente di una delle famiglie nobili dell’ormai ex Regno delle Due Sicilie. Margherita mantenne la titolarità dal 1906 al 1920, quando la storia delle proprietà private dei palchi si concluse con la costituzione dell’Ente autonomo del Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, I ordine, settore sinistro

Qui venne lo storico della Scala
All’apertura del Teatro nel 1778 il palco ha quattro comproprietari: il conte Ignazio Caimi Ciceri, il facoltoso commerciante Francesco Pino, suo fratello Domenico e don Pietro Cozzi. Ignazio Caimi Ciceri (1701-1785) apparteneva ad una delle casate milanesi più antiche il cui prestigio è testimoniato dallo stemma di famiglia inserito in una delle torri di Porta Ticinese. Non avendo eredi diretti, lasciò la sua metà del palco al nipote Giacomo Camillo Bagliotti figlio della sorella Antonia coniugata con il conte Paolo Gaudenzio Bagliotti. Il barone Pietro Cozzi, tesoriere del Senato, ebbe il titolo nobiliare da Maria Teresa per il lungo e fedele servizio prestato nell´amministrazione asburgica. Egli cedette nel 1782 il suo quarto di proprietà ai fratelli Francesco e Domenico <1.> Pino, agiati commercianti originari di Cremona, unici proprietari non nobili di un palco nelle esclusive prime due file. Alla morte di Francesco il palco passò in eredità ai figli Domenico <2.> (1760–1826) e Giacomo (1767–1812). Domenico <2.> fu un generale al servizio di Napoleone, distintosi nella seconda campagna d´Italia e incaricato nel giugno del 1800 dal governo della Repubblica Cisalpina di riorganizzare la Guardia Nazionale milanese; Giacomo anch’egli militare, fu aiutante di campo del fratello, ma morì in Russia nel 1812 nella battaglia di Malojaroslavetz. Domenico sposò nel 1808 Vittoria Peluso (1766-1828), detta la Pelusina, celebre ballerina del Teatro alla Scala, vedova del Conte Bartolomeo Calderara (1747-1806), primo impresario della Scala, il quale le lasciò in eredità la splendida Villa d´Este a Cernobbio, frequentata da ospiti illustri, fra i quali Niccolò Paganini che si esibì col proprio violino accompagnato alla chitarra dal generale Pino, appassionato di musica ed egli stesso violinista dilettante. Ai Pino subentra dal 1793 al 1796 un non meglio identificato Giovanni Pietro Villa. Nel 1809 il palco viene acquisito dalla Duchessa Luigia Busca Serbelloni, vedova del Marchese Ludovico Busca Arconati Visconti. Dal 1813 la proprietà del palco passa in condivisione, alle famiglie Ala Ponzone e Cambiasi.
La marchesa Maria Visconti Ciceri, ultima discendente di un nobile e antico casato milanese, porta il palco in dote al marito, il marchese Daniele Ala Ponzone (1769-1824), appartenente ad una delle più illustri famiglie feudali di Cremona, e proprietario di altri due palchi (n° 14, III ordine, settore destro e n° 2, I ordine, settore destro). Tutti e tre i palchi passeranno al figlio Filippo (1814-1885) il quale nel 1842 eredita anche i beni del cugino Giuseppe Sigismondo (1761-1842), noto come mecenate e collezionista d’arte e per aver fondato il Museo Ala Ponzone di Cremona.
Filippo da bambino, tra il 1820 e il 1824, aveva preso lezioni di pianoforte da Carl Mozart (1784-1858), secondo figlio di Wolfgang Amadeus, come risulta dai Kassabücher della marchesa Maria Visconti Ciceri in possesso del Mozarteum di Salisburgo. Carl Mozart si era stabilito a Milano nel 1805 dove aveva studiato con Bonifazio Asioli, futuro primo direttore del Conservatorio; qui trascorse il resto della sua vita al servizio dell’amministrazione finanziaria asburgica. Filippo, con il quale si estinse la linea maschile del casato Ala Ponzone, continua la tradizione di famiglia di mecenate e amante dell’arte, amplia la collezione del museo, donando nel 1836 il dipinto San Francesco in meditazione di Caravaggio che costituisce l’opera più pregiata del museo. Alla sua morte il palco viene ereditato dalla figlia Paolina (1843-1893), coniugata con il conte Federico Cimino.
Gli altri proprietari del palco, i Cambiasi, appartengono ad una agiata famiglia milanese di estrazione borghese: primo proprietario Francesco, titolare del Caffé Cambiasi, di fronte al Teatro, al n° 1149 della piazza. Sino al 1833 risulta intestataria del palco la vedova Maria Caterina Soncini, tutrice dei figli minorenni; dal 1834 proprietario di metà del palco risulta il figlio Isidoro Cambiasi (1811-1853), saggista e critico musicale, cofondatore nel 1842, con l’editore Giovanni Ricordi, della Gazzetta musicale di Milano.
Dal suo matrimonio con la pianista Cirilla Branca, figlia di Paolo, noto mecenate milanese, nacque Pompeo Cambiasi (1840-1906), presidente della delegazione dei Palchettisti del Teatro alla Scala, consigliere della casa di riposo per musicisti “G.Verdi” e assessore del Comune Milano. Pompeo inoltre collaborò come il padre alla Gazzetta musicale di Milano e nel 1906 pubblicò la nuova edizione del volume La Scala 1778-1906: note storiche e statistiche, un contributo fondamentale per la storia del Teatro milanese.
Le famiglie Ala Ponzone e Cambiasi condivisero il possesso del palco sino al 1920, anno in cui con la cessione dei palchi al Comune e la costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala si avvia a conclusione la storia della proprietà privata dei palchi.
(Claudia Strano)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, I ordine, settore sinistro

Qui sono tutti "Villani"
La storia del palco è legata dai suoi inizi alla nobile famiglia Villani. Il primo proprietario del palco è il marchese Antonio Villani (1743-1823) discendente dal ramo lodigiano: il suo antenato Alessandro, sposando Isabella figlia di don Giovanni Crivelli, aggiungerà al casato il cognome Crivelli.
Antonio <1.>, alla morte del fratello primogenito Francesco, diviene erede del titolo e delle proprietà. La madre Giulia, rimasta vedova del marito Giuseppe Antonio si sposa in seconde nozze con Ignazio Caimi e rimane curatrice dell’eredità dei figli fino alla loro maggiore età.
Antonio <1.> Villani alla morte del padre è iscritto al collegio dei nobili Longoni. Decurione di Lodi, Ciambellano imperiale, è ammesso al patriziato milanese poiché l’eccellentissima città di Milano in data 23 dicembre 1770 lo riconosce capace «di tutti gli onori, prerogative e cariche competenti alli nobili patrizi di questa città». Nel 1763 egli sposò la nobile Leonora (1746-1819), figlia di Filippo Maria Doria Sforza Visconti, marchese di Caravaggio. Da questo matrimonio nacquero: Bianca Maria, sposata al Marchese Giuseppe Lalatta, Francesco Baldassare, Giulia sposata con il conte Lodovico Schizzi, Eleonora che sposa il Conte Francesco Nuzzi, modenese, dalle cui nozze nacque Bianca la quale sposerà a sua volta lo zio Alessandro Villani; Giovanni, Maria, canonichessa in Cremona, che nel 1797 si marita con Don Giovanni Agostino Cavalcarò, e infine, l’erede designato Alessandro Villani (1773-1815), il quale dalla cugina Bianca figlia di sua sorella Eleonora e del conte Francesco Nuzzi ebbe il primogenito Antonio <2.> (1811-1860) e il di lui fratello Filippo.
All’epoca, la notorietà del nobile Antonio <1.> fu legata in modo particolare alla maestosa villa che egli fece costruire a Borgovico di Como. Fu la moglie Leonora Visconti Sforza, che portò il progetto del fabbricato da uno dei suoi viaggi, ma gli architetti Leopold Pollack e Pietro Bianchi, che diressero i lavori, apportarono modifiche all’idea originale. Cominciata nel 1783 e terminata nel 1790, la villa costò 222.000 lire milanesi. Presso di essa il marchese ricevette ed ospitò sovrani e principi; alla morte del conte Antonio <1.>, diventò proprietà del marchese Rocca Saporiti. Durante il turbolento periodo napoleonico, nel 1809 e nel 1810, il palco risulta della signora Gaetana Mazzucconi nata Lavezzari, prima di ritornare nel 1813 nelle disponibilità del marchese Villani e, deceduto il conte Antonio <1.> nel 1823, in quella degli eredi. Poiché il figlio Alessandro era morto sette anni prima del padre, le proprietà, palco compreso, verranno ereditate dal primogenito di Alessandro e Bianca Nuzzi, il nipote Antonio <2.>. Quest’ultimo, Ciambellano imperiale, fu uno studioso e dotto linguista che, a detta della famiglia, conosceva il greco antico, l’arabo e quasi tutte le lingue parlate ai tempi, compreso il polacco. Antonio <2.> sposa Ida Sormani, figlia del nobile Alessandro.
Tra il 1842 e il 1848 la proprietà del palco è equamente spartita tra i fratelli «i signori marchese Antonio e cavaliere Filippo Villani», da una parte, e «i signori Francesco Maria e Attilio Spinella o Spinelli», dall’altra.
Nel 1856 il palco ritorna nelle salde mani del fratello di Antonio <2.>, il nobile Filippo Villani. Quest’ultimo aveva studiato legge all’Università di Padova. Sospettato di attività antiaustriache, nel 1848 venne imprigionato a Milano nel palazzo del Capitano di Giustizia all’inizio di gennaio: gli insorti milanesi lo liberarono il 20 marzo, nel corso delle Cinque Giornate. Il 14 ottobre 1834 Filippo Villani aveva sposato Amalia, figlia del conte padovano Francesco Ferri, prefetto di Belluno durante il regno napoleonico d’Italia. Amalia morì nell’ottobre 1848. Due anni dopo, il 23 aprile 1850, Filippo sposa Carolina Saj, ballerina del Teatro alla Scala.
Da Amalia Ferri ebbe quattro figlie: Bianca maritata al cavalier Pasetti (vicentino); Giulia Giovanna morta precocemente nel 1837; Alessandrina, sposata con il conte Mark-Caffry, irlandese, generale negli eserciti di S. M. l’Imperatore d’Austria; Anna Antonietta sposatasi con il conte ungherese Guglielmo Palffy-Daun. Da Carolina Saj ebbe quattro figli: Giovanni Giuseppe, Giulia morta infante, Laura e Ida che pochi giorni prima della morte del padre si era sposata col tenente di cavalleria Luigi Allocchio.
Alla morte di Filippo, la Gazzetta Musicale di Milano stila per il marchese un necrologio nel quale compare come «anima buona e generosa», patriota amico di «Mazzini, Garibaldi e Verdi», «di aspirazioni letterarie e musicali», ma più volte ricorre il termine «bizzarro», relativo alla sua natura. La figlia è l´ultima intestataria fino al 1920, anno in cui il Comune espropria i palchi e si istituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, I ordine, settore sinistro

Dalla nobiltà alla borghesia
Quando la famiglia Miconi di nobili origini genovesi si trasferì a Milano nel XVIII secolo acquisì la cittadinanza lombarda e ne sottolineò l’appartenenza con l’acquisto nel 1778 di un palco nel nuovo teatro scaligero appena sorto. I due fratelli Alessandro (1728-1792) e Antonio Maria Miconi (1723-1798), l’uno sacerdote e l’altro senza eredi, lasciarono per testamento i loro beni al nipote Marco Cassera, marito della sorella Teresa: il loro figlio conte Giuseppe <1.> (1784-1813) ereditò il palco. Alla sua morte saranno la vedova Luigia Ferrari Oltrocchi (1796-1813), poi risposata con il conte Francesco Borgia, e la figlia AngiolaAngiola Della Somaglia (1813-1877) a figurare come proprietarie. Ultima esponente del casato Cassera, Angiola si unì in prime nozze al conte Giovanni Cavazzi della Somaglia e in seconde al senatore del Regno Marco Greppi, conte di Bussero. Dedicò la propria vita alla beneficenza; seguendo il suo esempio, anche il figlio Gian Luca rivestì importanti cariche nell’ambito dell’assistenza e dell’impegno sociale e umanitario, divenendo tra l’altro Presidente della Croce Rossa.
Nell’avvicendarsi dei proprietari e delle eredità, il palco fu testimone della trama genealogica intessuta nel XIX secolo tra alcuni dei più importanti casati nobiliari di Milano. La linea ereditaria quindi, pur sotto diversi nomi, si mantenne ininterrotta fino al 1873, anno in cui nella proprietà del palco venne sancito il passaggio dalla nobiltà di centenaria tradizione alla più recente, ma altrettanto potente, alta borghesia lombarda. Così il n° 12 del I ordine sinistro, acquisito da Giovanni Battista Ponti (1827-1882), divenne il palco di una famiglia di facoltosi industriali tessili del varesotto ed ebbe come ultimo proprietario, dal 1885, il suo più noto esponente Ettore Ponti (1855-1919), cui ancora alcune vie di Milano recano omaggio.
Progressista e liberale, il suo impegno, tanto come industriale che come politico, fu volto all’innovazione tecnologica, alla promozione culturale e all’assistenza sociale. Fu uno tra i primi a realizzare villaggi industriali, con scuole, forni e società di mutuo soccorso per gli operai. Finanziò la costruzione, presso l’Ospedale Maggiore di Milano, di due padiglioni per la cura e la riabilitazione degli infortuni sul lavoro. Fu sposato a Remigia Spitaleri dei Baroni di Muglia, di origine catanese e musicista, donna di grande fascino, dalla quale ebbe tre figli. Ponti fu membro della Società anonima per l’esercizio del Teatro alla Scala, della Società Storica Lombarda, dell’Accademia di Belle Arti; fece parte del consiglio di amministrazione della Società Anonima Meccanica Lombarda, che fornì gli areoplani “Aviatix” usati nella guerra italo-turca. Durante il suo mandato di sindaco (1905-1909) Ponti dotò Milano di infrastrutture e servizi pubblici che potessero sostenere la nuova realtà urbana in espansione: alla sua amministrazione si devono l’Azienda elettrica municipale, l’Istituto Autonomo delle Case popolari, i lavori di prolungamento della rete tranviaria, il nuovo macello, il mercato del bestiame e ortofrutticolo. Nel 1906 la città ospitò l’Esposizione Universale, detta “del Sempione”, per l’apertura dell’omonimo traforo ferroviario che metteva in comunicazione Italia e Svizzera. Dopo aver ospitato il re e la regina nella sua residenza a Palazzo Bigli, Ettore Ponti ricevette il titolo, con dignità ereditaria, di Marchese, ad aggiungersi agli innumerevoli altri riconoscimenti: Cavaliere del lavoro, Commendatore della Legione d’onore, Senatore dal 1900. Anche dopo il ritiro a vita privata e la ripresa degli studi, Ettore Ponti non abbandonò il proprio impegno politico e sociale: membro del Comitato Lombardo per le vittime del terremoto di Messina e Reggio Calabria e dell’Associazione per l’alta cultura a Milano, patrocinò la costruzione di Città Studi e fu uno dei promotori degli Istituti Clinici di Perfezionamento per giovani medici (1906).
Così si legge nella commemorazione ufficiale del Senato:“La innata signorilità del Ponti e l’elevato modo di intendere la dignità della rappresentanza cittadina, congiunte alla varia e vasta cultura, e la sua famigliarità colle lingue estere, fecero di lui il sindaco ideale di Milano nel momento in cui si apprestava a divenire il convegno di quanto di più illustre enumerava il mondo industriale, commerciale, scientifico ed artistico”.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, I ordine, settore sinistro

Tra i palchettisti del Ducale e i costruttori del Carcano
Il palco al momento dell’inaugurazione del Teatro è di proprietà di donna Rosa Pecis (morta nel 1782) la cui famiglia di nobiltà minore ebbe origine nelle valli bergamasche. Già palchettista del vecchio Teatro Ducale, ha il diritto di prelazione per l’assegnazione di un palco nel costruendo nuovo teatro. Ebbe due figli maschi, Antonio e il conte Giuseppe (1722-1799), personalità di spicco dell’amministrazione asburgica, autore del poema epico celebrativo intitolato L’Austriade (1764), un omaggio all’imperatrice Maria Teresa e all’arciduca Giuseppe col quale si guadagnò la riconoscenza della corte viennese. Maria Teresa lo nominò Sovrintendente Generale delle acque, delle strade e dei confini della Lombardia austriaca.
Alla morte di donna Rosa nel 1783 il palco salta una generazione e passa alle tre nipoti, figlie di Antonio: Carolina coniugata Bellinzaghi, Giulia coniugata con il “fermiere” Pietro Venini e Teresa con Antonio Tanzi, creato conte da Giuseppe II nel 1787. Quest’ultima porta il palco in dote al marito, già proprietario sin dall’apertura del Teatro di un altro palco (n° 1, III ordine destro). Ma il nome di Tanzi compare solo per pochi anni. Dal 1793 infatti sono ancora le sorelle Giulia e Carolina a risultare le sole proprietarie del palco.
Morta prematuramente Giulia nel 1820 ed estinta la sua discendenza, Carolina e la sua famiglia rimangono a lungo gli unici proprietari; a Carolina nel 1845 subentra infatti il figlio Carlo Bellinzaghi, ingegnere e membro del Consiglio Comunale di Milano dal 1844.
Il successivo proprietario dal 1859 al 1862 fu il nobile Pompeo Calvi (1806-1884), apprezzato pittore paesaggista, allievo all’Accademia di Brera di Giovanni Migliara, che ricevette molte commissioni dalle famiglie aristocratiche milanesi.
Dal 1863 il palco viene acquisito Alfredo Carcano che ne risulta proprietario sino al 1904. Cavaliere dell’Ordine di Malta, Alfredo è il nipote del banchiere Giuseppe Carcano, noto per aver fatto costruire nel 1803, su progetto del famoso architetto Luigi Canonica, l’omonimo teatro in Corso di Porta Romana, palcoscenico rivale della Scala nella prima metà dell’Ottocento.
Infine, ultimo proprietario dal 1905 al 1920 fu Alfredo Ferrari Ardicini con le sorelle Emma e Ida, appartenenti a una famiglia nobile originaria di Gozzano (Novara), che lo ereditarono tramite la madre Maria Costanza Carcano, sorella di Alfredo e sposata con Giovanni Ferrari Ardicini. Nel 1920, con la nascita del´Ente Autonomo Teatro alla Scala e la cessione dei palchi al Comune, si conclude la storia dei palchi privati del massimo teatro milanese.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, I ordine, settore sinistro

Un palco diviso a metà
Già nel 1778, all’inaugurazione del nuovo teatro, la proprietà del palco era condivisa da due blasonati personaggi della Milano dell’epoca: il conte Benedetto Arese Lucini (1734-1804) e il conte Pietro de Capitaneo o de Capitani (?-1784?). Il primo, sposando Margherita Lucini, aveva aggiunto il cognome della moglie a quello della propria casata e ne aveva avuto due figli: Francesco, coinvolto nel processo dei carbonari, e Marco, marito di Antonietta Fagnani, ben nota per i suoi rapporti con Ugo Foscolo.
Pirro de Capitaneo (1742-1807), quinto conte di Concorezzo, forse nipote di Pietro, aveva invece sposato Costanza Fornara avendone quattro figli. Durante le alterne vicende napoleoniche, con il ritorno degli austriaci, il conte aveva creato un affaire diplomatico, avendo protestato e denunciato il proprio parroco Frigerio per aver rimosso lo stemma gentilizio della famiglia, da generazioni ai piedi della croce della parrocchia di Concorezzo. La questione della destituzione del blasone, poi archiviata, sarebbe stata però emblematica delle sorti del casato. Morto Pirro nel 1807, i de Capitaneo sarebbero stati destinati all’estinzione nel giro di una generazione.
Nel 1821 l’acquisto della parte degli Arese Lucini rende proprietario unico Giovanni Battista de Capitaneo (1772-1836); dalla salute precaria, fu costretto ad affidare la gestione di tutti i suoi affari alla moglie Giovanna Serbelloni Sfondrati (1778-1854), cognome nato dalla donazione ereditaria dell’ultimo Sfondrati, Carlo, all’amico Alessandro Serbelloni. Giovanna divenne quindi procuratrice e amministratrice generale del VI conte di Concorezzo, ma la situazione economica e familiare era comunque destinata al declino. L’unico figlio maschio, Pirro, causò alla madre preoccupazioni non da poco e conseguenti traffici diplomatici per risolvere gli imbarazzanti guai politici in cui si era imbattuto: partecipe di una missione clandestina nel 1821 e dei moti di Torino, andò in esilio in Spagna, poi fu condannato a morte ma la pena venne convertita in sei mesi di detenzione. Morì a soli 37 anni e celibe, due anni prima del padre. Anche lo zio, Carlo Pietro sarebbe morto senza eredi per encefalite, causando la fine dei de Capitaneo.
Fu il ramo femminile a far ripartire la genealogia: Giovanna, nominata dall’Imperatrice Maria Teresa dama di palazzo e dama dell’ordine della Croce Stellata, si risposò in seconde nozze con il conte Luigi Attendolo Bolognini. Una delle figlie, Rosina Giovanna de Capitaneo, nata nel 1801, coniugata con Luigi Leandro Carcano, ebbe un unico figlio, Alfredo Giuseppe (1825-1900), Cavaliere dell’Ordine di Malta, proprietario del palazzo in via S. Pietro all’Orto, Segretario di governo, cui si deve la genealogia dei Capitani di Scalve, titolati “cittadini di Bergamo, patrizi milanesi, conti di Concorezzo, grandi di Spagna di I classe, nobili della città di Locarno” fino ad arrivare a Francesco Lorenzo Albertoni (1852-1908) e Uberto Muzio Albertoni.
È proprio a Francesco Lorenzo, presidente della Società di mutuo soccorso degli operai della Val di Scalve, che venne ufficialmente intestato il palco nel 1904. Il suo ricco patrimonio librario fu donato al Comune di Cremona. Il palco passa poi alla vedova Albertoni, contessa Giovanna Amalia “Giana” e dal 1914 al 1920 a Carlo Moretti, ingegnere, esponente di quella borghesia imprenditoriale e industriale che affiancherà l´aristocrazia nell’Italia fascista.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, I ordine, settore sinistro

Il palco della famiglia Barbò
L’origine del casato italiano dei Barbò si colloca intorno alla seconda parte dell’XI secolo, quando un nobile bavarese Adalberto Barbos, venuto in Italia al seguito di un imperatore tedesco, decise di non ritornare in patria ma di stabilirsi con la famiglia nelle terre di Soresina. Nei secoli a venire i Barbò parteciparono alle vicende politiche e militari di Cremona e Soresina finchè nel 1576 il Feudo rurale a quel tempo appartenente ai fratelli Cosimo e Cesare Affaitati fu ceduto al ventiquattrenne patrizio cremonese Camillo Barbò, loro parente. La storia di Soresina è ricca di fasti dovuti a donazioni e nobili iniziative di vari componenti della famiglia Barbò. Nel 1609 Soresina ottenne la qualifica di “borgo insigne” insieme alla ratifica sovrana del titolo di Marchese per il loro feudatario.
La casa della famiglia Barbò a Milano era al Broletto, in contrada dei Bossi ed era caratterizzata, dicono le guide del tempo, da un magnifico portale. La prima proprietaria del palco dal 1778 al 1784 è la marchesa Carolina Barbò nata Marzorati e coniugata nel 1747 con il conte Barnaba; sarà però il secondo marito Lodovico IV, ultimo marchese di Soresina, ad ereditare il palco. La loro figlia Francesca acconsentì ad un matrimonio di interesse e nel 1786 convolò a nozze con Adalberto I Barbò, discendente di un altro ramo della famiglia, fatto che permise di evitare l’interruzione della continuità araldica dei Marchesi di Soresina.
Nel 1809, in epoca napoleonica, Francesca condivide il palco con Anna Terzaghi, coniugata con il conte Luigi Caorelli, ricco possidente novarese, utente anche nel 1810. Dal 1813 fino ai moti del ’48 la contessa Francesca ritorna ad essere unica proprietaria.
Francesca Barbò lasciò erede il cugino Giuseppe (1787-1861) che troviamo titolare del palco tra il 1856 e il 1861: nato a Milano nella parrocchia del Carmine nel 1787, convolò a nozze nel 1834 con la nobile Camilla Resta; entrambi i coniugi si ricordano come benefattori degli Istituti per l´educazione dei sordomuti poveri di campagna della Provincia di Milano. Il patrimonio di Giuseppe si accrebbe notevolmente quando gli zii paterni Guiscardo e Giovanni, non avendo avuto figli, lo nominarono entrambi loro erede.
Dal 1867 il palco passò di padre in figlio: prima lo ereditò Adalberto (1835-1914), di Giuseppe e Camilla, coniugato con la nobile Maria Carminati Brambilla, poi nel 1915 il loro figlio Guiscardo <2.> (1873-1922), cavaliere di Malta, collezionista d´arte come molti della sua famiglia, già possessore dal 1907 del n° 5, stesso ordine e fila, che tenne fino al 1920.
Un borghese, invece, finisce la storia di questo palco nel 1920, quando si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e inizia l’esproprio dei palchi da parte del Comune di Milano: è l’ingegnere Mario Benazzoli, socio accomandatario dello stabilimento tipografico Bellazzi e co-progettista di una Ferrovia aerea sospesa brevettata per comunicare Milano col Milanino, quartiere giardino a Nord della città.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, I ordine, settore sinistro

Il palco dei generali
I palchi camerali o palchi della Corona erano “i palchi di ragione del Governo ad uso esclusivo delle autorità civili e militari” (così definiti nel rogito dell´appalto dell´impresario Angelo Petracchi, 1816) e per tale motivo venivano esentati dal pagamento del canone annuo previsto per tutti gli altri palchi. La loro funzione era anche quella di ospitare le personalità illustri in visita alla città: monarchi, ministri, principi, ambasciatori.
Al momento dell’inaugurazione del Teatro alla Scala i palchi camerali erano cinque: il palco Centrale o palco della Corona, altrimenti detto Palchettone, i palchi n° 1 e n° 2 del II ordine sinistro, il palco di Proscenio del I ordine destro e infine il palco n° 3 del III ordine destro.
Con la caduta della Repubblica di Venezia (1797) e la sua annessione all’Impero asburgico in seguito al trattato di pace di Campoformio tra l’Austria e la Francia, si aggiunse il palco n° 16 del I ordine sinistro, riservato sin dall’apertura del teatro all’ambasciatore (chiamato “Residente”) della Serenissima. Nel 1809 troviamo questo palco assegnato ai militari: il “francese Cittadino Generale Vignole”, (Martin Vignolle, 1763-1824), nominato ai vertici del Ministero della Guerra da Bonaparte, nel 1796, come Vicecapo di Stato Maggiore e aiutante di campo di Gioachino Murat, nominato nel 1808 Barone e nel 1809 Conte dell’Impero; titolato anche da Luigi XVIII, il suo nome appare inciso sull’Arc de Triomphe di Parigi. Insieme a lui condivide il palco il comandante della Piazza di Milano, il Generale Robert Motte (1754-1829), detto anche La Motte, come gli altri nominato Cavaliere della Legion d’Onore. Immaginiamo il giro di ospiti di quegli anni. Durante la Repubblica cisalpina si aggiunse anche un altro palco “governativo”, probabilmente confiscato al suo proprietario, il filo-asburgico Antonio Greppi: quello di Proscenio del II ordine sinistro, assegnato al Generale Comandante delle truppe francesi in Lombardia, Hyacinthe-François-Joseph Despinoy (1764-1848) che nel 1796 aveva assediato e conquistato il Castello Sforzesco. Il palco sarebbe tornato al Greppi già con Napoleone imperatore.
Dopo il ritorno del dominio austriaco (1815) sino alla nascita del Regno d’Italia (1861) il palco n° 16 passò d’ufficio all’ Imperial Regio Governo. A seguito dell’unificazione d’Italia, nei palchi camerali scomparve ovviamente l’aggettivo “Imperiale” e il palco fu indicato come proprietà del Regio Demanio.
A partire dal 1873, anno in cui fu definitivamente ratificato il passaggio della proprietà di tutti i palchi camerali dallo Stato al Comune, tale dicitura fu sostituita da Comune di Milano. Allo scioglimento dell’Associazione dei palchettisti, dopo gli anni Venti del Novecento, tutti i palchi, compresi quelli cosiddetti camerali, rimasero a disposizione della direzione del teatro.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 17, I ordine, settore sinistro

Il palco di Olga e Umberto Giordano
Il palco presenta tre grandi famiglie di proprietari nell’arco di circa centotrent’anni.
Inizialmente furono i Castelbarco ad acquistare la postazione nel primo ordine, detenendone il possesso fino all’Unità d’Italia. Nella storia di famiglia, tante le notizie e gli aneddoti che ci rivelano una intensa passione per la musica e per le arti; basterà citare che alla fine del Seicento sono di loro possesso quattro Stradivari, tre violini (1685, 1699 e 1714, quest’ultimo poi trasformato in viola dal liutaio Jean-Baptiste Vuillaume) e un violoncello datato 1697; Francesca Simonetta (1731-1796), prima intestataria del palco e moglie del cugino Cesare Ercole Castelbarco Visconti Simonetta (1730-1755), fu ispiratrice del venerando Abate Parini. Nel periodo napoleonico il palco appartenne sempre alla casa Castelbarco per essere acquisito in eredità, nel 1813, dal nipote di Francesca, Cesare Pompeo (1782-1860), figlio del marchese Carlo Ercole e di Maria Litta Visconti Arese, donna bellissima e coltissima. Nella sua lunga vita, Cesare Pompeo amò le lettere e l’arte, comprò quadri, oggetti antichi e libri rari; scrisse una gran quantità di lavori letterari, da sonetti a tragedie, si dedicò alla pittura e alla musica e fu, oltre che abile violinista e prolifico compositore, collezionista di strumenti ad arco.
Il palco rimase proprietà di Cesare Pompeo fino alla morte; compare infatti la dicitura “eredi” per l’anno 1861, allorché il palco passò probabilmente al nipote Cesare di Castelbarco Albani (1834-1890).
Dal 1862 il palco ebbe proprietari d’eccezione, divenendo patrimonio privato di Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia (1861-1878. e poi di Umberto I, che lo lasciò nel 1893. Entra qui in scena non più un nobile, ma un imprenditore, Giuseppe Spatz proprietario e gestore dell’Hotel Et de Milan, unico albergo dotato di posta e telegrafo, in Via Manzoni, allora Corsia del Giardino; qui visse negli ultimi anni e morì Giuseppe Verdi il 27 gennaio 1901; il Commendatore Spatz donò successivamente gli abiti del compositore a "Casa Verdi". I cappelli hanno l´etichetta della Cappelleria Antonio Ponzone di Milano (Fornitore della Casa Reale) mentre la cappelliera reca in evidenza il celebre marchio della fabbrica Borsalino.
Spatz acquistò nel 1909, anno della sua morte, Villa “Fedora”, così denominata per onorare il genero, Umberto Giordano, marito della figlia Olga Spatz-Wurms (dal nome della madre, nobildonna russa Caterina Wurms): entrambi ereditarano il palco n° 17. Olga e Umberto Giordano si erano sposati nel 1896, a coronamento di una giovanile e duratura passione; durante la luna di miele, gli sposi desiderarono rendere omaggio a chi non era stato estraneo alla loro storia d’amore, recandosi a Genova dal “vecchio maestro” Giuseppe Verdi.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, I ordine, settore sinistro

Dai Cusani ai Cotta
Dal 1778 al 1796 il palco appartenne al marchese don Ferdinando Cusani (1737-1816), figlio di Gerolamo Cusani e di Giuseppina de’ Silva, che morì di parto a 31 anni dandolo alla luce. Esponente di spicco del patriziato milanese, il marchese sposò nel 1765 Claudia Litta Visconti Arese, figlia dei pluripalchettisti Pompeo e Maria Elisabetta.
Dopo i Cusani, in epoca napoleonica, utente e titolare del palco è il conte Giambattista Mellerio (1725-1809), tra i più ricchi cittadini della città. Sposato con Clara Suardi, ebbe un’unica figlia, Giovanna, morta a soli 22 anni, sette anni dopo essersi sposata con Rinaldo Alberico Barbiano di Belgiojoso d’Este. Mellerio fu ai vertici della Congregazione di Carità voluta da Napoleone, per coordinare i Luoghi pii elimosinieri, destinati al contenimento della povertà e all´assistenza dei poveri e bisognosi.
Dal rientro degli austriaci sino al 1817 il palco fu proprietà del direttore della Polizia milanese Giulio Pagani (1764-1861), già segretario della Prefettura dipartimentale di Polizia dell´Olona durante il Regno d´Italia. Pagani conservò la carica anche sotto la dominazione austriaca e nel 1815 fu prefetto facente fuzione, abitando nell´edificio della Prefettura di Polizia milanese, in contrada S. Margherita 1126; sembra che i suoi interrogatori fossero pesanti, secondo la testimonianza della principessa patriota, Cristina Trivulzio di Belgiojoso.
Nel triennio 1818-1820 il palco torna all´aristocrazia, con il Conte Decio Arrigoni (1777-1847), del ramo degli Arrigoni di Esino; benefattore, istituì un´Opera pia a Verderio Superiore per l´elargizione di doti a fanciulle povere.
Dopo la sua morte, il palco è intestato a Angelo Cossa Bellini (1813-1869), barone, letterato e autore di epigrammi, coniugato con Teresa Bellini Bizzozero.
Nel 1858 è intestato a Giovanni Battista Cotta, che muore in quell´anno: dal 1859 giace in eredità finché passa al figlio Medardo Cotta, combattente nella prima guerra di indipendenza, sindaco di Trumello in Lomellina, dove risiedeva, e nominato nel 1877 Cavaliere dell´Ordine della Corona d´Italia. Nel testamento del 1905 egli lascia il palco a Paolina Cotta Ramusino, vedova Rava, titolare dal 1909 sino al 1920, anno dell´esproprio dei palchi da parte del Comune di Milano e della costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco di proscenio, II ordine, settore sinistro

Storia di un palco, storia di Milano
Il palco di proscenio del II ordine sinistro vede l’avvicendarsi di importanti personalità, attraverso le quali si racconta parte della storia della città di Milano, dall’età napoleonica agli anni risorgimentali fino alle soglie del fascismo, quando nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala ed inizia l´esproprio dei palchi da parte del Comune.
Il marchese Luigi Antonio Recalcati (1731-1787), ultimo esponente dell’omonimo casato essendo morto giovanissimo il suo unico figlio Carlo, come molti altri già faceva parte dell’Associazione palchettisti del Teatro Ducale, costituitasi nel 1756 e rimasta coesa e attiva anche dopo l´incendio del Ducale. Il marchese permuta questo palco di proscenio, comprato negli anni della costruzione del Teatro alla Scala, con quello di fronte, il proscenio del settore destro. Quindi nel 1778 l´Associazione gli subentra come intestataria e rimarrà proprietaria sino a quando compare, nel 1783 e nel 1784, il cavaliere Antonio Greppi <1.> (1722-1799).
Coniugato con la contessa donna Laura Cotta, Antonio Greppi è una figura simbolo dell’imprenditoria lombarda; fornitore ufficiale dei tessuti in lana per l’esercito austriaco, a soli 27 anni divenne incaricato della “Ferma Generale” per la riscossione delle tasse e il risanamento del debito del governo, fino ad essere nominato Cavaliere e Commendatore dell’Ordine Reale di Santo Stefano di Ungheria dalla stessa Imperatrice Maria Teresa, con il riconoscimento di 300 anni di nobiltà pregressa e l’infeudazione dei paesi di Bussero e Corneliano. Antonio Greppi era un uomo dell’ancien régime, come testimonia la cessione del suo palco dal 1787 all’89 alla “Real Cortepalchi della Corona e il fatto che lasciò Milano subito dopo l’arrivo di Napoleone per morire a Reggio Emilia nel luglio del 1799.
Dopo la sua morte, il palco passò al figlio cadetto Giacomo Greppi (1746-1820), banchiere, impegnato nella beneficenza; fu proprio lui nel 1811 ad acquistare i terreni nella frazione di Casate Vecchio di Monticello Brianza e ad avviare i lavori di ristrutturazione, in stile neoclassico, di quella che sarebbe diventata villa Greppi, residenza di villeggiatura della famiglia e oggi gestita per la riqualificazione dal Consorzio Brianteo.
La proprietà del conte Gian Mario Andreani (1760-1830), ultimo esponente di un importante ramo del casato di origine comasca, rimane dal 1823 al 1826. Fratello di Paolo, viaggiatore e appassionato di aeronautica, famoso per i suoi diari di viaggio e per aver fatto volare la prima mongolfiera in Italia, Gian Mario detenne i beni della famiglia, soprattutto quando il fratello Paolo fu costretto dai creditori ad abbandonare Milano. Gian Mario alla sua morte lasciò il proprio patrimonio in usufrutto ai Barnabiti e in proprietà al nipote Alessandro Sormani Andreani, che ne ereditò anche il cognome.
I Trivulzio, originari del pavese, ottennero il palco nel 1827 e ne mantennero la proprietà continuativamente fino al 1920. Vissuto a cavallo tra il periodo napoleonico e la Restaurazione, il primo Trivulzio palchettista di proscenio fu il marchese Gian Giacomo <1.> (1774-1831), Ciambellano e Consigliere comunale dal 1811 al 1827, a dimostrare la potenza della famiglia, stabile e riconosciuta al di là degli avvicendamenti politici: condivise persino la sedizione liberale di Federico Confalonieri, ricordata da Alessandro Manzoni nell’ode Marzo 1821. Oltre a rivestire un importante ruolo come personaggio pubblico, il marchese fu un uomo di cultura ed è ricordato come collezionista per aver continuato l’opera di consolidamento e incremento del patrimonio della famosa Biblioteca Trivulziana, con una collezione iniziata dal nonno Alessandro Teodoro. Proprio con Gian Giacomo il patrimonio collezionistico del palazzo, sito in piazza Sant’Alessandro, si arricchì di rari codici e manoscritti di autori quali Dante, Petrarca e Leonardo, con l’annessione tra gli altri della biblioteca del pittore Giuseppe Bossi. Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca, amico di Parini e Monti, il marchese operò in prima persona sui testi, da filologo, restituendo alcune revisioni di opere dantesche, quali il Convivio e la Vita Nuova.
Dal matrimonio con Beatrice Serbelloni nacque Giorgio Teodoro Trivulzio (1803-1856), che ereditò il palco alla morte del padre nel 1831. Cavaliere dell’Ordine di Malta e Decurione di Milano, continuò l’ampliamento della biblioteca come di un vero tesoro. La moglie, Maria Rinuccini, fiorentina, fu corrispondente e consulente di Manzoni per le voci toscane, nel "risciacquare i panni in Arno", ossia nella revisione de I Promessi sposi.
Il figlio Gian Giacomo <2.> (1839-1902), subentrato come proprietario nel 1867, annesse il fondo librario dei Belgiojoso - aveva sposato Giulia Barbiano di Belgiojoso - alla collezione trivulziana e fu il primo ad aprire al pubblico la biblioteca di famiglia. Fu consigliere comunale e senatore dal 1896, oltre a essere socio onorario dell’Accademia di Belle Arti e fondatore della Società storica lombarda.
La storia del palco si concluse infine con suo figlio Luigi Alberico Trivulzio (1868-1938), appassionato d’arte: presidente degli Amici di Brera e del museo Poldi Pezzoli, erede nel 1879 del patrimonio del cugino Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Nel 1935 vendette la rinomata biblioteca alla Città di Milano, che ne custodisce da allora il ricchissimo patrimonio presso il Castello Sforzesco: oltre 120.000 volumi, 2.000 manoscritti e rarità.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, II ordine, settore sinistro

I palchi arciducali, poi del viceré
I palchi camerali o palchi della Corona erano “i palchi di ragione del Governo ad uso esclusivo delle autorità civili e militari” (così definiti nel rogito dell´appalto dell´impresario Angelo Petracchi, 1816) e per tale motivo esentati dal pagamento del canone annuo previsto per tutti gli altri palchi. La loro funzione era anche quella di ospitare le personalità illustri in visita alla città: monarchi, ministri, principi, ambasciatori. Al momento dell’inaugurazione del teatro tali palchi erano tre: il palco centrale o della corona, il palco di Proscenio, I ordine destro, e il palco n° 3, III ordine destro. Nel 1780 si aggiunsero i palchi n° 1 e n° 2, II ordine sinistro e, nel 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia e la sua annessione all’impero asburgico, il palco n° 16, I ordine sinistro, sino a quel momento occupato dall’Ambasciatore della Serenissima. Un altro palco, probabilmente confiscato al suo proprietario filo-asburgico Antonio Greppi durante la Repubblica Cisalpina, è annoverato per qualche anno tra i palchi camerali: quello di Proscenio, II ordine sinistro, assegnato al Generale Comandante delle truppe francesi in Lombardia.
Per il biennio 1778-1779 il palco n° 1, II ordine sinistro è di proprietà del conte Carlo Ercole Castelbarco Visconti (1750-1816), dal 1790 intestatario anche del vicino palco n° 3. A partire dal 1780 il nostro palco e l´attiguo n° 2, entrati a far parte del gruppo dei palchi camerali, erano considerati, insieme al palco centrale, i più prestigiosi. Noti come i “Palchi arciducali”, sino al 1796 furono abitualmente occupati dall’Arciduca Ferdinando, figlio dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e governatore della Lombardia, che li preferì allo stesso palco cnetrale. Essi non hanno una parete divisoria interna, sicché vengono a formare un palco unico, pur avendo due porte d’ingresso e le usuali colonnine d’affaccio alla platea. I due palchi inoltre si distinguono per gli specchi alle pareti, un arredo sontuoso e, verso la platea, per i panneggi e le tende rosso cremisi a differenza di tutti gli altri che sono di colore celeste o giallo. Solo dopo la metà dell’Ottocento il rosso divenne il colore comune per i tendaggi di tutti i palchi.
Dal 1780 sino al 1790 come proprietario dei palchi è indicata la “Regia Ducale Camera per LL. AA. RR. (Loro Altezze Reali)”, mentre dal 1791 al 1796 subentra la denominazione “Regia Ducale Corte”.
Dal 1797 con la Repubblica Cisalpina vennero fissati rigidamente da parte del Direttorio Esecutivo (di cui era presidente il “cittadino” Gian Galeazzo Serbelloni) i ruoli relativi alla distribuzione dei sei palchi camerali: i due palchi ex-arciducali furono assegnati ai cinque membri del Direttorio Esecutivo creato sul modello dell’omologo organo amministrativo francese. Napoleone, proclamatosi imperatore dei francesi e re d’Italia (1805), nominò viceré d’Italia Eugenio di Beauharnais, figlio della sua prima moglie Giuseppina; quest’ultimo diventò il nuovo occupante dei due palchi già arciducali, denominati adesso “palchi del viceré”. Dopo la caduta di Napoleone e il suo esilio a Sant’Elena, i palchi ritornano alla corona asburgica.
Dal Congresso di Vienna (1814-1815) sino all´Unità d’Italia nel 1861, sono di nuovo occupati da un membro della famiglia reale d´Asburgo col titolo di viceré, e di volta in volta vengono indicati come proprietari dei due palchi l’“Imperial Regio Governo”, la “Regia Corte” o l’“Imperial Regia Corte”.
Tra loro si ricorda Antonio Vittorio d’Asburgo-Lorena, figlio dell’imperatore Leopoldo II; suo successore fu il fratello Ranieri d’Asburgo-Lorena, il quale rimase in carica sino all’8 giugno 1848, quando il titolo fu soppresso a causa dei gravi rivolgimenti politici del 1848 (le Cinque Giornate di Milano e la prima guerra d’indipendenza). L’imperatore Francesco Giuseppe scelse infatti di affidare pieni poteri al feldmaresciallo Josef Radetzky (1766-1858) nominandolo governatore generale. Quest’ultima carica riuniva il potere e le competenze che precedentemente erano ripartite tra un governatore militare e un viceré, massima autorità civile. Radetzky fu rimosso da questo incarico per volontà imperiale il 28 febbraio del 1857; al suo posto troviamo pertanto nuovamente un viceré appartenente alla famiglia regnante, l’arciduca Massimiliano d’Asburgo, lo sfortunato fratello di Francesco Giuseppe divenuto Imperatore del Messico nel 1864 e ucciso durante la rivoluzione messicana nel 1867. Lo affiancava in qualità di governatore militare il generale Ferenc Gyulai.
A seguito dell’unificazione d’Italia, negli elenchi dei palchi camerali scompare l’aggettivo “Imperiale” e così anche i due palchi sono intestati alla “Regia Corte”. Tale dicitura è sostituita da “Beni della corona” a partire dal 1873, anno in cui la proprietà di tutti i palchi camerali fu ceduta dallo Stato al Comune di Milano. Infine nel 1920 tutti i palchi ex-camerali passarono al “Regio Demanio” e quindi a disposizione della direzione del teatro.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, II ordine, settore sinistro

I palchi arciducali, poi del viceré
I palchi camerali o palchi della Corona erano “i palchi di ragione del Governo ad uso esclusivo delle autorità civili e militari” (così definiti nel rogito dell´appalto dell´impresario Angelo Petracchi, 1816) e per tale motivo esentati dal pagamento del canone annuo previsto per tutti gli altri palchi. La loro funzione era anche quella di ospitare le personalità illustri in visita alla città: monarchi, ministri, principi, ambasciatori. Al momento dell’inaugurazione del teatro tali palchi erano tre: Palco Centrale, Palco di Proscenio, I ordine destro, e Palco n° 3, III ordine destro, n° 1 e n° 2, II ordine sinistro e, con la caduta della Repubblica di Venezia (1797) e la sua annessione all’impero asburgico, il palco n° 16 del I ordine sinistro, sino a quel momento occupato dall’Ambasciatore della Serenissima. Durante i primi anni della Repubblica Cisalpina, è registrato anche un altro palco, probabilmente confiscato al suo proprietario filo-asburgico Antonio Greppi: quello di Proscenio, II ordine sinistro, assegnato al Generale Comandante delle truppe francesi in Lombardia.
Il palco n° 2 e il palco n° 1 erano i più prestigiosi insieme al Palco Centrale, noti come “palchi arciducali”; sino al 1796 furono abitualmente occupati dall’Arciduca Ferdinando, figlio dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e governatore della Lombardia. I due palchi non hanno una parete divisoria interna, sicché vengono a formare un palco unico, pur avendo due porte d’ingresso e le usuali colonnine d’affaccio alla platea; inoltre si distinguono per gli specchi alle pareti, un arredo sontuoso e, verso la platea, per i panneggi e le tende rosso cremisi a differenza di tutti gli altri, di colore celeste o giallo. Solo dopo la metà dell’Ottocento il rosso divenne il colore comune per i tendaggi di tutti i palchi.
Sino al 1790 come proprietario dei palchi è indicata la Regia Ducale Camera per LL. AA. RR. (Loro Altezze Reali), mentre dal 1791 al 1796 subentra la denominazione Regia Ducale Corte.
Dal 1797 con la Repubblica Cisalpina vennero fissati rigidamente da parte del Direttorio Esecutivo (di cui era presidente il “cittadino” Gian Galeazzo Serbelloni) i ruoli relativi alla distribuzione dei sei palchi camerali: i due palchi ex-arciducali furono assegnati ai cinque membri del Direttorio Esecutivo creato sul modello dell’omologo organo amministrativo francese. Napoleone, proclamatosi imperatore dei francesi e re d’Italia (1805), nominò viceré d’Italia Eugenio di Beauharnais, figlio della sua prima moglie Giuseppina; quest’ultimo diventò il nuovo occupante dei due palchi, noti come “palchi del viceré”. Dopo la caduta di Napoleone e il suo esilio a Sant’Elena, i palchi ritornarono alla corona asburgica.
Dal Congresso di Vienna (1814-1815) sino al 1861 di volta in volta vengono indicati come proprietari dei palchi l’Imperial Regio Governo, o l’Imperial Regia Corte.
Dai “Palchi arciducali” probabilmente assistettero alle rappresentazioni delle opere di RossiniGioachino Rossini, di BelliniVincenzo Bellini e DonizettiGaetano Donizetti e di VerdiGiuseppe Verdi i viceré austriaci del Regno del Lombardo-Veneto. Tra loro si ricorda Antonio Vittorio d’Asburgo-Lorena, figlio dell’imperatore Leopoldo II; suo successore fu il fratello Ranieri d’Asburgo-Lorena, il quale rimase in carica sino all’8 giugno 1848, quando il titolo fu soppresso a causa dei gravi rivolgimenti politici del 1848 (le Cinque Giornate di Milano e la prima guerra d’indipendenza). L’Imperatore Francesco Giuseppe scelse infatti di affidare pieni poteri al feldmaresciallo Josef Radetzky (1766-1858) nominandolo governatore generale. Quest’ultima carica riuniva il potere e le competenze che precedentemente erano ripartite tra un governatore militare e un viceré, massima autorità civile. Radetzky fu rimosso da questo incarico per volontà imperiale il 28 febbraio del 1857; al suo posto troviamo pertanto nuovamente un viceré appartenente alla famiglia regnante, l’arciduca Massimiliano d’Asburgo, lo sfortunato fratello di Francesco Giuseppe divenuto Imperatore del Messico nel 1864 e ucciso durante la rivoluzione messicana nel 1867. Lo affiancava in qualità di governatore militare il generale Ferenc Gyulai.
A seguito dell’unificazione d’Italia, negli elenchi dei palchi camerali scompare l’aggettivo “Imperiale” e così anche i due palchi sono intestati alla Real Corte. Tale dicitura è sostituita da Beni della corona a partire dal 1873, anno in cui la proprietà di tutti i palchi camerali fu ceduta dallo Stato al Comune di Milano. Infine nel 1920 tutti i palchi ex-camerali passarono al Regio Demanio e quindi furono messi a disposizione della direzione del teatro.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 3, II ordine, settore sinistro

Il palco dei bibliofili
Nel 1778 Don Antonio Greppi assicura il palco alla Regia Camera, inserendolo così tra i palchi della Corona. L’anno successivo è acquisito dal conte Giulio Fedeli (anche Fedele) (1717-1789), figlio del conte Giovanni Antonio e di Maria Gioseffa Ferrari, figlia di Giovanni Antonio. Giulio Fedeli appartenne al consiglio dei LX Decurioni milanesi e fu Decurione del tribunale di provvisione, Ciambellano e gentiluomo da camera dell’imperatore. La famiglia di origine è oriunda di Monza e si estingue con lui. Sposò in prime nozze Giulia Salazar e in seconde nozze, nel 1783, Gabriella Agazzi, o D’Ajazzo, vedova del marchese Grimaldi di Nizza. Giulio Fedeli ha l’onore di essere citato nel volume I benefattori dell’umanità degli uomini d’ogni paese e d’ogni condizione i quali hanno acquistato diritto alla pubblica riconoscenza, pubblicato a Firenze da Vignozzi nel 1843, dove risulta essere stato tra i benefattori dell´Ospedale maggiore di Milano, grandiosa opera del Filarete: «L’abate Fieri-Crivelli e il conte Giulio Fedeli donarono per cadauno novantamila lire milanesi»; un’altra fonte riporta che, in vita, donò 60.000 lire milanesi. Inoltre, con testamento 23 marzo 1783, istituì erede universale l’Ospedale mentre lasciò al principe Khevenhüller tutti i suoi quadri. L’asse ereditario «fu di lire 1.112.000 che, depurato dalle passività, venne a residuare a milanesi lire 602.462,1». L’Ospedale lo omaggerà di un ritratto, realizzato da Anton Francesco Biondi, tuttora conservato nella quadreria storica del Policlinico milanese. Una curiosità: nel 2017 il violinista Matteo Fedeli, discendente di Giulio, si è esibito con il suo Guarnieri in occasione della Festa del Perdono, la ricorrenza, organizzata dal Policlinico, che rammenta a tutti i milanesi l’indulgenza plenaria concessa, nel 1459, da papa Pio II appositamente per contribuire all’edificazione dell’ospedale voluto da Francesco Sforza. Il primo esempio di ‘joint venture’ tra autorità civile e religiosa.
Nel 1780 il palco passa nelle mani del Conte Carlo Ercole Castelbarco Visconti (1750-1814), che lo conserverà fino al 1796. Figlio di Cesare Ercole e di donna Francesca Simonetta, Carlo Ercole è l’erede dei titoli di famiglia: grande di Spagna di prima classe, barone dei quattro vicariati e signore di Gresta, oltre che Ciambellano e Consigliere intimo imperiale. Convola a nozze con Maria Litta Visconti Arese (1761-1815), figlia del conte Pompeo Litta. Dal matrimonio nasceranno cinque figli: Francesca, Elisabetta, Giuseppe Scipione e il figlio maggiore Cesare, morto nel 1804. Dal 1809 al 1896 il palco è della Famiglia Melzi. Primo proprietario è il conte Gaetano Melzi (1783-1851). Figlio di Giuseppe e di Teresa Prata, figlia a sua volta del conte Giovanni. Insigne bibliofilo, sposa Amalia Tarasconi, figlia del marchese Alessandro. Da questa unione nascerà Alessandro (1813-dopo il 1896), anch’egli raffinato bibliofilo, al quale, dal 1864, passerà ufficialmente il palco; lo terrà fino al 1896.
Dall’anno successivo la proprietà passa nelle mani di Luigia Meli Lupi di Soragna Melzi (1854-1925) dei conti di Cusano. Coniugata nel 1873 con Luigi Lupo Meli Lupi di Soragna, dal 1857 erede universale dei beni di Luigi Tarasconi e del cognome di quest’ultimo, che unirà a quello della sua casata. Luigia Meli Lupi di Soragna Melzi d’Eril abiterà a pochi passi dalla Scala, in via Manzoni 40 ed è l´ultima proprietaria. Nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano indice l´esproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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Palco n° 4, II ordine, settore sinistro

Il palco dei Serbelloni
Primo proprietario del palco fu Gian Galeazzo Serbelloni (1744-1802), figlio di Gabrio e di Maria Vittoria Ottoboni, che durante l’infanzia ebbe come precettore Giuseppe Parini e alla morte del padre ottenne il titolo di Duca e intraprese la carriera militare e amministrativa. Nel 1771 Gian Galeazzo sposò Teresa Castelbarco Visconti di Simonetta (1753-1821) da cui ebbe una sola figlia, Maria Luigia (1772-1849), coniugata nel 1789 con il marchese Lodovico Busca Arconati Visconti (a questa famiglia apparteneva il palco n° 5, I ordine sinistro). Nel 1775 fu nominato Sovrintendente generale della Milizia milanese e rimase in carica per una ventina di anni circa. Nell’aprile del 1796, per far fronte all’avanzata del giovane generale Napoleone Bonaparte durante la Campagna d’Italia, gli fu affidato il controllo delle forze cittadine. Gian Galeazzo però si schierò subito dalla parte degli invasori e accolse Napoleone convinto che questi avrebbe restituito a Milano l’indipendenza dagli austriaci. Divenne dunque ambasciatore in Francia del capoluogo lombardo ed ebbe tale considerazione da parte di Bonaparte che gli fu concesso di scortarne sino a Milano la moglie Joséphine Beauharnais in visita in Lombardia. Già Presidente della municipalità, nel luglio del 1797 divenne Presidente del Direttorio esecutivo della Repubblica Cisalpina. Fu sepolto nella cappella di famiglia a Gorgonzola, dove era feudatario, imponendo per testamento la costruzione di una chiesa e di un ospedale.
Il titolo ducale passò dunque al fratello minore Alessandro Serbelloni (1745-1826), che ottenne anche il palco scaligero in condivisione con il faccendiere-caffettiere Giuseppe Antonio Borrani nel 1809 (Serbelloni lo aveva nei giorni dispari e Borrani nei giorni pari) e con la nipote Maria Luigia dal 1813. Successore di Alessandro fu il terzo fratello, Ferdinando (1748-1835), anch’egli comproprietario del palco assieme a Maria Luigia. La residenza dei Serbelloni era lo splendido palazzo milanese sul corso di Porta Orientale 622 (oggi corso Venezia 16), realizzato tra il 1765 e il 1793 su progetto dell’architetto Simone Cantoni: l’imponente facciata è arricchita dai bassorilievi di Francesco Carabelli, che citano episodi leggendari, all’epoca assai allusivi nei confronti degli oppressori austriaci, della battaglia contro il Barbarossa. Paradosso della storia, qui Gian Galeazzo nel 1796 accolse Napoleone e in seguito lo ospitò assieme alla moglie Joséphine, ma poi durante la Restaurazione vi abitò pure il principe Metternich. Ai Serbelloni apparteneva anche la bella villa di delizia a Tremezzo, sulla sponda occidentale del Lago di Como, oggi Villa Sola Cabiati.
Dal 1856 al 1865 il palco appartenne a Lodovico Paolo Busca Arconati Visconti, il figlio naturale di Carlo Ignazio avuto da una relazione con l’inglese Maria Bridgetower, al secolo Mary Lee Lecke, moglie del violinista mulatto George. Lodovico fu legittimato a ventitré anni e nominato erede dal padre; sposò nel 1852 la triestina Clementina Lazarich, di origine ungherese, dalla quale ebbe ben sei figlie femmine. L’unico maschio morì, assieme alla madre, durante il parto, nel 1863, lasciando solo e disperato Lodovico Paolo che due anni dopo si suicidò.
Per lunghi anni il palco rimase giacente in eredità finché nel 1879 verrà intestato alla secondogenita di Lodovico Paolo, Luigia (1855-1928); nel 1873, Luigia aveva sposato il conte Pietro Sormani Andreani Verri (1849-1934) sancendo così l’unione di due importanti e antiche famiglie, protagoniste della storia di Milano: il Palazzo Serbelloni è ancor oggi sede prestigiosa del Circolo della Stampa, il palazzo Sormani è sede della Biblioteca comunale. Il senatore Pietro fu a lungo presidente della Casa di riposo “Giuseppe Verdi” dal 1909 sino alla morte.
Il palco rimarrà a Luigia Busca Arconati Visconti in Sormani Andreani Verri sino al 1920, quando il Comune acquisì la proprietà dei palchi e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 5, II ordine, settore sinistro

Il palco della Pelusina e dei Ponti
Nella storia del palco si sono avvicendati personaggi diversi per tempra, posizione sociale e biografia. Due i nomi al centro di una fascinosa vicenda: quello di una ballerina, Vittoria Peluso e quello della famiglia Ponti.
Ci avvicina a Vittoria Peluso il primo proprietario del palco scaligero, il discusso marchese Bartolomeo Calderara (1747-1806), figlio di Antonio e Margherita Litta Visconti, «donna sensibilissima e virtuosissima con un corpo difettoso», cui il figlio era molto legato. Bartolomeo fu uno dei quattro “Cavalieri Associati” impegnati nell’impresa del Nuovo Regio Ducal Teatro, La Scala: Castelbarco, Fagnani, Menafoglio e Calderara erano i titolari della gestione del teatro in merito alle rappresentazioni degli spettacoli, alla vendita dei posti al pubblico, allo smercio di bevande, all’allestimento dei tavoli da gioco. Dalla mente aperta e spregiudicata, frequentatore della cerchia raccolta intorno ai fratelli Verri e al periodico illuminista Il caffè, Bartolomeo, maestro venerabile della loggia massonica “La Concordia” e uno dei Quaranta notabili del consiglio nominato da Napoleone, era legato al famoso Cesare Beccaria non solo per stima e interessi, ma anche per l’ambiguo affaire intrattenuto con Teresa Blasco, la prima moglie del giurista e filosofo. Le posizioni politiche di Calderara erano più pose che reali convinzioni; lontano dagli impegni pubblici, il marchese infatti amava le feste e il teatro tanto da indebitarsi per la sua prodigalità e da sposare, con grande scandalo, la ballerina Vittoria Peluso (1766-1828), detta “La Pelusina”, ricordata da Parini nel sonetto Il pomo che a le nozze di Peleo; concluse la sua carriera nel 1782 al Teatro alla Scala, nella compagnia di Gasparo Angiolini, proprio l’anno prima del matrimonio. Il palco di Bartolomeo Calderara passò alla vedova, che insieme al palco ereditò un cospicuo patrimonio di case, cascine, terreni e ville patrizie, compresa la Villa del Garovo, a Cernobbio, ora Villa d’Este. Dopo un paio d’anni di vedovanza, la marchesa si rimaritò nel 1808 con il generale Domenico Pino (1760-1826) personaggio di primo piano durante il dominio napoleonico.
Dopo una vita intensa e avventurosa, con il rientro degli Austriaci Domenico Pino rinunciò a qualunque carica e decise di ritirarsi con la moglie nella villa di Cernobbio. La Pelusina morì nel 1828 e il palco a lei intestato rimase a lungo giacente in eredità, fino al 1830 quando venne rilevato da Carlo Parea (1771-1834), ingegnere di nobile origine spagnola. A lui si devono tanto importanti opere pubbliche, come i canali del pavese e i ponti di Boffalora e Vaprio, quanto imprese di irrigazione per nobili privati, quali i Belgioioso e i Borromeo. Il figlio Albino fu ingegnere capo della provincia di Milano, oltre che patriota delle Cinque Giornate.
Morto Parea, il palco troverà la sua destinazione definitiva nella famiglia Ponti, che ne manterrà la proprietà fino al 1920. Nata nel 1823 attorno al cotonificio di Solbiate Olona, la Ditta Andrea Ponti compare come intestataria sin dal 1834; fondata da Bartolomeo, Francesco e Giuseppe, e così chiamata in onore del padre Andrea, avrebbe avuto nel corso del secolo un prodigioso successo, non solo nel commercio e nella produzione dei tessuti, ma anche nell’ascesa e nel prestigio sociale dei Ponti. Bartolomeo (1817-1860), proprietario del palco fino alla morte, fu il capo della ditta, coordinando da Milano i commerci della materia prima e la distribuzione dei tessuti e guidando l’impresa con innovazione nella prima fase di crescita. Il grande capitale di cui dispose gli permise di avviare una sorta di attività bancaria, fornendo prestiti ed ipoteche a patrizi e grandi possidenti, e salvando con la propria liquidità, nel 1848, persino la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde.
Morto celibe, Bartolomeo lasciò il suo patrimonio milionario, compreso il palco scaligero, ai nipoti, figli del fratello Giuseppe. La vecchia ditta Ponti venne liquidata, Antonio (1818-1862) e Andrea (1817-1888), palchettisti nel 1884, fondarono una nuova impresa, l’uno nella filiale di Milano e l’altro a Olona. Morto improvvisamente il fratello Antonio, Andrea - omonimo del nonno - prese in mano le redini dell’intera società trasferendosi con la moglie Virginia Pigna e i cinque figli nella residenza milanese di via Bigli, in quel Palazzo Taverna che aveva ospitato nel 1848 il comitato insurrezionale capeggiato da Carlo Cattaneo. Andrea Ponti era il rappresentante ideale di quella classe dirigente illuminata e responsabile, legittimata dalla posizione etica e sociale ad esercitare il potere. Patriota, uomo di cultura e dedito al lavoro, amante del progresso e filantropo, Andrea Ponti era stimato tanto dai capitalisti che dagli operai. In un’ottica socialista e liberale, antesignana di una certa alta e ricca borghesia imprenditoriale del XX secolo, fondò società di mutuo soccorso e casse di previdenza, fece costruire mense, scuole e case per i suoi operai: a Gallarate dall’ospedale alla chiesa al teatro portano il suo nome. Mecenate, amante dell’arte, della scienza e della tecnica, fu tra i sostenitori dell’"elicoptero", il primo tentativo di aviazione dell’ingegnere Forlanini. Dopo l’acquisto del Lago di Varese, si dedicò anche alle infrastrutture, con opere di risanamento e partecipazione alle società ferroviarie. La sordità progressiva lo portò già in vita a dare la procura illimitata degli affari al figlio Ettore, che sarà eletto sindaco della città di Milano, anch’egli palchettista, e nominato primo marchese della famiglia, coronando il sogno dei ricchi, seppur progressisti, borghesi: avere il titolo nobiliare.
Giacente in eredità per anni, nel 1873 la famiglia passò il palco al vecchio fratello di Bartolomeo, Francesco Ponti, e dopo la sua morte, alla figlia Maura (1847-1933). Unita in prime nozze a Claudio Dal Pozzo, marchese di Annone, Maurina si risposò con il marchese Luigi Cuttica di Cassine, consolidando il legame parentale della famiglia con la nobiltà: la coppia era molto nota, lei per le competenze numismatiche (aveva una collezione di monete e medaglie napoleoniche) e per le attività di patronessa e benefattrice, lui per essere nel direttivo del Regio Verbano Yacht Club, socio del Museo Civico di Storia Naturale, oltre che presenza attiva, insieme ad Ettore Ponti della Società Anonima Meccanica Lombarda. Per la famiglia Ponti il possesso di questo e di altri palchi scaligeri suggellava il successo di una libera iniziativa imprenditoriale tipicamente lombarda.
Maura Ponti risulta titolare sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Maria Grazia Campisi)
 
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Palco n° 6, II ordine, settore sinistro

Un palco giacente in eredità
La famiglia Crevenna, iscritta nel Libro delle famiglie nobili e titolate della Lombardia con i titoli di patrizi milanesi, signori di Biassono, conti, baroni e cavalieri del Sacro Romano Impero, ebbe per prima la proprietà del palco nella persona del marchese Francesco, morto all’incirca nel 1782. Rimasto giacente in eredità per otto anni, nel 1790 venne intestato alla figlia Giovanna, coniugata con il principe Cesare Rasini. Ci dicono le testimonianze del tempo, un poco pettegole, che la principessa, rimasta vedova nel 1793, era però da anni separata di fatto dal principe e che soggiornava spesso nell’Albergo della Posta sul lago di Lugano, “uno dei migliori della Svizzera”, per incontrare il suo amato e - sembra - futuro consorte, Pietro Taglioretti figlio del proprietario, Ma, si chiede il cronista Alessandro Giulini, avrebbe potuto una principessa sposarsi con un albergatore, seppur nobile stemmato?
Ma è proprio Pietro Taglioretti di Lugano, che compare come palchettista dal 1813 al 1820, dopo la breve parentesi che vede nel 1809 utente del palco Giacomo Galloni, nobile di Marano sul Panaro e nel 1810 il nobile Pinelli che ospitò Napoleone nel suo palazzo di Gavi.
Figlio, come si diceva, di uno dei più importanti albergatori della Svizzera (nella sua locanda della Posta a Lugano si riunivano periodicamente tutti i rappresentanti dei tredici cantoni), Taglioretti godette ai tempi di buona fama come pittore e architetto, partecipando nel 1788-89 allo studio per la facciata del Duomo e ricevendo commissioni importanti. Durante la Repubblica Cisalpina intraprese la carriera diplomatica e fino al 1804 risulta “incaricato d’affari” come rappresentante del governo svizzero a Milano, dove morì nel 1823.
Per i successivi cento anni la proprietà del palco è legata all’unione delle famiglie Albani, Castelbarco-Visconti-Simonetta e Litta-Visconti-Arese.
Teresa Albani, nata Casati (1770-1824) fu proprietaria per quattro anni sino alla morte. Nata da Ferdinando Casati, patrizio milanese e da Maria Giuseppa Aliprandi Carena, che morì dandola alla luce, andò sposa nel 1783 al principe Carlo Francesco Albani; tre i figli: Ferdinando Clemente, Beatrice e Elena Giuseppa (1794-1814), coniugata nel 1812 con Pompeo Litta Visconti Arese <2.> (1785-1835), palchettista dal 1825 fino alla morte. Pompeo ebbe una vita sentimentale piuttosto vivace; alla francese Joséphine Carrière, di diciannove anni più giovane, in una relazione non sancita dal matrimonio, nacquero Silvia e Carlo Pompeo. La prima moglie, la già citata Elena Giuseppa Albani, morì partorendo l’unica figlia Antonietta Maria (1814-1855). Pompeo si sposò l’anno successivo con Camilla Lomellina Tabarca e da lei ebbe cinque figli: Barbara, Antonio, Livia, Giulio e Albertina.
Alla morte di Pompeo il palco passò ad Antonietta Maria coniugata nel 1831 a Roma con il marchese Carlo Castelbarco Visconti Simonetta, dal quale, nei 41 anni di vita, ebbe ben sette figli; tra di essi, Cesare, successivo beneficiario del palco, dopo il lungo periodo di giacenza in eredità, dal 1856 al 1864.
Cesare Castelbarco Visconti Simonetta (1834-1890) prese coniugato nel 1856 con Cristina Cicogna Mozzoni (1838-1917), ebbe tre figli; al primogenito Carlo (1857-1907) passò il palco nel 1902, dopo la consueta giacenza in eredità. Carlo sposò nel 1895 Maria Angela Cavazzi della Somaglia (1871-1953) ed ebbe da lei cinque figli: Cesare Gian Luca Maria, Giovanna Luca Gina, Elena, Francesco, Guglielmo. Dopo la sua morte nel 1907, nessuno dei figli appare nominalmente possessore del palco che rimane giacente in eredità per altri tredici anni, quando nel 1920 si costituì l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano iniziò l´esproprio dei palchi privati.
(Creusa Suardi)
 
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Palco n° 7, II ordine, settore sinistro

Il palco del sovrintendente
All´apertura del Teatro alla Scala, nel 1778, i primi proprietari del palco risultano i fratelli Andreoli e il nobile Dionigi Vailati, cui si aggiunge nel 1779 Don Benigno Bossi.
La famiglia Andreoli ha origine nella Val Vigezzo: dei tre fratelli, Giuseppe e Pietro Maria, il più noto è Bartolomeo, figura importante per il Teatro scaligero: fu aiutante del conte Lorenzo Salazar, direttore della Scala e della Canobbiana fin dalla loro apertura, per succedere nel 1796 nella carica, dopo breve tirocinio, all’ormai ottantenne iniziatore, con il lauto compenso di 100 Lire al mese! All’arrivo dei francesi Andreoli fu confermato nell’incarico. Quotidianamente alle prese con le cattive abitudini e le pretese dei cantanti, l´impresario stilo` un regolamento che ne disciplinasse il comportamento.
Benigno Bossi <1.> (1731-1815), figlio di Galeazzo e di Eleonora della Porta dei duchi di Rovello, Ciambellano imperiale, decurione dei XII di Provvisione, morì senza discendenza mascolina lasciando erede il nipote Benigno <2.> proprietario del palco n° 2 del III ordine sinistro. Meno si conosce del nobile dottore Dionigi Vailati.
Nel 1790 il palco passa a Paolo Andreani (1763-1823), ultimogenito di Giovanni Pietro Paolo e di Clementina Sormani. Giovane dal multiforme ingegno, si interessò alle scienze e fu il primo a sperimentare in Italia il volo in mongolfiera presso il parco della residenza estiva di famiglia, la villa Sormani di Moncucco, vicino a Brugherio. Al primo volo pubblico assistette Pietro Verri. Il conte «ascese a quota 1537 metri d’altezza, percorrendo ben sei chilometri fino alla Cascina Seregna di Caponago. Il poco più che ventenne conte ottenne un trionfo degno di un eroe: il 28 marzo fu oggetto di una standing ovation al Teatro La Scala di Milano». Giuseppe Parini dedicò un sonetto alla sua prodezza: Per la macchina aerostatica. Pochi sanno che l’impresa nacque più che per curiosità scientifica, per superare una cocente delusione amorosa.
Nel 1809 e nel 1810 il palco viene lasciato ai Ministri del governo napoleonico, entrando a far parte dei palchi della Corona, ma già nel 1813 e nel 1814 è del signor Luigi Brebbia (1780-1836) appartenente alla nobile famiglia dei conti Brebbia, feudatari di Barzago dal 1647. Luigi è figlio del conte Francesco e di Camilla Arrigoni e fratello del conte Giuseppe, ma nelle fonti è semplicemente signor Brebbia: l’assenza del titolo nobiliare non deve stupire, questi sono gli anni del Regno napoleonico d’Italia e già il primo proprietario del palco Bartolomeo Andreoli si era ‘declassato’ da marchese a cittadino con l’arrivo dei francesi.
Dal 1815 al 1848 il palco passerà saldamente nelle mani della famiglia della Somaglia con il conte Gaetano Cavazzi della Somaglia (1752-1837), figlio di Carlo Maria e della contessa Marianna Fenaroli. La famiglia appartiene al ramo piacentino dei Cavazzi che originano da Orazio. Gaetano è giudice della Corte dei Conti del Regno d’Italia, Ciambellano imperial regio e intendente dei Beni della Corona. Coniugato in prime nozze con la nobile Antonella Vittoria Attendolo Bolognini, dalla quale avrà una figlia, Antonietta, lascerà il palco alla seconda moglie, Paolina Meli Lupi di Soragna (1779.1867), figlia di Guido Meli Lupi principe di Soragna e di Donna Giovanna Maria Borromeo Arese.
Erediterà il palco la figlia di primo letto di Gaetano, Antonietta Fassati Cavazzi della Somaglia, sposa del marchese Giuseppe Fassati.
Dal 1856 al 1898 il palco sarà di proprietà dei nobili Turati, imprenditori lombardi, che se lo tramanderanno di padre in figlio. La prima acquisizione è del Signor Francesco Antonio Turati (1802-1873). In questo caso, a differenza di alcuni precedenti proprietari, non si tratta di un declassamento; infatti, Francesco Antonio è nominato conte da Vittorio Emanuele II solo nel 1862.
Figlio di Antonio e di Anna Maria Crespi, capostipite del quarto ramo della famiglia Turati, costituito da importanti esponenti dell’industria cotoniera milanese, si sposa con Angela Pigna, del fu Francesco. Dall’unione nasce il conte Ercole Turati (1829-1881), appassionato di scienze naturali, che raccolse un’importante collezione ornitologica (oltre 20.000 esemplari), donata alla sua morte dagli eredi alla municipalità milanese. Ercole è fratello di Ernesto Turati, che sposerà Giulia Massian di Costantinopoli, ed è marito di Luigia Ponti, figlia di Marco. Dall’unione tra Ercole e Luigia nasceranno i conti Emilio Turati (1858-1938), che invece fu lepidotterologo sistematico di chiara fama e raccolse una pregevole collezione di farfalle, e Vittorio Turati (1860-1938). Quest’ultimo nobile, conte, rotariano, è editore e titolare degli Stabilimenti Riuniti V. Turati & M. Bassani. Suo il brevetto di riproduzione foto-elettrica dal vero per stampare le immagini tipografiche. Ercole e Vittorio Turati saranno gli ultimi proprietari del palco di questa famiglia alla quale, dal 1902, succederanno i Del Maino.
Il nuovo proprietario è il conte Sforza Del Maino (1867-1906?), marchese e patrizio di Pavia. Nel 1901, si sposerà con la contessa Anna Cristina Casati, figlia del patrizio milanese Giorgio Casati e di Antonietta Negroni Prati Morosini. Sarà Anna Cristina Casati Del Maino l’ultima proprietaria del palco fino al subentro del demanio comunale nel 1920. Donò alla città di Milano un ritratto di Francesco Hayez, raffigurante la madre ancora bambina e nel 1941 la quattrocentesca statua della Madonna con bambino di Jacopino da Tradate.
(Maurizio Tassoni)
 
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Palco n° 8, II ordine, settore sinistro

I Turati e l’industria cotoniera lombarda
Primo proprietario fu Gaspare Carlo Ordoño de Rosales (1709-1791), di antica famiglia spagnola trasferitasi nel Regno di Napoli al seguito di Ferdinando il Cattolico e trapiantatisi poi a Milano. Figlio di Diego e Teresa Visconti ricoprì la carica di Decurione della città di Milano. Gaspare Carlo sposò la contessa Daria Gambarana. Alla sua morte il palco rimase in eredità alla famiglia Ordoño de Rosales; forse da qui ebbe modo di assistere ad alcune rappresentazioni anche il giovane nipote Gaspare (1802-1887). Quest’ultimo in seguito si sarebbe distinto durante le guerre risorgimentali; per la causa italiana infatti mise a disposizione l’intero suo patrimonio e sacrificò tutto se stesso. Fu inoltre amico di Giuseppe Mazzini, con il quale tenne una fitta corrispondenza, e di altri celebri patrioti.
Nel 1809 e nel 1810 il palco viene lasciato ai Ministri del governo napoleonico, entrando a far parte dei palchi della Corona, per poi essere ceduto nel 1815 alla famiglia Monticelli Strada di Crema. Primo proprietario ne fu Pietro Monticelli Strada, cui seguì nel 1818 la moglie, marchesa Marianna nata Raimondi (1793-1859). Figlia di Pietro Paolo e Giuseppa Giovio, Marianna, non avendo fratelli bensì una sorella minore, ereditò i beni paterni. Nel 1812 andò in sposa a Giovanni Battista Monticelli Strada, possidente, consigliere comunale di Crema, poi di Milano, Ciambellano dell’Imperatore, figlio di Nestore e Quintilia Frecavalli, da cui non ebbe discendenti e del quale rimase vedova nel 1847.
I successivi proprietari del palco segnano l’emergere di esponenti della borghesia: i Turati, originari di Busto Arsizio e dediti al commercio e al prestito di denaro sin dalla metà del Settecento. La famiglia si divideva in numerosi rami; ai Turati Barbirolo apparteneva Francesco Antonio Turati (1802-1873), figura di spicco nel panorama economico milanese e lombardo, al quale dal 1858 è intestato il palco scaligero. Abile commerciante di cotone, Francesco, grazie al suo senso per gli affari fuori dal comune, divenne uno dei negozianti più ricchi di Milano. All’epoca la lavorazione e la vendita del cotone rappresentavano infatti il settore trainante dell’economia lombarda. Allo spirito imprenditoriale Francesco unì anche un forte interesse artistico che lo spinse ad acquistare numerose opere d´arte, dando origine alla collezione familiare. Nel 1848, dallo scioglimento della sua impresa nacquero due società distinte ma strettamente collegate, la Francesco Turati di Milano e la Francesco Turati di Busto Arsizio. Il suo ingente patrimonio fu investito in diverse iniziative: finanziò ad esempio lo stabilimento agrario di Corte Palasio (Lodi): partecipò, assieme ad altri imprenditori, a progetti volti alla realizzazione di strade ferrate e acquistò una quota della Società Concessionaria delle Ferrovie del Lombardo Veneto. Per questi e altri meriti il 4 settembre del 1862 il re Vittorio Emanuele II lo insignì del titolo di conte, trasmissibile ai discendenti maschi primogeniti. Contribuirono a sancire l’affermazione del Turati sulla scena milanese i figli che contrassero matrimoni con importanti famiglie lombarde. Ai due fratelli, Ercole ed Ernesto, si devono i due contigui palazzi milanesi rispettivamente in via Meravigli n. 7 e n. 9-11: il trasferimento della residenza a Milano rappresentava un’autentica dichiarazione del nuovo status sociale. Il primo edificio fu costruito nel 1876 su progetto dell’architetto Enrico Combi, ispirato al palazzo dei Diamanti di Ferrara per realizzare il bugnato della facciata in stile neo-rinascimentale. Il secondo, invece, risale al 1880 e fu opera degli ingegneri Ponti e Bordoli; oggi ospita la Camera di commercio di Milano. A Ernesto (1834-1918) passò il palco nel 1875. Industriale cotoniero, fu come Emilio, appassionato di scienze naturali; ebbe una particolare predilezione per l’entomologia e la malacologia. Nel 1859 si arruolò come volontario nell’esercito di Sardegna combattendo durante la Seconda guerra d’indipendenza. Le attività imprenditoriali dei Turati ebbero termine con la vendita del cotonificio milanese nel 1928.
Nel luglio del 1920 si registra l’ultimo cambio di proprietario del palco, che passò all’imprenditore e politico Silvio Benigno Crespi (1868-1944), la cui famiglia proveniva anch’essa da Busto Arsizio. Figlio di Cristoforo e Pia Travelli, collaborò e poi sostituì il padre nella conduzione del cotonificio di Crespi d’Adda, presso cui aveva costruito il celeberrimo villaggio operaio. Laureatosi in giurisprudenza, si recò in Inghilterra, Francia e Germania per conoscere le più moderne tendenze dell’industria cotoniera. Sposò Teresa Ghislieri. Come industriale, mostrò una particolare attenzione alle condizioni di lavoro degli operai. Fu inoltre presidente della Banca Commerciale Italiana e dell’Automobile Club di Milano. Assai rilevante fu il suo impegno politico che lo vide deputato e senatore nelle file dei cattolici liberali, sottosegretario agli approvvigionamenti durante la Prima guerra mondiale, ministro nel Governo Orlando e ministro plenipotenziario al termine della Grande Guerra. Fu in quest’ultima veste che firmò la pace di Versailles. Si ricordano anche i suoi numerosi brevetti e invenzioni, tra cui un telaio circolare.
Nel 1920, si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune inizia l´esproprio dei palchi privati, concludendone la storia.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, II ordine, settore sinistro

Un palco con tante storie di famiglia
Dal 1778 al 1818 il palco passerà di mano in mano all’interno di una ristretta cerchia famigliare che parte dalle sorelle Clara (1733-?) e Marianna Manzoni (1728-?), figlie del barone Bartolomeo e della contessa Antonia Bossi; una terza sorella, Giuseppa, fu monaca agostiniana. La nobile famiglia origina da Barzio in Valsassina e nelle ramificazioni dinastiche troviamo lo scrittore Alessandro Manzoni.
Clara Manzoni sposa il conte Gaetano Barbò, figlio di Giovanni e di Caterina Cossaga: dal matrimonio nasceranno Giuseppe, Luigi, Ludovica, Franco, Ferdinando, Carlo, Pietro ed Everaldo. La sorella Marianna sposa in prime nozze il conte Antonio Trivulzio, figlio di Camillo e in seconde il conte Alfonso Porro Schiaffinati, figlio di Gaetano Porro e di Costanza Schiaffinati, ultima superstite della propria nobile famiglia. Sarà quindi il figlio Alfonso Porro Schiaffinati il primo ad unire i due cognomi delle casate materna e paterna. Alfonso è il padre di Gaetano, che sostenne gli ideali della rivoluzione francese e fece pubblica abiura dei suoi titoli nobiliari. In qualità di Ministro di Polizia, si prodigò attivamente per la distruzione di tutti gli stemmi nobiliari in Lombardia. Con il rientro degli austriaci in Italia, il 28 aprile 1799, fu costretto a scappare in esilio a Nizza, dove morì. Gli austriaci ne sequestrarono gran parte delle proprietà, e, cosa assai curiosa, lo fucilarono in contumacia, sparando ai suoi abiti nella sua villa di Sant’Albino. Alfonso è nonno di un altro illustre italiano, il figlio di Gaetano e suo omonimo Alfonso, che tradusse Marino Faliero (1850) di Casimir Delavigne; dilettante di musica, pittore e poeta, proseguì la passione politica del padre.
Dal 1783 compare nella proprietà del palco anche il conte Giuseppe Trivuzio (1753-1828), figlio di Antonio e Marianna Manzoni. Proprio a suo favore verrà riconosciuta con risoluzione sovrana del 1817 l’antica nobiltà e il contado, facendoli risalire fino al nonno Camillo. Gli altri due terzi della proprietà scaligera sono di Gaetano Barbò Manzoni, marito di Clara, e di Alfonso Porro Schiaffinati.
Nel 1796 accanto a loro compare la marchesa Carolina Barbò Manzoni (?-1785), figlia del marchese Gian Battista Marzorati e di Francesca Tillier, quest’ultima figlia del Generale Francesco. Nel 1747 Carolina sposa Barnaba Barbò, decurione della città di Milano e membro del Tribunale di Provvisione. Il matrimonio tra Carolina e Barnaba «per sentenza di Monsignor De Carli vescovo di Rieti e di Monsignor Neuroni Vescovo di Como» fu annullato nel 1758. Barnaba sposò in seguito una Coppa d’Alessandria, e la Marzorati il marchese Lodovico Barbò di Cremona ma residente in Milano già dal 1770.
Dal 1809 al 1820 il palco è di proprietà della contessa Teresa Barbò Pallavicini (1769-1830), figlia di Pio Giovanni Galeazzo Pallavicini e di Marianna Locatelli, coniugata in prime nozze, nel 1785, con il conte Ottavio Calchi e in seconde con Girolamo Barbò nel 1798, nota per la lussuosa villa che volle costruire - concorde il marito - a Monza, dal 1935 ad oggi sede del Collegio Guastalla.
Tra il 1821 e il 1842 il palco passa al conte Giovanni Pietro Vimercati di Crema e, dal 1840, agli eredi. La famiglia Vimercati di Crema ha in realtà origini brianzole e il cognome deriva da Vimercate, signoria della casata. Giovanni Pietro sposa Maria dei conti Martini, dall’unione nasceranno Eugenia, il cui ritratto è custodito presso il Museo Morando Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano, e Ottaviano, militare di carriera, aggregato alla legione straniera francese, corrispondente di Cavour a Parigi, aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, che poco prima della morte, nel 1879, fu nominato Senatore del Regno d´Italia.
Nessuno dei Vimercati ereditò il palco che dal 1843 al 1873 è intestato al barone Baldassare Galbiati (?-1870), figlio di Carlo e Maria Ratti, uno dei rappresentati della nuova borghesia lombarda, che nella seconda metà del XIX secolo si affermano a Milano nella figura del negoziante in banca e seta: un imprenditore produttore di seta greggia e filati e mediatore di prodotti minori investe i propri profitti aprendo attività bancarie e sperimentando nuove tecnologie industriali. Munifico nella beneficenza, Baldassarre elargisce nel 1841 una discreta somma in favore degli Asili di Carità per l’infanzia di Milano. Nel 1866 gli veniva concesso il titolo di Barone con trasmissione primogeniale mascolina. Gli eredi istituiscono a Caponago la Causa pia Galbiati e l´Opera pia Galbiati Ratti per le nubende povere. Il titolo di barone verrà trasmesso al figlio Carlo Galbiati (1838-1894) che terrà il palco un solo anno, nel 1873, e con il quale si estinguerà la famiglia.
Dal 1874 il palco appartiene alla contessa Erminia Pullé Turati, Erminia è figlia di Francesco Turati e di Angela Pigna. Il padre è tra i più ricchi negozianti di Milano, titolare di una delle più importanti manifatture nazionali del cotone e grande mecenate artistico, che nel 1842 aveva acquisito il titolo di Conte. Erminia si era sposata con Antonio Ponti, dal quale aveva avuto Elvira e Emilio, e in seconde nozze col conte Leopoldo Pullé, dal 1905 senatore del Regno. Con quest’ultimo genera Ernesta Bianca moglie del conte Felice Scheibler, proprietario dell´omonima villa a Rho e fondatore della Croce Azzurra.
Ma ad ereditare il palco è Emilio Ponti (1853-1923), figlio di primo letto, cugino del senatore e sindaco di Milano Ettore, anch´egli palchettista e coniugato con Anna Greppi, sorella di un successivo sindaco della città, Emanuele.
Emilio Ponti risulta titolare sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune inizia l´eproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, II ordine, settore sinistro

Il palco del collezionista di libri
Dal 1778 il palco fu di proprietà di componenti della famiglia Vigoni. Della genealogia si hanno notizie certe soltanto a partire dal Seicento, cioè dal conte Giuseppe, nipote di quel Francesco, noto stampatore milanese, al quale si deve la pubblicazione dell’Ateneo dei Letterati Milanesi del Piccinelli, fatta nel 1670. Giuseppe diede i natali ad Antonio, il primo proprietario del palco. Sposato con Giulia Bonati, Antonio ebbe tre figli: Paolo (che a sua volta ereditò il palco nel 1791), Gaetano e Luigi. Dal 1756 Antonio fu comproprietario, insieme al cugino Antonio de Pecis, del feudo di Massalengo, nel contado di Lodi. Morto de Pecis senza eredi maschi, il feudo rimase ai Vigoni e il palco agli eredi: nel 1813, infatti, titolare è il figlio di Paolo Carlo Vigoni.
Sotto i francesi, nel 1809 e nel 1810 è utente del palco Giuseppe Sangiuliani conte di Mede, che ne diviene proprietario nel 1814. Nel 1856 lo eredita il figlio Antonio, conte di Balbiano e di Mede. Antonio si sposa con la contessa Maria Rasini di Castelnovetto e in seconde nozze con la contessa austriaca Carolina Fischer vedova Fenini, la quale eredita il palco del marito e ne mantiene la proprietà fino al 1884. Carolina dalle prime nozze aveva avuto una figlia, Ida, coniugata con Gian Battista Cavagna conte di Gualdana: da questo matrimonio era nato Antonio (1843-1913) che viene adottato nel 1853 da Antonio Sangiuliani, il quale gli trasmette il cognome e lo nomina suo erede universale.
Proprietario del palco quindi negli anni 1885-86, è Antonio Cavagna Sangiuliani conte di Gualdana. Sincero patriota della causa italiana, partecipa alla terza guerra di indipendenza nel 1866, arruolandosi come soldato semplice di cavalleria nel reggimento Lancieri di Aosta. Nel 1867 sposa Beatrice de Vecchi di nobile famiglia e nel 1886, in seconde nozze, Maria Gramignola, nipote del poeta e romanziere Tommaso Grossi. Studioso e collezionista di libri rari e antichi, Antonio Cavagna Sangiuliani è autore di ben 160 testi inerenti la storia locale del Piemonte e della Lombardia; da appassionato bibliofilo, raccoglie nel corso della vita un’enorme biblioteca che comprende più di 80.000 volumi, tra manoscritti, edizioni a stampa, carte geografiche, illustrazioni d’arte e di archeologia, opuscoli rari e molto altro ancora.
Dopo aver perso nel 1886 la possibilità di un seggio al Senato, il conte scrive all’amico Cesare Correnti cosa avrebbe dovuto fare dopo la sua morte: «[…] ho dato ordine al capo della mia amministrazione centrale di Milano di disporre per il trasporto qui - alla Zelata - di tutta la biblioteca che stava in vari saloni del mio palazzo di Milano[…] verrò quindi a seppellirmi nelle spesse muraglie di questa casa finché un mio discendente la disperderà per tutte le parti del mondo. Sono schiacciato sotto varie proposte[…] Non so decidermi allo sperdimento di un’opera che mi costò 23 anni di ansie, di ricerche, di studi e un mezzo milione di lire[…]». Egli voleva trasportare nella sua dimora pavese tutto il materiale raccolto pazientemente nella sua casa milanese in piazza Filodrammatici 5. Dopo la sua morte, nonostante i tentativi della Società Pavese di Storia Patria di evitare la dispersione di questo eccezionale patrimonio librario, prezioso per la cultura nazionale, la Biblioteca Cavagna Sangiuliani viene venduta dagli eredi nel 1921 e acquisita dalla Rare Book and Manuscript Library dell’University of Illinois at Urbana-Champaign grazie agli sforzi di Adah Patton, capo del Cataloging Department. Resa oggi accessibile, si è rivelata fonte preziosa nella ricostruzione della storia dei palchi per i documenti posseduti, spesso in esemplare unico. Solo pochi testi rimangono in Italia, all’Archivio del Comune di Mede.
Nel 1887 titolare del palco è Emma Weill-Schott (1855-1927) alla quale dal 1888 al 1907 appartiene anche il palco n° 11 della medesima fila. Nata Polacco, coniugata in prime nozze con il banchiere ebreo di origine tedesca Cimone Weill-Schott, Emma si risposa poi con il generale Luigi Francesco Cortella. Oltre a beneficare l´Ospedale Maggiore - un suo ritratto campeggia nella quadreria - "benefica" anche il giovane Mussolini, di cui è ammirata sostenitrice, nominandolo suo erede universale.
Ultimo proprietario del palco, dal 1888 al 1920, è Amerigo Ponti (1854-?), figlio di Antonio ed Emilia Turati, fratello di Emilio e cugino del più famoso Ettore Ponti, senatore del Regno, sindaco di Milano dal 1905 al 1910 e palchettista. Dopo il 1920 il Comune di Milano espropria i palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, II ordine, settore sinistro

Tesorieri, banchieri e numismatici
La storia del palco ha il suo inizio con uno dei cognomi più diffusi in tutta la Lombardia: Fumagalli. Secondo la pubblicazione Cognomi e famiglie del Bergamasco. Dizionario illustrato, avrebbe origini medievali da ricercarsi a Brongio, nella Brianza. La famiglia si diramò nel Milanese, nel Bergamasco e nel Comasco.
Al ramo milanese appartenne Marco Fumagalli (1718-1782), primo proprietario dal 1778 sino alla morte. Tesoriere regio, nel 1780 ottenne dal governo asburgico il diploma di nobiltà per sé e i suoi discendenti. Il figlio Camillo, collezionista e amante dell´arte rinascimentale, fu confermato nel titolo nel 1816, ma il palco restò di sua proprietà solo sino al 1802, quando venne acquistato da Annibale Caccia, come risulta dall’atto registrato il primo settembre 1802 da Brentano De Grianty, Direttore dei Teatri e degli Spettacoli, al quale il “cittadino” Caccia si era rivolto chiedendo di essere incluso nel registro dei Proprietari dei palchi. Annibale sposò Margherita Pinzio dalla quale ebbe sette figli, tra i quali Marianna, suora Salesiana in Santa Sofia a Milano, Giulia, andata in sposa al Marchese Carlo Castiglioni Stampa, e Giuseppe, Cavaliere d’Onore e Devoto del Sovrano Militare Ordine di Malta. Solo nel 1810 compaiono altri utenti del palco, il cavaliere Blasco de Orozco, gà ministro nella Repubblica Cisalpina, e Tommaso Nava, nominato conte da Napoleone nel 1811.
Nel 1815, titolo e palco vennero ereditati dalla vedova Margherita. Rimaritata con Giovanni Perego, ingegnere municipale, la contessa lasciò il palco al figlio Giuseppe Perego, titolare dal 1856 al 1863.
Dal 1864 al 1887 nuovo proprietario fu il ginevrino Carlo Francesco Brot (1823-1895), banchiere, amministratore delle ferrovie dell’Alta Italia, deputato al parlamento dal 1863 al 1873, appartenente ad una comunità di banchieri protestanti di ascendenza svizzera o tedesca - come i Gruber, Mylius, Vonwiller - attiva nella Milano del secondo Ottocento. Nell’anno 1849 era stato nominato “Cavaliere di prima classe” nel Real Ordine del Merito. I gradi riconosciuti, dopo il Gran Maestro, erano cinque: Gran Croce, Commendatore, Cavaliere di prima classe, Cavaliere di seconda classe e Decorato della Croce di quinta classe. I gradi di Cavaliere di prima e seconda classe conferivano all’insignito l’appartenenza alla Nobiltà, non trasmissibile però ai discendenti.
Dal 1888 al 1907 il palco appartenne alla fiorentina Emma Weill-Schott, nata Polacco (1855-1927), di famiglia ebraica. Emma sposò in prime nozze il banchiere ebreo di origine tedesca Simone Weill-Schott, figlio di Maurizio Weill e Babetta Schott, fondatore insieme ai fratelli Alberto e Filippo della seconda maggiore banca ebraica milanese (la prima e la più antica è quella di Zaccaria Pisa) e in seconde nozze il generale Luigi Francesco Cortella, di cui rimase vedova. Fu da subito sostenitrice di Benito Mussolini, nominandolo suo erede universale (con testamento del 18 ottobre 1927), eccezion fatta per una donazione all’Ospedale Maggiore.
Dal 1908 al 1920, ultima proprietaria del palco fu Isabella Bozzotti (1853-1925), appartenente a una facoltosa famiglia borghese di imprenditori del settore della seta. Nel 1873, Isabella sposò Francesco Gnecchi Ruscone, di famiglia originaria di Verderio Superiore (Lecco) con attività nello stesso ramo. Attraverso innovazioni del processo produttivo e una pronta capacità di adattarsi ai mutamenti del mercato, gli Gnecchi alla fine dell’Ottocento risultavano tra i maggiori produttori di seta della Lombardia, regione leader nel commercio europeo, con una produzione di due volte e mezzo quella di tutte le altre nazioni del continente.
Nel 1885 Francesco acquistò il palazzo in via Filodrammatici 10 appartenuto all’antica casata dei Visconti Aimi (oggi sede di Mediobanca), una delle dimore più eleganti e sfarzose della città.
Pienamente inseriti nella società altolocata di Milano e proprietari di una notevole fortuna, gli Gnecchi condussero una vita agiata che permise loro di dedicarsi, oltre che a iniziative culturali, alla filantropia e al mecenatismo. Se da una parte la famiglia donò a Verderio Superiore una nuova chiesa parrocchiale, il municipio, il cimitero, l’asilo infantile, la fonte Regina e altre strutture socialmente utili, dall’altra Francesco si affermò come insigne studioso, uno dei padri della moderna scienza numismatica in Italia. A lui si deve la fondazione della «Rivista Italiana di Numismatica» e la creazione a Milano della Società Numismatica Italiana. La sua collezione di monete romane, acquistata dallo Stato Italiano, costituisce la parte più importante dell’esposizione numismatica al Museo Nazionale Romano. Il figlio Vittorio (1876-1954) si distinse per il talento musicale e fu un noto compositore di opere teatrali. Isabella Gnecchi fu l´ultima intestataria: nel 1920 si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano iniziò l´esproprio dei palchi privati.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, II ordine, settore sinistro

Famiglie in villa: Litta Modignani e Melzi d’Eril
La storia del palco coincide inizialmente con quella della famiglia Litta Modignani. Primo proprietario fu infatti Eugenio <1.> Litta Modignani (1713-1785), secondo marchese di Menzago e Vignano (entrambi comuni della provincia di Varese), titoli che suo padre Camillo Litta aveva ottenuto dall’imperatore Carlo VI nel 1717. Fu Eugenio ad aggiungere nel 1767 il cognome Modignani al proprio dando così origine ad uno dei tre rami dell’antico e prestigioso casato dei Litta (gli altri due furono i Litta Visconti Arese e i Litta Biumi). La ragione di tale modifica risale al matrimonio, avvenuto nel 1699, tra Francesca Isabella Litta, sua zia paterna, e il conte Giovanni Battista Modignani, il quale aveva disposto nel proprio testamento il passaggio di eredità e cognome al nipote.
Eugenio sposò nel 1764 Giuseppa Orrigoni, da cui ebbe Giovanni Battista (1767-1837), che ereditò in seguito il palco scaligero. Questi fu Imperial Regio Ciambellano e nel 1794 si unì in matrimonio con Beatrice Cusani Visconti.
Nel 1809 utente del palco risulta Nicolás Blasco de Orozco y Gómez (1768-1849), nativo di Bilbao, cavaliere di San Juan, nonché ministro plenipotenziario di Spagna presso la Repubblica Cisalpina; nel 1810 condivide il palco con Tommaso Nava (1847-1829), la cui consorte, Fulvia Tecchi, era amica di Ugo Foscolo.
Nel 1815 il palco torna a Giovanni Battista Litta Modignani: dopo la sua morte rimane in eredità per passare nel 1844 al figlio Eugenio <2.> Litta Modignani (1794-1847), che abbraccia la vita religiosa.
Alla sua morte il palco passa dai Litta Modignani a un altro illustre casato, i Melzi d’Eril. L’acquirente è Lodovico Melzi d’Eril (1820-1886), Cavaliere di Malta e Imperial Regio Ciambellano. Nel 1838 egli ospita l’imperatore d’Austria Ferdinando I nella sua villa di Bellagio sul lago di Como; la splendida dimora era stata costruita, tra il 1808 e il 1810, come villa di delizia estiva della famiglia, dal prozio di Lodovico, Francesco, brillante uomo politico del periodo napoleonico. Oggi monumento nazionale, vanta un ampio giardino all’inglese opera dell’architetto Luigi Canonica e del botanico Luigi Villoresi.
Lodovico, da parte sua, rimodella e rinnova in stile neoclassico il palazzo di città, in Contrada della Cavalchina (oggi via Manin), acquistato dal prozio per abitarci con la prima moglie, Luigia Brignole Sale e con la seconda Giuseppina Barbò (1830-1923), vedova di suo cugino Giacomo Melzi d’Eril. In seguito alla morte del marito, al quale sopravvive per oltre trent’anni, eredita il palco e ne è proprietaria sino al 1920, quando si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, II ordine, settore sinistro

Un palco tra aristocratici, borghesi e … femministe
Primo proprietario del palco fu il marchese Giovanni Battista d’Adda (1737-1784), figlio di primo letto di Febo (ci è ignoto il nome della madre, morta nel 1743), il quale si risposò in seguito con Ippolita Bigli. Giovanni Battista si unì in matrimonio nel 1771 con Margherita Litta Visconti Arese. Decurione di Milano e Ciambellano imperiale ebbe un ruolo importante nelle trattative col governo austriaco che portarono all’edificazione del nuovo Teatro alla Scala dopo l’incendio del Teatro ducale. Il marchese era grande ammiratore del Piermarini e a lui affidò la ristrutturazione della villa di delizia a Cassano d’Adda.
Nel 1793 e nel 1794 il palco risulta intestato al conte Gerolamo Arrigoni, figlio di Domenico e Paola Carcano.
Nel 1795 ritorna nella disponibilità degli eredi di Giovanni Battista d’Adda per essere, nel 1809, intestato al figlio Ferdinando (1776-1844), insignito del titolo di Cavaliere di Malta, il quale sposò nel 1804 Costanza Anguissola. A lui rimase sino al 1836, con l’eccezione degli anni compresi tra il 1813 e il 1817, in cui ne fu proprietario il fratello maggiore Febo (1772-1836), maritato nel 1794 con Marie Leopoldine von Khevenhüller-Metsch, figlia del conte Johann Emanuel. Febo d’Adda ricoprì numerosi incarichi politici e istituzionali, ad esempio fu Decurione della città di Milano, Ciambellano Imperiale e vicepresidente del governo della Lombardia.
Nel 1837 il palco passò da Ferdinando d’Adda alla marchesa Clementina Cusani (1803-1882): si tratta di Cherubina Clementina Botta Adorno, figlia del marchese Luigi Maria e di Teresa Beccaria, quest´ultima nata da Giacomo, zio dell’illuminista Cesare. Clementina sposò nel 1819 il marchese Francesco Cusani Visconti portando in dote alla famiglia del marito i cognomi e l’ingente patrimonio delle casate Botta e Adorno, delle quali era ultima erede.
Nel 1856 proprietario divenne il facoltoso avvocato Giovanni Pietro Antona Traversi (1824-1900), figlio di Francesco Antona Cordara e Margherita Traversi, il quale nel 1856 scelse di assumere il cognome dello zio materno avendo ereditato da questi nel 1854 tutte le sostanze di famiglia. Giovanni ebbe rapporti con Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi e, a seguito dell’unificazione nazionale, fu più volte deputato alla Camera nelle file della Sinistra italiana. Nel 1855 Giovanni sposò la diciottenne Claudia Grismondi Suardo, alla quale regalò come dono di nozze un asilo infantile, costruito nel parco della residenza di famiglia a Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia), assecondando le passioni pedagogiche e assistenzialiste della giovane moglie, femminista ante litteram.
La famiglia Antona Traversi possedeva anche un palazzo milanese, oggi in via Manzoni 10, parte del quale attualmente ospita le Gallerie d’Italia, e anche la villa di Meda ancor oggi esistente, costruita a inizio Ottocento dall’architetto Leopold Pollack ampliando il monastero femminile di San Vittore, abolito nel 1798 dai francesi della Repubblica cisalpina; Giovanni Antona Traversi e i discendenti misero mano e soldi nell’altrettanto prestigiosa villa di Desio, oggi nota come villa Cusani Tittoni Traversi.
Agli albori del Novecento, per successione, la titolarità del palco passò alla “coppia” formata da Beatrice Antona Traversi, detta Bice (1861-1944?), figlia di Giovanni e Claudia, e dal primogenito Antonio (1889-1962) avuto da Tommaso Tittoni, sposato nel 1888. Se Tommaso Tittoni fu uomo di punta della Destra storica, deputato, senatore, ambasciatore a Parigi, Beatrice ereditò dalla madre la passione per la letteratura e per l’impegno sociale: “figurina bionda, arguta, piena d’attività … scrittrice quando ne ha il tempo”, ci dicono le cronache del tempo, fu una delle attiviste del movimento emancipazionista partecipando al primo Congresso nazionale delle donne italiane, nel 1908. Nella sua lunga vita (fu testimone a Roma, ultraottantenne, nel palazzo Tittoni, dell’attentato di via Rasella) continuò a portare avanti le ragioni delle donne. Il figlio Antonio, ingegnere, compare come unico intestatario del palco dal 1917 sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, II ordine, settore sinistro

Il palco della “più antica amica” di Giuseppe Verdi
La personalità che sicuramente emerge tra tutti i palchettisti del n° 14 è quella di Giuseppina Morosini, forte presenza femminile dell’Ottocento italiano per il suo attivismo risorgimentale, per la sua fede garibaldina e per i suoi carteggi con compositori del calibro di Giuseppe Verdi. Giuseppina ha poi inciso profondamente, con afflato filantropico, sulla Milano post-unitaria. Ricostruire la storia del palco è come ricostruire la storia della città, e non solo.
Primi proprietari furono Lorenzo Taverna (1719-1794), figlio di Costanzo e Teresa Visconti e conte di Landriano (Pavia), e sua moglie, con la quale era sposato dal 1747, Anna Lonati Visconti (1729-1792), figlia del marchese Carlo e di Maria Antonia Bellisomi. Il conte Lorenzo fece parte di alcune importanti istituzioni della città di Milano: fu membro del Consiglio generale dei 60 Decurioni nel 1753 e della magistratura dei 12 di Provvisione nel 1757 e nel 1759.
I Taverna lasciarono il palco alla famiglia Porro Carcano, dapprima per tre soli anni (dal 1782 al 1784, dal 1785 al 1789 compare ancora proprietaria Anna Lonati Visconti) e poi definitivamente a partire dal 1790. Ne divenne proprietario il marchese Giorgio Porro Carcano (1729–1790), figlio di Berardo e Elisabetta Pozzobonelli: il marchese sposò in prime nozze nel 1768 Maria Odescalchi e in seconde nel 1779 Maria Margherita Borromeo Arese.
Nel 1809 e nel 1810 utilizza il palco il nobile Alessandro Terzaghi, marchese di Gorla Maggiore, benefattore illuminato, che diverrà proprietario dal 1823 di un altro palco n° 14 “nella prima fila alla destra entrando”.
Nel 1813 tornano nuovamente i Porro Carcano, nella persona del conte Gilberto (1751-1837), figlio di secondo letto di Giorgio.
Nel 1825 e nell’anno seguente intestataria è Lucia Pallavicini Ala Ponzone (1772-1846), figlia di Gianfrancesco Ala Ponzone e Paola Cattaneo, coniugata con il marchese Antonio Pallavicini; compare tra le dame di palazzo “né moglie né vedova di Consiglieri intimi o Ciambellani” nel complicatissimo e rigidissimo cerimoniale di corte di Sua Maestà e Regina Carlotta Augusta. Ancora una Pallavicini succede a Lucia: è Teresa Pallavicini Barbò (1779-1830) rimasta famosa per la lussuosa villa che volle costruire a Monza - concorde il marito Girolamo - villa che dal 1935 ad oggi è sede del Collegio Guastalla. La contessa appare intestataria dal 1827 al 1831, ancora un anno dopo la sua morte; nella storia dei palchi scaligeri, un proprietario poteva mantenere la titolarità anche qualche anno successivo alla sua morte, finché non veniva comunicato ufficialmente il passaggio di proprietà o di intestazione.
Dal 1832 al 1848 il palco passò nelle mani di Gaetana Abrami moglie e poi vedova di Francesco Prati, dama di carità con un passato di ballerina tra La Scala e La Fenice, ai tempi di Salvatore Viganò e della famosa coppia Giovanni e Teresa Coralli.
Dopo i moti risorgimentali, quando le fonti riprendono a elencare i proprietari dei palchi scaligeri, troviamo il nome del conte dottore ingegnere Alessandro Negroni Prati (1809–1870), sposato nel 1851 con Giuseppina Morosini (1824–1909), che subentra al marito nel 1873.
Giuseppina riceve un’educazione “patriottica” dalla madre Emilia Maria Magdalena Taddhea Zeltner (il padre, Giovanni Battista, membro del Consiglio di stato del Ticino, chiederà addirittura la cittadinanza austriaca, in aperta antitesi con le tendenze politiche della consorte, salonnière dalla personalità forte e indipendente) nella villa di Vezia, nei pressi di Lugano. Qui saranno ospiti patrioti esuli, teorici del pensiero repubblicano e liberale, esponenti del dissenso anti-asburgico. Giuseppina vive e cresce tra Vezia e Milano con le sorelle Luigia, Annetta, Carolina, Cristina, e con il fratello Emilio condividendo le passioni liberali della madre e prendendo parte attiva alla preparazione dei moti milanesi del 1848. Emilio morì, come Luciano Manara e Enrico Dandolo, nel 1849 dopo la breccia di porta Pia a Roma, lasciando così Giuseppina padrona della villa di Vezia, ereditata da lei e dal marito Alessandro Negroni Prati dopo la morte dei genitori, oggi ancora nota come Villa Negroni. In quegli anni, Villa Negroni divenne il porto sicuro di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Cesare Correnti, Carlo Cattaneo, Cesare Giulini, Francesco Restelli, Federico Bellazzi e tanti altri sostenitori delle aspirazioni indipendentiste e unitarie degli Italiani; Giuseppina sostenne in prima persona la spedizione dei Mille. Oltre che con i patrioti e i politici, la contessa Morosini ebbe contatti diretti con i protagonisti dell’ottocento artistico milanese e non solo: basti dire che Andrea Maffei scrisse l’ode per il suo matrimonio e che Francesco Hayez la ritrasse nel 1853; assai noti i due ritratti della figlia dei coniugi Negroni-Prato, Antonietta, dipinta da Hayez prima da bambina e poi da adulta, in due quadri considerati tra i capolavori del pittore.
E poi, Giuseppe Verdi: il compositore intrattenne con Giuseppina e con tutta la famiglia Morosini – iniziando dalla madre Emilia – una corrispondenza datata tra il 1842 (sono gli anni del Nabucco) e il 1901, anno della morte; un arco cronologico tra i più ampi dell’intero epistolario verdiano. Giuseppina, che assistette dal palco a tutte le prime scaligere delle opere verdiane, era considerata dal compositore “la più antica amica”; la contessa Morosini aveva intuito precocemente la portata storica del linguaggio verdiano. Così come aveva intuito il valore di Arrigo Boito: dal palco, assistette alla prima di Mefistofele.
La nobildonna fu anche tra i cofondatori del giornale politico La Perseveranza, pubblicato a Milano dal 1860; a riprova della notorietà ma anche della stima cittadina si leggano i necrologi che comparvero anche sulla nota rivista edita da Ricordi “Ars et labor”. Ormai vedova di Alessandro Negroni Prati, Giuseppina ricevette nel 1886, direttamente da Re Umberto I, il titolo di contessa, trasmissibile al figlio Giovanni Antonio Negroni Prati Morosini (1861-1932), che condivise il palco con il fratello minore Vincenzo (un terzo fratello, Emilio, era morto a pochi mesi dalla nascita); dopo la morte di Vincenzo, appena ventenne, Govanni Antonio rimase unico proprietario sino al 1920, quando si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano iniziò l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, II ordine, settore sinistro

Il palco del Cavaliere delegato
Prima proprietaria del palco fu la marchesa Ippolita d’Adda, nata Bigli, figlia del conte Vitaliano e di Giovanna Cusani Visconti. Ippolita fu la seconda moglie del marchese Febo d’Adda, morto nel 1757; della prima moglie non si conosce il nome ma si sa che morì nel 1743 e che gli diede Giovanni Battista d’Adda (1737–1784), al quale risulta intestato il palco scaligero nel 1783 e nel 1784. Sposatosi nel 1771 con Margherita Litta Visconti Arese, Giovanni Battista ricoprì importanti cariche istituzionali, tra cui quella di Decurione della città di Milano e di Ciambellano imperiale e fu diretta parte in causa, dopo l’incendio del Teatro ducale, nelle trattative col governo austriaco in merito alla realizzazione del futuro Teatro alla Scala. Ammiratore del Piermarini, a lui affidò la ristrutturazione della villa di delizia a Cassano d’Adda.
Alla sua morte, il palco passò al conte Vitaliano Bigli (1731-1804), figlio di Gaspare, fratello di Ippolita, e di Francesca Visconti e coniugato nel 1752 con Claudia Caterina ClericiClaudia Bigli Clerici. Il conte Bigli, come il marchese D’Adda, ebbe un ruolo chiave nelle contrattazioni con gli austriaci per l’edificazione del Teatro alla Scala: venne infatti nominato, assieme al marchese Pompeo Litta Visconti Arese e al duca Giovanni Serbelloni, Cavaliere Delegato per il Corpo dei palchettisti dell´erigendo nuovo Teatro Grande (Teatro alla Scala). Ai Bigli apparteneva la residenza milanese ancor oggi in via Borgonovo 20, all’epoca contrada di Borgo Novo, che era conosciuta anche come "contrada dei nobili" o in milanese "dei sciuri" per la ricchezza e la quantità dei palazzi di famiglie aristocratiche. All’edificio originario fu aggiunto nel corso del Settecento uno scalone - purtroppo distrutto - progettato da Luigi Vanvitelli, la realizzazione fu poi diretta dal suo allievo, Giuseppe Piermarini, l’architetto della Scala. Il palazzo dal 1828 al 1855 fu proprietà e dimora di Giulia Pahlen Samoyloff, bellissima contessa russa amante del compositore Giovanni Pacini, che lo trasformò in uno dei luoghi più alla moda della Milano ottocentesca.
Utilizzato nel 1809 e nel 1810 da Teresa Frapolli, probabilmente imparentata con Carolina, “giardiniera”, patriota, madre di Teresa Berra Kramer, nel 1813 il palco è di proprietà della sorella di Vitaliano, Fulvia Crivelli erede Bigli (1741-1828), ultima discendente della sua illustre casata, dama dell’Ordine della Croce Stellata e coniugata nel 1759 con il marchese Tiberio Crivelli. Da questo momento, il palco rimarrà ai Crivelli, prima a Paolo (1770-1837), indicato come proprietario nel 1837, figlio di Fulvia e Tiberio; poi ancora alla marchesa Fulvia e, dal 1840, al figlio Luigi (1819-1901), sindaco di Inverigo e coniugato con Carolina Medici di Marignano, proprietario del luogo più famoso della cittadina briantea, la cosiddetta Rotonda.
Infine, alla morte di Luigi, il palco passò a Vitaliano Crivelli (1878-1926), bisnipote di Enea, fratello di quel Paolo che ne era stato proprietario nel 1837. Vitaliano, coniugato nel 1900 con Giustina Sormani Andreani Verri, risiedeva nel prestigioso palazzo di famiglia in Via Pontaccio 12 a Milano; a lui appartenne il palco sino al 1920, anno in cui si costituisce l’Ente Autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, II ordine, settore sinistro

Gallarati Scotti
Primo proprietario del palco è il patrizio milanese Giuseppe Gallarati Scotti (1750-1786), figlio di Giovanni Battista e di Maria Teresa Spinola discendente dell’illustre famiglia genovese. Giovanni Battista, nato Gallarati, venne nominato erede dal patrigno, il commendatore Giambattista Scotti, secondo marito della madre di Giovanni Battista, Anna Ghisleri, dando così inizio al casato dei Gallarati Scotti. Con l’eredità degli Scotti, Giovanni Battista ricevette anche la villa di delizia a Oreno (oggi frazione di Vimercate), costruita secondo il gusto barocco e che egli contribuì ad abbellire in stile neoclassico.
Dal 1780 al 1784 con don Giuseppe compaiono i fratelli Scotti, Camilla, Costanzo e Francesco, che condividono il palco, dopo la morte di Giuseppe, sino al 1789.
Nel 1790 subentra il figlio di Giuseppe e di Costanza Orsola Belloni, Carlo Gallarati Scotti (1775–1840), che dalla madre acquisisce nuovi feudi e titoli: fu oltre che conte di Colturano, duca di San Pietro in Galatina, principe di Molfetta e grande di Spagna di prima classe. Infine nel 1838 ricevette dall’Imperatore la massima onorificenza degli Asburgo, quella di Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro. Risulta proprietario del palco scaligero, salvo brevi interruzioni, sino alla morte. Sposato nel 1814 con Francesca Guerrieri Gonzaga, sua cugina di primo grado (figlia di Camilla Gallarati Scotti, sorella di Giuseppe), ebbe da lei tredici figli.
Il primogenito, Tommaso Gallarati Scotti (1819–1905), ereditò i titoli nobiliari paterni e la proprietà del palco, che gli è intestato dal 1844 sino al 1905. Nel 1847 Tommaso sposò Barbara Melzi d’Eril e la coppia ebbe nove figli; è il maggiore di questi, Gian Carlo Gallarati Scotti (1854–1927), coniugato nel 1878 con la cugina Luigia Melzi d’Eril, ultimo titolare sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 17, II ordine, settore sinistro

Nobili e industriali, filoaustriaci e patrioti
La sera dell’apertura della Scala la famiglia Archinto occupa due palchi, il n° 10 in III ordine a sinistra e, più prestigioso, il n° 17 in II ordine a sinistra, vicino quindi al palco della Corona. Il secondo, dal 1778 al 1862 - la continuità si spezza sotto Napoleone, quando nel 1809-1810 utente del palco è il conte Luigi Brebbia - per novant´anni risulta di proprietà degli Archinto, antica famiglia della nobiltà feudale proveniente dalla Brianza e stabilitasi a Milano nel XIII secolo. Dei diversi rami del casato, nel XVIII secolo rimane quello di Lainate, che conserva il titolo comitale. Il suo capostipite Carlo , Decurione di Milano e gentiluomo di camera dell’Imperatore, attraverso un’accorta politica matrimoniale, fa sì che i suoi cinque figli e lui stesso si leghino alle famiglie più eminenti del patriziato milanese: Barbiano di Belgiojoso, Borromeo Arese, Trivulzio, Lucini, Trotti, Clerici.
Il primo proprietario del palco è il nipote omonimo Carlo Archinto (1734-1804), coniugato con una discendente di un altro altrettanto illustre casato lombardo-romano, Maria Girolama Erba Odescalchi. Gli Archinto abitavano dalla fine del Seicento nella sontuosa dimora di via Olmetto a Milano, dotata di una ricca biblioteca fondata dal nonno Carlo oggi purtroppo andata perduta, dove era stato bibliotecario l’erudito bolognese Filippo Argelati, al quale nel capoluogo lombardo è intitolata una via. I bombardamenti del 1943 distrussero quasi completamente il palazzo lasciando intatti soltanto gli eleganti cortili a portici che ancora oggi possiamo ammirare; in questo tragico evento andarono distrutti numerosi affreschi che decoravano i soffitti, tra cui un intero ciclo di Giambattista Tiepolo realizzato tra il 1730 e il 1731 per celebrare le nozze di Filippo, padre di Carlo.
La coppia non ha figli e la discendenza prosegue attraverso il nipote Giuseppe Archinto (1783-1861) figlio del cugino Luigi. Giuseppe, insieme al padre, all’arrivo dei francesi nel 1796, aveva scelto di spostare la propria dimora a Pisa, ma divenuto unico erede dei beni di tutta la dinastia, compresi i due palchi alla Scala, è obbligato da disposizioni testamentarie a ristabilire il domicilio a Milano. Ritorna quindi, ma solo dopo la Restaurazione, nel palazzo di via Olmetto venduto però dopo qualche anno per stabilirsi in un nuovo palazzo in via della Passione 12, per la cui costruzione spende la cifra da capogiro di 3 milioni di lire. Giuseppe, negli anni della Restaurazione, è con Pompeo Litta Visconti Arese il più ricco tra i patrizi milanesi, grazie alla politica familiare di conservazione dei beni in Archinto, senza dispersione nelle linee femminili e cadette. Nel 1819 sposò Maria Cristina Trivulzio ed ebbe da lei il figlio Luigi. Educato a Vienna nell’I. R. Collegio Teresianum, Giuseppe disapprovava le simpatie democratiche e antiaustriache del figlio; un duro colpo per il genitore fu la scelta di Luigi di prender parte alle Cinque Giornate di Milano del 1848 e, dopo il ritorno degli austriaci, il trasferimento in Piemonte dove si arruola nella cavalleria sabauda partecipando alla prima guerra d’indipendenza. Giuseppe Archinto mantenne sempre un tenore di vita molto alto e non badò a spese, dissipando gran parte del patrimonio familiare. Della sua vita fastosa e del suo orgoglio si narrano diversi episodi. Essendo presidente delle Ferrovie dell’Alta Italia, rifiutò il vistoso emolumento dicendo che «un conte Archinto non si fa pagare da nessuno».
Alla morte del padre, Luigi fu costretto a vendere la quasi totalità dei beni, tra di essi il Palazzo di via della Passione (“svenduto”per 600.000 lire ) e anche i due palchi alla Scala. Il palazzo Archinto, acquistato dalla Stato, divenne dal 1865 la sede definitia ed attuale del Collegio Reale delle Fanciulle, fondato da Napoleone nel 1808 e dal 1986 Educandato Statale Setti Carraro Dalla Chiesa.
Il palco in seconda fila passò ad Andrea Ponti (1821-1888), appartenente a una facoltosa famiglia di industriali tessili di Gallarate e coniugato con Virginia Pigna. Nipote di Andrea senior, il fondatore dell’azienda di famiglia, Andrea fu una figura di primo piano tra gli imprenditori lombardi dell’Ottocento in un’epoca caratterizzata dallo straordinario sviluppo innescato dalla nascita delle prime fabbriche meccanizzate di filati impiantate da mercanti-imprenditori di Busto Arsizio e Gallarate. Destinato a succedere al padre nella direzione degli impianti produttivi di famiglia, intraprese – con il futuro cognato e patriota mazziniano Luigi Borghi – un lungo viaggio di studio in Europa, visitando in particolare gli stabilimenti dell’Alsazia. Per tutta la vita fu un liberale convinto, attento alle vicende pubbliche, ma rifiutò ogni carica, pur prestigiosa, a eccezione del posto di consigliere a Gallarate nelle prime elezioni del nuovo stato unitario del 1860.
Ultimo proprietario del palco dal 1889 fu suo figlio Ettore (1855-1919) che affiancò all’attività imprenditoriale una brillante carriera politica: fu Senatore del Regno d’Italia e Sindaco di Milano dal 1905 al 1909. Dal 1901 al 1907 fece inoltre parte del direttivo della Società esercente il Teatro alla Scala, fondata dal duca Guido Visconti di Modrone per sopperire con risorse proprie alla decisione del Consiglio Comunale di abolire il finanziamento pubblico al Teatro milanese.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, II ordine, settore sinistro

Il palco dei Poldi Pezzoli
Il primo proprietario del palco è Luca Pertusati (1699-1779), conte di Castelferro e di Comazzo, patrizio milanese, sposato con Francesca Maria Pallavicino Trivulzio e proprietario anche del palco n° 15, III ordine sinistro; palchi analoghi - stesso numero e stessa fila - a quelli che possedeva nel Teatro Ducale distrutto da un incendio nel 1776. Alla morte del conte i palchi vengono divisi tra i figli: il palco n° 18 va a Carlo (1743-1804), l’altro al fratello minore Gaetano (1750-1829).
Carlo, coniugato con Maria Paola Elisabetta Aliprandi Carena, non ebbe figli e nel 1802 vendette il palco al Sig. Giuseppe Zuccoli, come risulta dall’atto redatto dal notaio Federico Pozzi l’8 aprile di quell’anno.
Passato a miglior vita nel 1806 Giuseppe Zuccoli, il palco rimase per diversi anni ai numerosi eredi: la moglie Marianna Erba, i figli Giacomo, Bartolomeo, Ignazio, Luigi, Francesca maritata Torregiani e “il di lui abbiatico sig. Pietro De Luigi figlio della predefunta Maddalena Zuccoli già moglie del sig. Francesco De Luigi”. Il 6 settembre 1819, davanti a Giuseppe Arpeggiani notaio residente in Milano, gli eredi del fu Giuseppe Zuccoli vendono “il palco con suo camerino in seconda fila numero diciotto alla sinistra entrando, nell’I. R. Teatro detto della Scala” a Giuseppe Poldi Pezzoli <1.> (1768-1833), per il prezzo di Lire milanesi quarantottomila, corrispondenti a Lire italiane trentaseimilaottocento e quarantotto centesimi. Il suddetto palco confina da una parte con il “Palchettone” (come era chiamato il palco reale) dell’I. R. Governo di Milano e dall’altro con quello degli eredi di casa Archinto. L’elenco degli arredi compresi nella vendita del palco e del relativo camerino ci riporta nel teatro di allora: “Due canapé imbottiti con coperta di Florence color celeste, tappezzeria simile con cornici dorate e tendine di seta color orange, due scranne [sedie con braccioli] rivestite di Florence simile ai canapé, due trumeau con i suoi braccialetti e tondini di cristallo; due tendine con fiocchi e cordoni alla porta simili alla tappezzeria, antiporto e gelosia”. E nel camerino: “Quattro guarnerj immurati [armadi a muro], due serrature, un tavolino attaccato al muro con rampino di ferro, ed un altro tavolino disnodato, un contro antiporto foderato da una parte di Bajetto e dall’altro di seta simile alla tappezzeria”. Il pagamento viene effettuato contestualmente all’atto dall’acquirente “in buoni denari sonanti, correnti d’oro e d’argento, ai Signori venditori che li ricevono, numerano e tirano a sé, e li quali ne confessano la ricevuta e ne fanno la relativa ampia quietanza a favore dello stesso signor compratore”.
L’acquirente Giuseppe Poldi Pezzoli era nato a Parma da Gaetano Poldi e Margherita Pezzoli e proprio nel 1819 aveva sposato Rosa Trivulzio (1800-1860), figlia del principe Gian Giacomo, bibliofilo e dantista, appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più antiche e ricche di Milano. Nello stesso anno il conte Giuseppe Pezzoli d’Albertone, con testamento, aveva nominato suoi eredi i nipoti Giuseppe Poldi e Ignazio Goltara, figli delle sue sorelle Margherita e Annunziata, con l’obbligo di aggiungere al proprio il cognome Pezzoli. Oltre al titolo nobiliare e al cognome, Giuseppe Poldi Pezzoli eredita un cospicuo patrimonio, compreso lo splendido palazzo dove oggi ha sede il museo e una raccolta di dipinti di pittori italiani del ‘500-‘600.
Scomparso nel 1833, Giuseppe lascia due figli in tenera età, Gian Giacomo (1822-1879) appena undicenne e Matilde, anch’essa minorenne, che muore a vent’anni nel 1840. Il palco rimane alla famiglia sino al 1882, intestato a diversi parenti del ramo paterno; Gian Giacomo risulterà intestatario solo dal 1876. Cresciuto in un ambiente ricco di stimoli culturali, sotto la guida della madre, mecenate appassionata e cultrice di musica, a contatto con molti artisti spesso ospiti a Bellagio nella villa di famiglia, Gian Giacomo divenne un appassionato ed esperto collezionista di dipinti e altri oggetti d’arte, avendo ereditato dalla madre una cospicua e pregevole raccolta, alla quale si era aggiunta quella del prozio Giuseppe. Fu attivo sul fronte politico: la sua adesione alla causa risorgimentale si tradusse nella partecipazione alle Cinque Giornate di Milano e alla prima guerra d’indipendenza. Tornati gli austriaci, dovette fuggire in Svizzera e ottenne di poter rientrare a Milano nel 1850 pagando una “multa” di 600.000 lire. Da allora il suo principale impegno fu quello di ampliare la sua collezione con l’idea di farne un museo dedicato all’antica arte italiana, adattando a tal fine il suo palazzo di via Manzoni.
Morto improvvisamente nel 1879, Gian Giacomo lasciò come erede universale del suo ingente patrimonio, compreso il palco alla Scala, il cugino da parte materna marchese Luigi Alberico Trivulzio (1868-1938) che lo mantenne sino alla costituzione dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala nel 1920, che segna la fine della proprietà privata dei palchi. Il museo Poldi-Pezzoli, nato per volontà testamentaria come Fondazione Artistica Poldi Pezzoli, aprì al pubblico il 26 aprile del 1881.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco di proscenio, III ordine, settore sinistro

Negozianti, possidenti-agricoltori, scienziati e benefattrici
Il Capitano Daniele Rougier (oppure Ruggeri o Ruggieri) era proprietario dello stesso numero di palco e ordine al Teatro Ducale ed esercitò il suo diritto di prelazione per l’acquisto del palco al Teatro della Scala: ne detenne il possesso dal 1778 al 1796. Figlio di Giovanni Andrea, il capitano sposò Francesca Spagnoli, che morì vedova nel 1829 lasciando i figli Carolina e Giovanni ancora minorenni. Daniele Rougier era negoziante in Porta Romana, nella parrocchia di S. Nazaro, con un consistente volume d’affari, tale da risultare garante per 13.000 lire di un prestito di 50.000 lire fatto dal ricco notaio Giuseppe Macchi al Conte Francesco Molina nel 1793.
Dal 1809 al 1887 il palco appartenne ad una sola ma importante famiglia milanese, quella dei Berra. Il primo palchettista fu Domenico (1771-1835), avvocato e possidente, “nel quale - come recita l’epigrafe funeraria - all’acutezza dell’ingegno fu pari l’eccellenza del cuore”. Scrisse libri e saggi sull’agricoltura, sperimentando sui propri terreni le sue teorie. Nel 1822 pubblicò Dei prati del Basso Milanese detti a marcita e, come egli stesso sottolinea nella introduzione, fu invogliato a scrivere di agricoltura da Filippo Re, agronomo emiliano, con il quale ebbe molti scambi epistolari sul tema concludendo che nulla potesse essere più curioso e interessante dei “portentosi prati a marcita” che davano la possibilità di avere erba fresca anche in inverno grazie al particolare sistema di irrigazione. La sua opera di divulgazione si indirizzò, oltre a vari settori dell’attività agricola, anche all’allevamento del bestiame. I suoi scritti miravano a stimolare i possidenti lombardi in un momento di mutamenti che oggi definiremmo tecnologici, sulla via di un progresso volto a migliorare i risultati economici e insieme le condizioni di vita dei lavoratori. Il Berra a 32 anni aveva sposato Carolina Frapolli, patriota, Ebbero tre figli, Francesco, Teresa e Antonia.
Francesco Berra (1815-1874) fu proprietario del palco dal 1836 e lo condivise con la sorella TeresaTeresa Berra (1804-1879) nella stagione 1837-1838. Coniugata con Carlo Kramer nel 1821, Teresa fu di profonde convinzioni repubblicane, sostenitrice della Giovine Italia e amica personale di Giuseppe Mazzini. Alunna del prestigioso Collegio delle fanciulle, suonava molto bene il pianoforte tanto da esser dedicataria di brani di notevole difficoltà. Aderì presto - come la madre Carolina, Cristina Trivulzio di Belgiojoso e la pittrice Ernesta Legnani - al movimento delle Giardiniere, il ramo femminile della Carboneria. Impegnata attivamente nella propaganda politica, destò l’attenzione della polizia asburgica. Nel 1848, dopo le Cinque Giornate di Milano, per sfuggire alle ritorsioni si rifugiò nella sua villa di Lugano dove dette asilo a molti esuli italiani.
Francesco Berra era un ricco e competente gelsibachicoltore, membro di società scientifiche del regno Lombardo-Veneto. Sposò Luigia Morosini, sorella della più famosa Giuseppina “antica e fedele amica” di Giuseppe Verdi e del pittore Francesco Hayez. Francesco e Luigia ebbero due figlie, Emilia e Carolina.
Emilia (1848-1926) sposò Adolfo Nathan, ingegnere ai cantieri navali Ansaldo di Genova e fu proprietaria del palco fino al 1887; Carolina, moglie di Carlo Venino, figura comproprietaria del palco per poco tempo, perché morì nel 1881. La nobildonna, patriota e benefattrice come tutte le donne della sua famiglia, contribuì alla sottoscrizione nazionale per la Spedizione dei Mille verso la Sicilia; fu anche uno degli amori taciti e mai condivisi del poeta e scrittore Carlo Dossi, come si legge nel suo lungo e autobiografico Note Azzurre. Per contro, la chiacchierata avventura con il garibaldino Giuseppe Guerzoni provocò la separazione di Carolina dal marito. Guerzoni venne nominato usufruttuario dei beni dalla Berra, che alla sua morte ricevette un sentito ricordo pubblicato nella Rivista della beneficenza pubblica e delle istituzioni di previdenza.
Nella stagione 1887-1888 il palco è intestato all’industriale lombardo Giuseppe Frova (1831-1887) che non farà in tempo a godersi gli spettacoli perché morirà cinquantaseienne il 28 dicembre, appena due giorni dopo l´apertura della Stagione. Il suo cospicuo patrimonio, palco compreso, passò alla moglie Carlotta Frova Francetti (1839-1908), che molto si dedicò alla beneficenza in vita; il suo testamento olografo del 20 giugno non fu da meno per generosità: numerosi lasciti al Pio Istituto Oftalmico, all’Ospedale Maggiore di Milano, all’Orfanotrofio Maschile e Femminile, all’Asilo infantile di Milano ed Esterni, all’Istituto Scuola e Famiglia e al Pio Istituto per Rachitici e legati a parenti, amici, dipendenti oltre ad altri minori come rilevato dal settimanale per la famiglia Il Buon Cuore del 1909.
Per non smentirsi, la signora Frova lasciò il suo palco scaligero, dal 1908, al Pio Istituto Oftalmico che ne conservò la proprietà fino al 1920 quando fu istituito l’Ente Autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano iniziò l´esproprio dei palchi privati.
(Antonio Schilirò)
 
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Palco n° 1, III ordine, settore sinistro

Nobili, borghesi e patrioti
Si legge nelle carte dell’Archivio Parrocchiale della chiesa dell’Assunta a Fontaneto d’Agogna (Novara) che fuori dal cancello della Santissima Cappella del Rosario furono sepolti il Marchese Antonio Rovida nel 1804 e la moglie Giuseppina Cottica (o Cuttica) nel 1808. Il marchese Antonio Rovida fu proprietario del palco con la sua famiglia dal 1778 al 1796 e dell’attiguo palco n° 2; gli stessi palchi posseduti al Regio Teatro Ducale prima dell’incendio del 1776.
Dal 1797 al 1812, durante il periodo napoleonico, non vi sono molte fonti relative alla proprietà dei palchi; sappiamo che nel 1809 risulta essere affittuario il Marchese Fossati ovvero Giorgio Fossati de Regibus (1786-1835) che ne diventerà proprietario dal 1818 al 1838.
Dal 1813 al 1817 possiede il palco donna Virginia Cadorna Bossi (1790-1875), sorella di Benigno Bossi, patriota, a sua volta proprietario del palco attiguo. Virginia, con il beneplacito del fratello maggiore Benigno, sposò Luigi Cadorna, con cui generò Carlo, deputato dello Stato Sabaudo nel 1848, e Raffaele che sposa Clementina Zoppi nel 1849: questi ultimi sono i genitori di Luigi Cadorna, generale, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito fino alla disfatta di Caporetto.
Dopo la Cadorna Bossi, titolare del palco un´altra nobildonna: è Luigia Cacciapiatti che, alla morte del marito Giorgio Fossati de Regibus, subentra nella proprietà del palco dal 1839 al 1848. Le fonti tacciono fino al 1856, quando negli elenchi dei palchettisti troviamo il figlio Giovanni Evangelista Fossati de Regibus (1826-1882).
Dal 1859 al 1898 il palco apparterrà ai fratelli Fortis e ai loro eredi. Giulio Fortis, ricco borghese, negoziante e proprietario dell’I.R. Fabbrica privilegiata di stoffe di seta nel borgo delle Grazie 2684 (oggi corso Magenta 90) “investe di procura” anche il figlio Ernesto per rappresentarlo, come si legge nel “Foglio commerciale: notizie di commercio, navigazione e industria”; l’altro figlio era Guglielmo, che durante le Cinque Giornate di Milano, il 18 marzo del 1848, venne imprigionato nelle carceri del Castello (roccaforte del generale Radetzky) con Durini, Appiani, Bellati e molti altri, subendo pesanti interrogatori. Le cronache del tempo narrano che dopo la reclusione di Guglielmo ai Fortis toccarono le rappresaglie dei soldati austriaci che irruppero nel negozio uccidendo un giovane: incontrarono Ernesto Fortis e si fecero aprire la cassaforte, rubando tutto il denaro (20.000 Lire!), devastando magazzini e fabbrica e le abitazioni dei dipendenti. Rubarono argenti, fracassarono mobili, uccisero e terrorizzarono; il vecchio padre Giulio Fortis si finse morto e solo così si salvò. Il danno arrecato ai Fortis fu di oltre 90.000 Lire (paragonabili a 500.000 Euro).
Dal 1883 entra in comproprietà con Ernesto la sorella Giulia, moglie del notaio Achille Marocco, che figurava come socio annuale pagante dell’opera Pia di Patronato pei carcerati e liberati dal carcere nel 1846, in quella visione solidale che accomunò tanti milanesi; anche Giulia, pittrice e amante delle belle arti, sostenne la causa delle Cinque Giornate e divenne promotrice di attività assistenziali nei confronti dei militari e feriti di guerra.
Il Novecento inizia con un nuovo titolare, Lorenzo de Laugier, di antica famiglia valdostana insignita del titolo baronale; sposò nel 1895 Clementina Sormani Andreani detta Mimì e da lei ebbe Enrico e Giulia. Lorenzo de Laugier incaricò gli architetti Antonio Tagliaferri e Gian Battista Casati della progettazione e costruzione della casa milanese che ancora possiamo ammirare in Corso Magenta 96 all’angolo con piazzale Baracca. La casa fu costruita sui resti delle demolite mura spagnole, in stile Liberty. Il barone Laugier mantenne la proprietà del palco sino al 1920, quando si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano iniziò l´esproprio dei palchi privati.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, III ordine, settore sinistro

Nobili, carbonari, banchieri
Si legge nelle carte dell’Archivio Parrocchiale della chiesa dell’Assunta a Fontaneto d’Agogna (Novara) che fuori dal cancello della Santissima Cappella del Rosario furono sepolti il Marchese Antonio Rovida nel 1804 e la moglie Giuseppina Cottica (o Cuttica) nel 1808. Il marchese Antonio Rovida fu proprietario del palco con la sua famiglia dal 1778 al 1796 e dell’attiguo palco n° 1; gli stessi palchi posseduti al Regio Teatro Ducale prima dell’incendio del 1776.
Nel 1809 e 1810, anni del periodo napoleonico, utente del palco figura il marchese Luigi Erba Odescalchi.
Nel 1813 proprietario è Benigno Bossi (1788-1870) e dal 1814 al 1824 il palco viene condiviso tra Benigno e i suoi fratelli Galeazzo e Raffaele. Benigno, nobile, carbonaro e patriota, scriverà le sue memorie durante l’esilio in Svizzera. Nato nel 1788 a Como dal marchese Giovanni e da Clara Rossini, dopo la morte del padre abbandonò gli studi per dedicarsi, quale maggiore di sette fratelli, all’amministrazione dei beni di famiglia. Fu avverso al governo napoleonico come a quello austriaco e a Milano nel 1814 firmò con il generale Domenico Pino, Federico Confalonieri ed altri una petizione al senato di Milano per sfiduciare il viceré Eugenio di Beauharnais. Considererà i tumulti del 1814 un errore politico che favorì l’insediarsi degli austriaci. Continuò la sua opposizione verso gli invasori e quando nel 1820 il governo austriaco decise di ammettere d’autorità nel "casino dei nobili" gli ufficiali austriaci residenti a Milano, i nobili, oppositori degli Asburgo si dimisero: le dimissioni furono respinte e allora quei nobili si impegnarono a uscire da un palco del teatro o da una sala qualora fosse entrato un ufficiale austriaco. L’episodio del “casino dei nobili” spinse Bossi ad unirsi alla società segreta dei carbonari; fece poi parte del comitato insurrezionale e strinse vincoli d’amicizia e contatti politici con Federico Confalonieri e Giuseppe Pecchio. Giovanni De Castro, nel 1882, ci narra che il 28 gennaio 1824, giorno della lettura della sentenza capitale di sedici cospiratori, sette a Milano (lo ricorda ancora una lapide in piazza Beccaria) e nove, tra cui Bossi, in contumacia, i palchi scaligeri rimasero deserti. Bossi riparò a Ginevra dove conobbe Adelina Bertrand-Sartoris che sposò a Londra. Successivamente ritornò in Svizzera dopo il soggiorno di un anno a Bruxelles. Nel 1848, in seguito all´insurrezione delle Cinque Giornate di Milano, il governo provvisorio lo nominò rappresentante presso il governo Palmerston a Londra. Dopo l’esito catastrofico della prima guerra d’indipendenza nel 1849, Bossi ritornò a vivere stabilmente in Svizzera dove nel 1864 fu eletto a rappresentare l’Associazione italiana di soccorso per i soldati feriti o malati in tempo di guerra presso la Società ginevrina di utilità pubblica. Morì a Ginevra nel 1870.
Dal 1825 al 1833 il palco fu di proprietà di Donna Eleonora Fossani. Il suo nome si trova fra i soci di varie associazioni benefiche e in particolare risulta con suo marito Luigi tra gli “azionisti contribuenti al mantenimento degli Asili di Carità per l’infanzia in Milano”. I coniugi Fossani abitarono in contrada San Bernardino in Porta Ticinese.
Dal 1834 al 1868 il palco passò a Guglielmo Ulrich (1787-1867), banchiere danese, protestante. Fu membro di diverse associazioni e, fra le altre, fu Socio Perpetuo della “Pia Opera di Patronato pei carcerati e liberati dal carcere”. Fu tra coloro che, con l’avanzare del secolo, diversificarono e ampliarono le loro attività non operando solo nel campo della finanza. Nel ’37 fu Consigliere di Vigilanza del Monte delle Sete, nel ‘39 fu uno degli amministratori dell’impresa per rintracciamento, scavo e vendita fossili combustibili nel Regno Lombardo-Veneto. Dal 1838 fu membro del direttivo della Società di Incoraggiamento Arti e Mestieri attiva nella modernizzazione dei processi produttivi. Come membro del Governo Camerale di Commercio nel 1848, al rientro di Radetzky a Milano, Guglielmo Ulrich chiese al neoeletto sindaco degli agenti di cambio di riaprire la Borsa per favorire il ritorno alla normalità. E sempre nel 1848 allorché il feldmaresciallo Radetzky impose un prestito forzoso di un milione e mezzo a carico dei commercianti iscritti nel ruolo delle tasse d’arte e commercio per la somministrazione dei generi di sussistenza occorrenti all’Imperial Regia armata in Italia, alla ditta Ulrich e Brot fu comminata la quota di Lire austriache 20.000; ne pagarono 16.000. Non mancò di offrire un suo contributo sia per la costruzione del tempio protestante a Milano, ancora oggi in via De Marchi, sia per il mantenimento del culto. La Banca Ulrich fu attiva a Milano dal 1825 al 1845, quindi, nei dieci anni successivi, come Ulrich e Brot (Brot era un banchiere svizzero), per poi ricostituirsi di nuovo come Ulrich e C. fino al 1895.
La Sede della Ulrich e C. fu Via Bigli 21, dove abitava la famiglia. Gli Ulrich parteciparono vivamente alla vita sociale ed economica milanese: Guglielmo fu tra i fondatori della Società dell’Unione costituita nel 1841, della Società del Giardino (1873) e consigliere di altre imprese e banche. Dopo l’Unità d’Italia negli elenchi dei soci appaiono i figli: Edmondo fu Consigliere della Banca Nazionale delle Costruzioni, membro del Consiglio di amministrazione della Compagnia d’Assicurazioni “Reale Vita”, reggente della sede di Milano della Banca d’Italia. Fu anche azionista della Società Generale Italiana di Elettricità sistema Edison, assieme al cognato Achille Villa, marito della sorella Emma. La Società Edison, per iniziativa dell’ingegnere Giuseppe Colombo, costruì a Milano la prima centrale elettrica dell’Europa continentale in via di Santa Radegonda, traversa di piazza Duomo, nell’area oggi occupata dalla Rinascente. Il 26 dicembre 1883, giorno d´apertura della Stagione con una riresa della Gioconda di Ponchielli,la luce elettrica arriva alla Scala sino a quel momento illuminata a gas: le lampade in totale erano 2.800, potevano però essere funzionanti in contemporanea 2.640, con un potere illuminante di 37.500 candele. La Scala fu il primo teatro d’opera al mondo a essere illuminato da energia elettrica.
Alla morte di Guglielmo nel 1869, i figli continuarono nella gestione della banca e nelle altre attività. Il palco alla Scala, invece, passò alla madre Francesca Ulrich Rossi e successivamente ai figli Alberto, Alfredo, Oscar ed Edmondo, palchettisti come fratelli Ulrich sino al 1920, quando, con l´istituzione dell´Ente Autonomo Teatro alla Scala, la proprietà dei palchi passò al Comune di Milano.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, III ordine, settore sinistro

Il palco di un’illustre famiglia milanese
A Milano la Biblioteca Comunale Sormani è un’istituzione conosciutissima. La maggior parte degli studenti l’ha visitata o ne conosce l’ubicazione in Porta Vittoria. Dire Palazzo Sormani è dire la biblioteca della città, ma il palazzo è anche parte della storia di famose famiglie milanesi e quindi non solo della famiglia Sormani: infatti esisteva già nel XVI secolo; fu di proprietà del marchese Giambattista Castaldo, generale imperiale che partecipò alla battaglia di Pavia e al sacco di Roma del 1527. Nella seconda metà del Cinquecento l’edificio passò alla potente famiglia dei Medici di Marignano, nel secolo successivo fu acquistato dal cardinale Cesare Monti che diede all’architetto Francesco Maria Richini l’incarico di abbellirlo e ampliarlo. Nel 1783 la proprietà venne venduta agli Andreani che si imparentarono con i Sormani grazie al matrimonio di Cecilia con Pietro Paolo Andreani, genitori di Gian Mario (1760-1830) e del più famoso Paolo (1763-1823), viaggiatore, aeronauta e primo in Italia a sperimentare nel 1784 il volo in mongolfiera.
I genitori di Cecilia erano Antonio Sormani Giussani (1689-1763), che nel 1746 era stato erede fidecommissario del Marchese Federico Giussani, da cui provengono i beni di Lurago e del quale assunse il nome, e Francesca Bonenzio (1703-1777) che acquistò il palco n° 3 del III ordine sinistro in quanto proprietaria del palco che aveva la medesima posizione al Regio Teatro Ducale, come si legge nell’Archivio Borromeo Arese. Nel 1778 Francesca risulta proprietaria del palco insieme al figlio Lorenzo, ma in realtà non ne vide la realizzazione in quanto morì l’anno precedente all’apertura della Scala. Negli anni successivi, fino agli anni ’30 dell’Ottocento saranno i suoi figli maschi Giuseppe, Alessandro (1740-1825) e Lorenzo Sormani Giussani (1741-1821) a mantenere la proprietà del palco.
Lorenzo, sposatosi con Marianna Crevenna, è il padre di Giuseppe (1771-1840) che non userà più il cognome Giussani, ma nel 1831 aggiungerà al suo quello di Andreani ereditato dal cugino Gian Mario, fratello di Paolo l’aeronauta, divenendo così anche proprietario del palazzo di Porta Vittoria che rimarrà della famiglia fino alla vendita al Comune di Milano nel 1930. Giuseppe è ciambellano di S.M.I.R.A., conte imperiale austriaco, presidente del Conservatorio di Milano, nonché consigliere comunale. Subentra al padre nella proprietà del palco nel 1834. Da allora il palco sarà di proprietà dei Sormani Andreani fino al 1882 attraverso il figlio Alessandro e poi i nipoti Lorenzo e Pietro.
Alessandro Sormani Andreani (1815-1880), proprietario del palco dal 1841 al 1880, sposò Carolina Verri, figlia ed erede del conte Gabriele e di Giustina Borromeo Arese.
Il figlio Pietro nel 1904 aggiunse il cognome della madre al suo divenendo Pietro Sormani Andreani Verri (1849-1934). Pietro fu prima deputato e poi senatore del regno, presidente della Casa di riposo per musicisti “Giuseppe Verdi” di Milano (1909-1934), Consigliere della Società delle belle arti di Milano e Socio della Società geografica italiana (1876). Fino al 1908 Pietro fu comproprietario del palco con il fratello Lorenzo Sormani Andreani (1843-1913), collezionista e socio della Società Numismatica Italiana, che poi lo conserverà da solo fino alla morte. Lorenzo aveva ereditato la collezione numismatica di Pietro Verri dalla madre Carolina e fu anche sindaco di Lurago.
Nel 1914 subentrò quale proprietario del palco il figlio di Pietro, Alessandro Sormani Andreani Verri (1882-1944), che nel 1907 aveva sposato Augusta Vanotti. La nipote di Pietro, Luisa, figlia di Antonio (1909-1954) depositerà poi l’archivio di famiglia presso l’Achivio di Stato di Milano (fondo Sormani).
I Sormani possedettero più palchi alla Scala in diversi periodi, ma questo è il solo che la famiglia detenne dall’apertura del teatro sino al 1920, quando il Comune di Milano insieme alla Società dei palchettisti costituì l’Ente Autonomo Teatro alla Scala che pose fine alla proprietà privata dei palchi.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 4, III ordine, settore sinistro

Quel ramo della famiglia Greppi…
La storia del palco racconta dell’articolata genealogia di una delle più importanti casate dell’Ottocento milanese: la famiglia Greppi che, dal XVIII, approderà al XX secolo con una fitta rete di diramazioni, alcune estinte e altre confluite in vari nomi illustri della nobiltà meneghina, con cui il casato Greppi strinse rapporti familiari.
Tutto iniziò con Antonio Greppi <1.> (1722-1799) che già nel 1778 e qualche anno dopo si era premurato di riservarsi ben tre palchi nel nuovo teatro scaligero (palco n° 4 e palco n° 18 del III ordine, settore sinistro; palco di Proscenio del II ordine destro) a suggello della sua clamorosa ascesa sociale: fornitore ufficiale dei tessuti in lana per l’esercito austriaco, incaricato a soli 28 anni della Ferma Generale introdotta da Maria Teresa nel 1750 per la riscossione dei tributi, Consigliere della Camera dei Conti, banchiere di importanza europea ed infine Conte, Cavaliere e Commendatore dell’Ordine Reale di Santo Stefano di Ungheria, con il riconoscimento di trecento anni di nobiltà pregressa e l’infeudazione dei paesi di Bussero e Corneliano. Se la scalata del borghese al titolo araldico incarna il complesso momento storico di transizione, Antonio Greppi rimase un uomo dell’ancien régime; mecenate di artisti e scrittori come Metastasio e Parini, stimato dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria, lasciò Milano dopo l’arrivo di Napoleone, di cui era invece intimo il figlio, Paolo Greppi (1748-1800), presunto amante di Giuseppina Beauharnais. Grande e abile diplomatico, anche Paolo dovette presto abbandonare Milano, a causa di una forte animosità della fazione giacobina nei confronti di colui che appariva il punto di riferimento più importante dei moderati, lasciando al conte Melzi la missione di “ambasciatore de’ Cisalpini al Primo Console”.
Proprio durante i turbolenti anni della vicenda napoleonica, il palco portò il nome di uno tra i personaggi più interessanti del periodo, protagonista della scena operistica e della cronaca rosa internazionale: Madama Ragani, da nubile Giuseppina Maria Camilla GrassiniGiuseppina Grassini (1773-1850). Contralto, nata a Varese, si formò musicalmente innanzitutto con la madre, violinista dilettante. Dopo il debutto nel 1789 in alcune opere di carattere comico, “Josephine” volle affermarsi nei ruoli drammatici e molti compositori ritagliarono su di lei la parte di protagonista: fu questo il caso di Giulietta e Romeo di Zingarelli o de Gli Orazi e i Curiazi di Cimarosa. Il 4 giugno 1800, mentre interpretava sulle scene della Scala La vergine del sole di Gaetano Andreozzi, fece colpo, tra gli altri, su uno spettatore d’eccezione: Napoleone Bonaparte. La relazione intrecciata con lui non le impedì di invaghirsi di altri uomini, perfino del più acerrimo nemico di Bonaparte, il duca di Wellington, conosciuto dalla Grassini durante un soggiorno londinese. Ritiratasi dai palcoscenici nel 1823, la cantante si trasferì definitivamente a Milano, dove si dedicò all’insegnamento, vantando tra le sue allieve le nipoti Giulia e Giuditta Grisi e la celeberrima Giuditta Pasta, di cui Stendhal dirà: “per il canto, essa non è obbligata che alla signora Grassini”.
Con il declino del potere francese il palco tornò ai ‘legittimi’ proprietari, intestato nel 1813 al figlio di Paolo Greppi, Alessandro Paolo (1782-1830), il cui matrimonio con Gabrielle Isaure dei Duchi de Saulx de Tavannes aveva unito il cognome dei Greppi con quello dell’importantissima famiglia di feudatari borgognoni, già imparentata con esponenti dell’alta aristocrazia francese. Alessandro e Gabrielle ebbero tre figli, eredi della bella villa di famiglia a Olgiate Olona.
Dal 1856 proprietaria figura donna Antonietta Greppi (1818-1893), figlia di Antonio <2.> e Margherita Trotti, coniugata con Diofebo Meli Lupi di Soragna. Suo fratello Paolo Emanuele (1831-1896) eredita il palco per tenerlo sino al 1872, e poi dal 1873 al 1877 condividerlo con il fratello Alessandro (1828-1918) che abitava nel palazzo di famiglia in via S. Antonio. Paolo Emanuele ritorna unico intestatario dal 1878 sino al 1883 quando subentra la nobile Luigia Valentina (1824-1896), figlia di Alessandro Paolo e Gabrielle Isaure. Luigia Valentina rimane titolare sino al 1896, ultima discendente di questo altro ceppo della genealogia Greppi.
Il palco passa infatti in eredità alla casata principesca dei Gonzaga di Vescovato, garanzia di imperitura memoria araldica, tramite il matrimonio di Antonietta Greppi (1822-1862) e Luigi Gonzaga di Vescovato (1796-1877): nel 1902 e nel 1903 intestatario è il figlio della coppia, principe Luigi Gonzaga (1857-1906) coniugato con Giovanna Melzi d’Eril, giovane e affascinante ispiratrice della Statua allegorica della Primavera di Giovanni Pandiani. Gli ultimi eredi sono i loro figli Fabio Antonio e Giuseppina.
Fabio Antonio (1885-1906) morì precocemente: “Ricco la mente e il cuore di invidiabili doti | tesoro del presente speranza dell’avvenire | a XIX anni | cielo e terra parve lo contendessero | Vinse il cielo”, lo ricorda accoratamente l’epigrafe sulla tomba. Giuseppina (1882-1948), detta Josephine, sposò il Marchese don Negrone Meli-Lupi di Soragna. collezionista d’arte. Assai attiva nella beneficenza, si contraddistinse come Dama volontaria della Croce Rossa durante la prima guerra mondiale.
A Josephine nata Greppi si aggiunge il nome di Jeanne Melzi d´Eril; non è un´altra proprietaria ma sua madre Giovanna che, rimasta vedova del principe Luigi Gonzaga nel 1906, si rimarita nel 1912 con il nobile Carlo Uboldi de’ Capei.
Le due donne condividono la proprietà dal 1916 al 1920 quando il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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Palco n° 5, III ordine, settore sinistro

Un palco e tre famiglie: Marliani, Cicogna Mozzoni e Greppi Belgiojoso
All’inaugurazione del Teatro alla Scala il palco risulta intestato agli eredi del conte di Busto Arsizio Paolo Camillo Marliani, figlio di Giovanni Raimondo e Anna Maddalena Cavazzi della Somaglia, morto nell´aprile del 1778; non avendo avuto figli maschi, con lui si estingue la linea dei conti di Busto Arsizio.
Dopo anni di giacenza in eredità, il palco passa nel 1790 ad un altro ramo della famiglia, condiviso dalle sorelle Bianca (?-1805) e Teresa Marliani (1748-1835), figlie di Carlo - l’ormai defunto fratello maggiore di Paolo Camillo - e da Gerolamo Gambarana (1725-1795), che aveva sposato la terza sorella Marliani, Anna. Bianca va in sposa a Pietro Pietrasanta, principe di San Pietro in Sicilia e conte di Cantù, e da lui ha Carlo Pietrasanta Reitano, indicato come proprietario dopo la morte della madre. Nel testamento Bianca istituisce come erede il figlio, con una clausola: entro tre anni dalla sua morte questi avrebbe dovuto ammogliarsi “in faccia alla Madre Chiesa”; in caso di inadempienza si sarebbe visto negare qualsiasi diritto di successione e tutti i beni sarebbero stati incamerati dall’Ospedale Maggiore di Milano. Tale condizione non risulta certo gradita al figlio, che sceglie di intentare causa. Nel frattempo conosce Fulvia Verri, la figlia del conte Pietro e di Vincenza Melzi d’Eril, e nel 1815 celebra con lei “le faustissime nozze” che ispirano al poeta Carlo Porta un sonetto. Il termine fissato dalla madre è però ormai trascorso e l’ospedale esige quanto dovuto. Il procedimento giudiziario viene interrotto dalla morte del principe di Pietrasanta; nel 1818 la vedova pone la parola fine alla vertenza versando nelle casse dell’istituto una lauta somma.
Teresa Marliani, sorella di Bianca, si unisce in matrimonio con Francesco Leopoldo Cicogna Mozzoni, che nel 1799 acquista il palazzo di Busto Arsizio, in precedenza dimora dei Marliani, ceduto poi nel 1822 all’amministrazione comunale.
Il conte Gerolamo Gambarana, figlio di Gaetano e Margherita Maria Gallarati, ciambellano imperiale, lascia il terzo del palco al figlio Giuseppe Gambarana Marliani, che eredita il feudo di Busto Arsizio, unisce al suo il cognome materno e affianca le zie nel palco.
Nel 1809, in pieno periodo napoleonico, compare quale affittuario serale del palco il nome di Paolo Monti.
La comproprietà finisce nel 1838 quando il palco compare intestato unicamente al conte Carlo Francesco Cicogna Mozzoni (1784-1857), figlio di Francesco Leopoldo e Teresa Marliani, coniugato nel 1837 con Francesca (detta Fanny) Calvi, fratello di Leopoldina sposata ad Alessandro Annoni, titolare del n° 8, I ordine destro.
Tra il 1858 e il 1862 subentra a Carlo Francesco suo figlio Gian Pietro Cicogna Mozzoni (1839-1917), capitano nel Regio Esercito e volontario nella Seconda e Terza guerra di indipendenza, coniugato nel 1866 con Luigia Cavazzi della Somaglia, detta “Gigia”.
Il 1863 segna l´ingresso nel palco di un´altra proprietà: titolare risulta infatti la marchesa Paolina Greppi (1837-1915), figlia di Giuseppe e Luigia Durini, sposata nel 1856 con Scipione Barbiano di Belgiojoso, vedovo allora del primo matrimonio con Carolina Borromeo; da non confondersi con Paolina Greppi Lester, l´amata di Giovanni Verga.
Nel 1916 il palco viene ereditato dai figli Antonio (1867-1922), marito di Emilia Dodici Schizzi, e Alberico Barbiano di Belgiojoso <2.> (1879-1966), architetto, coniugato con Margherita Confalonieri Strattmann.
Nel 1917 si aggiunge alla comproprietà l’amministratore ragioniere Mazzoni, presumibilmente legato alla famiglia: i tre saranno proprietari sino al 1920, anno in cui viene fondato l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 6, III ordine, settore sinistro

Un “quartetto” di proprietari
Un unico filo genealogico si svolge all’interno del palco n° 6 del III ordine sinistro, congiungendo, dal XVIII al XX secolo le famiglie Boggiari, Mesmer, Crivelli, Cairati. Il palco passò di proprietario in proprietario per via ereditaria diretta, senza cessioni o vendite e, come si legge nelle fonti, racconta – di nome in nome – matrimoni e unioni tra le famiglie.
La storia inizia con don Antonio Boggiari Mesmer (?–1796), con titoli e patrimoni risalenti a suo nonno Antonio: di umili origini comasche, aveva accumulato (tra Sei e Settecento) ingenti capitali e immobili, trovando nella villa di Varedo - che andrà poi ai Bagatti Valsecchi, palchettisti di fama – il riconoscimento pubblico della propria immagine. Il palchettista Antonio era figlio di Ottavio (a sua volta figlio del “nonno” Antonio) e di Marianna Mesmer, erede di facoltosi banchieri di origine svizzera, con possedimenti di vaste proprietà nel monzese. Antonio assunse i due cognomi ereditando il palco dalla parte materna.
Nel turbolento periodo napoleonico, il nome dei Mesmer compare ancora, questa volta unito a quello dei Crivelli del ramo di Nerviano: il palco è di Prospero Crivelli Mesmer (1749-1816), figlio di Giovanni Crivelli e Maria Boggiari Mesmer, erede di Antonio e di Marianna, con l’obbligo di unire al proprio il cognome dell’ava materna e di portare avanti, tra le tante attività, quella di benefattore dell’Ospedale Maggiore. Registrato come palchettista nel 1809, in una delle rare fonti del primo Ottocento, quando Milano gravitava nell’impero napoleonico, Prospero mantiene il proprio posto durante quegli stravolgimenti politici. Tornati gli austriaci e dopo la Restaurazione, nel 1816 ha confermate le credenziali dell’antica nobiltà per sé e per i discendenti.
Sposato nel 1785 con Teresa Casati, don Prospero trasmette il patrimonio e il palco al figlio Don Gaetano Crivelli Mesmer (1796-1862) che, due anni dopo la morte del padre, nel 1818 prende in moglie la giovanissima Francesca Marianna “Teresa” Pò, ancora minorenne - nata nel 1802 - senza troppo scandalo per i tempi ma con la necessaria approvazione famigliare e giudiziaria.
Successori di Don Gaetano sono nell´ordine il figlio Riccardo (?-1877), nel 1867 socio fondatore della Società geografica italiana, e quindi il fratello Giovanni (1802-1882), che nel 1848 era stato un componente della Commissione consulente di finanza e commercio del Governo provvisorio di Lombardia.
Di lì a qualche anno la linea dei Crivelli Mesmer sarebbe confluita in un vicolo cieco. L’unica figlia di Giovanni e Teresa Robecchi (?-1899), Rita Crivelli Mesmer (1850-1915) – proprietaria del palco insieme alla madre dal 1886 – è l’ultima discendente e con lei il cognome si perde.
Impegnata in prima persona nelle associazioni di beneficenza per i civili e i militari, membro del consiglio della sezione femminile delle Dame della Croce Rossa italiana, Rita compie un grande gesto di generosità verso la città di Milano donando nel 1903 alla neonata Galleria d’Arte Contemporanea (oggi GAM-Civica Galleria di Arte Moderna) La Maddalena penitente di Francesco Hayez, dipinto nel 1832, da decenni in possesso della sua famiglia. Donna Rita è la moglie di Michele Cajrati, valoroso combattente della causa italiana, volontario nell’esercito regolare nella terza guerra d’indipendenza, ferito dallo scoppio di una granata austriaca. Ingegnere e architetto, membro della Società storica lombarda, che ne celebra la scomparsa nel 1913 sottolineandone la “meritata fama di genialità e buon gusto”, era dedito alla beneficenza, come molti esponenti della nobiltà d’un tempo: benefattore dell’Ospedale Maggiore, ricopre anche il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione dell’Ospedale Fatebenefratelli. La casa della famiglia Crivelli Mesmer era in via Spiga 21, laddove aveva abitato per lunghi anni sino alla morte nel 1792 l’illustre compositrice milanese Teresa Agnesi; dopo il matrimonio Rita si sposta in casa Cajrati, in piazza Belgiojoso 2.
Il palco viene ereditato dai figli Riccardo Cajrati Crivelli Mesmer (1878-1948), avvocato, appassionato di alpinismo e membro del CAI, e Matelda, impegnata nelle attività sodali della beneficenza e in particolare nella fondazione di un Comitato per la creazione dell’Asilo per ciechi, inaugurato nel 1905 e legato all’Istituto ancor oggi esistente in via Vivaio.
La continuità genealogica dal 1778, anno di inaugurazione del nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala, si mantiene così - come accade nei più importanti palchi del primo e secondo ordine - fino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, III ordine, settore sinistro

Una galleria di personaggi
Dal 1778 al 1920, gli anni in cui era possibile possedere il proprio privato affaccio sul palcoscenico della Scala e di conseguenza sulla società milanese, il palco n° 7 del III ordine sinistro, a differenza di tanti altri che presentano una certa continuità e omogeneità nella successione dei proprietari, vede un avvicendarsi di personaggi molto vari, per provenienza, posizione e ruolo sociale. Il palco passa infatti, senza presunte derivazioni familiari dirette, dal tesoriere senza sorte al giurista, dal sacerdote latinista al ragioniere, dall’avvocato al console argentino. Ma procediamo secondo l’ordine cronologico delle fonti.
Nel 1778, all’inaugurazione del nuovo Teatro alla Scala, primo proprietario è il tesoriere militare della Lombardia, il marchese Giuseppe Antonio Molo (1729-1796), famoso allora da Milano a Roma non tanto per le sue cariche politiche quanto piuttosto per le disavventure private di un matrimonio da annullare, secondo la causa intentata dalla moglie Marianna Grassi Varesini, dopo 12 anni di convivenza, “ex capite absolutae perpetuae impotentiae”. Stigmatizzato da Pietro Verri come “un Ercole che invece che allegare dei fatti cita degli autori”, lo sventurato e discusso marchese presumibilmente morì senza figli e quindi senza discendenza.
Durante il periodo napoleonico il palco viene assegnato al Consigliere di Prima Istanza Francesco Appiani (1765-1816), giurista: nel 1790 egli risulta membro con Cesare Beccaria della Giunta per la stesura di un codice penale e nel 1812 pubblica un Saggio di giurisprudenza elementare secondo il codice civile di Napoleone il Grande. Primo marito di Carolina de Carolis (1785-1829), da lei ha tre figli, Giovanni (1803-1850), Giuseppe (1804-1850) e Alberico (1807-dopo il 1861), eredi del palco alla morte del padre. Carolina nel 1817 si risposa con Fortunato Venini, aggiungendo il cognome di questi a quello degli Appiani, che compaiono infatti come fratelli Venini Appiani.
Nel 1845 il palco cambia un’altra volta proprietari: dapprima gli Staurenghi e poi i Baroggi, entrambi legati alla località di Proserpio, in provincia di Como, dove tuttora sorgono le due ville signorili. Don Antonio Staurenghi (1791-1882), “forte personalità del clero ambrosiano ottocentesco”, è il primo sacerdote secolare dai tempi dei Borromeo al quale viene affidata la direzione del Seminario arcivescovile di Milano. Rettore e vicedirettore del liceo ginnasio della diocesi e grande latinista, parroco e prevosto di Alzate Brianza, si prodiga con amore paterno per la parrocchia, rinunciando persino nel 1854 alla sede vescovile di Crema che gli era stata offerta. Paolo Staurenghi (1786-1851), proprietario del palco dal 1846, è un ragioniere, consigliere provinciale, titolare dell’omonima ditta e sostenitore della ferrovia Lecco-Taceno che avrebbe dovuto percorrere la Valsassina, progetto mai realizzato.
I Baroggi subentrano agli Staurenghi dopo alcuni matrimoni che avevano saldato l’unione delle due famiglie. Aquilino Baroggi (1801-1874), commerciante in sete, aveva sposato Isabella Londonio, o Landonio, cognata di Stefano Staurenghi. La villa Baroggi Meraviglia Mantegazza di Proserpio poteva vantare tra gli ospiti illustri poeti quali Ugo Foscolo e Vincenzo Monti, che proprio al padre di Isabella, Carlo Giuseppe Londonio, aveva dedicato la prima edizione della sua traduzione dell’Iliade. Carlo Baroggi Staurenghi (1838-1895), avvocato, figlio di Aquilino e Isabella, assume il cognome Staurenghi dallo zio Carlo, morto senza prole; socio contribuente della Società per le Belle Arti ed esposizione permanente in Milano, aveva sposato Cristina Manzoni, figlia dello scrittore Alessandro, della quale rimarrà vedovo nel 1841.
Nel 1874 il palco diventa lo spazio di rappresentanza di Juan Francisco Pelanda (?-1892), console di Argentina a Milano, per passare nel 1877 ai fratelli Radice, Ercole (1854-1901), ingegnere, eletto alla Camera nel 1892 e Iginio (1844-?), avvocato e cavaliere, per passare poi alla figlia di quest’ultimo, Maria maritata Bongiovanni. Dal 1918 compare un ennesimo proprietario, Guido Cesare Cantalupi (1867-?): terrà il palco sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, III ordine, settore sinistro

Dai primi agli ultimi nobili
Dal 1778 al 1782 il palco è in comproprietà tra il marchese Carlo Gerolamo Bonacossa (dal 1780 la proprietà viene indicata come “casa Bonacossa”) e il marchese Giuseppe Viani (1733-1783). Quest’ultimo, già palchettista del Teatro Ducale, era stato eletto nel marzo del 1776 dal Corpo dei Palchettisti tra i dodici Consiglieri Delegati ai quali veniva demandata la facoltà di trattare con l’arciduca, l’architetto Piermarini e la ditta appaltatrice e di decidere a nome di tutti i palchettisti sulla costruzione del nuovo Teatro alla Scala. Il marchese ricopre anche l’incarico di cassiere della Società dei palchettisti ma nel settembre del 1777 si dimette da entrambi gli incarichi a seguito di una controversia sull’assegnazione dei palchi di IV ordine.
Al pari di altri illustri patrizi Giuseppe Viani è proprietario di più di un palco: oltre a quello in comproprietà con Bonacossa, ne possiede uno in IV ordine (n° 7, settore destro) e uno centrale nel più prestigioso I ordine (n° 12, settore sinistro) dei quali è proprietario unico. Di Bonacossa non si conoscono eredi, il marchese Viani invece ha una sola figlia, Maria Teresa (1761-1845), sposata nel 1785 con il marchese Giulio Dugnani, la quale insieme al patrimonio paterno eredita due dei palchi. Il palco n° 8 in III ordine, invece, nel 1783 risulta intestato ad Angiola Cattaneo (?-1809), coniugata con Carlo Righini.
Durante il dominio francese utente del palco è Leopoldo Staurenghi, dal 1800 al 1802 commissario della Repubblica Cisalpina e quindi nel 1809 titolare della prefettura del Rubicone; nel 1810 ne usufruisce il marchese Francesco Cusani Visconti.
Nel 1813, con le prime sconfitte di Napoleone, il palco n° 8, come molti altri, ritorna alle famiglie dei vecchi proprietari e, nel nostro caso, alla baronessa Carolina Righini (1777-1818), erede della madre Angiola Righini Cattaneo, coniugata con il barone Emanuel von Schlieben “capitano di piazza” dell’I. R. esercito asburgico. Morta Carolina, il palco dal 1818 ha come nuovo proprietario Antonio Rejna, assessore, giudice di pace e quindi podestà di Gallarate, benefattore dell’Ospedale di Sant’Antonio abate per legato testamentario del 1824 e proprietario anche del palco n° 7, II ordine destro.
Dal 1835 al 1839 intestatario è Carlo Ottavio Castiglioni (1785-1849) conte di Garlasco, figlio di Alfonso e di Eleonora Crivelli, discendente da un’antica famiglia patrizia milanese che nel Medioevo aveva dato alla chiesa due pontefici, Urbano II e Celestino IV, e tre cardinali arcivescovi di Milano. Il padre, deputato dalla Congregazione dello Stato di Milano presso la corte degli Asburgo, si era trasferito con la famiglia a Vienna nel 1791, cosicché il giovane Castiglioni aveva avuto modo di acquisire un’ottima conoscenza della lingua tedesca. Ritornato a Milano nel 1794 aveva quindi approfondito lo studio delle lingue classiche (greco, latino, sanscrito) e moderne (francese, inglese, spagnolo, portoghese olandese, ma anche arabo, turco, persiano). Nel 1815 sposò Carolina Borromeo Arese, figlia di Giberto marchese di Angera, dalla quale ebbe due figlie che attraverso i loro matrimoni rinsaldarono i legami con l’élite della nobiltà lombarda: Luigia sposa Giovanni Ambrogio Cornaggia Medici della Castellanza ed Elisabetta Gerolamo Litta Modignani. Castiglioni si valse delle sue conoscenze linguistiche per riordinare la raccolta di monete arabiche di Brera su invito di Gaetano Cattaneo direttore del Gabinetto numismatico di Brera, redigendo un preciso catalogo, pubblicato nel 1819, che includeva la successione di califfi e sultani che dominarono le regioni dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa cui quelle monete appartenevano. Grazie ai suoi studi di glottologia e di filologia germanica fu chiamato da Angelo Mai, insigne filologo e cardinale, a decifrare alcuni palinsesti della Biblioteca Ambrosiana scritti in antico alto tedesco e in caratteri gotici. Dell’ampiezza dei suoi interessi e dei suoi studi diede prova pubblicando una storia della lingua copta. A coronamento e riconoscimento del suo valore di studioso l’imperatore d’Austria Ferdinando I lo nomina nel 1840 Presidente dell’Istituto Lombardo di scienze e lettere.
Già nel 1836 il Castiglioni aveva ceduto il palco a Giovanni Paolo Ravizza (1765-1844), benefattore dell´Istituto dei Ciechi e padre di Giuditta e Clara; quest´ultima lo eredita nel 1845, mantenendone il possesso per mezzo secolo. Clara Ravizza (1811-1898), socia della Società delle belle arti, sposa nel 1846 Giovanni Masciaga, dottore in legge e socio benemerito della Regia Accademia Raffaello d’Urbino che gli dedica il volume degli Atti del 1873; quindi, in seconde nozze nel 1885, Luigi Podestà, facoltoso possidente di ben ventisei anni più giovane. Creato nobile da Umberto I e insignito dell’onorificenza di Gran Cordone della Corona d’Italia, Luigi Podestà fu consigliere provinciale di Novara, sindaco di Divignano, deputato al parlamento dal 1898 al 1913, anno in cui venne nominato senatore del regno. Nel suo fascicolo presso la biblioteca del Senato si legge che fu valente amministratore quale sottoprefetto e regio commissario straordinario nei comuni di Vigevano, Lodi e Oneglia. Dalla stessa fonte apprendiamo che fu anche un appassionato collezionista di oggetti d’arte custoditi nella sua villa a Monza e nel castello di Divignano, piccolo borgo in provincia di Novara. Nel 1897 Luigi Podestà (1838-1929) eredita dalla moglie il palco e ne mantiene la proprietà sino al 1920, anno in cui si costituisce l’Ente Autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, III ordine, settore sinistro

Uno dei palchi Bellotti
La storia del palco comincia con Giacomo Bianconi, affiancato solo nel 1779 dal fratello, il notaio Giovanni Battista.
Durante il periodo napoleonico il palco - come la maggioranza di quelli scaligeri - ha utenti diversi: nel 1809 è intestato a Giuseppe Antonio Borrani (1779-1831), subaffittuario dal 1799 della bottiglieria di fronte al Teatro alla Scala e proprietario, da prima del 1820, del Caffè del Teatro, già di Francesco Cambiasi e dal 1832 divenuto Caffé Martini. Potremmo definirlo un faccendiere: aveva a sua disposizione almeno undici palchi, nel secondo, terzo e quarto ordine e in entrambi i settori, li affittava in genere per una singola serata - come si vede chiaramente nel 1810 - o li subaffittava per conto terzi, magari per qualche proprietario di tendenze filo-asburgiche che aveva lasciato Milano ma non voleva perdere un bene prezioso. Nel 1810 troviamo Elisabetta Gafforini, prima cantante di camera di Napoleone, famoso contralto. Nel 1813 il palco ritorna a Giacomo Bianconi cui subentrerà, nel 1818, il possidente Antonio Bianconi, figlio di Giovanni Battista.
Nel 1823 il palco passa a Pietro Bellotti, assessore della Congregazione municipale di Milano nonché membro della Società di incoraggiamento di arti e mestieri. Abitava in Corso di Porta Orientale (oggi Corso Venezia) al 648, sede del Seminario arcivescovile. La famiglia Bellotti, di origine novarese, annovera numerosi ingegneri e notai (quest’ultima professione veniva solitamente esercitata dal figlio primogenito). È ingegnere ad esempio Gaetano, zio paterno del nostro palchettista, il quale si divide tra libera professione e servizio pubblico; a lui vengono affidate nel 1788 le riparazioni urgenti per il Teatro alla Scala. Gaetano, grazie a oculati investimenti fondiari, riesce a incrementare notevolmente il patrimonio famigliare. Rimasto celibe, al momento di fare testamento (due anni prima della morte avvenuta nel 1814), nomina eredi i tre nipoti, figli del fratello Giovanni Pietro. Pietro è uno di questi; gli altri sono Cristoforo <1.>, ingegnere e architetto, proprietario del n° 7, I ordine, settore destro e Felice, che pur non essendo proprietario di palco, è il nome più noto e ricordato della famiglia, onorato dell’intitolazione di una via milanese, vicino a Porta Venezia, nella serie di vie intestate a patrioti. Felice, infatti, laureato a Pavia in giurisprudenza, traduttore di tragedie greche, ha la vita segnata dall’amor patrio che connota la sua celebre ode “La liberazione di Milano”, nella quale inneggia alla sconfitta degli austriaci dopo le Cinque giornate. Il suo busto campeggia nel portico superiore del palazzo di Brera, con queste parole: «A Felice Bellotti che cittadino e letterato sempre intese al perfetto di tutte le Belle Arti fu amatore studioso non cercò né bramò gli onori li meritò severamente sdegnoso di ogni abbiezione amici ed ammiratori posero l’anno MDCCCLX ed al suo busto vollero unite le effigie dei tre sommi greci tragedi da lui con altezza di mente e squisito sentire tradotti all’italica poesia».
Il fratello palchettista, Pietro, sposato a Carolina Mazzeri, ha il merito di aver generato un appassionato naturalista, Cristoforo <2.>, ittiologo e paleontologo, e Maria Bellotti, cui il palco è intestato dal 1860. Maria è la moglie dell´ufficiale Agostino Petitti Bagliani conte di Roreto, dal quale ha due figlie: Teresa Maria e Vittoria Emanuela. Il conte di Roreto durante la Prima guerra d’indipendenza è al comando del Corpo di Artiglieria, poi partecipa alla Seconda e alla Terza guerra d’indipendenza ed è nominato Ministro della guerra sotto i governi di Urbano Rattazzi e di Alfonso La Marmora.
Nel 1890 il palco appartiene a Giuseppe Giulini, conte di Vialba e Villapizzone (oggi entrambi quartieri di Milano) e figlio di Alessandro e Giuseppina Padulli; egli sposa nel 1895 la baronessa Emilia Ajroldi di Robbiate e ha da lei una figlia, Paola.
Dal 1902 la proprietà del palco passa a Laura Giulini vedova Ricordi. La nobile Laura (forse sorella o cugina di Giuseppe) nel 1870 aveva sposato Enrico Ricordi (1848-1887), il quinto figlio del celebre editore Tito I e fratello di quel Giulio che in seguito alla morte del genitore avrebbe assunto la direzione della ditta fondata dal nonno Giovanni. La vedova di Enrico era entrata nel 1896 con altri come socio accomandatario quando si era dimesso Gustavo Strazza, nipote dell’ex rivale di Ricordi, Francesco Lucca, proprietario del palco n° 11 del IV ordine sinistro. Laura ed Enrico hanno un figlio, Alberto, che compare come palchettista nel palco di famiglia, il n° 19 del IV ordine destro, anch’egli dal 1902, il che fa presumere che in quel primo Novecento i Ricordi si fossero redistribuiti l’eredità scaligera e non solo.
Laura Giulini Ricordi è l´ultima titolare: nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, III ordine, settore sinistro

Un palco, due famiglie: Archinto e Mazzucchelli
Dall’inaugurazione del Teatro sino al 1866 il palco appartenne, tranne due brevi parentesi (nel 1788-89 lo ebbero gli Arconati Visconti e nel 1809 Giuseppina Calvi), agli Archinto, ricca famiglia aristocratica originaria della Brianza. Il primo proprietario del palco scaligero fu il conte Carlo (1734-1804) figlio di Filippo e di Giulia Borromeo Arese. Gli Archinto abitarono dalla fine del Seicento nella sontuosa dimora in contrada dell´Olmetto 1351 a Milano, dotata di una ricca biblioteca fondata dal nonno Carlo, purtroppo andata perduta, dove era stato bibliotecario l’erudito bolognese Filippo Argelati, al quale nel capoluogo lombardo è intitolata una via. I bombardamenti del 1943 distrussero quasi completamente il palazzo lasciando intatti soltanto gli eleganti cortili a portici che ancora oggi possiamo ammirare; in questo tragico evento andarono distrutti numerosi affreschi che decoravano i soffitti, tra cui un intero ciclo di Giambattista Tiepolo realizzato tra il 1730 e il 1731 per celebrare le nozze di Filippo, padre di Carlo. Quest’ultimo si sposò con la marchesa Maria Erba Odescalchi; poiché non ebbe figli, nominò proprio erede universale il conte Giuseppe Archinto (1783-1861), figlio di suo cugino Luigi che, al momento dell’arrivo dei francesi nel 1796 si era spostato a Pisa. Obbligato da disposizioni testamentarie a ristabilire il domicilio a Milano ritornò, dopo la Restaurazione, nel palazzo di famiglia che però dopo qualche anno vendette per stabilirsi in via della Passione 12 (dove oggi si trova il Collegio delle Fanciulle dedicato a Emanuela Setti Carraro): la sua casa divenne ben presto il salotto della nobiltà cittadina. Nel 1819 il conte sposò Maria Cristina Trivulzio (1799-1852) ed ebbe da lei il figlio Luigi (1821-1899) che sposò Giulia Gargantini. Educato a Vienna, Giuseppe disapprovava le simpatie democratiche e antiaustriache del figlio; un duro colpo per il genitore fu la scelta di Luigi di prender parte alle Cinque giornate di Milano del 1848 e, dopo il ritorno degli austriaci, il trasferimento in Piemonte dove si arruolò nella cavalleria sabauda partecipando alla prima guerra d’indipendenza. Giuseppe Archinto mantenne sempre un tenore di vita molto alto e non badò a spese dissipando così gran parte del patrimonio familiare; per questo motivo, alla morte del padre, Luigi fu costretto a vendere la quasi totalità dei beni, tra di essi il Palazzo di via della Passione e anche il palco che passò alla famiglia Mazzucchelli.
Dal 1867 ne fu proprietario il conte Giovanni Mazzucchelli, nipote di Gian Maria (1707-1765), letterato, storiografo e bibliografo, autore di un monumentale Dizionario degli scrittori d’Italia rimasto incompleto per la morte del suo autore. Giovanni qualche anno prima (1863) aveva acquistato da Enrico Manzoni, figlio del grande scrittore, la splendida villa di Renate in Brianza, costruita nella seconda metà del Settecento su progetto del Piermarini e qui morì nel 1874.
Nel 1884, dopo la giacenza in eredità, la proprietà del palco passò alle due figlie Clementina ed Elena Mazzucchelli. Clementina sposò il cavaliere Giuseppe Lattuada ed Elena l’avvocato Costanzo Gagnola. Elena, rimasta unica proprietaria dal 1906 al 1918, lasciò infine il palco a Dante Gaslini, ragioniere, commendatore, nonché presidente del Monte di Pietà di Milano: fu l´ultimo titolare, in quanto il Comune proclamò nel 1920 l´esproprio dei palchi e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, III ordine, settore sinistro

I Taccioli: una famiglia di negozianti tra Ghiffa e Milano
Il primo proprietario del palco, dall’inaugurazione del Teatro al 1793, è don Giovanni Antonio Rossi; nel 1794 passa ad Antonio Cambiago (1769-1831) e l’anno dopo alla moglie Giuseppa.
Il 12 febbraio 1802 un atto notorio sancisce l’acquisto per L. 21.000 da parte dei fratelli Luigi (1764-1847) e Francesco Taccioli (1753-1805). Originari di Ghiffa, piccolo paese sul Lago Maggiore, i Taccioli alla fine del Seicento vendevano carbone (donde il nome “tencin”). Nel 1726 abbiamo la notizia di un loro “negozio” di vino a Milano e intorno al 1750 la famiglia risulta residente a Milano e il commercio del vino è l’attività economica principale. Nella seconda metà del secolo si assiste all’acquisto di terreni per la produzione e commercio di grano e olio, con appalti molto importanti come l’approvvigionamento del pane all’Ospedale Maggiore di Milano. Alla morte del padre Gaetano (1780), Luigi e Francesco investono nella coltivazione del baco da seta con l’apertura di una prima filanda a Casalmaggiore nel 1793. La crescita di risorse monetarie spinge la famiglia di mettere a frutto tali capitali attraverso la concessione di prestiti e a svolgere un’attività parabancaria.
All’inizio dell’Ottocento i Taccioli sentono l’esigenza di affermare la loro ascesa sociale ed economica dando un’immagine più consona allo “status” a cui aspirano. Nel 1803 acquistano una casa nobiliare a Milano in via Pantano nel centro storico della città, con ampio giardino, cortile di rappresentanza e una spaziosa biblioteca. Ma il simbolo più rappresentativo del loro prestigio è l’acquisto di un palco alla Scala nel 1802 al quale ne segue un altro nel 1836 (n° 13, ordine IV, settore destro). Inoltre un’accorta politica matrimoniale permette a Luigi di entrare in rapporto con l’alta borghesia milanese. Nel 1806 sposa Giulia Clerichetti, figlia di un affermato commerciante nel settore della seta, attivo nel mondo finanziario e creditizio milanese; zio della sposa è l’avvocato Rocco Marliani, figlio di Pietro, uno dei tre costruttori della Scala, uomo di primo piano dell’establishment politico-istituzionale cisalpino e quindi napoleonico, dal 1811 giudice della corte d’appello di Milano.
La crescita dell´attività economica continua durante gli anni francesi, grazie all’espansione del commercio della seta a livello internazionale e a una fortunata serie di investimenti in immobili. Alla morte di Luigi i figli Gaetano (1811-1877) ed Enrico (1815-1874) ereditano un patrimonio notevole che comprende, oltre ai due palchi alla Scala, terreni agricoli, un palazzo ed altre unità immobiliari a Milano, la Villa Mirabello di Varese, la Villa di Affori al centro di un’enorme tenuta. Non mancano neanche preziosi oggetti d’arte come una Madonna con Bambino di Bernardino Luini. Gaetano rimane scapolo mentre Enrico sposa nel 1844 Giulia Castiglioni, appartenente ad un illustre casato nobiliare. Dopo la morte precoce della moglie nel 1845, Enrico convola a nozze con Selene Ruga, figlia di Francesco, esponente di una ricca famiglia borghese con forti interessi nel settore bancario.
Le due figlie di Enrico, Margherita (1854-1882) e Giulia (1850-1901) ereditano il palco e si legano ad una delle più antiche famiglie patrizie milanesi, i Litta Modignani, sposando rispettivamente Giovanni (1845-1905) e il cugino Gianfranco (1844-1889). Morta Margherita senza figli, l’intero palco rimane di proprietà di Giulia e quindi dal 1902 al 1917 dei suoi figli Enrico e Gaetano Litta Modignani.
L’ultimo proprietario (1918-1920), estraneo all’asse ereditario, è il ragioniere e commendatore Edoardo Bertoni.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, III ordine, settore sinistro

Il palco di Emilio Gola
La storia del palco ha inizio con due proprietari, i cugini Giorgio Cattaneo (1705-1778), barone di Mandelberg, ricco proprietario di terreni nel Lecchese, erede del patrimonio e del titolo dell’omonimo zio vescovo di Vigevano, e Giulio Fedeli (1717-1789), erede del cugino e unico intestatario, dal 1779 sino alla morte. Figlio di Giovanni Antonio e Maria Gioseffa Ferrari, Giulio Fedeli, talvolta anche Fedele, era di origini monzesi e si trasferì a Milano nel 1752, ancora celibe, in Contrada delle Spiga 1395 (oggi palazzo Garzanti, al n. 30 dell’omonima via); due i matrimoni: il primo con Giulia Salazar, deceduta nel 1782; il secondo l’anno dopo con Gabriella Agazzi, o D’Ajazzo, vedova del marchese Grimaldi di Nizza. Il conte, ciambellano e gentiluomo da camera dell’Imperatore, membro di alcune antiche e prestigiose magistrature milanesi, quali i Sessanta Decurioni e i Dodici del Tribunale di Provvisione, morto senza discendenti, fu anche benefattore; fece infatti dono di 60.000 lire al Pio Albergo Trivulzio e istituì con testamento del 23 marzo 1783 erede universale l’Ospedale Maggiore “Ca’ Granda” che tuttora conserva nella quadreria un suo ritratto realizzato da Anton Francesco Biondi; la collezione di quadri andò invece al conte di Khewenhüller, pluripalchettista. Venne sepolto nella chiesa di S. Giovanni alla Castagna a Lecco.
Nel palco – rimasto giacente in eredità un paio d’anni – subentra nel 1792 Antonio Dugnani (1729-1806): alla sua famiglia appartiene il palazzo affacciato sui Giardini Pubblici.
Nel 1809 e 1810, anni di dominio napoleonico è “utente” del palco Giuseppa Cambiago Lavezzari, possidente, in perenne lotta con il suo ex marito Antonio Cambiago.
Nel 1813, quando dopo la sconfitta di Lipsia si incrina il trionfo dei francesi, ritornano i vecchi proprietari: il palco rimane giacente in eredità ai Dugnani, nel 1821 e 1822 passa alla vedova Teresa Carolina Lampugnani (1746-1822) e da lei alla figlia, la contessa Clara Gola Dugnani, morta nel 1825 a soli 23 anni, lasciando un disperato coniuge, il conte Gerolamo Gola, e il figlioletto Carlo.
Giacente in eredità, il palco passa a Carlo Gola (1817-1889), ormai maggiorenne e sposato con Irene della Porta, che lo terrà dal 1837 sino alla morte. La famiglia Gola ha casa a Milano in via Stella, attuale via Corridoni, ma eredita dai Dugnani – grazie al matrimonio tra Clara e Gerolamo – anche la villa di delizia a Olgiate Molgora (Lecco). Qui abiterà Emilio Gola (1851-1923), figlio di Carlo, proprietario del palco dal 1902, dopo un altro lungo periodo di eredità giacente.
Emilio Gola è uno degli artisti più significativi del periodo tra Otto e Novecento: pur conseguendo nel 1873 la laurea in ingegneria industriale al Politecnico di Milano, sceglie di dedicarsi alla pittura, sua vera grande passione, incoraggiata dal padre, pittore dilettante, che lo fa studiare con Sebastiano De Albertis. Emilio intraprende con il padre ripetuti viaggi di formazione in Olanda, dove rimane colpito dalle opere dei fiamminghi mostrando una particolare predilezione per Rembrandt, e a Parigi, dove ammira gli impressionisti. Esordisce all’Esposizione Annuale di Brera nel 1879 ma deve il suo successo internazionale alla vittoria di una medaglia d’oro all’Esposizione universale di Parigi nel 1889, cui seguono numerosi altri riconoscimenti. Tra i temi che ricorrono più frequentemente nelle sue opere si ricordano il ricco repertorio di vedute milanesi e in particolare dei Navigli - testimonianza preziosa di una Milano ormai scomparsa - e i paesaggi brianzoli. Nel 1904 Emilio Gola si unisce in matrimonio a Venezia con Maria, figlia del nobile Fabio Mannati, dalla quale ha nel 1906 un solo figlio di nome Carlo come il nonno.
Il pittore è l´ultimo possessore: nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, III ordine, settore sinistro

Il palco Arnaboldi Gazzaniga
La storia del palco inizia con il conte di Monza Gian Giacomo Durini (1717-1794), figlio di Giovanni Battista e Isabella Anna Archinto, coniugato nel 1751 con Maria Anna Ruffino. Gian Giacomo è Decurione di Milano, membro dell’antica e prestigiosa magistratura dei XII di Provvisione e Consigliere di stato. Già palchettista al Ducale, ebbe un ruolo di protagonista nelle trattative con la Casa d’Austria per la costruzione del nuovo teatro: infatti come conte di Monza aveva concesso il terreno per costruire la Villa reale e il teatro annesso, che l’architetto Giuseppe Piermarini aveva disegnato come una Scala in miniatura. Alla sua morte, il titolo nobiliare - e con esso il palco - passa al figlio maggiore Carlo Francesco (1753-1833) coniugato nel 1782 a Carolina Trotti Bentivoglio.
Nel 1809, in pieno periodo napoleonico, troviamo come utente del palco Giuseppe Antonio Borrani, subaffittuario dal 1799 della bottiglieria di fronte al Teatro alla Scala e proprietario, da prima del 1820, del Caffè del Teatro, un locale di grido fondato da Francesco Cambiasi e preso poi dal 1832 da Giovanni Martini, divenendo Caffè Martini. Borrani compare come affittuario, probabilmente per conto di famiglie aristocratiche filo-asburgiche che, per prudenza o convenienza, avevano lasciato Milano dopo le conquiste napoleoniche ma volevano conservare le proprietà nel teatro. Borrani poteva affittare per spettacoli serali talvolta alternandosi con i palchettisti titolari: a sua disposizione aveva almeno undici palchi, nel II, III e IV ordine, in entrambi i settori. Sicuramente si arricchì, ma il suo nome non compare più nelle fonti successive alle disfatte dell´Imperatore Bonaparte e nel 1813 i palchi torneranno ai proprietari precedenti al periodo napoleonico o a nuovi acquirenti.
Il palco ritorna infatti agli eredi di Giovanni Battista Calvi (1754-1809), figlio di Gerolamo Agostino e Lucia Lavezzari, coniugato con Giuseppina dell’Acqua. Era questi negoziante di cotone e lane e musicista dilettante.
Tra il 1827 e il 1831 il palco risulta intestato a suo nipote Giovanni Battista Biella, nato dal secondo matrimonio di Francesca Calvi, figlia ed erede di Giovanni Battista e Giuseppina, con Felice Biella, di ben trentasei anni più vecchio di lei, vicepresidente dell’ I.R. Tribunale civile di prima istanza in Milano.
Dal 1832 il palco è intestato all’ingegnere Carlo Bellinzaghi (1791-1858), figlio di Alessandro e Carolina Pecis, proprietaria di un altro palco n° 13, nel I ordine sinistro; nel 1844 egli è membro del Consiglio comunale di Milano.
Dal 1837 il palco passa a Bernardo Marocco (1795-1839), primogenito di Giuseppe, che smercia telerie in contrada de’ Moroni 4120 e compravende olio, sapone e vini forestieri in Piazza Fontana, e di Giovannina Polti; il fratello minore, Pietro, letterato ed erudito, era noto per essersi opposto allo stile della lingua manzoniana. La figlia di Bernardo, Giovannina Marocco, ottiene il titolo di contessa in seguito al matrimonio con Stefano Arnaboldi Gazzaniga (1823-1866), che eredita il palco nel 1860; lei lo terrà dal 1864 al 1905.
La famiglia Arnaboldi Gazzaniga aveva vasti possedimenti nel pavese e nel 1799 si compra pure il Palazzo Isimbardi di Stradella, ancor oggi sede del Municipio. Lo zio materno Domenico aveva indicato nel testamento quale erede universale Carlo, fratello minore di Stefano, con l’obbligo di assumere accanto al proprio il cognome Gazzaniga e di prender residenza a Pavia, città di origine della famiglia. Essendo però Carlo ancora minorenne, la gestione del patrimonio è affidata a sua madre Maria, la quale - a causa della morte nello stesso anno anche del marito Cristoforo - si trova costretta ad amministrare un ingente patrimonio e per tale ragione sceglie di farsi aiutare da un suo uomo di fiducia, niente meno che il futuro statista Agostino Depretis.
Carlo muore celibe e senza figli nel 1873, così l’eredità passa al figlio di suo fratello Stefano e di Giovannina Marocco, Giuseppe Bernardo Arnaboldi Gazzaniga (1847-1918), che subentra come proprietario del palco nel 1906. Nelle fonti viene indicato come conte; il re Umberto I lo nomina infatti conte di Pirocco con regio decreto nel 1882 (il titolo era già stato conferito nel 1831 da Carlo Alberto a suo zio Stefano Pompeo ma non per eredi indiretti). Allievo della Reale Accademia Militare di Torino, Giuseppe Bernardo è luogotenente colonnello nella milizia territoriale dal 1879 al 1887; nel corso della sua vita si occupa sia dell’amministrazione dei terreni di famiglia che della cosa pubblica. Molte le cariche che ricopre, come quelle di consigliere e poi sindaco di Pavia: a lui si deve il mercato coperto con la cupola in ferro e vetro progettato da Ercole Balossi su modello delle Gallerie Vittorio Emanuele II a Milano e Umberto I a Napoli; come presidente del Consorzio agricolo pavese interviene in materia di economia e agraria, lasciando anche scritti in materia. Infine prima è deputato e, a partire dal 1911, senatore del Regno d’Italia. A Milano acquista il palazzo Manzoni, in piazza Belgiojoso, messo in vendita dagli eredi dopo la morte dello scrittore, e ne conserva integri gli ambienti interni in onore del grande milanese. Il conte infatti ha una grande passione per la letteratura e scrive poesie. La moglie è Maria Virginia Balossi Merlo (detta Gina), figlia di Ambrogio e Luigia Borghi. Dal loro matrimonio nascono tre femmine: Elena, Carla e Beatrice, detta Bice. Quest’ultima sposa il barone Paolo Ajroldi di Robbiate, genera Emilia, moglie di Paolo Brichetto Arnaboldi eroe partigiano medaglia di bronzo e d’argento al valor militare; sono i genitori di Letizia Moratti, prima donna sindaco di Milano, alla nascita Brichetto Arnaboldi.
Dopo la morte del senatore, è nella disponibilità degli eredi di Bernardo sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e i palchi privati sono espropriati dal Comune.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, III ordine, settore sinistro

Il palco del Pio Albergo Trivulzio
Solamente per il 1809 e il 1810 l’utente del palco è una persona fisica: si tratta di Alberico Barbiano da Belgiojoso (1725-1813), già titolare del n° 16 del I ordine destro, del n° 4 del II ordine destro e del n° 18 del IV ordine sinistro. Figlio di Antonio e di Barbara D’Adda, vedovo dal 1777 di Anna Ricciarda d’Este, il già ottantaquatrenne Alberico aveva ormai lasciato alle spalle la sua brillante carriera militare e diplomatica, ma ancora fino all’anno precedente era stato proposto da Eugenio di Beauharnais come Senatore del Regno d’Italia, a testimonianza della sua consolidata notorietà e della sua affidabilità politica. A Belgioioso, nei pressi di Pavia, nel palazzo di famiglia, lontano dal turbinio milanese, muore alla presenza dell’amico e confidente Ugo Foscolo.
Per i restanti 141 anni della sua storia il palco è proprietà di un’opera assistenziale, il Pio Albergo Trivulzio, che prende il suo nome dal Principe Antonio Tolomeo Trivulzio (1692-1767), figlio di Antonio Teodoro Gaetano e Lucrezia Borromeo, sposato a Maria Archinto dalla quale si separò nel 1751, uomo di profonda cultura e di illuminati ideali filantropici.
Già palchettista nel Teatro Ducale, lasciò erede universale nel testamento del 26 agosto 1766 “l’Albergo dei poveri che dovrà subito dopo la mia morte erigersi in questa città di Milano nel mio palazzo d’abitazione”. La prima sede dell’Albergo dei poveri fu infatti il palazzo Trivulzio in contrada della Signora; bombardato nel 1943, si trovava più o meno di fronte all’attuale biblioteca Sormani, con ingresso anche in via Francesco Sforza, allora Naviglio Grande.
Posto sotto tutela della curia, ospitò dal 1771 quelli che vennero chiamati i vegiunn, i vegliardi.
Un nome illustre si lega alla storia settecentesca del Pio Albergo ed è quello di Gaetana Agnesi, matematica e scienziata, buona dilettante di musica oltre che sorella dell’illustre compositrice Teresa Agnesi. Fu lo stesso arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli, a nominarla per il suo afflato mistico e le sue doti filantropiche "visitatrice e direttrice delle donne, specialmente inferme"; Gaetana per ventisei anni, fino al 1799, anno della morte, diresse la sezione femminile, trasferendosi in via della Signora. Possiamo immaginare Gaetana andare alla Scala proprio nel palco del Pio Albergo. Ovviamente, il presenziare alle rappresentazioni scaligere era prerogativa dei dirigenti o dei consiglieri di amministrazione dell’Opera pia, quegli stessi che potevano affittare il palco ricavando proventi per investimenti ulteriori. Per un ventennio fu locatario l´ingegnere Giuseppe Marozzi, noto e raffinato cultore d´arte, al quale subentrò nel 1889 Giulio Ricordi, dopo la strenua ricerca di un palco che, in una simile posizione centrale, attigua agli uffici di Casa Ricordi, potesse rimpiazzare l´altro dello stesso ente benefico, il palco n° 17, III ordine destro, affittato dal padre Tito per un decennio dal 1874 fino alla vendita avvenuta nel 1884. Esigente e abile a contrattare sul prezzo, così Giulio si lagnava delle condizioni dismesse del palco: "... per ben due volte i sedili laterali si sfasciarono! ... E così mentre sul palcoscenico si passavano fatti tragici, nel Palco suddetto avveniva una scena comica".
Gestire l’Opera pia non era semplice: i vegiunn erano moltissimi e già alla fine del Settecento Piermarini, architetto scaligero, aveva aggiunto un piano all’edificio. Nell’Ottocento la struttura, in continua espansione con l’annessione di case vicine, sembrò esplodere accogliendo più di mille ospiti; ad inizio Novecento la sede era diventata inadeguata e tra il 1907 e il 1910 venne quindi realizzato un nuovo Pio Albergo Trivulzio con progetto firmato dagli ingegneri Carlo Formenti e Luigi Mazzocchi. Venne scelta la strada che portava verso Baggio e l’albergo Trivulzio venne soprannominato – così è noto ancor oggi – la Baggina.
Il Pio Albergo fino al 1885 risulta intestatario di un altro palco di III ordine, il n° 17 della fila destra poi venduto a Francesca Pestalozza Paletta. Il palco in oggetto invece viene tenuto fino al 1920 quando con la costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala si avvierà a conclusione la storia della proprietà privata dei palchi.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, III ordine, settore sinistro

Una famiglia e un ingegnere: i Pertusati-Gropallo e Angelo Bonomi
La storia del palco inizia con Luca Pertusati (1699-1779), figlio di Carlo e Lucrezia Gaffuri, conte di Castelferro e di Comazzo, patrizio milanese, sposato con Francesca Maria Pallavicino Trivulzio e proprietario anche del palco n° 18, III ordine sinistro che, alla sua morte, verrà ereditato dal figlio Carlo. Questo palco invece passa al fratello minore Gaetano (1750-1829), coniugato con Teresa Visconti: gli sposi si fecero costruire nella Contrada della Spiga (oggi via della Spiga 24-26) uno splendido palazzo con giardino dall’architetto svizzero Simone Cantoni, “di stile puro sul gusto dei Greci”, narrano le cronache del tempo, affacciato sul Naviglio e purtroppo distrutto dai bombardamenti della II guerra mondiale. Teresa era donna religiosa che dedicò tutta la vita alla cura degli ammalati, trovando nel marito un sostegno e un complice. La vocazione umanitaria di Gaetano è testimoniata dal lascito testamentario di 1.500 Lire a favore dell’Ospedale Maggiore di Milano. La coppia ebbe un’unica figlia, Laura, che aveva sposato il marchese Angelo Vincenzo Gropallo, ambasciatore del Re di Sardegna a Costantinopoli e dal quale aveva avuto Luigi, Giovanna, Gaetano, Paola, Anna e Maria.
Giovanna Gropallo aveva sposato nel 1830 a Uberto Visconti di Modrone <1.>, per cui, morti i titolari, il palco dal 1856 risulta giacente in eredità prima a nome dei Visconti i Modrone e poi di Laura Pertusati fino al 1876 per passare nel 1877 a suo figlio, marchese Gaetano Gropallo. Sposato con Adele Cagnola, egli lascerà il palco ai tre figli Vincenzo, Laura e Camilla, che lo erediteranno formalmente nel 1907 e lo terranno fino al 1911.
Agli aristocratici subentra l’ingegnere Angelo Bonomi, brillante imprenditore, ideatore e titolare degli omonimi magazzini commerciali per i quali fece costruire negli anni 1902-1906 l’edificio in corso Vittorio Emanuele 8, la cui facciata è a tutt’oggi esistente, seppur spostata in piazzetta Liberty all’epoca dei lavori dell’architetto Giovanni Muzio, con i finestroni e le caratteristiche colonne in ghisa.
Bonomi è intestatario sino al 1920, anno in cui si crea l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano espropria i palchi privati.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, III ordine, settore sinistro

Imprenditori e benefattori
Pietro Marliani, i fratelli Fè e Pietro Nosetti furono i costruttori del Teatro alla Scala (e della Canobbiana), edificato su progetto dell’architetto Giuseppe Piermarini, in seguito all’incendio che nel febbraio 1776 qveva distrutto il Teatro Ducale. All’apertura del nuovo teatro nel 1778 Marliani risulta proprietario di tre palchi: n. 16, III ordine, settore sinistro; 19 e 20, IV ordine, settore sinistro. È possibile che abbia ricevuto i tre palchi come parziale pagamento dei lavori per la costruzione del teatro. Pietro Marliani è un ex-fermiere, ovvero esattore delle tasse, (la ferma generale, istituita nel 1750, era stata abolita nel 1770), che aveva accumulato una cospicua fortuna con questa attività e l’aveva investita nel settore delle costruzioni, in società con imprenditori edili “puri” come il milanese Pietro Nosetti e i fratelli ticinesi Giuseppe e Antonio Fè. Questi ultimi erano ben introdotti nella corte arciducale di Ferdinando d’Asburgo, grazie al quale si erano aggiudicati, sempre in società con Marliani, diversi appalti di opere pubbliche, il più grosso dei quali fu la realizzazione del Naviglio di Paderno Dugnano, per un importo di 1.800.000 Lire, più del doppio di quello per i due nuovi teatri (894.000 Lire).
Nel 1789 il palco viene ereditato dal figlio Rocco (1752-1826), persona in vista nella Milano durante il ventennio francese: principe del foro, giudice di corte d’appello e senatore del Regno d’Italia. Sposato con Amalia Masera, definita da una fonte coeva “di peregrina beltà e castigatezza di costumi,” acquistò a Erba nel 1799 l’ex convento di Santa Maria degli Angeli che fece trasformare dall’architetto viennese Leopold Pollack in una sontuosa “villa di delizie”. Qui e nei palchi di famiglia alla Scala ebbe come ospiti il pittore Andrea Appiani, lo scultore Antonio Canova scrittori e poeti come Stendhal, Giuseppe Parini, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo. Quest’ultimo ebbe una relazione sentimentale con la bellissima figlia di Rocco, Maddalena, giovane sposa (appena quindicenne) del banchiere Paolo Bignami, celebrata dal Foscolo nel poema Le Grazie. Sulla bellezza di Maddalena è noto l’apprezzamento del generale Bonaparte che, incontrandola al Teatro la Canobbiana in un sinuoso abito da seta, nonostante il divieto della commercializzazione di tale tessuto, abbagliato dalla sua bellezza, le si rivolge con queste parole: “Madame je oublierai votre toilette en raison de votre beauté”. Rocco Marliani ha anche un figlio musicista, Marco Aurelio, assiduo frequentatore del palco. Cresciuto con sentimenti antiaustriaci, dopo la morte del padre, venduto insieme alla sorella il palco alla Scala, nel 1830 si trasferisce a Parigi. Qui perfeziona i suoi studi musicali con Rossini debuttando al Théâtre des Italiens con il dramma tragico Il Bravo, con interpreti di grido quali il soprano Giulia Grisi e il tenore Giovanni Battista Rubini. Ritornato dopo alcuni anni in Italia raccoglie un discreto successo alla Scala nel 1843 con l’opera tragica Ildegonda e il suo nome compare spesso nelle riviste musicali di quegli anni abbinato a BelliniVincenzo Bellini e DonizettiGaetano Donizetti. Prende parte alla prima Guerra d’indipendenza, ma muore nel 1849 per le ferite riportate in battaglia.
Il palco nel 1830 viene acquistato dal cavaliere Antonio Gargantini <1.> (1773-1844) e rimane di proprietà della famiglia per oltre per 65 anni, sino al 1895. Antonio è banchiere, con sede in Corsia del Giardino (oggi via Manzoni) e ricco possidente, benefattore dell’Istituto dei Ciechi, annoverato tra i soci promotori della Società d’Arti e Mestieri. Comproprietario per alcuni anni risulta il fratello Cesare (morto nel 1837), proprietario terriero illuminato, tanto da ordinare nel 1832 a una fabbrica di Monza 1.800 braccia di tessuto ricavato di cascami di seta per farne coperte adestinate ai suoi contadini. Nel 1815 i due fratelli erano stati insigniti della più alta onorificenza dell´impero asburgico, Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro.
Nel 1845 il palco passa in eredità al nipote di Antonio, Antonio Gargantini <2.> (1819-1891), avvocato, presumibilmente figlio di Cesare, che in onore dello zio farà due cospicui lasciti all’Istituto dei ciechi e all’Ospedale Maggiore, ottenendo di poter depositare altrettanti ritratti dello zio straordinariamente simili nonostante gli artisti diversi. Nel 1836 sposa Luigia Carozzi dalla quale ha tre figli: Cesare (1837-1913), rimasto probabilmente celibe, Giovanna detta Jeannette (1837-1932), benefattrice dell’Ospedale Maggiore e Giulia (1839-1913). Queste, eredi del patrimonio paterno, sposano due rampolli di antiche e illustri famiglie patrizie milanesi, entrambi con un palco di famiglia alla Scala: il conte Francesco Dal Verme che edificherà nel 1872 il Teatro che porta il suo nome e il conte Luigi Archinto.
Nel 1896 nuovi proprietari del palco sono i fratelli il cavalier Primo (1856-1946) e l’ingegner Secondo Bonacossa (1866-1902) figli di Luigi, appartenenti a una dinastia di imprenditori della seta protagonisti della rivoluzione industriale in Lomellina. Essi furono i primi della famiglia a possedere un palco alla Scala. Il capostipite, Vincenzo Bonacossa (1810-1892), aprì la prima filanda a Dorno (provincia di Pavia) nel 1868 alla quale ne seguì una seconda a Vigevano nel 1872, assorbendo negli anni seguenti numerose filande per varie ragioni in crisi a sud di Milano e in città stessa a cui si dedicarono i quattro figli di Vincenzo: Luigi (1834-1904), Pietro (1838-1931), Giuseppe (1841-1908), Cesare (1850-1919). A Milano, nell’area antistante il Castello Sforzesco, Luigi fece costruire a partire nel 1894 un palazzo su progetto dell’architetto Antonio Comini ispirato al Rinascimento italiano: il pian terreno decorato con monofore e il primo piano sono coperti in un bugnato ripreso dal palazzo dei Diamanti di Ferrara, mentre il secondo e il terzo piano è costruito con un differente tipo di bugnato e bifore chiaramente ispirato a Palazzo Strozzi di Firenze.
Scomparso prematuramente Secondo Bonacossa nel 1902 a soli 36 anni, gli successero nella proprietà del palco le figlie Caterina (1890-1976) e Zelmira (1892-1966) che lo tennero insieme allo zio Primo sino al 1910. Nell’arco di tre generazioni i Bonacossa si rivelarono non solo validi imprenditori, ma anche scrittori, sportivi, tennisti a livello internazionale, alpinisti, editori (Alberto, figlio di Cesare fu proprietario della Gazzetta dello sport), studiosi di culture orientali (Cesare junior all’università di Pavia), ma soprattutto grandi filantropi. Tra i lasciti a Dorno, loro paese d’origine, si annoverano un asilo infantile, la casa di riposo “San Giuseppe”, un nuovo edificio per il Municipio, la recinzione del cimitero, la Società di mutuo soccorso; tra i figli di Vincenzo, il più munifico fu Primo, morto novantenne nel 1946: lasciò 100 appartamenti al Piccolo Cottolengo “Don Orione” di Milano.
Dal 1911 al 1917 proprietario del palco è Enrico Zonda (1871-1925), industriale nel ramo vinicolo. A lui e al fratello Emilio si deve la costruzione al Policlinico del padiglione di chirurgia che fu innalzato tra il 1913 e il 1915 con una spesa di 300.000 lire, sull’area disponibile di fianco ai Padiglioni Beretta, di proprietà dell’Ospedale Maggiore. Il padiglione è intitolato a “Enrico e Emilio Zonda”.
Dal 1918 ultimo proprietario del palco è Piero Coppo, brillante laureato del Laboratorio di Economia politica della Regia Università di Torino e tenente nella prima guerra mondiale. Piero Coppo lo cede nel 1920 al Comune in base alla convenzione tra i palchettisti e il Comune di Milano che segna la fine della proprietà privata dei palchi e la nascita dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 17, III ordine, settore sinistro

Il palco dei Noseda
La storia del palco ha inizio con Alberto Visconti Aymo <1.> (?-1778), figlio di Annibale Visconti e Claudia Erba; marchese di Borgoratto (Alessandria) e decurione della città di Milano dal 1737, si unì in matrimonio nel 1739 con Antonia Eleonora Goldoni Vidoni Aymo, figlia del marchese Giovanni Pietro e di Paola Sfondrati.
Nel 1780 il palco è registrato a nome dei “Marchesi Fratelli Visconti Eredi del Marchese Alberto”; questi ultimi erano probabilmente Francesco (?-1807), sposato con Giuseppa Carcano e ambasciatore della Repubblica Cisalpina in Francia nel 1797 e in Svizzera nel 1799, Alfonso (1753-1826), sposato con Antonia Samper e Ciambellano imperiale, e infine Antonio <2.> (1744-1819) che dal 1790 viene indicato come unico proprietario. Antonio fu un esponente della nobiltà filoasburgica e ricoprì importanti incarichi: Ciambellano, Decurione e Deputato della Lombardia presso l’Imperatore Leopoldo II. Nel 1796 lasciò Milano per trasferirsi dapprima in Toscana, poi a Roma e infine a Vienna. Quando i francesi nel 1809 invasero la capitale austriaca fu costretto a fare ritorno a Milano. In quell’anno usufruì del palco la contessa Antonia Litta Brentani, coniugata con il conte don Carlo Litta Biumi; nel 1813 ritroviamo nelle fonti il “signor Visconti Antonio”. Alla famiglia Litta Biumi apparteneva l’omonimo palazzo milanese nell’odierna via Cappuccio n° 5-7, dal cui portico interno è possibile accedere al chiostro tardo quattrocentesco del Monastero delle Umiliate, sorto sulle rovine di un antico circo romano; questo luogo è oggi sede suggestiva di concerti.
Nel 1814 il palco passò a Gerolamo Giuseppe Barbò (1762-1830), conte di Casalmorano (Cremona), figlio di Barnabò Giuseppe Maria e Maria Teresa Carrera. Gerolamo Giuseppe sposò in prime nozze nel 1789 Carolina Annoni (1769-1792), figlia del conte Giovanni Pietro, proprietario del palco scaligero n° 8 del primo ordine destro. Dopo la morte di Carolina, si unì in matrimonio nel 1798 con Teresa Pallavicini (1769-1830), alla quale il palco risulta intestato tra il 1820 e il 1826; costei era figlia di Pio Giovanni Galeazzo e di Marianna Locatelli e, nonostante la giovane età, era già vedova del primo matrimonio con il conte Ottavio Calchi (1765-1798), con cui si era sposata nel 1785. Teresa e Gerolamo fecero costruire in stile tardo neoclassico nell’allora aperta campagna monzese la loro villa di delizia, che dal 1938 divenne la sede del Collegio della Guastalla, una delle più antiche istituzioni scolastiche europee, fondata a Milano nel 1557 da Paola Ludovica Torelli, contessa della Guastalla, “con l’intento di assicurare istruzione ed educazione alle fanciulle indigenti”.
Dal 1827 il palco passò a Paolo Greppi (1793-1854), secondo figlio del conte Marco e di Margherita Opizzoni e coniugato nel 1813 con donna Luigia Lecchi (1796-1857), figlia di Giacomo e Carolina Carcano. Per la famiglia Greppi entrare a far parte del corpus dei palchettisti del Teatro alla Scala aveva rappresentato un vero e proprio traguardo dell’ascesa sociale iniziata. Il titolo nobiliare infatti era stato ottenuto nel 1778 dal nonno di Paolo, quell’Antonio (1722-1799), che da fornitore ufficiale dei tessuti in lana per l’esercito austriaco era riuscito ad ottenere il titolo nobiliare e che era stato proprietario di tre palchi nel teatro (Proscenio del II ordine sinistro, n° 4 e n° 18 del III ordine sinistro).
Giacente in eredità Greppi ancora nel 1856-57, nel 1858 il palco cambiò proprietario: venne comprato dal ricco borghese Giovanni Noseda (1816-1878), commerciante e imprenditore di fede evangelica nonché comproprietario di una banca privata a Milano in vicolo Brisa (oggi via Brisa in zona Cordusio), coniugato con Vincenza Mazzucchelli e padre di Emilio (1841-1910), intestatario del palco dal 1880. La famiglia Noseda si era arricchita grazie all’importazione della seta dall’Oriente; possedeva case e fondachi veneziani e sosteneva finanziariamente l’industria serica (i Noseda compaiono tra i fondatori del Banco comasco della seta), che si affermava in quegli anni come settore trainante dell’economia lombarda. Giovanni e Vincenza abitarono in Contrada di S. Bernardino e poi in Contrada di Santa Maria alla Porta (oggi corrispondente alla via omonima in zona Magenta). La coppia ebbe tre figli; studiarono tutti, ma nessuno esercitò poi la professione né - contrariamente al desiderio del padre - collaborò a portare avanti l’attività di famiglia. Oltre al già citato Emilio, vi era Enrico ed infine Gustavo Adolfo (1837-1866), il più noto della famiglia: sul finire del 1859 si era spostato da Milano a Napoli per studiare composizione con Saverio Mercadante, allora direttore del Conservatorio della città partenopea. Gustavo Adolfo, che aveva frequentato la facoltà di Giurisprudenza a Pavia ma aspirava a diventare musicista professionista, soggiornò a Napoli sino al 1863 e qui concepì l’ambizioso progetto di mettere insieme “l’archivio [musicale] più grande d’Italia”. Riuscì ad acquistare intere raccolte di musiche e quello che non riuscì a comprare si premurò di farlo copiare o lo copiò di proprio pugno. Arricchirono la sua biblioteca alcune importanti collezioni di area milanese, quali i fondi Visconti Borromeo e Archinto, nonché altre provenienti dall’estero. Alla sua morte prematura il padre donò la ricca collezione di circa 12.000 “pezzi” tra volumi a stampa e musiche a stampa e manoscritte al Comune di Milano che la depositò presso i locali del Teatro alla Scala. Da qui nel 1889 fu poi trasferita presso la Biblioteca del Conservatorio di Milano, dove è ancora oggi.
Nel 1897 subentrò infine nel palco la famiglia Dozzio, con Giovanni Dozzio, consigliere provinciale di Pavia nel 1865 e titolare di un deposito formaggi nel pavese, e il figlio Ugo (1841-1920), che a partire dal 1903 ne rimase unico proprietario. Quest’ultimo fu deputato del Regno d’Italia durante la XX legislatura (1897-1900) e la XXI (1900-1904); a lui appartenne l’omonima villa ottocentesca a Tavernola (Como), tuttora dei discendenti della famiglia.
Il palco rimase a Ugo Dozzio sino al 1920, anno in cui il Teatro alla Scala diviene Ente autonomo e il Comune di Milano acquisisce la proprietà dei palchi.
(Lorenzo Paparazzo)
 
Guarda i proprietari del palco dal 1778 al 1920
 

 

Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, III ordine, settore sinistro

Il palco della famiglia Greppi
La storia del palco segue, per oltre un secolo, il ramo genealogico principale del casato Greppi, ospitando personaggi protagonisti tanto delle vicende di famiglia quanto di momenti di storia della Milano asburgica, napoleonica e sabauda.
Fu il conte Antonio Greppi <1.> (1722-1799), per primo, ad acquistare il palco nel 1778, a coronamento della sua clamorosa ascesa sociale: fornitore ufficiale dei tessuti in lana per l’esercito austriaco, incaricato a soli 27 anni della “Ferma Generale” per la riscossione delle tasse e il risanamento del debito del governo, Consigliere della Camera dei Conti, banchiere di importanza europea ed infine Conte, Cavaliere e Commendadore dell’Ordine Reale di Santo Stefano di Ungheria, con il riconoscimento di 300 anni di nobiltà pregressa e l’infeudazione dei paesi di Bussero e Corneliano.
Antonio Greppi rimase un uomo dell’ancien régime: mecenate di artisti e scrittori come Metastasio e Parini, stimato dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria, lasciò Milano dopo l’arrivo di Napoleone, di cui era invece intimo il figlio Paolo <2.> (1748-1800).
Durante gli anni della Repubblica Cisalpina e del dominio napoleonico il palco dell’autoesiliato Antonio Greppi risulta durante il 1809 nelle disponibilità del conte Vitaliano Bigli nei giorni pari e del marchese Cesare Brivio Sforza in quelli dispari mentre nel 1810 ha come utente Giovanni Lonati Comandante di battaglione della Guardia nazionale di Milano.
Nel 1813, con il potere di Napoleone in declino, ritornano i componenti della famiglia Greppi; il conte Antonio era morto nel 1799 e il palco venne ereditato dai nipoti, ovvero i figli del fu Marco Greppi (1745-1800), coniugato con Margherita Opizzoni, morto appena un anno dopo il padre e non altrettanto abile negli affari. Dei tre fratelli, Senatori del Regno, il palco rimase ad Antonio Greppi <2.> (1790-1878), che si alterna ad Alessandro Greppi, figlio di Paolo <2.>.
Ma è Antonio che poi ha il palco per molti anni, sino alla morte; da lui passò ai sei figli, avuti da Margherita Trotti. Tra di essi, si distingue il conte Giuseppe Maria (1819-1921). Personaggio di spicco, diplomatico di lungo corso, entrò nell’amministrazione asburgica nel 1842. L’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano del 1848 lo vide esule in Piemonte, dove riprese l’attività diplomatica come rappresentante del Regno di Sardegna e quindi del neocostituito Regno d’Italia in diverse capitali europee (Atene, Monaco, Berlino, Costantinopoli, Madrid) per concluderla nel 1887 a San Pietroburgo con il grado di ambasciatore. Nella sua lunga carriera si trovò a collaborare tanto con Metternich che con Gioberti, Cavour, Visconti Venosta e Crispi. Senatore del Regno, ultracentenario, visse la storia d’Italia da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele III. Così lo ricorda Ernest Hemingway nel XXXIV capitolo di Addio alle Armi, dopo averlo incontrato in un albergo di Stresa, all’indomani della disfatta di Caporetto: "Che cosa pensa sinceramente della guerra?", gli domandai. "Mi pare una cosa stupida", rispose il conte Greppi. "Chi vincerà alla fine?". "L’Italia". "Perché?". "È il paese più giovane". "Sempre vincono i paesi più giovani?". "Per un certo tempo sì, vincono i paesi giovani". "E dopo?". "Invecchiano". "E diceva di non essere saggio!". "Caro ragazzo, questa non è saggezza. È cinismo".
La vocazione politica dei Greppi e la partecipazione alla vita sociale ed economica attraversa tutte le generazioni, sino ad Emanuele Greppi(1853-1931), nipote del diplomatico, sindaco di Milano dal 1911 al 1913, cui si devono l’illuminazione elettrica nelle strade, il miglioramento dei trasporti pubblici ed opere di riassetto urbano, come la realizzazione di Corso Italia e Corso Matteotti.
Il palco dopo la dichiarata comproprietà dei fratelli nel biennio 1882-1883, giace in eredità a nome del fu conte Antonio <2.> dal 1885 al 1920. quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco di proscenio, IV ordine, settore sinistro

Tra politica e cronaca rosa
Quando nel 1778 veniva aperto al pubblico il Nuovo Teatro Grande alla Scala decadevano i contratti con gli “appaltatori” del vecchio Teatro Ducale. Erano questi i cosiddetti impresari in gergo settecentesco, cui subentrarono nei primi dieci anni di storia del nuovo teatro i Nobili Cavalieri Associati, una rappresentanza del Corpo generale dei proprietari dei palchi.
Gli Interessati nel scaduto appalto, ossia i vecchi impresari, ebbero però riservato uno spazio nel nuovo teatro scaligero e precisamente nel palco di proscenio del quarto ordine sinistro e lo mantennero con tutta certezza fino al 1796. Erano questi i fratelli Crivelli e il barone Federico Castiglione, ispettore del Teatro Ducale e vicedirettore dello stesso per nomina governativa.
«La prova di domani è in Theatro ma l’Impresario, il Sig. Castiglioni, si è raccomandato affinché non ne facessi parola, altrimenti la gente vi accorrerebbe a frotte, e questo non lo vogliamo». Si trattava della prova di Lucio Silla e a scrivere era proprio W.A. Mozart, al quale gli appaltatori avevano commissionato l’opera per il Carnevale del 1773, dopo il successo di Mitridate, Re del Ponto.
Con l’arrivo di Bonaparte in Italia nel 1796 mutarono le disposizioni tra le file del teatro. A sedere nel palco di proscenio in questione, al posto della vecchia guardia di impresari, diretta emanazione del governo austriaco, fu l’avvocato Sigismondo Ruga (1752-1829), niente meno che uno del triumvirato alla guida del Comitato di governo della Repubblica Cisalpina. Originario di Gozzano, ancora è lì ricordato: «amico ugualmente di Temide, che di Cerere e Pomona, al cui servizio sta occupata gran parte di quella popolazione; che giustamente lo chiama il pubblico benefattore, il mecenate, l’amico dei poveri coloni». Fedele alla causa francese, aveva offerto al nuovo governo la propria casa, ospitando più volte Napoleone e la madre, e, come sostenevano alcuni malignamente, aveva concesso anche la propria moglie Paola Frapolli Zanetti, che si diceva essere l’amante del Generale Murat, Re di Napoli. “Rugabella”, come era soprannominata, era una donna affascinante e anche Ugo Foscolo ne scrive in una lettera all’amico Sigismondo Trechi: «Tornato a casa, mi si è detto che la Ruga si lasciava vedere dinanzi alle mie finestre; non per questo ho voluto aprir le persiane, né far due passi per sentirmi strofinar mollemente ne’ ripostigli della mia immaginazione amorosa la bella lanugine che le corona l’orlo del labbro…».
Altrettanto bella se non di più fu la moglie di Carlo Ruga (1799-?), figlio di Sigismondo, che ereditò il palco dal padre, comparendo nelle fonti dal 1837. Margherita Tealdo «dalla tinta bruna orientale, dal profilo di cammeo, dai lampi neri degli occhi, dalla bocca rossa come il sangue, dalle forme fidiache del corpo maestoso, raggiava malie. Pareva Rebecca.» scrive Raffaello Barbiera nel suo "Passioni del Risorgimento". Patriota come la figlia Selene, fu l’amante del principe Emilio di Belgiojoso, già consorte di Cristina TrivulzioCristina Trivulzio di Belgiojoso, e poi del conte Vincenzo Toffetti, che si innamorò con una passione che vinse il tempo, facendosi addirittura frate alla morte di lei. Carlo Ruga, un po’ come il padre Sigismondo, fu quindi «un buon uomo, uno di tanti personaggi che non parlano».
Nel 1858 il proscenio venne ceduto a un altro principe del foro, Agostino Sopransi (1789-1863), figlio del barone Luigi che era stato avvocato di Giacomo Melzi d’Eril. Durante il governo militare nel 1848 era stato designato podestà dal Consiglio comunale, ma la Guardia Nazionale chiese che si dimettesse, non vedendo di buon occhio che don Agostino fosse cognato del generale Franz Ludwig von Welden, comandante austriaco delle truppe imperiali nel Veneto. Gli successe quindi al governo cittadino Paolo Bassi, che vide l’epilogo delle Cinque Giornate, con la consegna delle chiavi della città a Radetzky.
Morto l’avvocato Sopransi, lasciando ben 40.000 lire di beneficenza, il palco divenne e rimase fino alla fine nel 1920 proprietà dei Lattuada, i fratelli Stefano, Carlo e Francesco, droghieri e negozianti con l’insegna “Indaco e generi di tintoria Milano” in via Monforte 4. L’asse ereditario seguì prima Francesco e poi Anna, maritata Talamona, benefattrice dell’Istituto dei Ciechi di Milano.
Il palco di proscenio del IV ordine sinistro racconta - come tanti altri palchi - la Milano a cavallo tra due secoli, terminando la sua storia nel 1920, quando si avviò alla fine la proprietà privata dei palchi, acquisiti dal Comune di Milano, e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, IV ordine, settore sinistro

Tra Napoleone, Garibaldi e la nuova Italia unita
Ad acquistare la proprietà del palco, nell´asta del primo aprile, fu don Paolo Meroni (1729-1812) esponente di una delle più note famiglie lombarde, soprattutto nel comasco e nel milanese.
Dopo l’arrivo di Bonaparte a Milano l’assetto sociale, riflesso nell’immagine del teatro e nei suoi palchettisti, mutò radicalmente: i precedenti proprietari filoasburgici furono sostituiti e nelle fonti (per la verità assai rare nel periodo napoleonico) comparvero nomi politicamente graditi al nuovo regime politico. La stessa sorte ebbe questo palco, attribuito nel 1809 alla contessa Masserati, ovvero Francesca Masserati Peregalli Sormani (1770-1854) coniugata con Giuseppe Masserati conte di Lodi vecchio, già vedovo dal 1768 della nobildonna Elisabetta Brady, a sua volta vedova di un nobiluomo comasco. Di origine irlandese, Elisabetta era famosa nella cerchia del Verri oltre che per la bellezza straordinaria per esser poliglotta (conosceva otto lingue); morì incidentalmente per avvelenamento, altrimenti l’avremmo sicuramente incontrata alla Scala. Anche la contessa Sormani rimase vedova: dopo il Massarati, prese come marito un esponente di spicco sin dai tempi della Repubblica Cisalpina, Francesco Peregalli, che diverrà senatore del Regno Italico nel 1810. In quest´ultimo anno troviamo insieme a lei, come utente del palco, Ludovico Barbavara (1772-?).
Dopo la disfatta di Lipsia nel 1813, la fine dei trionfi napoleonici e l’incipiente Restaurazione, ritornano alcuni dei nomi in auge nei tempi asburgici. Ritroviamo così il nome di Paolo Meroni fino al 1838; sembra un paradosso, essendo il Meroni defunto nel 1812, ma succede nella storia del teatro. Un palco fa parte di un’eredità, a volte trasmessa immediatamente ai discendenti, a volte inclusa nelle volontà testamentarie, a volte bene giacente in una trafila successoria il cui nodo si scioglierà soltanto negli anni, quando non nei decenni, successivi. Così è per la proprietà Meroni: il nodo si scioglie nel 1839, quando il palco è attribuito al marchese Giorgio Raimondi Mantica Odescalchi (1801-1882). Protagonista della storia del suo antico casato, egli concentrò nelle sue mani un cospicuo patrimonio, confluito da vari rami familiari, che gli permise una fruttuosa compravendita di proprietà e residenze nobiliari in città come i palazzi in contrada Nova (oggi corso di Porta Nuova) e nella contrada dei Tre Monasteri (oggi via Monte di Pietà) e nei territori del comasco o del Canton Ticino. Ma la sua figura si distinse per il fervente e attivo patriottismo: finanziatore del movimento mazziniano nel 1833, corrispondente epistolare di Carlo Cattaneo, venne coinvolto nei moti insurrezionali del 1848-49. Tra i “cospiratori”, andò esule in Canton Ticino mentre la sua villa dell’Olmo, sul lago di Como, fu occupata e devastata dagli Austriaci, i suoi beni in parte confiscati e in parte sequestrati o gravati dall’imposta straordinaria di guerra. Il marchese poté ritornare a Milano solo nel 1856 per amnistia ricevuta dietro il pagamento imposto da Radezsky di una sorta di tassa “riparatrice” per le trascorse simpatie sabaude. Tuttavia la passione patriottica del Raimondi non si estinse: nel 1859 Giuseppe Garibaldi entrava a Como per liberarla e il marchese si propose di ospitarlo nella sua villa a Fino Mornasco, dove la figlia Giuseppina intrecciò una relazione con l’Eroe dei due Mondi. E si arrivò alla celebrazione del matrimonio (24 gennaio 1860), cerimonia bruscamente interrotta per denuncia d’infedeltà da parte del Generale nei confronti della Raimondi, un matrimonio durato solo un’ora, ma ufficialmente annullato solo nel 1880... quando la realtà supera la fantasia!
Prima di tutto questo, però, il palco era passato nel 1863 dal marchese Raimondi a tre personaggi di diversa origine e occupazione: Paolo Carmine (1831-1889), consigliere comunale di Assago, uomo di certo rilievo se ebbe un lunghissimo necrologio - quasi orazione funebre - pubblicato da Agnelli; Antonio Warchez (1832-?), commerciante nel settore serico, cofondatore del Banco di seta lombardo, oltre che socio del neonato C.A.I. (Club alpino italiano); Giuseppe Ponti (?-24 gennaio 1898), ragioniere, ispettore nel 1871 della Società del Giardino e membro della Società promotrice per le Belle arti.
Il “trio” riflette nel microcosmo scaligero quanto succedeva nel macrocosmo cittadino dove imprenditori e commercianti di estrazione borghese, spesso legati all’industria serica, investivano e diversificavano i capitali a rischio, fondando banche - pullulano le nuove negli anni Settanta - affittando o comprando i palchi, che erano anche un luogo di proficui incontri amicali e di affari.
Nel 1877 a questi nomi si aggiunge quello di Pietro Carmine (1841-1913) che dal 1882 condivide con Paolo, suo fratello, la proprietà del palco. Ingegnere e commendatore, Pietro fu un uomo politico molto attivo sia a livello locale che nazionale, sindaco di Vimercate e presidente del Consiglio Provinciale di Milano, deputato liberale-conservatore sotto diverse legislature, Ministro dei Lavori Pubblici, Ministro delle Finanze, Ministro delle Poste e dei Telegrafi, schierato come “piede in casa” contro quella che si sarebbe rivelata la fallimentare impresa africana.
Il palco rimase in possesso della famiglia Carmine e degli eredi fino alla costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala (1920), passando quasi in extremis a quello che probabilmente era un figlio della sorella di Pietro e Paolo, Giuseppe Pirinoli (1864-1944) socio del C.A.I.: con lui si conferma nella storia dei palchettisti la presenza degli appassionati di montagna, che facevano dell’alpinismo e della difesa dell’ambiente naturale una passione oltre che una missione.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, IV ordine, settore sinistro

Dal nobiluomo Paolo Meroni a Innocenzo Pini, avvocato e cavaliere
Per decisione della Associazione dei Palchettisti, i palchi del IV ordine vennero messi all’asta da marzo a maggio 1778, eccetto quelli riservati a coloro che, avendo rinunciato a un palco nel teatro della Canobbiana, li avrebbero ottenuti al prezzo fisso di Lire 3.500. Il primo aprile del 1778 Don Paolo Meroni (1729-1812), già titolare del n° 9 del III ordine settore destro, si aggiudicò il n° 1 e il n° 2 del IV ordine, settore sinistro. Il nobiluomo era esponente di una nota famiglia dell’aristocrazia lombarda filoasburgica, cooptata nel governo della città: dal 1784 al 1787 è membro del Tribunale di Provvisione, un’antica istituzione risalente al tempo del Ducato di Milano dei Visconti.
Con l’arrivo di Bonaparte a Milano l’assetto sociale, riflesso nell’immagine del teatro e nei suoi palchettisti, mutò radicalmente: i precedenti proprietari, filoasburgici o presunti tali, furono sostituiti e nelle fonti (per la verità assai rare in questo periodo) comparvero nomi graditi al nuovo regime politico. La stessa sorte ebbero i palchi di Don Paolo; il n° 2 trova come utente nel 1809 Giovanni Battista Calvi (1754-1809?), commerciante di cotone e lane, dilettante di musica e proprietario di un secondo palco acquisito in epoca napoleonica (n° 13, III ordine, settore sinistro) che rimase ai suoi eredi; nel 1810 rimane a Caterina Curioni, già utente nel 1809 del palco n° 3 del IV ordine destro.
Dopo la disfatta dei francesi a Lipsia nel 1813, la fine dei trionfi napoleonici e l’incipiente Restaurazione si ritrovano nelle fonti alcuni dei nomi in auge nei tempi asburgici. Don Paolo ritornò titolare dei suoi due palchi nel IV ordine fino al 1838, paradossalmente ben oltre 20 anni dopo la sua morte, avvenuta già nel 1812. Potrebbe essere stato ereditato da un omonimo (figlio? nipote?), un´ipotesi sinora non suffragata da documenti. Tuttavia non è infrequente trovare nella storia del teatro vicende simili: un palco fa parte di un’eredità che a volte viene trasmessa immediatamente ai discendenti, a volte rimane inclusa nelle volontà testamentarie ma resta giacente in una trafila successoria il cui nodo si scioglie soltanto dopo anni o, addirittura, decenni oppure semplicemente passare ad altri acquirenti. Così fu probabilmente per la proprietà Meroni: il nodo si sarebbe sciolto nel 1839, quando compare titolare la nobildonna Marta Grimani, moglie di primo letto dell’avvocato e cavaliere Innocenzo Pini (1809-1893).
Da questo momento un unico filo familiare racconterà la storia del palco. Nel 1847 Innocenzo Pini sposa in seconde nozze Ersilia Clerici, morta il 28 gennaio 1900. La figura di Innocenzo Pini, di famiglia di origine comasca, era ben nota al suo tempo per le cariche pubbliche e per l’impegno sociale. L’avvocato fu infatti vice podestà del comune di Milano e attivo in molte importanti associazioni benefiche: presidente del Comitato della Croce Rossa Italiana, presidente della Scuola-convitto per le infermiere e presidente della commissione per l’Educazione dei sordo-muti poveri delle campagne, istituzione, quest’ultima, fondata nel 1853 dal conte Paolo Taverna. Era un tipico esponente della nuova classe dirigente post-unitaria. Con lui e con tanti altri il teatro - per l’importante ruolo, non solo culturale ma anche sociale, rivestito sin dalla sua fondazione - il teatro si fa specchio di quella Milano che cambiava tanto negli orientamenti politici, dagli Asburgo a Napoleone, ai Savoia dell’Italia unita, quanto nell’assetto economico e sociale, con il passaggio di testimone dalla vecchia aristocrazia legata alla proprietà terriera, alla nuova borghesia imprenditoriale, fatta di uomini attivi sia nella partecipazione alla vita pubblica della città che nella promozione e nel sostegno ad iniziative di solidarietà.
Innocenzo Pini compare come proprietario dal 1856 sino a dopo le date di morte sua e della moglie; dal 1903 il palco rimarrà giacente in eredità fino al 1920, anno cruciale nella storia dei palchi: il Comune di Milano ne ordinerà l´esproprio e si costituisce l’Ente Autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, IV ordine, settore sinistro

Il palco Londonio: una storia complessa
Il 20 marzo 1778 il palco venne acquistato dagli eredi del principe Antonio Tolomeo Trivulzio al prezzo di 3.500 Lire austriache, quota fissa per coloro che avessero rinunciato al possesso di un palco nel Teatro Piccolo o della Canobbiana; gli eredi Trivulzio lo cedono, sempre nel 1778, a Giuseppe Londonio; ad acquistarne la definitiva proprietà è però il segretario dell’Imperatrice Maria Teresa presso il governo di Milano, don Giuseppe Castellini (1720-1793), importante notaio - tra i suoi clienti Antonio Greppi - residente in Porta Santo Stefano. Rogò anche atti di vendita di palchi scaligeri.
Nel 1809 ritorna un Londonio, il banchiere e consigliere comunale di Milano Carlo Londonio (1779-1810), figlio di Giuseppe e nipote del pittore Francesco, coniugato dal 1799 con Maria Frapolli, figlia dell’avvocato Giuseppe, professore di Istituzioni Civili nel Ginnasio di Brera, dalla quale ebbe otto figli: ritroveremo più avanti il quinto, Cesare,e il sesto, Alessandro; le ultime due figlie, Giulia e Lucia, furono oggetto con la madre di un ritratto di Giuseppe Bossi rifluito dall’Accademia di Belle Arti di Brera al pronipote ingegner Pietro Scaravaglio, anch´egli coinvolto nella complessa storia di questo palco. Nel 1817, morto Carlo, diviene intestataria la vedova Maria Frapolli (1780-1849) salonnière famosa a Milano - il suo soprannome era “Bia”, nota in poesia come “Madame Bibin” - perché avversa alle nuove correnti romantiche ritenendo il classicismo il vero carattere distintivo e patriottico della lingua italiana. Più volte la troviamo citata da scrittori quali Stendhal, Carlo Porta e da Carlo Gherardini, al quale - dopo la scomparsa del marito - è legata sentimentalmente. Maria terrà il palco sino alla morte.
Quando dopo i moti risorgimentali e le ritorsioni del governo austriaco i palchettisti torneranno ad essere citati nelle fonti, troviamo dal 1856 al 1865 un altro membro della famiglia, Giuseppe Londonio; poi per un paio d’anni, il palco è intestato ai fratelli Alessandro (1806-1880) e Cesare Londonio (1805-1877), i già citati figli di Carlo e Maria Frapolli; viene intestato al solo Alessandro fino al 1876 e di nuovo ad entrambi sino al 1881. Il nome di Cesare rimane anche dopo la morte del titolare, succedeva sovente prima della ratifica notarile che definiva la vendita o il passaggio di eredità.
Nel 1882-1883 risultano comproprietari l’ingegner Pietro Scaravaglio (?-1887), nobile e ricco pronipote Londonio (abitava in via Bigli 7 e aveva una villa a Ponte Lambro) e Antonietta Parolini Agostinelli (?-1902). Quest’ultima è la nipote di Alessandro e Cesare Londonio; sua madre infatti è la sorella Giulia Londonio, sposata nel 1829 con Alberto Parolini: la coppia ha sei figli ma solo Antonietta e sua sorella Elisa arrivano all’età adulta. La vita di Alberto Parolini (1788-1867) sembra quasi un romanzo romantico: discendeva da una famiglia di modeste origini del vicentino, di agricoltori e costruttori di paioli (lo stesso cognome deriva forse da “parolo”, traduzione dialettale di “paiolo”) dal cognome tronco tipicamente veneto, Parolin. Trasferitisi a Bassano del Grappa, la famiglia si arricchisce con oculati investimenti, il nonno di Antonietta, Francesco, viene ammesso addirittura nel Consiglio cittadino ottenendo il titolo nobiliare; con Alberto il cognome viene italianizzato. Sin da bambino Alberto mostra un forte interesse per la botanica, disciplina cui in seguito avrebbe dedicato l’intera sua vita; la formazione, iniziata da autodidatta, sull’onda dell’ammirazione per il geologo e naturalista - concittadino - Gian Battista Brocchi, continua grazie agli studi seguiti a Padova, Pavia e Milano e ai lunghi periodi trascorsi tra Parigi e Londra. Nonostante gli spostamenti, la sua attenzione torna però sempre a concentrarsi sul giardino di famiglia nel quale trovano spazio numerose specie vegetali, innestate con interesse scientifico. È Antonietta a ereditare le case e il giardino, quando il padre e la sorella muoiono, e la passione per la botanica. Nel 1867 si unisce in matrimonio con il nobile bassanese Paolo Agostinelli da cui ha Alberto, che diviene erede universale della famiglia, trasformando il giardino in un signorile parco ornamentale, ancor oggi noto a Bassano come Giardino Parolini.
Probabilmente Alberto non eredita il palco, o semplicemente lo vende. Infatti, dal 1884 risulta intestato al solo Scaravaglio e dopo la sua morte alle eredi Angela (detta Lina) e Maria Scaravaglio, con usufruttuaria la madre Erminia sino al 1898. Maria, coniugata con Celso Ferrari, è collezionista e custodisce anche le opere già della famiglia Londonio, Lina, appassionata musicista, ha parte attiva nella Fondazione Arrigo Boito. Le sorelle sono le ultime titolari quando nel 1920 il Comune di Milano espropria i palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 4, IV ordine, settore sinistro

Dal conte al velista
I palchi del IV ordine, messi in vendita dalla Associazione dei palchettisti nel 1778, erano considerati un vero e proprio investimento. Chi li comprava, aristocratico o ricco borghese che fosse, in genere già possedeva palchi di I o di II ordine, palchi che garantivano visibilità sociale. Il palco di IV ordine sarebbe stato quello di riserva: non soltanto avrebbe garantito un posto per gli invitati “in soprannumero”, ma si sarebbe potuto affittare per le singole serate, per una serie di serate o addirittura per un’intera stagione, con conseguente ammortizzazione dei capitali.
Non fa eccezione il palco n° 4, acquistato nell´asta del primo aprile dal ventottenne conte Emanuele di Khevenhüller proprietario anche del n° 5 e con sua moglie Giuseppina Mezzabarba del n° 17 del II ordine destro. Fratello di Johann Sigismund Friedrich, suo “vicino di palco” visto che occupava il n° 7, Johann Emanuel Joseph von Khevenhüller-Metsch (1751-1847) è l’ultimo figlio della contessa Karoline von Metsch e del Principe del S.R.I. Johann Joseph von Khevenhüller e come suo padre entra presto nelle grazie asburgiche, divenendo consigliere intimo di Francesco I d’Austria. Uomo colto e amante della musica - compare con la moglie e la cognata Maria Josepha Schrattenbach tra i sottoscrittori delle accademie mozartiane - il conte Emanuele, milanese d’adozione, tiene salda la proprietà dei suoi palchi sino alla morte. Abile amministratore dei suoi beni, riesce a far fruttare al meglio i possedimenti terrieri, che dal 1826 si concentrano sul latifondo di Monticelli d’Oglio (5758,42 pertiche di terreno) nel bresciano. Eredita tutto la figlia maggiore Marie Leopoldine (1776-1851) vedova del patrizio milanese Febo d’Adda (1772-1836). La seconda figlia Khevenhüller-Metsch, Marie Anne (1778-1850), non eredita palchi dal padre ma dal marito Carlo Visconti di Modrone (1770-1836), protagonista della storia scaligera negli anni d’oro della MalibranMaria Malibran, di DonizettiGaetano Donizetti, e di BelliniVincenzo Bellini. Il loro palco era il n° 3 del I ordine destro.
Eccezione alla continuità Khevenhüller-Metsch l’anno 1809: il palco è occupato dal conte Giuseppe Crivelli, marito di Marianna Colloredo; il fratello Giovanni Angelo è il proprietario della villa Pusterla a Limbiate che fu residenza di Napoleone. Giuseppe è omonimo del signor Crivelli a più riprese impresario scaligero. Nel 1856, quando nuovamente ricompaiono i nomi dei proprietari dei palchi nelle fonti (il lungo silenzio post-quarantotto è da interpretarsi come una sorta di ritorsione governativa verso i palchettisti patrioti e anti-austriaci), il palco risulta a nome Ferrini, seguito nel 1858 e nel 1859 dal duo Ferrini e Bosisio.
Gaspare Antonio Ferrini (1797-1867), farmacista di Locarno, si era trasferito in quel di Milano per sposare in seconde nozze (aveva già avuto una figlia, Marianna, dalla prima consorte, Giubilante Vacchini morta di parto) Eugenia, figlia di Domenico Cagnolati e Francesca Sassi, caffettieri nella piazza del Teatro, al 1144. Quando Domenico muore, la moglie prende in mano l’attività, cosicché il negozio è soprannominato il Caffè della Cecchina. Ritroviamo il nome di Eugenia Cagnolati Ferrini (1808-1864), del marito, del figlio Rinaldo nelle storie del palco n°13 del III ordine di destra e ancora nei palchi n° 5 e n° 9 del IV ordine di sinistra. Carlo Bosisio (1806 - circa 1886) si era sposato con la ballerina Adelaide Superti, attiva alla Scala tra il 1829 e il 1843.
Dal 1860 sino alla fine del secolo proprietario del palco è Antonio Besana (1811-1898), cavaliere, filantropo, direttore del Consiglio di amministrazione del Corpo di musica municipale, figlio del banchiere Gaetano. L’appassionato musicofilo abitava in piazzetta Belgiojoso 1 ed era proprietario a Moltrasio (Como) di una villa oggi nota per essere appartenuta allo stilista Gianni Versace. Il fratello Eugenio Besana (1845-1918), subentrato ad Antonio nel 1902, abita nella stessa casa milanese insieme alla moglie, Carlotta Pertusi. Appassionato velista, è tesoriere del Regio Regate Club Lariano, presieduto da Lodovico Trotti Bentivoglio; si era fatto costruire nel 1891 una sontuosa villa a Bellagio. Il nobile cavaliere tiene il palco sino alla morte per poi lasciarlo agli eredi; ma ormai stava iniziando un’altra storia, con la costituzione nel 1920 dell´Ente autonomo Teatro alla Scala e l´esproprio dei palchi da parte del Comune di Milano.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 5, IV ordine, settore sinistro

Dal conte Khevenhüller-Metsch alla marchesa Abbiati Gardella
I palchi del IV ordine, messi in vendita dalla Associazione dei palchettisti nel 1778, erano considerati un vero e proprio investimento. Chi li comprava, aristocratico o ricco borghese che fosse, già possedeva in genere palchi di I o di II ordine, palchi che garantivano visibilità sociale. Il palco di IV ordine sarebbe stato quello di riserva: non soltanto avrebbe garantito un posto per gli invitati “in soprannumero”, ma si sarebbe potuto affittare per le singole serate, per una serie di serate o addirittura per un’intera stagione, con conseguente ammortizzazione dei capitali.
Non fa eccezione il palco n° 5 del IV ordine, acquistato nell´asta del primo aprile dal conte Emanuele di Khevenhüller proprietario anche del n° 4 e con sua moglie Giuseppina Mezzabarba, del palco n° 17 del II ordine di destra. Fratello di Johann Sigismund Friedrich, suo “vicino di palco” visto che occupava il n° 7, Johann Emanuel Joseph von Khevenhüller-Metsch (1751-1847) è l’ultimo figlio della contessa Karoline von Metsch e del Principe del Sacro Romano Impero Johann Joseph von Khevenhüller e, come suo padre, entra presto nelle grazie asburgiche, divenendo consigliere intimo di Francesco I d’Austria. Uomo colto e amante della musica - compare con la moglie e la cognata Maria Josepha Schrattenbach tra i sottoscrittori delle accademie mozartiane - il conte Emanuele, milanese d’adozione, tiene salda la proprietà dei suoi palchi sino al 1847, anno della morte. Nel contempo riesce a far fruttare al meglio i suoi possedimenti terrieri, che dal 1826 si concentrano sul latifondo di Monticelli d’Oglio (5.758,42 pertiche di terreno) nel bresciano. Eredita tutto, palco compreso, la figlia maggiore Marie Leopoldine (1776-1851) vedova del patrizio milanese Febo d’Adda (1772-1836). La seconda figlia Khevenhüller-Metsch, Marie Anne (1778-1850), non eredita palchi dal padre ma dal marito Carlo Visconti di Modrone (1770-1836), protagonista della storia scaligera negli anni d’oro della MalibranMaria Malibran, di DonizettiGaetano Donizetti, di BelliniVincenzo Bellini. Il loro palco era il n° 3 del I ordine destro.
Unica eccezione alla continuità Khevenhüller-Metsch l’anno 1809: il palco è occupato da un militare dell’esercito napoleonico, Carlo Rossi, maggiore del quarto reggimento di fanteria di linea e nominato nel 1811, con decreto vicereale, maggiore dei Coscritti della Guardia. L’anno prima era stata stabilita l’uniforme: sciaccò, abito verde scuro con colletto scarlatto e risvolti rossi, pantaloni bianchi, ghette nere. Ci immaginiamo il maggiore Rossi nel palco, circondato da belle fanciulle, ad applaudire la giovane soprano Isabella Colbran ai suoi primi successi scaligeri o il grande Giovanni Battista Velluti, ultimo dei grandi cantori evirati.
Nel 1856, quando nuovamente ricompaiono i nomi dei proprietari dei palchi nelle fonti (il lungo silenzio post-quarantotto è da interpretarsi come una sorta di ritorsione governativa verso i palchettisti patrioti e antiaustriaci), sino al 1862 le fonti registrano gli stessi Ferrini e Bosisio che risultano nell’adiacente palco n° 4 e così le storie si intrecciano.
Carlo Bosisio si sposa con la ballerina Adelaide Superti, attiva alla Scala tra il 1829 e il 1843.
Il comproprietario è Gaspare Antonio Ferrini, farmacista di Locarno (1797-1867), giunto in quel di Milano per sposare in seconde nozze (aveva già avuto una figlia, Marianna, dalla prima consorte, Giubilante Vacchini morta di parto) Eugenia, figlia di Domenico Cagnolati e di Francesca Sassi. La moglie di Domenico, rimasta vedova, prende in mano l’attività, cosicché il negozio viene soprannominato il Caffè della Cecchina. Ritroviamo qui come nel palco n° 4 il nome di Eugenia Cagnolati Ferrini (1808-1864) per due anni, nel 1863 e nel 1864, oltre che nel palco n° 13 del III ordine destro.
Dopo la morte di Eugenia, la storia dei due palchi si divide di nuovo perché il palco viene ereditato dal figlio, Rinaldo, che rinuncia al n° 4 (che va ai fratelli Besana) proprietario sino al 1893. A Rinaldo Ferrini (1831-1908), professore al Politecnico, fisico e ingegnere, saggista, i milanesi devono molto perché fu il primo a progettare sistemi di riscaldamento “globale” per la capitale lombarda. Con Luigia Buccellati il professore ha due figli, Eugenia e Contardo, quest’ultimo sulla via della beatificazione, riconosciuto infatti “Venerabile”. Una lapide lo ricorda nella chiesa di fronte al Teatro Dal Verme.
Chiude la storia del palco la marchesa Costanza Gardella Abbiati, moglie di Jacopo Gardella (1845-1926), architetto di origini genovesi. Dalla loro unione nasce nel 1873 Arnaldo, ingegnere civile, padre del famoso architetto Ignazio Gardella. La marchesa Abbiati Gardella è titolare dal 1908 al 1920 quando il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 6, IV ordine, settore sinistro

Il palco dei Trivulzio Manzoni
Ad aggiudicarsi per primo la proprietà del palco, nell´asta del primo aprile 1778, fu il conte Ambrogio Cavenago (1732-1802), che già possedeva il n° 16 del III ordine destro. Esponente di una delle famiglie benestanti di Milano, ambizioso e devoto alla Casa d’Austria, il conte aveva incrementato la proprietà feudale nella contea di Trezzo ed era divenuto Ciambellano Reale, oltre che uno dei LX Decurioni di Milano nel 1759. Di conseguenza ebbe poca fortuna con l’arrivo di Bonaparte: gli venne addirittura chiesto un risarcimento per i danni provocati dall’armata austro-russa sui suoi possedimenti trezzesi, un giro di parole che si traduceva in realtà con delle sottrazioni indebite per approvvigionare le truppe francesi. E così durante la parentesi napoleonica, il conte Ambrogio - come tanti altri - perse pure il proprio spazio alla Scala e il palco venne affidato a nomi più graditi al nuovo regime politico.
Nel 1809, nelle poche fonti conservate del periodo, risultano come utenti il mercante Ignazio Prata, che lavorava nelle spedizioni delle merci spesso sotto l’ordine del fermiere Antonio Greppi (palchettista), e Giuseppe Cotta Morandini (? - 1842), uomo di punta del governo francese, procuratore generale della Corte di giustizia del Dipartimento dell’Agogna comprendente tutte le terre fra il Ticino e il Sesia (uno dei dipartimenti voluti da Bonaparte), che nel 1822, sotto gli Asburgo, venne nominato consigliere del Tribunale d’appello di Milano. Nonostante ciò, dopo la disfatta di Lipsia nel 1813 e il declino di Napoleone, non mantenne il palco che ritornò ai Cavenago, ovvero agli eredi del conte Ambrogio.
La vedova del conte Cavenago, Anna Maria Rühla von Rühla, si occupò dell’eredità e il palco venne venduto nel 1815 a Giuseppe Camillo Trivulzio Manzoni (1753-1828), conte di Pontenure, dell’insigne casata dei Trivulzio; era figlio di Antonio e di Marianna Manzoni, essa stessa proprietaria di un palco (n° 9, II ordine, settore sinistro), il cui cognome venne aggiunto a quello dei Trivulzio proprio dal figlio Giuseppe.
Dal 1815 al 1920, i Trivulzio Manzoni mantennero il possesso del palco secondo un filo genealogico che li vide unirsi ad altri importanti nomi del patriziato milanese e lombardo. Angelo Maria Trivulzio Manzoni (1794-1871), figlio di Giuseppe Camillo e di Costanza Durini, sposato con Maria Caccia nel 1824, ereditò il palco nel 1856 e alla morte lo lasciò ai figli: Giuseppe (1828-1890), marito di Elisabetta Gallarati Scotti, e Gerolamo Trivulzio Manzoni Caccia (1829-?), che aveva ottenuto la licenza di acquisire e aggiungere il cognome della madre al proprio. Dal 1877 si unì alla proprietà la sorella Giuseppina "maritata contessa Porro Lambertenghi”. Era questa la moglie di Gilberto (o Giberto) Porro Lambertenghi, figlio di Anna Serbelloni e del patriota Luigi, condannato a morte in contumacia, ospite di Ugo Foscolo a Londra e ritornato a Milano solo con l’amnistia del 1840. Gilberto, insieme ai fratelli, aveva avuto come precettore Silvio Pellico. Era appassionato di tennis e fu il primo a scrivere su tale disciplina sportiva.
Nel 1883 vennero aggiunti alla proprietà del palco i figli di Gilberto e Giuseppina, Angelo Maria Porro Lambertenghi e Maria, moglie dell’avvocato e commendatore Giovanni Giacobbe. Appassionata di musica, dedicataria di composizioni pianistiche, Maria era amica di Vittoria Cima, che vedeva ospiti nel suo salotto tanto gli Scapigliati quanto giovani industriali come De Angeli e Pirelli. Anche Maria aveva un salotto, aperto a intellettuali, compositori e artisti: lo teneva nella casa del marito a Magenta, di recente restaurata e ancor oggi nota come Casa Giacobbe. Di lei “dama bella e gentile… aristocratica per modi e per intelligenza, per cultura e per cuore” scrisse una commemorazione il commediografo Giannino Antona Traversi, figlio di un palchettista, l’avvocato Giovanni Pietro. Giannino venne coinvolto in una appassionata e triste relazione con la musicista Hilda Ballio; si rimane stupiti di quanti scenari possa aprire una “apparentemente semplice” storia di un palco scaligero.
Dopo i Porro Lambertenghi, dal 1904, il palco rimane al ramo familiare di Giuseppe Trivulzio Manzoni sotto l’indicazione di “eredi”: non sappiamo i loro nomi perché non compaiono altri intestatari sino al 1920 quando, con la costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala e l´esproprio dichiarato dal Comune di Milano, si avvia a conclusione la storia della proprietà privata dei palchi.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, IV ordine, settore sinistro

Un palco "senza fine"
I palchi del IV ordine, messi in vendita dall’Associazione dei palchettisti nel 1778, erano considerati un vero e proprio investimento. Chi li comprava, aristocratico o ricco borghese che fosse, già possedeva in genere palchi di primo o di secondo ordine, palchi che garantivano visibilità sociale: si sa, andare alla Scala era più per farsi vedere all’opera che per vedere l’opera. Il palco di IV ordine, invece, sarebbe stato quello di riserva: non soltanto avrebbe garantito un posto per gli invitati “in soprannumero”, ma si sarebbe potuto affittare per le singole serate, per una serie di serate o addirittura subaffittare per un’intera stagione, con conseguente ammortizzazione dei capitali.
Pochi sono i palchettisti che possiedono soltanto un palco alla Scala e solo nel quarto ordine; uno di questi è Johann Sigmund von Khevenhüller-Metsch (1732-1801) proprietario del n° 7 dal 1779; glielo assicura nell´asta del 14-15 maggio 1778 il marchese Tiberio Crivelli. Johann Sigmund è il secondo figlio del principe imperiale di Giuseppe II e cavaliere del Toson d’oro Johann Josef e della contessa Karolina von Metsch; per la morte precoce del primogenito eredita i titoli paterni. Suo fratello, ultimogenito della coppia Khevenhüller-Metsch, è il conte Johann Emanuel, pluripalchettista avendo due proprietà nel IV ordine (n° 4 e n° 5, settore destro) e il n° 17 nel II ordine destro. Personaggio di primo piano nella corte di Maria Teresa d’Austria, il Principe del Sacro Romano Impero Johann Sigmund segue le orme paterne dedicandosi alla carriera diplomatica, iniziata in Portogallo e approdata a Milano dove dal 1775 al 1782 ricopre la carica di plenipotenziario per il ducato. Dieci i figli avuti dalla prima moglie, la principessa Maria Amalia del Liechtenstein, sposata nel 1754, nessuno dalla seconda, Giuseppina dei conti di Strassoldo, che lasciò vedova nel 1801, dopo appena un anno di matrimonio.
Nel periodo napoleonico compare utente per il 1809 il nome del conte Giacomo Durini (1767-1834), esponente del ramo secondogenito della storica e antica famiglia. Come il padre Carlo, capitano, il conte si dedicherà alla carriera militare; ostile agli Asburgo diverrà colonnello di Vittorio Emanuele I di Savoia e gentiluomo di camera di Carlo Felice. Nel 1810 lo sostituiscono due militari, Gerolamo Della Tela e Gaetano Giuseppe Piantanida. Nel 1813, il palco passa alla casata dei Bozzolo Salvioni, che lo terrà fino al 1837. Negli anni successivi, per molto tempo, figurano proprietari i “borghesi” Tarlarini: prima Giuseppe, avvocato e notaio in Milano, poi Ercole e infine le figlie Adele e Maddalena che condividono la proprietà sino alla morte di Adele (1883). Maddalena, coniugata Radius, possidente, abita in via S. Eufemia 25 ed è la madre dell’avvocato e banchiere Emilio Radius con il quale condivide il palco dal 1889 al 1897. Emilio nel 1871 sposa la scrittrice Neera, pseudonimo di Anna Zuccari, irredentista e interventista alle soglie della Grande Guerra, impegnata nelle battaglie per l’emancipazione femminile che caratterizzarono l’Italia, e in particolare Milano, agli inizi del XX secolo. La Zuccari riposa al Cimitero monumentale.
Maddalena, ormai vedova, sarà la sola titolare sino alla morte e il palco rimane in eredità giacente dal 1917, curato come tutti gli affari di famiglia dallo studio del dott. Marinelli. Non sappiamo a chi poi il palco fosse destinato, ma poco importa visto che nel 1920 la proprietà privata dei palchi termina con l´esproprio del Comune di Milano e la costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, IV ordine, settore sinistro

Baroni e mobilieri
Nell´asta del 14-15 maggio 1778 si assicura il palco il notaio Giovanni Francesco Botta, ma non sappiamo per chi faccia da intermediario o prestanome, forse per il conte Pietro Secco Comneno (1734-1816), che risulta intestatario già dal 1779: consigliere di Maria Teresa, egli rivestì numerose cariche politiche e fu un personaggio attivo nella vita culturale e sociale della città. Nel 1772 figurò tra i promotori della Società per l’agricoltura, le buone arti e le manifatture, detta poi Società Patriottica. Frequentò gli ambienti dell’Illuminismo lombardo e le animate discussioni dell’Accademia dei Pugni, di cui fu membro. Si occupò in particolare di questioni economiche esponendo le sue opinioni, negli articoli pubblicati su Il Caffè, il periodico fondato dai fratelli Verri e da Cesare Beccaria impegnato nella diffusione delle idee illuministe in Italia.
Nel 1790 il palco fu assegnato per un anno a Margherita Valtolina, una ballerina, forse moglie di Giovanni e madre di Teresa, anche loro ballerini alla Scala. Ritornato già nel 1791 al conte Secco Comneno, il palco, nel bel mezzo degli anni napoleonici, nel 1809, fu registrato a nome di Carlo Casiraghi e affittato per serata. Dal 1804, al tempo della Repubblica Cisalpina, Casiraghi ricoprì il delicato incarico di Cassiere generale dell’Amministrazione dei fondi del debito pubblico (dal 1805 denominata “Monte Napoleone”), un’istituzione del Ministero delle finanze guidato allora dal conte Giuseppe Prina; al tempo stesso fu un personaggio mondano, socio attivo del Teatro Patriottico fondato da Carlo Porta (successivamente denominato Teatro de’ Filodrammatici) e per gli amici Carlo Porta e Vincenzo Monti “soleva bandire splendidi festini, rallegrati da bellissime donne onde andava superba Milano”.
Nel 1813, con la disfatta di Napoleone a Lipsia e il rapido declino della sua stella, il palco tornò agli eredi della Valtolina, passando alla figlia Teresa tra il 1820 e il 1825, per essere assegnato nel 1826 all’amministratore della sua eredità, il barone Baldassarre Sanner. Appartenente ad una famiglia originaria di Soretta (o Pizzo Suretta), al confine tra la Lombardia e i Grigioni, Sanner fu una figura eminente dell’amministrazione asburgica: consigliere di prima istanza del tribunale di Milano, giudice del tribunale criminale, giudice della Corte dei Conti, ufficiale controllore dell’Accademia fisio-medico-statistica, fondata nel 1844 da Giuseppe Ferrario. Di Sanner rimane la pubblicazione Sullo stato attuale dei beni feudali nel Regno Lombardo-Veneto, pubblicata a Milano nel 1842.
Due anni prima, nel 1840, il palco cambiava proprietario nella persona del barone Stefano Colli, che ne manterrà il possesso fino al 1858, quando fu rilevato dai fratelli Pietro (?-1862) e Gaetano Bigatti (?-1879), titolari di una ditta di mobili fondata nel 1849, “Fabbricanti e Mercanti di Mobili d’ogni qualità magazzino assortito a discretissimi prezzi”, che realizzavano prodotti per le più importanti dimore italiane, come il Palazzo Reale di Modena. I Bigatti rappresentano un esempio dell’ascesa economica e sociale della borghesia imprenditoriale che nel corso del XIX secolo affianca la vecchia aristocrazia come classe egemone e l’acquisizione e il possesso di un palco alla Scala costituisce un riflesso diretto del nuovo ordine sociale.
Nel 1882 il palco venne ereditato da Silvia Bigatti coniugata Galli, madre di Paolo, Mario, Gaetano e Giulio, ingegneri che compariranno come ultimi proprietari del palco a partire dal 1917 fino al 1920, quando il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e nasce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, IV ordine, settore sinistro

Il palco del professor Ferrini e del tenore Garbin
I palchi del IV ordine vengono messi all’asta dall’Associazione dei palchettisti nella primavera del 1778: Guido Delfinoni acquista il n° 9 nell´asta del 14-15 maggio; nel 1779 titolare sarà il nobile Giulio e fino al 1796 la Casa Delfinoni. Originari della Brianza, i Delfinoni erano noti nella Milano settecentesca, oltre che per essere stati tra i primi benefattori dell’Ospedale Maggiore, per avere contrassegnato la loro casa in Porta Nuova con un segno particolare: nel 1774 -racconta Pietro Verri - “si scavò un sasso colla memoria dell’anno, del mese, del giorno, ed ora, che entrò Padrone di Milano il Co. Francesco Sforza” il 26 febbraio 1440. La casa era presso la Croce di San Protaso arcivescovo, indicata anche come croce di San Primo nell’attuale via Manzoni all’angolo con piazza della Croce Rossa, una delle tante crocette, colonne, obelischi che costellavano le varie zone cittadine, soppresse già nella seconda metà del Settecento, poche rimaste. L’ultimo Delfinoni a esser citato nelle fonti, Guido, fa parte di quel gruppo di antiautriaci - tra di essi Giovanni Stabilini, Elena Viscontini, Paolo Giovio, Felice Maragliani, Giovanni Ferrari - che si schierò per la libertà sin dai primi tempi della Carboneria.
Come utente nel 1809 e nel 1810 e come proprietario dopo la Restaurazione compare Luigi Marani, ragioniere di origine milanese arricchitosi nel periodo napoleonico. Nel 1811 compra un latifondo a Romanengo (Cremona) precedentemente appartenuto ai Visconti di Brignano Gera d’Adda; qui impianta una filanda che gli darà ulteriori guadagni. Nel 1845 il palco è intestato all’omonimo nipote Luigi Marani Mantelli (1796-1860), noto impresario teatrale.
Nel 1863 subentra la famiglia Ferrini, proprietaria all’epoca anche del palco n° 5 del IV ordine sinistro. In quell’anno la palchettista è Eugenia Ferrini CagnolatiEugenia Cagnolati (1808-1864), figlia di Domenico Cagnolati e di Francesca Sassi, caffettieri in piazza del Teatro 1144; la madre, morto il marito, gestisce il negozio di famiglia che da lei prende il nome di “Caffè della Cecchina”. La sedicenne Eugenia nel 1824 va in sposa a Gaspare Antonio Ferrini (1797-1867), farmacista di Locarno. Suo figlio Rinaldo Ferrini (1831-1908) è proprietario del palco in seguito alla morte della “Cecchina” nel 1865. Egli studia all’Università di Pavia, dove consegue il titolo di ingegnere civile e di architetto; nel 1856 ottiene anche l’abilitazione all’insegnamento della fisica e della matematica nei ginnasi e nei licei. Dal 1860 al 1868 insegna le medesime materie presso l’Istituto Tecnico Superiore di Milano (l’odierno Politecnico); Francesco Brioschi, suo direttore e fondatore, gli affida la cattedra di fisica tecnologica per il biennio 1868-69. Il Ferrini diviene poi membro del Regio istituto lombardo di scienze e lettere. Scrive importanti trattati - tradotti e diffusi anche all’estero - tra cui Tecnologia del calore e Elettricità e magnetismo. Dalla moglie Luigia Buccellati ha due figli: Eugenia e Contardo, quest´ultimo, in "odor di santità", verrà proclamato beato.
Nel 1875 proprietario del palco diviene Luigi Terruggia; questi nel 1877 sostituisce Eugenio Cantoni come direttore generale della società anonima “Cotonificio Cantoni”, la prima impresa cotoniera italiana ad essere trasformata in società per azioni e a venir quotata alla Borsa di Milano. Il presidente è Andrea Ponti (1821-1888), tra i maggiori rappresentanti dell’industria lombarda nonché padre di Ettore, sindaco di Milano e palchettista: il palco della famiglia Ponti è il n° 17 del II ordine, settore sinistro.
Nel 1905 siedono nel palco tre esponenti della famiglia Galli: Vincenzo, Adele e Maria, maritata Migliavacca.
Nel 1917 il palco appartiene a Giuliano Livraghi e al cavaliere ufficiale Edoardo Garbin (1865-1943). Garbin, di umili origini (era stalliere), arriva alla notorietà milanese come Turiddu al Teatro Dal Verme; tenore di notevole capacità sceniche è Fenton nella prima scaligera di Falstaff di Giuseppe Verdi la sera del 9 febbraio 1893 e nelle seguenti ventun recite; lo affianca in palcoscenico, nei panni di Nannetta, la moglie, il soprano Adelina Stehle (1860-1945) di origine austriaca e allieva del Conservatorio di Milano. Garbin dopo una notevole carriera nei massimi teatri italiani e europei, affiancato nella vita e sulla scena dalla moglie, si ritira nel 1914. A Livraghi e a Garbin il palco rimane intestato sino al 1920; in quell’anno, inizia l´esproprio dei palchi da parte del Comune di Milano e si costituisce l’Ente Autonomo Teatro alla Scala.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 10, IV ordine, settore sinistro

Funzionari governativi e patrioti antiaustriaci
Il 20 marzo 1778 il palco venne acquistato dagli eredi del principe Antonio Tolomeo Trivulzio al prezzo di 3.500 Lire austriache, quota fissa per coloro che avessero rinunciato al possesso di un palco nel Teatro Piccolo o della Canobbiana; gli eredi Trivulzio lo cedono, sempre nel 1778, a Giuseppe Londonio; ad acquistarne la definitiva proprietà è Casa Ciani ovvero la famiglia del Canton Ticino, originaria del paese di Leontica nella Val di Blenio. Solo nel 1809 compare accanto al nome Ciani, utente per i giorni pari, quello di Felice Rovida, consigliere di stato della Repubblica Italiana sotto Napoleone. Primo proprietario di casa Ciani è Carlo Ciani <1.> (1738-1813), annoverato tra i banchieri e negozianti, membro della Camera di commercio e della Borsa della quale diviene sindaco (oggi si direbbe presidente) nel triennio 1810-1812; di simpatie francesi, viene nominato nel 1796 nella Congregazione municipale, presieduta dal generale Despinoy, comandante della piazza di Milano, che s’insedia con l’arrivo di Bonaparte a Milano. Carlo Ciani abita nella centrale via Meravigli, in un palazzo sede d’incontri di intellettuali e artisti come Gioachino Rossini, Ugo Foscolo, il pittore Andrea Appiani, Giuseppe Bossi, lord ByronGeorge Gordon Byron, ma anche di cospiratori antiaustriaci come Cesare Cantù e Federico Confalonieri. Quest’ultimo utilizzava l’indirizzo di casa Ciani per poter ricevere e inviare la corrispondenza al sicuro dalla polizia austriaca.
Due figli di Carlo, Giovanni e Carlo <2.> ereditano il palco del padre; altri due, Giacomo e Filippo, patrioti risorgimentali esiliati in seguito ai moti del 1821, si stabilirono a Lugano dove conobbero e sostennero Giuseppe Mazzini; gestivano una tipografia in cui stampavano opuscoli clandestini risorgimentali distribuiti ai frequentatori del castello di Lugano di proprietà di Giacomo e a Villa d’Este sul lago di Como, divenuta negli anni immediatamente precedenti il 1848 luogo d’incontri patriottici. La sorella Francesca nel 1808 va in sposa a Carlo Camperio, membro della borghesia agraria originaria di Binasco, anch’egli palchettista scaligero (n° 16, III ordine sinistro).
Dal 1841 al 1849 il palco è intestato a un alto funzionario dell’amministrazione asburgica, l’ingegnere Stefano Delmati, responsabile dell’archivio catastale e componente dell’I. R. Giunta del Censimento del Regno Lombardo Veneto.
Dal 1856 il palco è proprietà di un altro ingegnere, Giuseppe Tarantola, consigliere municipale di Milano nella Lombardia ancora asburgica e tra i firmatari dell’accorato appello all’ordine in occasione dell’attentato all’imperatore Francesco Giuseppe I; ma già dopo tre anni giace in eredità e quindi dal 1863 passa alla figlia Clementina Tarantola (1803 -1884) coniugata nel 1856 con il patrizio romano conte Cesare Borgia (1830-?), Cavaliere d’onore e devozione e Commendatore ereditario dell’Ordine gerosolimitano di Malta. Le succede nella proprietà del palco il figlio conte Francesco Borgia (1863-1924) che sposa nel 1885 la marchesa Eugenia Litta Modignani (1861-1908), figlia di Giulio, rafforzando i legami già esistenti fra le rispettive famiglie, in quanto Paolo Litta Modignani, fratello di Giulio, aveva sposato Alcmena Borgia, sorella di Cesare, il padre di Francesco.
L’ultima proprietaria del palco dal 1917 è Iole Arnaboldi, vedova Garrone. La famiglia Arnaboldi-Garrone, originaria di Stradella, aveva avuto un amministratore d’eccezione delle proprietà terriere e del Castello di Montecastello - fortezza medievale adattata poi a palazzo - nel giovane Agostino Depretis, il futuro ministro e presidente del Consiglio, all’epoca alle soglie della sua carriera politica; dagli Arnaboldi - curiosità - discende Letizia Moratti primo sindaco donna del capoluogo lombardo. La vedova Garrone rimane titolare sino al 1920, quando il teatro diverrà Ente autonomo e la storia della proprietà privata dei palchi volgerà alla sua fine.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, IV ordine, settore sinistro

Il palco dell’editore Francesco Lucca
Acquistato dal conte Angelo Maria Serponti (1750-1802) nell´asta del 30 marzo 1778 per Lire 4110 austriache, il palco lo vede titolare sino al 1796: figlio cadetto di Giovanni Giorgio, marchese di Mirasole, e di Maria Margherita Durini, rimasto celibe, non ha eredi diretti. Negli anni napoleonici e fino alla Restaurazione è intestato al conte Pietro Mandelli (1749-1815), che pure muore senza figli; tuttavia il palco resta in famiglia: ne è erede dal 1817 il nipote, conte Alessandro Rescalli (1786-1843), figlio di Carlo Gerolamo e di Teresa sorella di Pietro e coniugato con Giuditta Canzi, dama di Milano ammessa alla corte. Rescalli usufruisce del palco per quasi quarant´anni, assistendo ai trionfi di RossiniGioachino Rossini, all’affermazione di BelliniVincenzo Bellini e DonizettiGaetano Donizetti e, nel 1842, al primo successo di VerdiGiuseppe Verdi, Nabucco.
Alla morte di Alessandro il palco passa al figlio Paolo Gerolamo, mecenate e promotore delle arti, socio onorario dell’Imperial Regia Accademia delle Belle Arti, presidente onorario della Società Universale per l’Incoraggiamento delle Arti con sede a Londra, Cavaliere del Sovrano Ordine militare ospedaliero Gerolosimitano, ma anche banchiere e imprenditore attivo in diversi settori dell’economia: concessionario da parte del Governo austriaco della costruenda linea ferroviaria Milano-Pavia, promotore insieme al duca Raimondo Visconti di Modrone, al conte Francesco Annoni e altri di una sottoscrizione per il collegamento ferroviario da Monza a Lecco, concessionario di una miniera di lignite nel territorio di Sogliano in provincia di Forlì. Nei suoi numerosi affari coinvolge la moglie, Anna Gropallo, spesso intestataria delle proprietà, proveniente da due famiglie che annoverano numerosi palchettisti, a partire dal nonno paterno Gaetano Gropallo e dalla madre Laura Pertusati.
Nel 1863 il palco viene acquistato da Francesco Lucca (1802-1872), violinista alla Scala e alla Canobbiana, ex-apprendista incisore presso Ricordi. Lucca aveva fondato l’omonima casa editrice musicale nel 1825 e sarà per gran parte del secolo il più serio concorrente di Ricordi. Nel 1832 sposa Giovannina Strazza, giovane e intraprendente, che subito affianca il marito nella gestione della ditta, dimostrando notevole spirito e capactà imprenditoriali, abile soprattutto nei rapporti personali con compositori (fu amica di Bellini), cantanti e librettisti. In mancanza di una legislazione sul diritto d’autore e di una normativa che regolasse i rapporti tra editore e compositore, Ricordi e Lucca danno vita per oltre cinquant’anni a un’intensa battaglia per la conquista delle novità musicali, anche con risvolti giudiziari, che ebbe notevole influenza sulla produzione italiana e sulla diffusione della musica straniera in Italia. Nel 1847 Lucca pubblica un nuovo periodico, il settimanale L’Italia musicale, diretto concorrente della Gazzetta musicale di Milano fondata da Giovanni Ricordi cinque anni prima. La bruciante sconfitta per la conquista dei diritti della musica verdiana a vantaggio di Ricordi spinge Lucca a cercare un’alternativa all’impero melodrammatico creato da Ricordi e Verdi; diviene così il principale sostenitore di giovani compositori emergenti come Ponchielli, Catalani, Gomes, Ricci, Petrella, Smareglia, Pedrotti, Franchetti e altri. Ma la coraggiosa operazione di Lucca non riguarda tanto il repertorio del melodramma italiano quanto quello del teatro musicale europeo. Egli apre dunque le frontiere, facendo conoscere al pubblico italiano il grand opéra parigino e l’opera romantica tedesca, acquisendo dagli editori stranieri anche il diritto di metterle in scena, contribuendo in questo modo decisivo alla sprovincializzazione della musica italiana. La principale nuova sfida editoriale si chiama Wagner: Francesco Lucca muore però nel 1872, dopo il successo nel 1871 del Lohengrin, prima esecuzione in Italia di un’opera wagneriana, rappresentata al Comunale di Bologna sotto la direzione di Angelo Mariani.
La vedova Giovannina Strazza (1810-1894), nominata erede universale, assume la direzione della ditta e mantiene il palco alla Scala. L’obiettivo primario della sua strategia editoriale è la diffusione della musica di Wagner. Il clamoroso crollo del Lohengrin alla Scala nel 1873 la costringe a una lunga attesa prima di promuovere la messa in scena di altre opere del compositore tedesco. Alla fine, ormai anziana, decide di accettare l’offerta di Giulio Ricordi di comprarle l’azienda di famiglia, ponendo fine a una guerra commerciale durata oltre sessant’anni. Il contratto di cessione è stilato il 30 maggio 1888: vengono ceduti a Ricordi i macchinari, le lastre, l’intero magazzino, i diritti su tutte le opere proprietà di Lucca. Dal punto di vista legale si tratta apparentemente di una fusione tra due società, nei fatti si rivela una vendita totale. L’importo pagato da Ricordi è altissimo, 1.500.000 lire. L’imponente catalogo Lucca era giunto a circa 47.000 numeri e conteneva opere di oltre 2500 compositori e più di 230 libretti; inoltre il fondo manoscritti comprendeva 250 opere teatrali.
Giovannina Strazza muore a Milano nel 1894, lasciando un’eredità di circa 3.000.000 di Lire divisa tra i numerosi parenti. Il palco, con atto notarile del 3 settembre 1894, va al nipote, Gustavo Strazza, figlio del fratello Giovanni Strazza, scultore: Gustavo, ingegnere impegnato nella costruzione dei “tramvai” nella provincia milanese, appassionato di cavalli, uscito volontariamente nel 1896 dalla Ricordi & C. lasciando il posto tra gli altri alla palchettista Laura Giulini vedova di Enrico Ricordi, è ultimo proprietario sino al 1920, anno nel quale il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, IV ordine, settore sinistro

Il palco del Caffè del Teatro
Il 20 marzo 1778 il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio è tra i primi ad acquistare un palco di IV ordine per 3.500 Lire imperiali, prezzo fissato per coloro che rinunciavano al possesso di un palco nel Teatro della Canobbiana. Trivulzio cede il palco al marchese Ciceri che lo acquista "a nome di Persona da dichiararsi": dal 1779 figura infatti titolare il conte Giulio Fedeli (1717-1789), talvolta indicato come “Fedele”, figlio di Giovanni Antonio e di Maria Gioseffa Ferrari. Il nobile, la cui famiglia è originaria di Monza, giunge nel 1752 a Milano e qui prende dimora in Contrada della Spiga 1395 (oggi palazzo Garzanti, al 30 dell’omonima via). È membro di importanti e antiche magistrature del capoluogo lombardo quali i Sessanta decurioni e i Dodici del tribunale di provvisione; è inoltre Ciambellano e gentiluomo da camera dell’imperatore. In prime nozze sposa Giulia Salazar (deceduta nel 1782) e in seconde, nel 1783, Gabriella Agazzi, o D’Ajazzo, dei marchesi Grimaldi di Nizza. Ricordato da più fonti come grande benefattore, fa dono di 60.000 lire al Pio Albergo Trivulzio; morendo senza discendenti, istituisce quale erede universale l’Ospedale Maggiore che lo omaggia di un ritratto realizzato da Anton Francesco Biondi, tuttora conservato nella quadreria storica del Policlinico milanese. È sepolto nella chiesa di S. Giovanni alla Castagna a Lecco.
Per il solo 1795 il palco è intestato a Francesco Cambiasi (1747-1811), coniugato con Maria Caterina Soncini, titolare del Caffè del Teatro nella Piazza del Teatro alla Scala 1149. L’attività è piuttosto redditizia e infatti Francesco lascia al figlio Isidoro un discreto capitale nonché la casa in Contrada della Cavalchina 1415. Isidoro, figura di spicco nella storia milanese, sposa Cirilla Branca (1809-1883), figlia di Paolo e Maria Sangiorgio; abile pianista e compositrice, Cirilla si esibisce nelle numerose accademie che animano la vita culturale milanese ed è sostenuta nella sua carriera dal marito, critico e cronista per la «Gazzetta musicale di Milano» fondata da Giovanni Ricordi anche con il suo apporto.
Nel 1809 e nel 1810 il palco è affidato al faccendiere Giuseppe Antonio Borrani (1779-1831), subaffittuario dal 1799 della bottiglieria di fronte al Teatro alla Scala e proprietario, da prima del 1820, del Caffè del Teatro, rilevato dal Cambiasi. Borrani ha a sua disposizione almeno undici palchi nel II, III e IV ordine e li affitta per una singola serata o li subaffitta per conto terzi, magari per qualche proprietario di tendenze filo-asburgiche che ha lasciato Milano ma non vuole perdere un bene prezioso. Sicuramente si arricchisce, ma il suo nome non compare più nelle fonti alla fine dell´Impero napoleonico. Nel 1813 alcuni dei “suoi” palchi tornano alle famiglie precedenti al periodo napoleonico; è il caso di questo palco di cui nel 1813 è proprietaria Maria Caterina Soncini, vedova di Francesco Cambiasi; a lei è intestato anche il n° 10 del I ordine sinistro. Dal 1815 il nome di Isidoro Cambiasi (1811-1853) affianca o sostituisce quello della madre, che scompare definitivamente a partire dal 1837.
Dal 1842 il palco appartiene a Carlo Camillo Carcano (1783-1854), figlio di Alessandro - cui è intestato anche il n° 11 del III ordine destro - e di Beatrice Ala Ponzone, esponente dell’antichissima famiglia di benefattori dell’Ospedale maggiore; la sua unione con Giuseppa Annoni detta Giuseppina, celebrata nel 1834, sanciva un legame tra due delle famiglie patrizie più influenti e in vista nella Milano dell’epoca. Casa Carcano era nella centralissima contrada di San Pietro all’Orto, ma Carlo Camillo fece costruire un palazzo di fronte ai giardini “al di là del Borghetto di Porta Orientale, appena sopra basse casupole vicino al Teatro della Stadera” per non essere da meno dei vari Saporiti o Bovara. Nel 1794 suo padre aveva fatto erigere una villa di delizia ad Anzano del Parco, vicino a Erba e ne aveva affidato il progetto all’architetto Leopold Pollack, allievo del Piermarini; la circondava - sottolineano le fonti d’epoca - “un vasto e selvoso parco, che popolava di cervi, di daini, di caprioli in modo da renderlo ammirato come uno dei più dilettevoli del piano d’Erba”, noto ancor oggi per la grande ricchezza di specie botaniche e la presenza di alberi secolari. Nel 1816 l’imperatore d’Austria Francesco I conferma Carlo Camillo nell’antica nobiltà con il titolo di marchese, trasmissibile per primogenitura maschile. A partire dal 1858 la moglie Giuseppina Annoni, benefattrice, è indicata come proprietaria del palco scaligero. La vedova marchesa Carcano muore nel 1895, ma il palco ancora per qualche anno la vede come intestataria.
Nel 1902 le subentra il figlio Alessandro Carcano <2.> (1837-1907), coniugato nel 1874 con la nobile Emilia Vaini-Beretta, originaria di quell’Alzano del Parco dove i Carcano possedevano la villa di famiglia e dove Alessandro rimase sindaco sino alla morte. Dal 1904, lo affianca in proprietà il fratello minore Luigi (1843-?), unito in matrimonio nel 1877 con Carolina Soren Meriem americana di Boston a Milano. Per il biennio 1912-13 siede nel palco assieme a Luigi il nipote, marchese Cesare Carcano (1876-?), figlio di Alessandro <2.>; Giulio Cesare all’anagrafe rimarrà unico proprietario dal 1914 al 1918.
Nel 1919 il palco appartiene ad Angelo Belloni, ragioniere e cavaliere di Gran Croce. Infine nel 1920 è intestato a Francesco Ferrari, medico psichiatra, attivo, con Paolo Pini, nella protezione sanitaria dei ceti operai. In quell´anno il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, IV ordine, settore sinistro

I palchettisti che fecero grande Milano
I Crivelli, originari di Cuggiono in provincia di Milano, furono una delle più antiche e potenti famiglie patrizie lombarde, annoverando nel corso dei secoli alti dignitari di corte, ambasciatori, cavalieri di Malta e, nel Medioevo, persino un papa, Urbano III (Uberto Crivelli, 1120-1187). Imparentati con casati di pari dignità nobiliare, dai Borromeo ai Serbelloni, ai Belgiojoso, ai Bigli, ai Trivulzio, la loro discendenza nel tempo si è articolata in diversi rami, uno dei quali - i marchesi di Agliate - comprende una dinastia di palchettisti al Teatro alla Scala. Come molte altre famiglie nobili di alto lignaggio i Crivelli possedevano più di un palco: al momento dell’apertura del Teatro nel 1778, avevano il n° 18 nell’esclusivo I ordine, settore destro, e il n° 13 nella quarta fila acquistato all’asta del primo aprile 1778 per 4900 Lire austriache. Proprietario di entrambi i palchi fu il marchese Tiberio Crivelli (1737-1804), ciambellano imperiale e assessore del Tribunale Araldico di Milano, coniugato con la marchesa Fulvia Bigli (1741-1828), palchettista (n° 15, II ordine, settore sinistro) e sorella di Vitaliano Bigli, uno dei tre Consiglieri Delegati che per conto della Società dei palchettisti seguirono i lavori di costruzione del Teatro alla Scala, titolare di palchi nei prestigiosi I e II ordine.
Con l’arrivo dei francesi a Milano nel maggio 1796, mentre il palco n° 18 del I ordine rimase agli eredi di Tiberio Crivelli, quello del IV ordine ebbe due nuovi proprietari: Giacomo Pinchetti e Francesco Predabissi (1768-1834), che si alternavano nei giorni dispari il primo, nei giorni pari il secondo. Pinchetti, di famiglia borghese, geografo e capo disegnatore dell’Ufficio del Censo (il catasto), diede alle stampe nel 1801 la prima pianta di Milano, estremamente precisa e accurata nella rappresentazione degli isolati e dei singoli edifici per la certa derivazione dalle coeve elaborazioni catastali, condotte dallo stesso autore. La sua attività continuò anche dopo il rientro degli austriaci: nel 1831 pubblicò la preziosa Carta geografica e postale del Regno Lombardo-Veneto. Francesco Predabissi, avvocato, nobile, signore di Vizzolo e Calvenzano podestà di Vimercate durante la Repubblica Cisalpina, Giudice di Cassazione sotto il Regno Napoleonico fu Consigliere di Stato dell’amministrazione austriaca, benefattore con un legato di 100.000 lire dell’Ospedale Maggiore, che ne conserva un ritratto in veste di magistrato; una lapide sulla facciata della chiesa di Santo Stefano a Milano nell’omonima piazza lo ricorda inoltre per aver istituto per testamento una singolare Opera Pia: l’assegnazione di un premio in denaro “ai domestici che avessero prestato fedele assistenza ad un unico datore di lavoro, onde promuovere la moralità delle persone di servizio”.
Nel 1818, dopo il ritorno degli austriaci, a Pinchetti subentrò nella proprietà condivisa con i Predabissi il barone Antonio Smancini, (1766-1831) avvocato a Cremona appartenente alla loggia massonica “giuseppina” che con l’arrivo dei francesi si era dato alla vita politica, ricoprendo diverse cariche fino ad essere chiamato a far parte della Consulta legislativa della seconda Repubblica Cisalpina, nel 1800, per poi diventare ministro della polizia e della giustizia; nonostante ai Comizi di Lione si fosse opposto alla nomina di Napoleone a presidente della Repubblica Italiana, nel 1807 divenne Consigliere di Stato e nel 1809 prefetto dell’Adige, per poi essere creato barone nel 1812. Amico di Vincenzo Monti e Ugo Foscolo, con il ritorno degli austriaci si ritirò a vita privata a Milano.
La nobildonna Sofia Predabissi (1812-1871), figlia di Francesco, sposata con il dottore Carlo Alfieri, nel 1836 ereditò dal padre la metà del palco ma divenne intestataria anche dell’altra metà che probabilmente acquisì da don Francesco Smancini dopo la morte del barone Antonio. Come è frequente nelle famiglie nobili e altoborghesi, donna Sofia e il marito si dedicarono ad opere di beneficenza e di solidarietà sociale: “Protettori e Protettrici del Pio Istituto di mutuo soccorso fra i Maestri e le Maestre della Lombardia”, fondato nel 1857, Patroni il duca Raimondo Visconti di Modrone, il duca Lodovico Melzi d’Eril, il conte Balzarino Litta-Biumi, il cavaliere Cesare Cantù; “Azionisti sejennali paganti (Lire 86) per concorrere all’educazione dei sordo-muti poveri della Provincia di Milano”; sottoscrittori del monumento al grecista Felice Bellotti (1860) e di quello allo scrittore Tommaso Grossi promosso da Alessandro Manzoni “per rendere testimonianza di devozione a Tommaso Grossi, il quale con le sue opere ha tanto onorato il nostro paese”. La nobildonna Sofia, alla sua morte, lasciò in dono il suo patrimonio al Comune di Vizzolo per la fondazione di un ospedale. Il 26 luglio 1863 aveva ottenuto per decreto di far aggiungere al toponimo locale il proprio cognome.
Dal 1872 il palco è di proprietà del commerciante milanese Giuseppe Bertarelli (1804-1875), che dalla moglie Giovanna Rotondi, originaria di Galbiate, ebbe sette figli, cinque maschi (Tomaso, Luigi, Martino, Ambrogio, Enrico) e due femmine (Caterina e Annetta Vincenzina). Il Foglio Commerciale di Milano del 5 gennaio 1838 riporta la notizia che Giuseppe Bertarelli ha costituito una “società in accomandita pel commercio di coloniali e relativi, e fabbrica di candele di cera” sita in Contrada di Santa Maria Segreta 2440 e Borgo di Porta Comasina 2129. Nel 1874 acquistò una preziosa villa del Settecento a Galbiate, attestata nel catasto teresiano fin dal 1721, appartenuta alla famiglia Gariboldi, proprietaria terriera di Galbiate, quindi a Giuseppe Villa, il cui figlio, Luigi, fu ministro degli Interni della Repubblica Italiana e del Regno Italico. Nel 1799 la villa fu venduta al banchiere milanese Pietro Ballabio, titolare della Ballabio Fratelli & Besana, forse il primo istituto di credito cittadino a cavallo fra Sette e Ottocento; da lui l’acquistò Giuseppe Bertarelli.
I cinque figli, che divennero proprietari della Ditta Figli di Giuseppe Bertarelli e del palco con la morte del padre, furono protagonisti della vita milanese del tempo, che alternava imprenditoria, filantropia, curiosità verso mondi nuovi e nuove vie commerciali. Tomaso Bertarelli (1837-1924), commendatore e quindi, dal 1914, Grande ufficiale, membro del Consiglio di Reggenza della Banca d’Italia (1879-1894), presidente del Consiglio d’amministrazione della Banca d’Italia (1898-1900), nel 1915 fondò l’Officina nazionale per le protesi dei mutilati di guerra e beneficò la sezione foto-radioterapica dell’Ospedale maggiore pochi mesi prima della morte, seguendo l’esempio dei fratelli Luigi e Ambrogio. Luigi Bertarelli (1846-1928), è elencato fra i benefattori dell’Ospedale Maggiore; sindaco di Galbiate nel 1921-1922, vi promosse il monumento ai caduti. Ambrogio Bertarelli (1849-1936), medico dermatologo, successe a Carlo Forlanini nel 1885 come primario specialista dermosifilografo dell’Ospedale Maggiore. A lui si deve la Clinica dermatologica di via Pace e il suo ritratto, come quello di Tomaso e Luigi, è conservato nella quadreria dell’Ospedale. Enrico Bertarelli (1856-1913) con il fratello Martino lavora per l’incremento dei rapporti industriali e commerciali fra l’Italia e l’America del Sud. Viaggiatore instancabile - si ricorda nel necrologio su La Rassegna Nazionale - in India, a Ceylon, nell’Asia russa, nello Yemen, a Giava, in Giappone, in Cina lasciò articoli e libri a testimoniare le sue avventure. Martino Bertarelli (?-1900), chimico, dal 1887 al 1890 fu vicepresidente della Società d’esplorazione in Africa e consigliere del suo periodico ufficiale, L’Esplorazione commerciale fondato da Manfredo Camperio, proprietario del palco n° 16 del III ordine, settore destro. La famiglia Bertarelli è ricordata fra le benemerite di Galbiate per aver messo a disposizione il terreno e contribuito in modo determinante alla costruzione dell’Asilo Infantile opera dell’ing. Santamaria inaugurato il 16 ottobre 1909, che dal 1931 portò l’intitolazione a Giovanna e Giuseppe Bertarelli. Il palco rimase intestato a Tomaso e fratelli sino al 1920, anno in cui il Comune iniziò l´esproprio dei palchi e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, IV ordine, settore sinistro

Il palco della Franchetti S.p.A.
Nell´asta del 14-15 maggio 1778 il palco venne acquistato dall´abate Federico Crippa che, forse, se lo era aggiudicato a nome di Giovanni Battista Giani (1708-?), possidente, titolare dal 1779. Fu il figlio Gerolamo Giani (1736-1806)ad ereditare il palco nel 1788 e a sancire definitivamente la posizione sociale della famiglia, ottenendo il titolo di nobile con trasmissione sia ai maschi che alle femmine primogenite, titolo confermato poi nel 1816 ai figli Scipione e Stanislao.
Durante la parentesi napoleonica, nel 1809 e nel 1810, utente del palco è il commerciante e banchiere Gaetano Besana (1779-1857), figura gradita ai francesi. Coniugato con Francesca Angela Restelli fu a capo di quella che sarebbe diventata la Banca Balabio Besana, prima di ritirarsi dagli affari nel 1853.
Sconfitto Napoleone a Lipsia nel 1813, già nello stesso anno i vecchi palchettisti tornarono ai loro posti e così ritroviamo gli eredi Giani fino al 1818, quando il palco venne rilevato da Giuseppe Maria Franchetti (1764-1834); da allora, rimase alla stessa famiglia per oltre un secolo. Giuseppe Maria doveva essere un tipo particolare: figlio di Maria Nava Gentili e di Sansone, ricco commerciante ebreo di Mantova, si trasferì a Milano pare per amore della ballerina Assunta Scanzi, che poi sposò; si convertì al cattolicesimo e agli albori della Repubblica cisalpina acquistò nel 1797 a Inzago la grande villa oggi nota come Villa Gnecchi-Ruscone, sede di un museo delle carrozze, una delle tante ville di delizia sul Naviglio della Martesana, raggiungibile da Milano in dodici ore su un barchetto trainato da cavalli; nel contempo si gettò nel commercio di “pannine e seterie”, lasciato poi per i ben più fruttuosi appalti di forniture militari all’armata francese; entrato in crisi il governo napoleonico, nel 1813 fondò con Pietro Balabio e Carlo Besana (ricchi industriali della produzione serica, il secondo figlio del palchettista Gaetano) un’”impresa di trasporti stradali per merci e passeggeri, che facesse servizio nel Regno” sotto la ragione sociale Impresa delle Diligenze e Messaggerie prima società per azioni della Lombardia. Assorbendo altre linee esistenti, la Franchetti S.p.A attivò un sistema di servizio rapido di vetture che partendo dalla contrada del Monte 5499 (via Monte Napoleone) collegava Milano con Bologna, Firenze, Vienna, Marsiglia e altre città. Dopo il ritorno degli austriaci, Franchetti ottenne la nomina di ufficiale governativo per i teatri milanesi; importante il suo ruolo di mediatore tra le case editrici Ricordi e Artaria per la rappresentazione scaligera di Semiramide di Rossini nella primavera del 1824. Nel 1826 ottenne il titolo nobiliare dall’imperatore Francesco I d’Austria con il predicato “di Ponte”. Da Assunta Scanzi ebbe due figli, Gaetano (1788-1830) e Giuseppina (1792-1873).
Gaetano, noto per la sua Storia e descrizione del Duomo di Milano (1821) era sposato a Luigia o Luisa Migliavacca che gestì la ditta e le proprietà del marito dopo la sua morte, avendo come socio Carlo Vidiserti, marito di GiuseppinaGiuseppina Vidiserti: Vidiserti era proprietario del palco n° 14, IV ordine destro e Giuseppina del n° 15 del IV ordine di sinistra. Tutti i Franchetti furono patrioti ed ebbero un ruolo attivo nei moti del 1848, al punto da ritrovarsi esuli a Locarno insieme a tanti altri antiaustriaci. Il palco rimase così per quasi quarant’anni legato nominalmente al nobile Giuseppe Maria, ben oltre la sua morte: solo nel 1873 risultarono proprietari i figli di Gaetano, Costante, detto Costantino (1826-1908), e Giuseppe (1816-1887) sposato con Giovanna Butti Calderara detta Gina. Non compare tra i proprietari del palco la sorella Carolina, coniugata al nobile Felice De Vecchi. Ma a confermare la complessa polifonia scaligera ci pensa la loro figlia Beatrice che sposa nel 1867 il conte Antonio Cavagna di Sangiuliani, proprietario del palco n° 10 nel prestigioso II ordine, settore sinistro.
Ereditato da Costantino al momento della morte di Giuseppe, il palco passa nel 1910 per testamento a Gaetano Franchetti di Ponte (?-1921), figlio di Giuseppe, socio del Club Alpino Italiano fondato da Quintino Sella nel 1863.
Gaetano mantenne il palco sino al 1920, anno in cui il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l’Ente Autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, IV ordine, settore sinistro

Da Prata a Prata
Nel 1778 i palchi del IV ordine del nuovo Teatro alla Scala vengono messi all’asta: il conte Francesco Prata lo acquistò il primo aprile e non possiede altri palchi scaligeri. Questa è una certezza. Meno certa invece la sua identità, come spesso succede nella storia dei palchi. Prata potrebbe essere il noto direttore degli spettacoli milanesi ai tempi del Ducale, drammaturgo dilettante di cui parla anche Goldoni, esponente di quell’élite musicale e aristocratica invitata dal conte Firmian al famoso ricevimento del 7 febbraio 1770 in onore del giovane Mozart in sosta a Milano. Ma la data di morte del conte, nato nel 1699, risulta essere il 1782, mentre il nome Francesco Prata compare nelle fonti scaligere sino al 1796. Succede altre volte: l’intestatario rimane il medesimo sino a quando le questioni ereditarie si sbloccano; tuttavia, stavolta il periodo post mortem è molto lungo. Un´opzione alternativa ci porta a un altro esponente della famiglia Prata, Bernardino Ladislao detto Francesco (1715-1793); in questo caso l’intestazione post mortem sarebbe di soli tre anni; inoltre il conte Francesco, coniugato con Maria Mozzoni, è il padre di Maria Francesca, che risulta la successiva proprietaria del palco dal 1796.
Maria Francesca De Cristoforis Prata è la moglie di Luigi Maria De Cristoforis, dichiarato nobile con tutta la discendenza con diploma imperiale del 1° maggio 1793; madre di Tommaso, Vitaliano, Luigi e Giuseppe, come tante dame del suo tempo Maria Francesca si divide tra figli, affari di famiglia, serate culturali e salottiere, attività solidali: il lascito più consistente - un legato testamentario di 300 Lire milanesi - è in favore dell’Ospedale Maggiore. La Prata possedeva un altro palco, il n° 14 del IV ordine, settore destro, che andrà poi in eredità a Giuseppina, figlia del figlio Giuseppe, noto naturalista e scienziato.
Per un curioso gioco di incroci parentali e divisioni patrimoniali, nel n° 14 prima della Prata il palco è di Carlo Vidiserti, in questo n° 15 dopo Maria Francesca Prata compare proprietaria nel 1838 la moglie di Carlo, la nobildonna Giuseppina Vidiserti nata Franchetti di Ponte (1792-1873), appartenente a una famiglia di imprenditori di origine ebraica spostatasi da Mantova a Milano. L’impresa Franchetti, della quale faceva parte anche il marito, aveva come obiettivo la creazione di un servizio di trasporto su diligenza in Lombardia. Longeva testimone delle vicende italiche, dal periodo napoleonico ai primi decenni postunitari, Giuseppina fu sempre patriota, prima e dopo il Risorgimento: nel palazzo Vidiserti (tra via Bigli e via Montenapoleone 37) si riunivano i cospiratori delle Cinque Giornate; il nome di Giuseppina compare nella Lista delle contribuenti alla bandiera offerta dalle donne milanesi al prode esercito ligure-piemontese (1848) insieme a tante altre attiviste; nel 1862 è tra i sottoscrittori del Compianto sulla tomba onorata di Emilio e Alfredo Savio caduti nelle battaglie italiche, a ricordo dei due figli dell’avvocato piemontese Andrea Savio, amico e consigliere di Cavour, e di Olimpia di Bernstiel, capitani d’artiglieria morti il primo all’assedio di Gaeta (23 anni), il secondo a quello di Ancona (22 anni).
La figlia di Giuseppina e Carlo, Luisa Vidiserti (1810-1852), sposa nel 1831 Giovanni Orazio Maria Bertoglio Bazzetta di nobile famiglia originaria di Monza, che aveva ottenuto nel Settecento il titolo comitale. Al cognome Bertoglio si era poi aggiunto quello di un cugino, Giovanni Bazzetta. I figli di Luisa erediteranno il palco della nonna materna, tranne il secondogenito, Giuseppe, morto a 17 anni nel 1853. Infatti, dopo tre anni di giacenza in eredità, nel 1878 i proprietari risultano Gaetano, Giuseppina e Carolina Bertoglio Bazzetta. I Bertoglio abitavano in via Manzoni 25, di fronte alla via Bigli a un passo dal teatro. Gaetano Bertoglio era stato nominato erede da Carlo Vidiserti anche nel ruolo di amministratore della ditta Franchetti; Giuseppina e Carolina sono le sorelle, destinate a ottimi matrimoni. I tre risultano cointestatari del palco sino alla morte del conte Gaetano, nel 1883. A quel punto rimangono le due sorelle e solo nel 1888 si aggiunge il nome di Rosa Bertoglio Prata, vedova del conte Gaetano, ritornando, in un cerchio parentale, al cognome del primo proprietario. La Bertoglio Prata entra di diritto tra i “palchettisti benefattori” con il suo legato a favore del Pio Istituto dei Sordomuti Poveri di campagna, una delle tante benefiche istituzioni della Milano solidale di quel tempo.
Dopo la morte della contessa Rosa, nel 1916, il palco rimane giacente in eredità sino al 1920, anno nel quale il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Pinuccia Carrer)
 
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Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, IV ordine, settore sinistro

Un palco e due famiglie: Cornaggia Medici e Gavazzi
Due sole famiglie si succedono nella proprietà di questo palco, i nobili Cornaggia Medici per i primi 80 anni e i borghesi “imprenditori” Gavazzi dal 1863 al 1920. Molti palchi del IV ordine costituiscono il secondo o il terzo - in qualche caso, perfino il quarto - palco di proprietà, una sorta di “riserva” per ospitare parenti, amici, o conoscenti illustri da parte di chi possedeva uno o più palchi nei più esclusivi I e II ordine. È questo il caso del marchese Marco Corneggia Medici <1.> (1729-1791), che la sera del 3 agosto 1778 assisteva all’apertura del Teatro alla Scala dal suo palco nel I ordine (n° 11, settore destro) e al tempo stesso poteva generosamente avere altri ospiti nel n° 16 del IV ordine, settore sinistro. Marco è il figlio di Carlo Cornaggia e Vittoria Medici, di antica famiglia patrizia, già palchettista del Teatro Ducale andato distrutto da un incendio nel 1776. Appartenente all’élite filoasburgica, ricopre incarichi pubblici a Milano come Segretario della Cancelleria Segreta austriaca di Lombardia e Consigliere Onorario nel Supremo Consiglio dell’Economia.
Il figlio, Carlo Cristoforo (1774-1847), che ereditò dal padre il feudo della Castellanza (Varese) e i due palchi alla Scala, fu dal 1834 consigliere comunale di Milano. Nel 1797 aveva sposato Donna Teresa Sannazzaro (1780-1822), la quale morì precocemente dopo aver dato alla luce quindici figli.
Nel 1856, dopo l’interruzione delle fonti negli anni seguiti ai drammatici eventi delle Cinque Giornate (1849-1855), ritroviamo proprietario del palco il terzo figlio di questa numerosa prole - Marco <2.> (1801-1867), erede del titolo marchionale e che, come i suoi avi, detenne molte cariche pubbliche e amministrative: per citarne solo alcune è presidente del Consorzio del Fiume Olona e amministratore del Civico Collegio Calchi Taeggi, in Porta Vigentina a Milano, sede oggi dell’Auditorium Lattuada. Con Donna Teresa, che oltre a far figli era impegnata come benefattrice, fu tra i fondatori dell’Ospedale di Merate.
Stupiscono le molteplici attività del palchettista e forse è per questo eccesso di impegni che qualche anno prima della sua morte nel 1863 subentra nella proprietà del palco Antonio Gavazzi <1.> (1815-1885), appartenente al ramo di Canzo (l’altro è di Valmadrera) di una famiglia imprenditrice nel settore serico, in forte sviluppo nel XIX secolo nelle province di Como e Varese. Dal 1873 al 1877 il palco è condiviso col fratello ingegnere Egidio (1818-1877) per restare solo ad Antonio <1.> sino al 1885 in seguito alla scomparsa di Egidio. Un altro fratello, Pietro (1803-1875), banchiere e imprenditore, aveva fondato con loro nel 1844 il setificio Pietro Gavazzi e F.lli che venne successivamente amministrato dai suoi figli. Oltre a dedicarsi alle attività bancarie (nel 1872 partecipò alla fondazione del Banco seta lombardo), Pietro fu consigliere comunale di Milano, inaugurando quell’impegno in campo amministrativo e politico che divenne una costante della tradizione di famiglia. Il figlio Pio infatti divenne sindaco di Desio, dove nel 1869 fu costruito il nuovo stabilimento per la produzione di filati di seta. Intorno alla metà dell’Ottocento l’azienda dei Gavazzi era considerata la più importante in Italia tra le manifatture seriche e dava luogo a un’ingente esportazione in tutta l’Europa e anche negli Stati Uniti. Eredi del palco (atto notarile del marzo 1887) sono i dunque i figli di Pietro Egidio Luigi (1846-1910) e Pio Gavazzi (1848-1927), entrambi laureati in ingegneria al Politecnico di Milano.
Alla morte di Egidio Luigi nel 1910, l’azienda fu gestita da Pio e dal figlio di quest’ultimo Antonio <2.> (1875-1948), palchettista dal 1902 al 1905. Il palco invece rimase saldamente nelle mani del cavaliere commendatore Pio dal 1906 sino al 1920, quando il Comune di Milano espropriò i palchi ponendo fine alla proprietà privata degli stessi.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 17, IV ordine, settore sinistro

Il palco del “sur avvocatt” Giuseppe Antonio Martinelli
Il primo proprietario di questo palco appartiene ad una delle famiglie più influenti e facoltose sulla scena milanese del ‘700, il marchese Pompeo Litta Visconti Arese (1727-1797), Real Ciambellano e Consigliere Intimo di Stato. Lo acquistò all´asta del 30 marzo 1778 per 7.100 Lire austriache e lo tenne sino alla morte: molto probabilmente per lo utilizzò per i suoi ospiti o per affittarlo, se si considera che il marchese detenne la proprietà, insieme alla moglie Elisabetta Visconti Borromeo (1730-1794) anche del palco di proscenio e dei palchi n° 1, n° 2, n° 3 del I ordine sinistro durante lo stesso periodo, così come era già stato proprietario degli stessi palchi nel Regio Ducal Teatro.
Il marchese Pompeo Litta ebbe un ruolo importante nelle trattative per la costruzione del Teatro alla Scala che doveva sorgere in sostituzione del Teatro Ducale distrutto dal fuoco nel febbraio 1776. L’assemblea generale del Corpo dei Palchettisti si assunse l’onere finanziario della ricostruzione, mentre dove e come costruire il teatro dovette essere concordato con il Governatore della Lombardia asburgica, l’arciduca Ferdinando, il Cancelliere di S. M. I. Maria Teresa d’Austria, principe Anton von Kaunitz, i Cavalieri Delegati, eletti fra i proprietari dei palchi, nonché il progettista, il regio architetto Giuseppe Piermarini che svolse anche il ruolo di direttore dei lavori. Il marchese Pompeo fu uno dei tre Cavalieri Delegati insieme al conte Vitaliano Bigli e al duca Giovanni Serbelloni. Furono inoltre eletti nove Consiglieri Delegati che unitamente ai Cavalieri ebbero piena facoltà di trattare e decidere a nome di tutti i palchettisti.
Dal 1809 al 1817 risulta proprietario l’avvocato Giuseppe Antonio Martinelli (1753-1817) discendente da una famiglia di Ghirone, in val di Blenio, nel Canton Ticino; il padre, Giorgio Maria Martinelli, era stato fondatore del Collegio di Rho. Giuseppe Antonio aveva fatto fortuna a Milano, dove godeva “di molta riputazione per la probità e prudenza non meno che per la dottrina legale” e dove aveva difeso Pietro Verri nella causa per la divisione dell’eredità familiare. Il lavoro più prestigioso dell’avvocato a Milano fu però quello di procuratore di casa Litta, che Martinelli tenne per 32 anni fino a stilare, nel 1815, un Testamento politico-economico … che potrà servire di norma per il futuro regime dell’amministrazione interna, ed esterna del patrimonio Litta Visconti Arese. L’amico Carlo Porta dedicò “Al sur avvocatt Giusepp’Antoni Martinell” una satirica ma bonaria poesia sull’aggiustamento dei conti. Dal 1818 al 1920 si avvicenderanno nel palco molti proprietari, tutti legati per discendenza o per parentela acquisita all’avvocato Martinelli e in gran parte esponenti della borghesia delle professioni liberali.
Dal 1818 al 1836 il palco è degli eredi Martinelli per passare poi a Casa Marani, la casa di Antonio Maria Marani (1760-1837), ragioniere e nipote di Luigi, utente del palco n° 9 del IV ordine sinistro in epoca napoleonica. Il rag. Marani era probabilmente legato per motivi professionali all´avvocato Martinelli.
Infatti, dal 1839 al 1848 proprietaria del palco è Carolina Bertrand Marani, vedova di Antonio Maria dal quale ebbe tre figli: Luigi (1804-1838) “giovane amabilissimo e rispettoso”, come si legge dalla sua lapide, e che morirà celibe, Giuseppe e Giovanni, futuro palchettista dal 1856 al 1860. Giovanni Marani (1808-1881), residente in Piazza S. Alessandro, componente della Commissione di Vigilanza per il Debito Pubblico del Ministero delle Finanze, è un esempio della borghesia impegnata nel sociale: fondatore della Società Italiana di Scienze Naturali, socio promotore della Società d’Incoraggiamento delle Arti e dei Mestieri, avviò corsi di formazione e aprì la Scuola di chimica industriale con la finalità di formare nuove leve capaci di gestire i più moderni processi produttivi. Da qui nascerà nel 1863 il Politecnico di Milano. Marani fu anche un appassionato collezionista; nel 1871 donò alla Biblioteca Ambrosiana due sculture in avorio rivestite in legno a intaglio raffiguranti dei mendicanti, attribuite allo scultore e intagliatore bellunese Andrea Brustolon (1662-1739).
Dal 1861 al 1883 saranno proprietari, come è documentato nella denuncia di successione conservata presso l’Archivio di Stato, Francesco Marani (?-1883) e la moglie Francesca, nota benefattrice. Il palco passa quindi dal 1884 al 1907 ai coniugi Antonietta Marani e Alessandro Barbavara dei Conti di Gravellona, presenti in iniziative e associazioni benefiche della città: Antonietta, membro del Comitato d’Amministrazione dell’Opera Pia Gerli Piccoli, ente morale in memoria di Carolina Gerli fondato nel 1863; il conte, come già Giovanni Marani, socio promotore della Società di Incoraggiamento Arti e Mestieri.
Dal 1917 al 1920 ultimo proprietario è l’avvocato conte Giovanni Barbavara (1871-1931). Membro della Società di Beneficienza Congregazione di Carità e Presidente della Società Lombarda per la Pesca e l’Acquicoltura, fu proprietario di terreni presso Montorfano in provincia di Como comprendenti un bellissimo lago di oltre 1000 metri quadrati di superficie. Pensò di utilizzare in modo razionale la produzione invernale di ghiaccio che si formava nel lago e divenne il fornitore di ghiaccio degli ospedali milanesi. Con lui si conclude la proprietà privata dei palchi che vennero espropriati dal Comune di Milano; al 1920 risale l’istituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, IV ordine, settore sinistro

Dai Belgiojoso ai Bigatti, passando per i Serbelloni
Dall´apertura del Teatro il palco fu di proprietà dei Barbiano di Belgiojoso, una delle più antiche e illustri famiglie nobili dell´Italia settentrionale attestata dal Medioevo. La famiglia è ricordata anche da Dante nel Purgatorio (Canto XIV) con l´antico predicato feudale Cunio.
Il primo ad assicurarsi il palco all´asta del 14-15 maggio 1778 è il Conte Generale di Barbiano di Belgiojoso, ovvero il Principe Alberico (1725-1813), figlio di Antonio e della contessa Barbara D´Adda. Intrapresa sin da giovane la carriera militare, prendendo parte alla Guerra dei Sette Anni. divenne generale dell´esercito asburgico e assunse il comando della casa militare dell´arciduca Ferdinando, governatore del ducato di Milano. Dai contemporanei era creduto il prototipo dei Giovin Signore pariniano; si diceva che il Parini tardasse a pubblicare Il Giorno perché ammonito da lui, riconosciutosi nel protagonista: ma la sua attività militare, il carteggio col fratello Ludovico (1765-1789) a cui, con acuto spirito di osservazione e un certo piacevole umorismo, descrive la vita dell´alta società milanese, tolgono credito alla diceria. Avendo sposato nel 1757 Anna Ricciarda d´Este, figlia di Carlo Filiberto II d´Este, unì la propria signoria a quella della moglie e associò al nome della famiglia quello della consorte assumendo il cognome Barbiano di Belgiojoso-Este.
Dal 1787 al 1791, al fianco di Alberico appare il fratello Ludovico (1728-1801), che intraprese la carriera militare nell´esercito imperiale, partecipando anch´egli come il fratello alla Guerra dei Sette Anni. Richiamato a Vienna, fu nominato ministro plenipotenziario austriaco in Svezia nel 1765, ambasciatore imperiale a Londra nel 1769 e vicegovernatore dei Paesi Bassi austriaci tra il 1784 e il 1787. A lui si deve la costruzione di Villa Belgiojoso a Milano, opera di Leopold Pollack terminata nel 1796, dimora di Napoleone Bonaparte e successivamente del viceré Eugenio di Beauharnais, oggi sede della Galleria d´arte moderna.
Nel 1809 è utente il marchese Guiscardo Barbò di Soresina mentre nel 1810 il conte massone Pietro Calepio. Nel 1813, anno della morte di Alberico, il palco venne acquistato dalla famiglia Serbelloni, importante famiglia patrizia milanese, probabilmente originaria di Vimercate. La contessa Matilde Serbelloni, nata Attendolo Bolognini, viene indicata come prima proprietaria della famiglia: il cognome Serbelloni proviene dal matrimonio con Marco Serbelloni, figlio del duca Gabrio e della duchessa Maria Vittoria Ottoboni e fratello del più famoso Gian Galeazzo. Marco aveva abbandonato lo stato ecclesiastico per Matilde e fino al 1847 il palco rimase alternativamente in loro possesso per poi passare a Giuseppe Serbelloni fino al 1869.
Dal 1870 al 1920 sono i Fratelli Bigatti ad essere proprietari del palco, condiviso nei primi diciannove anni con il cavalier Felice Buzzi, funzionario della Banca nazionale di Milano. I fratelli Ambrogio e Carlo Bigatti , citati come palchettisti dal 1873, erano comercianti con negozi di oreficeria in contrada dei Mercanti e di mobili e tappezzeria in contrada S. Prospero. Erano tanti tra fratelli e sorelle (ad esempio, palchettista è anche Antonio <1.>), ma è Ambrogio, morto nel 1904, quello che regge il palco per maggior tempo. Potrebbero corrispondere ai suoi figli i nomi di Antonio <2.> e Carlo <3.> Bigatti che le fonti designano come titolari per eredità testamentaria dal 1904 sino al 1920, anno in cui il Comune inizia l´esproprio e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 19, IV ordine, settore sinistro

Il palco dei Fè
Pietro Marliani, i fratelli Fè e Pietro Nosetti furono i costruttori del Teatro alla Scala (e della Canobbiana) edificato nel 1778 su progetto del regio architetto Giuseppe Piermarini dopo che un incendio aveva distrutto due anni prima il Teatro Ducale. All’apertura del nuovo teatro Pietro Marliani risulta proprietario di tre palchi: n° 16, III ordine, settore sinistro; n° 19 e n° 20, IV ordine, settore sinistro, ricevuti come parziale pagamento dei lavori per la costruzione del Teatro. Pietro Marliani, ex-fermiere generale, cioè esattore delle tasse, aveva accumulato al tempo di Maria Teresa una cospicua fortuna con questa attività e l’aveva investita nel settore delle costruzioni, in società con imprenditori edili “puri” come il milanese Pietro Nosetti e i fratelli ticinesi Giuseppe e Antonio Fè.
Dal 1790 il palco passa al socio, Giuseppe Fè (1741-1807). I Fè sono una famiglia di origine ticinese attiva a Milano dalla fine del Seicento nel settore edile. Giuseppe è nipote di Alberto, capomastro al restauro della cupola della Basilica di Sant’Ambrogio e figlio di Carlo Francesco segnalato per la ricostruzione della chiesa di San Francesco Grande, il più grande edificio di culto dopo il Duomo, demolito nel 1806, famoso per avere ospitato La Vergine delle rocce di Leonardo, oggi alla National Gallery di Londra.
L’impresa dei Fè ottiene nel corso del Settecento l´appalto di opere pubbliche importanti, fra le altre la costruzione del naviglio di Paderno d’Adda. Ma l’opera che dà loro più prestigio e li consacra al vertice degli imprenditori edili di Milano è l’appalto per la costruzione dei teatri alla Scala e della Canobbiana in società con Pietro Nosetti e Pietro Marliani. Il legame di Giuseppe Fè con il regio architetto Piermarini, progettista dei due teatri, gli aprì la strada ad un rapporto privilegiato con l’Arciduca Ferdinando d’Austria, governatore di Milano, che lo favorì nell’aggiudicazione di numerosi appalti di opere pubbliche e nel giro di pochi decenni Giuseppe Fè costruì un piccolo impero, estendendo l’attività da quella edile al prestito e alle operazioni finanziarie, assicurando alla sua discendenza un patrimonio ragguardevole. Inoltre l’ammissione del nipote Giovanni Battista (1795) al collegio degli ingegneri milanesi è indicativa della posizione sociale raggiunta dalla famiglia.
Alla morte di Giuseppe Fè subentrano come eredi e proprietari del palco i nipoti Carlo, Giovanni Battista e Alberto. Giovanni Battista, ingegnere, assume le redini dell’impresa di famiglia affermandosi nella nuova realtà politica del periodo napoleonico. Carlo dal 1834 al 1837 rimane l’unico proprietario del palco che viene ereditato dai figli Alberto, Emilia e Virginia.
Quest’ultima sposa nel 1855 il notaio Francesco Triaca (1803-1865), portando in dote un terzo del palco, ma rimane dal 1880 unica proprietaria per la morte dei fratelli e del marito. Il palco passa quindi, per asse ereditario, al figlio Pier Alberto nel 1903, alla sua vedova Emilia nel 1907 e infine nel 1917 al nipote Felice Triaca. Dai documenti riguardanti la famiglia Fè conservati nel fondo Gacarù dell´archivio NoMus di Milano emerge che dal 1857 le sorelle Virginia ed Emilia affittavano regolarmente il palco per l’intero anno o solo per la stagione di Carnevale-Quaresima, riservandosi solo alcune serate di loro interesse, una prassi comune nella seconda metà dell’Ottocento. Il canone d’affitto variava da 900 a 1.350 Lire per l’anno intero, e da 530 a 800 Lire per la stagione Carnevale-Quaresima. La proprietà privata del palco ha termine nel 1920 con la cessione dei palchi al Comune e l´istituzione dell´Ente Autonomo Teatro alla Scala.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 20, IV ordine, settore sinistro

Un palco borghese
Pietro Marliani, i fratelli Fè e Pietro Nosetti furono i tre costruttori del Teatro alla Scala (e della Canobbiana), edificato nel 1778 su progetto del regio architetto Giuseppe Piermarini dopo che un incendio aveva distrutto due anni prima il Teatro Ducale. All’apertura del nuovo Teatro, Marliani risulta proprietario di tre palchi: n° 16, III ordine, settore sinistro; n° 19 e n° 20, IV ordine, settore sinistro, ricevuti come parziale pagamento dei lavori per la costruzione del Teatro. Pietro Marliani, ex-fermiere, cioè esattore delle tasse, aveva accumulato una cospicua fortuna con questa attività e l’aveva investita nel settore delle costruzioni, in società con imprenditori edili “puri” come il milanese Pietro Nosetti e i fratelli ticinesi Giuseppe e Antonio Fè.
Nel 1790 il palco passa al figlio Rocco Marliani (1752-1826), persona in vista a Milano durante il ventennio francese: avvocato, principe del foro, giudice e senatore del Regno d’Italia. Sposato con Amalia Masera, nel 1799 aveva acquistato a Erba l’ex convento di Santa Maria degli Angeli, poi trasformato dall’architetto Leopold Pollack in una sontuosa “villa di delizie”. Qui e nei palchi di famiglia alla Scala ha ospiti illustri come il pittore Appiani, lo scultore Canova, scrittori e poeti come Stendhal, Giuseppe Parini, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo. Quest’ultimo ebbe una relazione sentimentale con la figlia di Rocco, Maddalena, giovane sposa del banchiere Paolo Bignami, celebrata dal Foscolo nel poema Le Grazie. Rocco Marliani ha anche un figlio musicista, Marco Aurelio, cresciuto con sentimenti antiaustriaci, che dopo la morte del padre, venduti in accordo con la sorella i palchi alla Scala, si trasferisce nel 1830 a Parigi. Qui studia con Rossini debuttando al Théâtre des Italiens con il dramma tragico Il Bravo, protagonista il famoso tenore Giovanni Battista Rubini. Ritornato dopo alcuni anni in Italia, Marco Aurelio raccoglie un discreto successo alla Scala nel 1843 con l’opera tragica Ildegonda e il suo nome compare spesso nelle riviste musicali di quegli anni abbinato a BelliniVincenzo Bellini e DonizettiGaetano Donizetti. Prende parte alla prima guerra d’indipendenza e muore nel 1849 per le ferite riportate in battaglia.
L’acquirente del palco, nel 1830, era stato Giuseppe Marietti (1797-1864), banchiere e commerciante di seta che lo tiene sino al 1835: probabilmente per lui è un investimento immobiliare che consente di realizzare un sicuro profitto.
Solo durante il periodo napoleonico, nel 1809 e nel 1810, il palco rientra in altre disponibilità: nel 1809 risulta Affittato ad una Società, nel 1810 compaiono nelle fonti due nomi, quello di Giovanni Villata, generale nelle truppe francesi e poi austriache e di Carlo Bignami, banchiere nonché consuocero di Rocco Marliani.
Dal 1836 proprietaria del palco risulta Francesca Majnoni d’Intignano (1791-1882), vedova di suo cugino Stefano Bernardo Majnoni d’Intignano. Stefano, consigliere aulico dell’imperatore Francesco I d’Austria, era stato al servizio dell’amministrazione austriaca - direttore della Fabbrica di Tabacchi - mentre il fratello Giuseppe Antonio militava nelle file napoleoniche raggiungendo il grado di generale distinguendosi nelle battaglie contro gli austriaci. La casa milanese dei Majnoni, in piazza Santa Marta e poi in piazza Mentana, ritrovo di scienziati, uomini di stato e artisti, era nota per le collezioni di archeologia e numismatica e per la pregevole pinacoteca. Morto precocemente Stefano nel 1826, Francesca continuò la tradizione del salotto artistico-culturale, annoverando tra gli ospiti più assidui il pittore Francesco Hayez che nel 1829 le fece un ritratto oggi nella collezione privata di Franco Maria Ricci.
Dal 1856 al 1858 il palco risulta intestato a Massimiliano (1808-1894) e Gerolamo Majnoni (1809-1878), due dei dieci figli di Stefano i quali intrapresero la carriera militare nell’esercito sabaudo e si distinsero per la partecipazione alla seconda e terza guerra d’indipendenza. La scelta della carriera militare comportò probabilmente un allontanamento da Milano e quindi dalla Scala. Questo spiega il cambio di proprietà del palco dopo appena tre anni. I tre personaggi che troviamo nel 1859 come nuovi intestatari alla vigilia dell’Unità d’Italia sono in qualche modo legati fra di loro: Domenico Cagnolati è il titolare del Caffè dei Virtuosi in piazza della Scala dove cinquant’anni prima aveva lavorato come garzone il celebre impresario Domenico Barbaja; Gaspare Antonio Ferrini (1797-1867), farmacista, è il genero di Cagnolati in quanto ne sposa in seconde nozze la figlia EugeniaEugenia Cagnolati; terzo proprietario è Carlo Bosisio, (1806-1886), aiuto custode del Teatro alla Scala, coniugato con Adelaide Superti, ballerina presso lo stesso Teatro.
Dalla fine degli anni Cinquanta sino al 1885 Bosisio risulta proprietario, per periodi di lunghezza diversa, di ben nove palchi, cinque dei quali (i numeri 4, 5, 20, IV ordine sinistro; n° 13, II ordine destro; n° 3, IV ordine, destro) con gli altri due soci o solo con Ferrini; a questi va aggiunto il palco di famiglia (n° 9, IV ordine destro) in comproprietà con la moglie Adelaide Superti (1863-1873) e, ultimo acquisto (1879) il palco n° 18, III ordine destro, con altri soci (Ermenegildo Tagliabue e Giuseppe Malliani).
Ritornando alla storia del nostro palco, nel 1868 con la scomparsa di Ferrini subentra nel possesso di metà palco Ermenegildo Tagliabue, il quale a sua volta rimane proprietario unico dal 1886. Il palco infine passa per eredità al figlio Carlo Tagliabue sino alla cessione dei palchi al Comune nel 1920 e all’istituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala che segna la fine della proprietà privata dei palchi.
La storia di questo palco ben rappresenta la funzione della proprietà scaligera per molti borghesi emergenti, benestanti e ambiziosi: il palco è insieme uno status symbol e ancor più un investimento immobiliare che garantisce una rendita consistente mediante l’affitto o il sicuro recupero del capitale in caso di vendita. La prassi dell’affitto nella seconda metà dell’Ottocento diventa così frequente e generalizzata che l’Associazione dei palchettisti predispone un modello di contratto standard in modo che le condizioni economiche siano omogenee e si eviti un eccesso di speculazione. Anzi, spesso l’Associazione stessa si fa carico dei palchi disponibili e provvede a subaffittarli o a darli in gestione all’impresario per la vendita serale o l’abbonamento.
(Antonio Schilirò)
 
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Palco di proscenio, I ordine, settore destro

I palchi “camerali” del Teatro alla Scala
I palchi camerali o palchi della Corona erano “i palchi di ragione del Governo ad uso esclusivo delle autorità civili e militari” (così definiti nel rogito dell´appalto dell´impresario Angelo Petracchi, 1816) e per tale motivo venivano esentati dal pagamento del canone annuo previsto per tutti gli altri palchi. La loro funzione era anche quella di ospitare le personalità illustri in visita alla città: monarchi, ministri, principi, ambasciatori.
Al momento dell’inaugurazione del Teatro alla Scala i palchi camerali erano cinque: il palco Centrale o palco della Corona, altrimenti detto Palchettone, i palchi n° 1 e n° 2 del II ordine sinistro, il palco di Proscenio del I ordine destro e infine il palco n° 3 del III ordine destro.
Con la caduta della Repubblica di Venezia (1797) e la sua annessione all’Impero asburgico in seguito al trattato di pace di Campoformio tra l’Austria e la Francia, si aggiunse il palco n° 16 del I ordine sinistro, riservato sin dall’apertura del teatro all’ambasciatore (chiamato “Residente”) della Serenissima.
Il palco di Proscenio del I ordine destro appartenne alla Regia Ducal Camera dal 1778 sino al 1796, anno in cui Milano fu conquistata dai Francesi. Nel 1809 le fonti puntualizzano Regio Imperial Governo e soltanto nel 1810 vi compare come utente un nome poprio, quello di Mejan ovvero quello di Etienne Pierre Méjan, Consigliere di stato del Regno d´Italia e segretario del viceré Eugenio di Beauharnais.
Dopo il ritorno del dominio austriaco (1815) sino al 1861 il palco passò d’ufficio all’Imperial Regio Governo. A seguito dell’unificazione d’Italia, nei palchi camerali scomparve l’aggettivo “Imperiale” e il palco fu indicato come proprietà del Regio Demanio.
A partire dal 1873, anno in cui fu ratificato il passaggio della proprietà di tutti i palchi camerali dallo Stato al Comune, tale dicitura fu sostituita da Comune di Milano.
Allo scioglimento dell’Associazione dei palchettisti, dopo gli anni Venti del Novecento, i palchi camerali rimasero a disposizione della direzione del teatro.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, I ordine, settore destro

Un palco per due famiglie
Buona parte della storia del palco vede la famiglia Odescalchi come sua proprietaria. Di origini comasche, gli Odescalchi raggiunsero fama e potere grazie all’elezione nel 1676 al soglio pontificio di Benedetto Odescalchi che assunse il nome di papa Innocenzo XI: unico maschio, assicurò continuazione dell’asse ereditario adottando i figli di sua sorella Lucrezia, la quale aveva sposato Alessandro Erba, nobile di Como; per questo motivo la famiglia è nota come Erba-Odescalchi.
Dal 1778 alla sua morte Marianna Barbara Erba Odescalchi, nata Piatti (1732-1814) mantenne la proprietà e la frequentazione del prestigioso palco, se non nel 1809 e 1810, in cui venne gestito dal faccendiere-caffettiere Giuseppe Antonio Borrani (1779-1831), subaffittuario della bottiglieria di fronte al Teatro alla Scala dal 1799 e già proprietario del Caffè del Teatro; un locale che fondato da Francesco Cambiasi passò poi a Giovanni Martini nel 1832, divenendo il patriottico Caffé Martini.
Marianna sposò nel 1748 il Marchese Luigi Erba Odescalchi (1716-1788). La coppia ebbe ben 13 figli, tra cui Antonio Maria (1750-1832), coniugato con Maria Christina Victoria von Khevenhüller-Metsch (1760-1825). Questi subentrò dal 1824 al 1838 come proprietario del palco al proprio figlio, ancora un Luigi (1790-1871), che ne aveva usufruito solo dal 1815 al 1823, poiché trascorse gran parte della sua vita a Vienna dove aveva sposato Eleonore Szeyffert.
Dopo la morte di Antonio Maria, il palco passò ad un’altra figlia di Antonio Maria, Carolina (1793 - dopo il 1857), dama dal 1817 dell’Ordine cavalleresco femminile della Croce Stellata. Le nobildonne aspiranti all’intrigata e compassata vita di corte asburgica erano (e sono ancor oggi) ammesse all’Ordine solo dopo aver provato di possedere, se nubili, 16 quarti di nobiltà; se sposate, di averne 8 dalla parte del marito. In tal senso, Carolina era in piena regola, data l’origine e visto che il marito, sposato nel 1814, era il conte Pietro Locatelli de Lanzi.
Tra il 1846 e il 1848 il palco passa ad un’altra Carolina Erba Odescalchi, nata Grassi (1803-1857), moglie di Giuseppe, fratello minore di Luigi; gli Odescalchi ne saranno titolari sino al 1857, quando venne acquistato dal duca Raimondo Visconti di Modrone (1835-1882), figlio di Uberto <1.> e Giovanna Gropallo.
Non avendo avuto una discendenza diretta, Raimondo lasciò come erede del palco il fratello Guido Visconti di Modrone (1838-1902), consigliere comunale, senatore del Regno e presidente della Banca Lombarda. Sposato a Bologna nel 1870 con Ida Renzi (1850-1915), Guido ebbe quattro figli: Uberto <2.>, Giovanni, Giuseppe, Guido Carlo. Nel luglio del 1897 il Teatro La Scala sospese le rappresentazioni, in seguito alla delibera del Consiglio Comunale che revocava il finanziamento pubblico da parte del Comune. Guido, insieme a un gruppo di facoltosi cittadini, si fece promotore della costituzione della Società anonima per l’esercizio del Teatro alla Scala, della quale fu presidente, con il fine di gestire gli spettacoli senza fini di lucro e con elevati obiettivi artistici. Il Consiglio di amministrazione formato da Arrigo Boito, Ettore Ponti (futuro sindaco di Milano), Luigi Erba, Luigi Borghi e Giuseppe Visconti di Modrone, nominò direttore generale Giulio Gatti Casazza che, come l’impresario di una volta, fosse responsabile degli spettacoli ma senza alcun interesse speculativo, affiancato da un direttore dell’orchestra e artistico (Arturo Toscanini).
Alla morte del padre, Uberto <2.> ne continuò l’opera, rimanendo alla presidenza della Società esercente sino al 1916. Il palco passò al fratello Guido Carlo Visconti di Modrone (1881-1967); rimase della famiglia sino alla costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala e all´esproprio da parte del Comune di Milano.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, I ordine, settore destro

Il palco degli Ala Ponzone, fondatori del Museo di Cremona
I primi proprietari di questo palco furono, a partire dal 1778, gli eredi del Cardinale Giovanni Francesco Stoppani, Inquisitore a Malta, Arcivescovo di Corinto "in partibus", Nunzio apostolico presso l’Imperatore Carlo IV, membro e segretario del Sant’ Uffizio, sepolto nella chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma.
Durante il periodo napoleonico il palco risulta di proprietà del marchese Daniele Ala Ponzone (1769-1824), appartenente ad una delle più illustri e antiche famiglie feudali di Cremona.
Alla morte di Daniele il palco passa al figlio Filippo (1814-1885) il quale, data la minore età, è affidato alla tutela della madre, la marchesa Maria Visconti Ciceri. Filippo da bambino, tra il 1820 e il 1824, aveva preso lezioni di pianoforte da Carl Mozart (1784-1858), secondo figlio di Wolfgang Amadeus, come risulta dai Kassabücher della marchesa Maria Visconti Ciceri in possesso del Mozarteum di Salisburgo. Carl Mozart si era stabilito a Milano nel 1805 dove aveva studiato musica con Bonifazio Asioli, futuro primo direttore del Conservatorio; qui trascorse il resto della sua vita al servizio dell’amministrazione asburgica. Nel 1842 Filippo eredita anche i beni del cugino Giuseppe Sigismondo (1761-1842), mecenate, collezionista d’arte, appassionato di numismatica e di sfragistica, noto per aver fondato quello che oggi è il Museo civico Ala Ponzone di Cremona, ricco di capolavori tra i quali spiccano L’ortolano di Arcimboldi e San Francesco in meditazione di Caravaggio, donato nel 1836 da Filippo.
Dal 1863 proprietario del palco è il Duca Raimondo Visconti di Modrone (1835-1882), cugino di Filippo per parte di madre e appartenente a una delle più antiche famiglie patrizie italiane. Morto questi senza eredi diretti, il palco passa al fratello duca Guido (1838-1902), personaggio di spicco nella società milanese del tempo. Industriale di tessuti, presidente della Banca Lombarda, consigliere comunale di Milano e senatore del Regno, fu l’artefice del rilancio del Teatro alla Scala, dopo la profonda crisi culminata nel luglio del 1897 nella decisione del Consiglio Comunale di revocare la "dote" di finanziamento pubblico che aveva provocato la chiusura del teatro. Guido Visconti promuove la costituzione della Società anonima per l’esercizio del teatro alla Scala (1898), con un capitale sociale di Lire 300.000, della quale sarà il presidente sino al 1902. Su proposta di Arrigo Boito, l’ingegnere Giulio Gatti Casazza viene nominato direttore generale e amministrativo, che come l´impresario del passato fosse responsabile della produzione degli spettacoli, ma senza interesse speculativo e il giovane direttore d´orchestra Arturo Toscanini come direttore artistico dal quale dipendesse tutto il personale artistico.
Alla morte di Guido, il figlio duca Uberto <2.> (1871-1923) eredita il palco, continua l’attività di gestione del teatro ed è tra i fondatori del Museo Teatrale della Scala, inaugurato nel 1913 nei locali del Casino Ricordi, del quale è anche il presidente. Nel 1920, grazie alla tenacia e alla determinaizone del sindaco Emilio Caldara e con il sostegno del direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini, si costituisce l’Ente Autonomo Teatro alla Scala al quale vengono ceduti i palchi, segnando così la fine della storia della proprietà privata dei palchi.
(Claudia Strano)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, I ordine, settore destro

Il palco dei Visconti di Modrone
Un tempo c’era la cerchia interna dei Navigli, un lungo corso d’acqua navigabile che riprendeva l’antico fossato difensivo della Milano medievale; oggi c’è il lungo percorso che da via Pontaccio porta a via Carducci, girando in senso orario attorno al centro cittadino. Il quarto tratto, da via San Damiano a via Francesco Sforza, è la via Uberto Visconti di Modrone, in rappresentanza della nobile casata, discendente - lo si legge nella prima parte del nome - dai Visconti signori di Milano; la seconda parte del nome si lega invece al luogo di Vimodrone. Nel 1684, infatti, Nicolò Maria Visconti sposò Teresa Pirovano Modroni; Vimodrone fu infeudata al Visconti che, nominato marchese, aggiunse al suo il predicato feudale di Modrone, dando inizio alla dinastia dei Visconti di Modrone. Il nipote abiatico di Teresa, Francesco Antonio (1729-1792), eredita dalla nonna materna anche il cognome e il titolo di Conte Pirovano; ecco perché nel palco n° 3 del I ordine settore destro le fonti segnano come proprietario, nel 1780, il Conte Visconti Pirovano: due anni dopo, il conte si firma nei documenti Alessandro già Francesco Antonio Visconti Pirovano Marchese di Modrone.
Per la famiglia sembra essere il primo palco nei teatri di Milano: i Visconti di Modrone infatti non compaiono tra i palchettisti del Teatro Ducale e del Teatro Interinale eretto dopo l’incendio, in attesa che fosse costruito il Teatro alla Scala: si rendeva d’obbligo per Francesco Antonio Visconti Pirovano di Modrone, Ciambellano di Casa d’Austria, avere un palco. Glielo vendette la duchessa Barbara Moles nata Del Caretto, che le fonti indicano come titolare nel 1778; il notaio Perrochio ratifica il passaggio di proprietà non solo per il palco scaligero ma anche per un palco al Teatro della Canobbiana. Tra la vendita e la presa del palco passa un anno, il 1779, durante il quale le fonti segnalano come proprietario don Antonio Molo, palchettista già del Ducale e titolare per lunghi anni di altri palchi scaligeri.
In epoca napoleonica, titolare risulta il figlio Carlo (1780-1836) che ottiene nel 1813 il titolo di duca. Carlo è il marito di Maria Khevenhüller, figlia del principe Emanuele, funzionario dell´Impero asburgico e palchettista; la coppia non ha figli, quindi il palco, il maggiorasco e il titolo di duca passano al cugino Uberto <1.> (1702-1850). Dopo la sua morte rimane giacente in eredità sino al 1877; non dobbiamo però pensare che rimanga vuoto mancando un proprietario riconosciuto legalmente. Anzi, oltre che dalla famiglia, dagli eredi e dagli ospiti, poteva essere affidato a un procuratore per essere affittato durante la stagione o per spettacoli singoli.
Nel 1878 la situazione si sblocca e compare proprietaria la vedova di Uberto, marchesa Giovanna Gropallo (1805-1884), che aveva generato ben sette figli, quasi tutti defunti appena nati, infanti o giovanissimi o, come nel caso del sesto, Luigi (1839-1879), morti senza discendenza.
L’unico a procreare è il quinto figlio, duca Guido Visconti di Modrone (1838-1902), coniugato nel 1870 con Ida Renzi, la figlia di Francesco, un noto e ricco commerciante veronese che aveva già coronato per sé il sogno di molti esponenti delle classi non nobiliari: si era sposato con una contessa, Lucrezia Gritti. Per la figlia, ricca ereditiera, Francesco vuole di più; così Ida, ventenne, si sposa con Guido, esponente di un casato antico e prestigioso. Cinque sono i figli maschi, il quarto, Giuseppe, diverrà padre di Luchino Visconti, che non fece in tempo a conoscerlo; invece frequentò molto nonna Ida fino a nove anni di età.
Guido, senatore, è uno dei protagonisti della storia milanese e lombarda e di quella del teatro stesso: nel luglio del 1897 la Scala sospese le rappresentazioni in seguito alla delibera del Consiglio Comunale che revocava il finanziamento pubblico da parte del Comune. Guido, insieme a un gruppo di facoltosi cittadini, si fece promotore della costituzione della Società anonima per l’esercizio del Teatro alla Scala, della quale fu presidente, per gestire gli spettacoli senza fini di lucro e con elevati obiettivi artistici. Il Consiglio di amministrazione, formato da Arrigo Boito, Ettore Ponti (futuro sindaco di Milano), Luigi Erba, Luigi Borghi e da suo figlio Giuseppe, nominò Giulio Gatti Casazza direttore generale, come l’impresario di una volta responsabile degli spettacoli ma senza alcun interesse speculativo, affiancato da Arturo Toscanini come direttore dell’orchestra e artistico.
L’opera di Guido da un lato rinforzò il peso contrattuale dei palchettisti, dall’altro fece percepire a tutti, pubblico compreso, l’inizio di un momento di crisi di non facile soluzione.
Dopo Guido prese possesso del palco il primogenito Uberto <2.> (1871-1823) coniugato con Maria Anna Figarolo dei marchesi di Gropallo, bellissima giovane dalle fattezze déco; Uberto continua l’opera del padre, rimanendo alla presidenza della Società esercente sino al 1916. Fondatore degli stabilimenti tessili del marchio “Visconti di Modrone”, rimase titolare sino alla morte. Nel 1928, anno dell´esproprio per pubblica utilità, il figlio Marcello e la vedova cedettero la proprietà al Comune di Milano per lire 44.500, secondo il prezzo stabilito dalla perizia del 1921 e in convenzione con l´Ente autonomo Teatro alla Scala, costituitosi nel 1920.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 4, I ordine, settore destro

Bigli, Confalonieri ed eredi
La storia del palco n° 4 corre parallela a quella del suo vicino, il palco n° 5 con un primo comune proprietario: Vitaliano Bigli (1731-1804), ultimo discendente della casata, uno dei tre Cavalieri Delegati designati a trattare, a nome del Corpo dei Palchettitsti, con l’arciduca Ferdinando, il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini la costruzione dei due nuovi teatri, La Scala e la Canobbiana. Il conte Vitaliano, coniugato con la contessa Claudia ClericiClaudia Bigli Clerici, fu proprietario del Palazzo Bigli di via Borgonuovo 20, quello stesso palazzo che, acquistato poi dalla discussa contessa Giulia Samoyloff, già amante dello zar Nicola I e del compositore Giovanni Pacini, divenne centro della mondanità milanese, ospitando ricevimenti e balli in maschera per migliaia di invitati: tra i più famosi, Franz Liszt.
Non avendo discendenti, il palco, occupato nel 1809 e nel 1810 dal marchese Alfonso Visconti Aymi (1753-1826), passa nel 1813 alla contessa Anna Bigli Confalonieri (1733-1819), sorella di Vitaliano e sposa di Eugenio Confalonieri Strattmann, per poi essere ereditato nel 1827 da Tiberio Confalonieri (1762-1844), zio del più noto Federico (1785-1846), patriota del partito degli “Italici puri” e attivista carbonaro. Fu proprio lo zio Tiberio, in occasione della visita imperiale alla città di Milano nel 1825, a chiedere invano a Francesco I la grazia per il nipote condannato e deportato in America.
Il palco per asse ereditario resta di proprietà della stessa famiglia prima attraverso Marianna Belcredi, moglie di Tiberio, che compare titolare del palco nel 1848; non avendo avuto figli, intestatario sarà poi il nipote Luigi Confalonieri Strattmann (1805-1755), figlio di Vitaliano. Dal 1859, seppur indirettamente, i Confalonieri compaiono sempre nel palco scaligero, posseduto da Luigi Calvi (1815-1871), marito di Marianna Confalonieri, figlia di Luigi e nipote di Tiberio Confalonieri, la quale lo terrà in vedovanza dal 1873 al 1881, lasciandolo in eredità alle tre figlie, Maria, Paola ed Elisa.
Nel 1890 compaiono i fratelli Edoardo ed Eliseo Antonio Porro che interverranno poi attivamente nel dibattito di fine secolo, periodo nel quale addirittura si chiuse il teatro.
Dal 1891 al 1903 il palco è intestato al cavaliere Egidio Isacco, arricchitosi con la filatura della seta, filantropo, Medaglia d’oro dei benemeriti dell’Istruzione Popolare per le sue opere a sostegno dell’infanzia. La fondazione di un moderno asilo intitolato allo zio Zaffiro, a Mojana (Como), fece cronaca: “la cerimonia inaugurale ebbe carattere di schietta cordialità e semplicità, ed in pari tempo fu fatta con uno splendore veramente principesco. Un treno speciale della ferrovia Nord trasportò gl’invitati da Milano a Merone; alla stazione di arrivo numerosi landeau dell’Anonima li trasportavano fino alla soglia…” .
Se il palco scaligero rappresentò il fiore all’occhiello per l’immagine del ricco e benvoluto industriale, ancora maggior peso acquisì il matrimonio della figlia Cleofe, ereditiera di numerose proprietà fondiarie e non, con il nobile Luigi Ginami de Licini, di antica e aristocratica famiglia valserianese; la coppia ebbe tre figli: Lorenzo, il primogenito, intestatario per soli tre anni del palco perché morì giovanissimo; delle due femmine, Margherita sposò il conte Giuseppe Cattaneo di Proh, titolare sino al 1920, quando i palchi privati furono espropriati dal Comune di Milano e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 5, I ordine, settore destro

Il palco dei patrioti
La storia del palco n° 5 del I ordine destro corre parallela a quella del suo vicino, il palco n° 4, con un primo comune proprietario: Vitaliano Bigli (1731-1804), ultimo discendente della casata, uno dei tre Cavalieri Delegati designati a trattare a nome dellla Società dei Palchettisti con l’arciduca Ferdinando, il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini la costruzione dei due nuovi teatri, La Scala e la Canobbiana. Il conte Vitaliano, coniugato con la contessa Claudia ClericiClaudia Bigli Clerici, fu proprietario del Palazzo Bigli di via Borgonuovo 20, quello stesso palazzo che, acquistato dalla discussa contessa Giulia Samoyloff, già amante dello zar Nicola I e del compositore Giovanni Pacini, divenne centro della mondanità milanese, ospitando balli in maschera per migliaia di invitati: tra i più famosi, Franz Liszt.
Nel periodo francese (1809) e ancora nel 1813 il palco risulta registrato a nome della contessa Anna Confalonieri, sorella di Vitaliano Bigli e sposa di Eugenio Confalonieri Strattmann, prima di passare in eredità nel 1827 al figlio Vitaliano Confalonieri Strattmann, padre del più noto Federico Confalonieri (1785-1846), patriota del partito degli “Italici puri”. Federico si ricorda come uno dei più tenaci avversari del dominio napoleonico e sostenitore dell’indipendenza lombarda dall’Impero austro-ungarico. Fondatore con Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Luigi Porro Lambertenghi del periodico Conciliatore, fu coinvolto nei moti del 1820-21, insieme a Piero Maroncelli e Pellico e condannato a morte, pena commutata nella prigionia a vita da scontare nel carcere dello Spielberg, e deportato a New York. Il teatro divenne, in quegli anni patriottici, “il salotto dei cospiratori”.
Alla morte di Vitaliano (1760-1840), il palco passò in eredità ai due figli Federico, figlio di Antonia Casnedi, che lo tenne sino al 1844, e al fratellastro conte Luigi Confalonieri Strattmann (1805-1885), figlio di secondo letto, nato dal matrimonio di Vitaliano con Maria Litta Modignani, che lo tenne sino al 1858. Nel 1859 venne acquistato dal Cavaliere Ambrogio Uboldi di Villareggio (1785-1865), banchiere e collezionista d’arte e di armi, oltre che filologo. Socio onorario di diverse accademie, come quella di Santa Cecilia, fu consigliere, tra le tante, dell’Accademia di Brera e Cavaliere del Santo Sepolcro. Come altri milanesi, si spese in opere di beneficenza, addirittura donando la propria signorile villa al comune di Cernusco sul Naviglio per allestirvi l’ospedale ancor oggi attivo e a lui intitolato.
Per qualche anno, dal 1869 al 1872, ad Uboldo subentrò Emilia Tebaldi, vedova di Antonio Ravizza, mentre dal 1873 il palco fu posseduto dalla marchesa Giuseppina Arborio di Gattinara (1820-1902), di antica nobiltà piemontese, coniugata nel 1850 con il conte Vittorio Barattieri di San Pietro (1819-1883), liberale, agguerrito generale dell’esercito sabaudo durante la terza guerra d’indipendenza. Nel feudo di San Pietro in Cerro, ancor oggi, numerose sono le testimonianze legate ai Barattieri: oltre al Castello, passato al FAI, anche l’Osteria, denominata Cà Giuseppina, in un edificio restaurato sul finire dell’Ottocento in stile neogotico, dotato di un cortile con loggiato e bifore, destinato ad ospitare la marchesa Giuseppina. La loro figlia Amalia (1858-1925) sposa nel 1887 Carlo Oltrona Visconti (1853-1925); sono forse loro gli eredi di Giuseppina morta nel 1902, ma il palco risulta giacente in eredità sino al 1920, quando compare proprietario il conte Visconti Barattieri Oltrona; è Luigi, primogento della coppia. La costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala segna in quell’anno la fine della proprietà privata dei palchi.
(Maria Grazia Campisi)
 
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Palco n° 6, I ordine, settore destro

I Bassi e la nuova nobiltà milanese
Prime proprietarie del palco furono Giulia Borromeo Arese Lucini (1715-1800), sua sorella Marianna Lambertenghi Lucini (1721-1797) e la loro nipote Margherita Arese Lucini (1746-1815). Giulia e Marianna erano figlie del marchese Giulio Antonio Lucini e di Teresa Archinto. All’epoca dell’inaugurazione del Teatro Marianna, che aveva sposato il conte Cesare Lambertenghi, era ormai vedova; Giulia, già rimasta vedova del conte Marco Arese e del marchese Ferrante Francesco Villani Novati, avrebbe perso nel 1779 anche il terzo marito, il conte Federico Borromeo Arese. La nipote Margherita era figlia di Giovanni Pietro Lucini, fratello di Giulia e Marianna, e di Maria Gambarana: aveva sposato in seconde nozze il conte Benedetto Arese Lucini, figlio di Giulia, anch´egli palchettista (n° 14, I ordine sinistro).
Subentra alle tre dame, nel 1789, il marchese Massimiliano Giuseppe <1.> Stampa di Soncino (1740-1818), sposato con Livia Doria Sforza Visconti, da cui ebbe Massimiliano Giovanni, titolare del palco n° 13, II ordine destro.
Durante il Regno d´Italia, nel 1809 utente del palco è ancora una donna, ovvero la marchesa Margherita Pallavicini Durini; nel 1810 compare il nome di Marco Antonio Fè d´Ostiani, bresciano, fresco della nomina a conte per l´impegno profuso come membro del governo filofrancese. Quando il potere di Napoleone inizia a incrinarsi ritornano nei palchi i precedenti proprietari: dal 1813 al 1820 nelle fonti compare il nome del marchese Stampa di Soncino.
Nel 1821 il palco passa al nobile Antonio Francesco Bassi (1764-1826). Egli aveva sposato ad Amsterdam, dove si trovava per affari, nel 1797 la nobile Elisabetta Charlé. Nel 1812 fece ritorno a Milano assieme alla moglie e ai figli. I Bassi erano da poco entrati a far parte ufficialmente della aristocrazia milanese; questa ascesa sociale ebbe luogo al tempo di Paolo Bassi, padre di Antonio, il quale fu uno dei Regi Vicari Generali dello Stato di Milano e divenne senatore nel 1779. La prima carica comportava la nobiltà personale, mentre la seconda l’ereditarietà del titolo. Paolo fu dunque dichiarato nobile con decreto del tribunale araldico il 13 giugno 1770; i figli, Antonio e Gerolamo, furono confermati con sovrana risoluzione il 2 aprile 1817. Oltre al palco scaligero, il riconoscimento pubblico dell´immagine Bassi fu siglato dal ritratto che Francesco Hayez nel 1829 fece alla Charlé, sottolineandone il volto fiammingo; ritratto nel ritratto il marito, visto che la nobildonna ne tiene in mano un´immagine. La Charlé era nota come donna retta e seria e innestò nei figli l´amor patrio.
Dopo la morte di Antonio e un lungo periodo di giacenza in eredità, il palco nel 1848 vede titolare il figlio primogenito Paolo Luigi Bassi (1798-1855), matematico e membro dell’Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti. Paolo Luigi ebbe un ruolo di primo piano nella vita politica milanese: durante il governo provvisorio della Lombardia ricoprì l’incarico di Podestà di Milano; la sua abilità diplomatica - fu lui a riconsegnare a Radetzky le chiavi della città - consentì di evitare il saccheggio da parte delle truppe austriache. Sposò nel 1824, in prime nozze, Elisabetta Gavazzi dei Conti della Somaglia (due le figlie) e, rimasto vedovo, con Maria dei Marchesi Trotti Bentivoglio, con la quale ebbe sei figli.
Nel 1856 il palco è intestato al fratello di Paolo, Carlo Luigi Bassi (1807-1857), uomo di scienza: fu insigne naturalista, Segretario generale del Congresso degli Scienziati, nonché autore di importanti scritti di entomologia; dal 1841 sino alla morte fu curatore onorario della sezione di entomologia del Museo Civico di Storia naturale di Milano. Sposò Virginia Olivazzi da cui ebbe tre figlie, Paolina, Giulia e Cecilia: quest’ultima morì giovanissima, le altre si imparentarono entrambe con i Greppi; Paolina nel 1856 andò in sposa a Luigi Greppi, Giulia un anno dopo al fratello di questi, Antonio.
Dal 1864 al 1872 Paolina Greppi Bassi (1836-1897) e la sorella Giulia Greppi Bassi (1838-1902) condivisero il palco scaligero; a partire dal 1873 Giulia ne rimase la sola proprietaria.
Dal 1907 infine il palco passa all’ingegnere Giuseppe Greppi (1858-1925), figlio di Giulia e Antonio, al quale rimane sino al 1920, anno in cui si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 7, I ordine, settore destro

Due Cristoforo Bellotti: l’ingegnere e lo scienziato
La storia dei palchi n° 6 e n° 7 del I ordine destro coincise sino all’epoca napoleonica.
Prime proprietarie di entrambi i palchi furono Giulia Borromeo Arese Lucini (1715-1800), sua sorella Marianna Lambertenghi Lucini (1721-1797) e la loro nipote Margherita Arese Lucini (1746-1815). Giulia e Marianna erano figlie del marchese Giulio Antonio Lucini e di Teresa Archinto. All’epoca dell’inaugurazione del Teatro Marianna, che aveva sposato il conte Cesare Lambertenghi, era ormai vedova; Giulia, già rimasta vedova del conte Marco Arese e del marchese Ferrante Francesco Villani Novati, avrebbe perso nel 1779 anche il terzo marito, il conte Federico Borromeo Arese. La nipote Margherita era figlia di Giovanni Pietro Lucini, fratello di Giulia e Marianna, e di Maria Gambarana: aveva sposato in seconde nozze il conte Benedetto Arese Lucini, figlio di Giulia, anch´egli palchettista (n° 14, I ordine sinistro).
Dal 1790 proprietario del palco è Massimiliano Giuseppe <1.> Stampa di Soncino (1740-1818) che si unì in matrimonio con Livia Doria Sforza Visconti.
Nel 1809 e nel 1810, in piena epoca napoleonica, nelle fonti compare come utente il conte Giambattista Giovio (1748-1814), consigliere nel Collegio dei decurioni di Como e amico di Ugo Foscolo, con il quale ebbe un lungo scambio epistolare. Nel 1813, al declino dell´impero di Napoleone, torna il vecchio proprietario, il marchese Stampa di Soncino.
A partire dal 1821 il palco risulta intestato a Cristoforo Bellotti <1.> (1776-1856), figlio del notaio Giovanni Pietro e di Maria Antonia Vandoni, fratello di Pietro e di Felice (1786-1858), insigne filologo, noto per le sue traduzioni dal greco che vanno dall´Odissea omerica alle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide; a lui oggi è dedicata una via di Milano. Cristoforo, ingegnere e architetto, sposato con Orsola Stabilini, era appassionato d´arte e donò all’Accademia di Brera una copia dell’Ultima cena di Leonardo da Vinci.
Alla sua morte il palco passò al nipote Cristoforo Bellotti <2.> (1823–1919), figlio di suo fratello Pietro e di Carolina Mazzeri. Questi fu uomo di scienze ed approfondì in particolar modo l’ittiologia e la paleontologia. Conservatore onorario del Museo Civico di Storia Naturale di Milano dal 1858 al 1904, fu tra i soci fondatori della Società Italiana di Scienze Naturali, di cui fu presidente dal 1902 al 1903. Ereditò dallo zio Felice un importante fondo di manoscritti di Giuseppe Parini che donò nel 1910 alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Infine alcuni pezzi della sua collezione d’arte, in particolare due disegni a carboncino e pastello di Andrea Appiani e due oli su tela di Giuseppe Bossi, furono da lui lasciati alla Galleria d’Arte Moderna di Milano.
A Cristoforo Bellotti <2.> il palco rimane sino al 1920, anno in cui si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, I ordine, settore destro

Un palco di famiglia
Nel 1778 primo proprietario è il conte Carlo Annoni (1696-1778) e dall´anno seguente risulta titolare il figlio conte Giovanni Pietro (1731-1796), discendente della ricca famiglia originaria di Annone in Brianza fin dal tredicesimo secolo; le sue origini non erano aristocratiche e il titolo di “conte di Cerro” fu ottenuto nel 1676 da Carlo Annoni per volontà di Carlo II re di Spagna. Da allora in poi gli Annoni vollero a tutti i costi far sfoggio di lustro e ricchezza in modo tale da reggere il confronto con le famiglie milanesi di antica nobiltà.
Proprio con questo intento venne realizzata la fastosa residenza di campagna in stile neoclassico a Cuggiono (Milano), decisione assunta nel 1804 dal conte Alessandro (1770-1825), figlio di Giovanni Pietro e della nobildonna Giulia Pallavicino, che eredita il palco dal 1809 al 1828; l’aristocratico si rivolse all’architetto più famoso allora in Milano, Leopold Pollack, allievo del grande Giuseppe Piermarini e a Giuseppe Zanoia, il quale portò a termine la villa nel 1809 e vi annesse successivamente un immenso parco. Sempre su disegno di Zanoia il conte Alessandro fece ampliare la residenza milanese di famiglia, antico palazzo in Corso di Porta Romana.
Il conte Francesco Annoni (1804-1872), unico figlio di Alessandro e della contessa Leopoldina Cicogna Mozzoni, eredita il palco di famiglia alla morte del padre. Intraprese fin da giovane la carriera militare entrando a far parte della milizia cittadina. Durante le Cinque Giornate di Milano si schierò, però, dalla parte degli insorti ed il governo provvisorio gli affidò il compito di chiedere un intervento di Carlo Alberto re di Sardegna. Dopo la repressione dei moti, lasciò Milano poiché pendeva sulla sua testa una condanna a morte emessa dal governo austriaco e si stabilì a Torino.
Aldo Annoni (1831-1900), suo figlio naturale (era nato Aldo Cassia Ferri), fu da lui legittimato nel 1866, in accordo con la madre Chiara Severino Longo: Aldo ottenne così il titolo nobiliare, il cognome Annoni e, dal 1873, anche il palco scaligero. Il conte Aldo intraprese la carriera giuridica, affiancando all’attività professionale l’impegno politico. Ricoprì gli incarichi di consigliere della Provincia e consigliere comunale di Milano e venne eletto deputato al Parlamento nel 1876. Non avendo eredi, alla sua morte le proprietà di famiglia passarono al cugino Gian Pietro Cicogna Mozzoni, che infatti risulta proprietario del palco a partire dal 1906 fino alla morte nel 1917.
Il palco giacerà in eredità a nome del conte Gian Pietro sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, I ordine, settore destro

Un altro palco dei Busca Arconati Visconti
Primo proprietario fu Carlo Galeazzo Busca Arconati Visconti (1722-1780), figlio di Lodovico e Bianca Arconati Visconti. Carlo Galeazzo fu IV marchese di Lomagna, comune della Brianza oggi in provincia di Lecco, e ricoprì le cariche di Decurione della città di Milano nonché di Ciambellano imperiale. Sposò nel 1756 la contessa Teresa Anguissola.
Dal matrimonio nacque Lodovico Busca Arconati Visconti (1758-1841), ciambellano imperiale e consigliere comunale di Milano, che alla morte del padre ereditò il titolo nobiliare divenendo V marchese di Lomagna; a lui passò anche il palco scaligero di cui risulta proprietario a partire dal 1787. Nel 1789 Lodovico sposò Maria Luigia Serbelloni, figlia del duca Gian Galeazzo, personaggio di primo piano nel capoluogo lombardo sotto l´amministrazione asburgica ma sostenitore del generale Bonaparte che nel 1796 venne ospitato nel suo palazzo di corso Venezia. Nel 1793 il palco passa al figlio di Lodovico e Maria Luigia, Carlo Ignazio Busca Arconati Visconti (1791-1850), VI marchese di Lomagna.
Nel pieno del Regno d´Italia le fonti ci informano che utente del palco è il signor Giuseppe Antonio Borrani (1779-1831), subaffittuario della bottega di fronte al Teatro alla Scala e proprietario, da prima del 1820, del Caffè del Teatro già appartenuto a Francesco Cambiasi, che diverrà poi il patriottico Caffè Martini. Il nome di Borrani compare in vari palchi nel 1809 e ancora nel 1810; era una sorta di mediatore, agiva in proprio ma anche per conto di famiglie aristocratiche filo-asburgiche che, per prudenza o convenienza, avevano lasciato Milano durante il periodo napoleonico, procurando palchi su richiesta per una serie di spettacoli o affittandoli per singole serate. Sicuramente si arricchì, ma di lui non troviamo traccia nelle fonti successive al 1810: sappiamo che i suoi parenti ebbero un palco al Teatro della Canobbiana.
Dal 1813, quando si incrinava il potere di Napoleone, il palco rientra in possesso di Carlo Busca Arconati Visconti cui rimarrà intestato sino al 1848; egli aveva sposato nel 1844 Susanna Fauras, da cui non ebbe discendenti; nel 1851 legittimò pertanto il figlio naturale Lodovico Paolo Busca Arconati Visconti (1828–1865), avuto da una relazione con l’inglese Maria Bridgetower, al secolo Mary Lee Lecke, moglie del violinista mulatto George. A Lodovico, VII marchese di Lomagna, è intestato il palco scaligero dal 1856.
Lodovico Paolo sposò nel 1852 la triestina Clementina Lazarich, nobile ungherese, da cui ebbe sei figlie femmine; l’unico maschio morì, assieme alla madre, durante il parto nel 1863, lasciando disperato Lodovico Paolo che dopo due anni si suicidò.
Alla tragica morte del VII marchese il palco rimase in eredità a suo nome per lungo tempo; nel 1886 passerà alle figlie sue e di Clementina, le tre sorelle Beatrice, Ida e Maria Busca Arconati Visconti.
Dopo due anni il palco ritorna a giacere in eredità sino al 1912, quando compare come intestataria Beatrice Busca Arconati Visconti (1860-1940), detta Bice, maritata dal 1880 con il marchese Giuseppe Fassati. A lei rimane il palco sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, I ordine, settore destro

Nobili e industriali
Il palco n° 10, con qualche breve interruzione durante il periodo napoleonico (nel 1809 compare utente il Dottor Giovanni Besozzi), fu per più di cento anni, dal 1778 al 1882, di proprietà della famiglia Sormani nei suoi diversi rami, insieme al palco n° 3 del III ordine sinistro.
I primi documenti relativi al casato di Sormano (il nome deriva dall’omonimo villaggio nel cosiddetto Triangolo Lariano, tra i due rami del lago di Como) risalgono al XII secolo; alla fine del Trecento i Sormani risiedevano ormai definitivamente a Milano dove acquisirono una eminente posizione nell’aristocrazia cittadina, che mantennero nei secoli successivi. Lo testimoniano l’acquisto, nel 1783, da parte del conte Giuseppe, di uno degli edifici più importanti della città, noto come Palazzo Sormani, in corso di Porta Vittoria, oggi sede della Biblioteca Comunale Centrale, e, nel 1830, della Villa Bolognini-Sormani-Andreani, sita nel comune di Brugherio.
I primi proprietari del palco furono Alessandro Sormani Giussani <1.> (1740-1825) e il fratello Lorenzo <1.> (1741-1821), figli di Antonio, conte di Missaglia, e di donna Francesca Bonesana. Alessandro fu Ciambellano imperiale nel 1771 sotto Maria Teresa e componente della Commissione per le Pubbliche Feste e Spettacoli Teatrali preposta alla Direzione dei Regi Teatri (1805-1806) nella Milano napoleonica; Lorenzo fu Consigliere e assessore del Comune di Milano.
Il palco passò in eredità a due dei figli di Lorenzo: Giuseppe (1771-1840) e Alessandro <2.> (1774-1836). Giuseppe fu Ciambellano imperiale, Consigliere di Stato e Direttore (oggi diremmo Presidente) del Conservatorio di Milano dal 1831 al 1840. Fu inoltre erede del cugino, il conte Giovanni Mario Andreani, di cui aggiunse il cognome al proprio. Dal matrimonio con Gabriella Signoris di Buronzo Bussetti (1792-1836) ebbe quattro figli: Sofia, Emilia, Alessandro (1815-1880) e Lorenzo Sormani Andreani <1.> (1816-1884). Furono i figli maschi ad ereditare il palco alla morte del padre, sebbene già dal 1844 esso passi unicamente nelle mani di Alessandro. Questi fu l’ultimo proprietario della famiglia Sormani: sposò nel 1838 donna Carolina Verri, motivo per il quale Pietro (1849-1934), il loro ultimogenito, aggiunse nel 1903 il cognome Verri, divenendo Pietro Sormani Andreani Verri, Deputato al Parlamento e Senatore del Regno d’Italia.
A partire dal 1883 il palco passò al cavaliere Adolfo Bauer (1817-1898), industriale nel settore siderurgico di origine svizzera, titolare dal 1862 delle Officine Bauer e C. dette “l´Elvetica”, fonderia di metalli e stabilimento di produzione di caldaie a vapore, di macchine stradali e locomotive. Lo stabilimento si affacciava sul Naviglio della Martesana all´altezza dell´odierna via Pirelli, e aveva tratto il soprannome per essere sorto su un terreno un tempo occupato da un convento di missionari svizzeri; una curiosità: la fabbrica già esisteva come Diventata Cerimedo & C., fu acquisita alla fine del secolo da Ernesto Breda, per diventare una delle più importanti industrie meccaniche italiane.
Dopo la morte di Adolfo Bauer il palco passò per eredità, dal 1904, alla figlia Elvira Lattuada Bauer (circa 1855 - circa 1914), e dal 1917 al figlio di lei e di Ambrogio Giovanni Maria Lattuada, Alfredo Lattuada, fino al 1920, quando il Comune di Milano acquisì i palchi e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, I ordine, settore destro

Dai nobili agli industriali
La sera del 3 agosto 1778, all’apertura del Teatro, il palco è occupato da Marco Cornaggia Medici <1.> (1729-1792), figlio di Carlo e Vittoria Medici, marchese di Castellanza, di antica famiglia patrizia milanese, coniugato con Giuseppa Bonanomi (1742-1775), già palchettista del vecchio Teatro Ducale bruciato nel 1776. Marco fu Segretario della Cancelleria Segreta dello Stato di Milano e Consigliere Onorario dell’Imperatrice Maria Teresa nel Supremo Consiglio di Economia Pubblica.
Il figlio, Carlo Cristoforo (1774-1847), che ereditò dal padre il feudo e il palco alla Scala, fu dal 1834 Consigliere Comunale di Milano; nel 1797 aveva sposato donna Teresa Sannazzaro (1780-1822), una delle prime e rare imprenditrici del suo tempo, che fondò a Legnano la prima filatura del cotone; morì precocemente dopo aver dato alla luce quindici figli. Uno di questi, Marco <2.>, lo ritroviamo negli anni Cinquanta come proprietario di un altro palco (n° 16, IV ordine, settore destro).
Durante il periodo napoleonico, nel 1809 utente del palco è la marchesa Angela Spinola e nel 1810 l´avvocato Vincenzo Tosi, funzionario del Regno d´Italia. Nel 1813 ritorna nel palco il precedente proprietario, il marchese Cornaggia Medici, che lo terrà sino al 1848.
Dopo l’interruzione delle fonti negli anni seguiti ai drammatici eventi delle Cinque Giornate di Milano (1849-1855), nel 1856 assistiamo a un cambio non solo nella proprietà ma anche nella rappresentanza sociale: al marchese Carlo Cristoforo succede un esponente dell’emergente nuova borghesia, Pietro Baragiola <1.>, fondatore di una filanda nel 1822, la cui ascesa sociale è confermata dalla Guida di Milano del 1844 dove è citato come «Proprietario dell’I. R. Fabbrica Privilegiata Nazionale di stoffe di seta in Como con deposito a Milano in contrada Filodrammatici 1809». Il “Privilegio” era stato concesso dal governo asburgico qualche anno prima (nel 1842) per avere perfezionato un macchinario per la tessitura della seta.
Nel 1865 il palco passa al figlio Giovanni Baragiola (1832-1884) coniugato con Emma Ronzini, appartenente anch’essa a una famiglia di industriali serici del comasco e quindi ai nipoti, figli del fratello Antonio, Pietro <2.> (1854-1914) e Luigi (1857-1921). Luigi, per alcuni anni rappresentante della ditta di famiglia a Vienna, morì giovane in seguito a un’improvvisa malattia. Pietro, laureato in Scienze agrarie, deputato del Regno eletto nel collego di Erba, diversificò le sue attività economiche: oltre ad amministrare l’azienda di famiglia, investì nella navigazione sul lago di Como, nella modernizzazione dei macchinari industriali ed agricoli, nell’introduzione dell’energia elettrica e negli stabilimenti termali a Montecatini. Mecenate, fu un appassionato sostenitore e collezionista delle opere del pittore milanese Filippo Carcano, allievo di Francesco Hayez all’Accademia di Brera, docente presso la stessa Accademia e considerato il caposcuola del Naturalismo Lombardo.
È l´ultimo proprietario perché nel 1920 si costituisce l´Ente Autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano acquisisce i palchi privati.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, I ordine, settore destro

Il palco della banca
Primo proprietario dei palchi è il marchese Giuseppe Viani (1733-1783), sposato nel 1761 con Margherita, figlia del conte Lorenzo dei Salazar di Romanengo. Il marchese Viani appartiene al primo gruppo di Palchettisti della Scala: i documenti ufficiali riportano le sue lamentele già per la distribuzione dei palchi del Teatro Interino, che sostituisce il Ducale dopo l´incendio, durante la costruzione del nuovo Teatro alla Scala. Per acquisire maggior prestigio sociale, nel 1758 Giuseppe rileverà uno dei più importanti palazzi storici seicenteschi della città, nell’odierna via Cino del Duca 8, oggi noto ai milanesi come abitazione di Luchino Visconti.
Alla morte di Giuseppe, il palco passa all’unica figlia, Teresa Dugnani Viani (1765-1845), anche se la madre Margherita Salazar a lungo ne amministrerà il patrimonio. Teresa, dama di Corte e della Croce Stellata, sposa nel 1785 Giulio Dugnani, gentiluomo di camera, lasciando il palazzo di famiglia per trasferirsi nella residenza del marito, in via Manin 2, altra abitazione storica milanese, nota per i dipinti del Tiepolo. Teresa fu grande benefattrice delle opere assistenziali milanesi: era una delle visitatrici dell’ospedale, dette ‘dame del biscottino’ perché portavano agli ammalati, seguendo i precetti della carità cristiana, biscotti e cibo. Devota, ospitò nella sua villa a Bee nel Verbano il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini, confidente e amico.
Nel corso del 1809 e del 1810 - anni del dominio napoleonico - utenti del palco sono Cristoforo Busti (1768-1843) e i suoi fratelli. Busti è Cavaliere dell’Ordine della Corona di ferro, membro del governo camerale e della Legion d’onore, giudice della Corte dei conti, nominato barone da Napoleone proprio nell’anno in cui gli viene assegnato il palco.
Dopo la morte della marchesa Dugnani e la giacenza in eredità, il palco è intestato nel 1847 a Guglielmo Lòchis De Castello Sannazaro (1821-1859), fondatore della commenda di Malta e inscritto nell’elenco dei nobili lombardi dal 1815: dal 1840 assume il titolo di conte. Podestà di Bergamo dal 1842 al 1848, fu presidente dell’ateneo bergamasco e dell’accademia Giacomo Carrara alla quale donò le sue collezioni d´arte.
Il periodo di silenzio delle fonti, una sorta di rappresaglia degli Austriaci verso i nobili patrioti, non permette di leggere i nomi dei palchettisti che ritornano elencati nel 1856. In quell´anno e nel successivo 1857 troviamo il conte Giovanni Salazar, dal 1858 quello della famiglia Pisa, originaria della comunità ebraica ferrarese.
Il banchiere privato Luigi Israele Pisa nel 1852 trasferisce a Milano l’attività creditizia che porta il nome del padre e fondatore Zaccaria Pisa (1788-1833). Quest’ultimo, coi fratelli Beniamino e Moisè Aron, è commerciante, banchiere e possidente in provincia di Rovigo; Luigi Israele, figlio suo e di Venturina Finzi, simpatizza per gli ambienti risorgimentali, è intimo amico di Edoardo Sonzogno, proprietario delle omonime edizioni musicali, si integra immediatamente nella vita economica milanese.
L’acquisizione del palco scaligero da parte della Pisa Zaccaria, ovvero da parte dell´omonima banca, non è solo espressione dei mutati tempi e dell’emergere di un forte ceto medio ma anche un caso singolare, perché la proprietà del palco non è individuale e non fa riferimento a un ente benefico.
Nel 1875 il palco passa a Giuseppe Pisa (1827-1904) che dal 1902 lo condivide con il nipote, commendatore Ugo Pisa (1845-1910), figlio di Luigi Israele e Vittoria Vitali, che si laurea in giurisprudenza a Pavia, entrando nella società di famiglia dopo una breve carriera diplomatica. Ugo nel 1866 è volontario nella III Guerra d’Indipendenza, poi fonda e presiede il Patronato di assicurazione e soccorso per gli infortuni del lavoro di Milano, è membro del Consiglio d’amministrazione della Banca popolare di Milano, consigliere e presidente della Camera di commercio di Milano, fondatore della Cassa di maternità di Milano, membro della Commissione centrale di beneficenza della Cassa di risparmio delle province lombarde e della Società geografica italiana, nonché Presidente del Consiglio superiore del lavoro. Nel 1899 è eletto Senatore del Regno. Ugo con la moglie Clelia Bondi genera tre figli: Luigi Giuseppe, Giulia e Vittoria che diverrà presidente dell´Associazione Donne Ebree d’Italia e si unirà all’architetto Arrigo Cantoni.
Luigi Giuseppe (1890-1930) verrà nominato erede universale dallo zio Giuseppe Pisa, privo di discendenza diretta, ma l’amministrazione del patrimonio, fino alla sua maggiore età, è affidata ad un altro suo nipote: Giuseppe Sullam, figlio della sorella Costanza e di Costante Sullam. Per questo nel 1917 nella proprietà del palco compare il nome di Giuseppe Sullam accanto a quello di Luigi Giuseppe Pisa, che la conserverà fino al 1920 quando il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, I ordine, settore destro

Dagli aristocratici ai borghesi
Dal 1778 al 1820 il palco appartiene alla famiglia Rezzonico Della Torre, antica casata della nobiltà comasca; solo nel periodo napoleonico, nel 1809 e nel 1810, si interrompe la continuità perché il palco vede utenti le Oppizzoni e Rasini Madame, ovvero Maddalena e Maria Annoni.
Il primo proprietario è dunque Alessandro Rezzonico Della Torre <1.> (?-1786), di Flaminio e Costanza Odescalchi, che sposa Giovanna Fossani, figlia di quel Giuseppe noto per aver lasciato erede universale dei suoi beni la Veneranda Fabbrica del Duomo e perché per la statua della ‘Madonnina’ della cattedrale milanese «largì il Duomo del restauro … per cui vi fu apposta la seguente iscrizione: AUREO VELAMINE RESTITUTO JULIO MDCCCXXX».
Da Alessandro nasceranno Abbondio (1754-1807) che eredita il titolo di conte e Aurelio (1754-1818), cavaliere. I fratelli condividono il palco dal 1790. Dopo Abbondio, rimane Aurelio che muore senza lasciare testamento; la moglie, Clara Vitali, tutrice del figlio minore conte Alessandro <2.>, riceve un’eredità oberata da debiti e ipoteche e lascia il palco: infatti nel 1821 troviamo il marchese Antonio Maria Pallavicino (1753-1820) - talvolta scritto Parravicini - originario di Cremona come la moglie, Luigia Ala Ponzone (1772-1846) che eredita il palco dal marito e ne figura proprietaria sino al 1847.
Nel 1848 la proprietà è del nobile Alessandro Salazar (1803-1874) conte di Romanengo, figlio di Giovanni Salazar e Barbara Vaini di Cremona, coniugato con Paola Crivelli già titolare dell´attiguo palco n° 12; e come nel palco n° 12 troviamo nel 1856-57 il conte Giovanni Salazar.
Dal 1858 il possessore non è un individuo o un istituto benefico ma un´azienda, la Ballabio & Comp. che coltiva due attività molto redditizie all’epoca: quella della seta e quella bancaria. Fondata all’inizio dell’Ottocento dai fratelli Pietro e Camillo Ballabio, nel 1847 accolse come nuovi soci i fratelli Carlo e Antonio Besana.
Nel 1863 le fonti indicano due possessori, Eugenia Cagnolati Ferrini (1807-1864) e Carlo Bosisio (1806-1886?), che lo terranno fino al 1865. Sono due personaggi interessanti: Eugenia, figlia del caffettiere Domenico Cagnolati, viene dal Caffé del Teatro, soprannominato dal nome della madre, Francesca Sassi, il Caffé della Cecchina; Carlo Bosisio è l´assistente del custode del Teatro, abita nel teatro, sposa la ballerina Adelaide Superti e il suo nome compare come titolare in ben nove palchi scaligeri. Eugenia sposa nel 1824 il farmacista di Locarno Gaspare Antonio Ferrini: sono i genitori - presumiamo orgogliosi - del prossimo possessore.
Dal 1866 al 1907 il palco infatti è intestato al professor Rinaldo Ferrini (1831-1908). Egli aveva studiato all’università di Pavia dove nel 1853 consegue il titolo di ingegnere civile e architetto. Dal 1860 al 1868 è titolare della cattedra di fisica e meccanica dell’Istituto Tecnico Superiore (il futuro Politecnico) di Milano. La pubblicazione del volume Tecnologia del calore, apparso nel 1876, gli assicura un posto tra i più noti fisici del tempo. Inoltre progetta i primi sistemi di riscaldamento “globale” per la capitale lombarda. Con Luigia Buccellati il professore ha due figli, Eugenia e Contardo, quest’ultimo sulla via della beatificazione, riconosciuto infatti “Venerabile”. Una lapide lo ricorda nella chiesa di fronte al Teatro Dal Verme.
Dal 1908 al 1920 il palco entra in possesso della famiglia Schiepati con Gerolamo Schiepati (o Schieppati) che lo terrà fino al 1911, con gli eredi e, dal 1914, con Virginia Schiepati, vedova Guazzoni, ultima proprietaria: nel 1920 il Comune di Milano espropria i palchi privati e nasce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, I ordine, settore destro

Il palco delle “Stelline”
Per molti anni, dal 1881 sino al 1920, il palco appartenne all’Orfanotrofio femminile, unico tra tutti i palchi scaligeri a essere destinato alla pia istituzione milanese: non esiste per esempio un palco assegnato ai Martinitt, ovvero ai maschi orfani. Perché? Il motivo risiede nella storia di una donna benefattrice, che compare sulla scena alla metà del secolo… ma procediamo con ordine.
Dalla fondazione del Teatro al 1796 il palco appartenne alla nobile famiglia dei Cusani Visconti, marchesi di Chignolo, oggi Chignolo Po, in provincia di Pavia, dominata dal maestoso castello Cusani Visconti, “la Versailles di Lombardia”. Non è un caso che i Cusani vollero personalizzare con raffinate scelte di materiali l’arredo del loro palco, come ci spiega Giuseppe Morazzoni nel suo testo dedicato ai palchi del teatro alla Scala, preziosa testimonianza degli anni Trenta, scritta prima che le bombe del 1943 danneggiassero profondamente il teatro: era rivestito di seta celeste, sotto la quale, per fodera alla parete era stata incollata non volgarissima carta da imballaggio, ma fine carta stampata a colori e vaghi disegni floreali, assai probabilmente preparata dal Remondini di Bassano. Dal fondo bianco si staccano vivaci, freschi e semplici fiori di campo, rosa gialli, celesti di una policromia così bene intonata da far invidia ad un broccato di Venezia.
Tre i proprietari che condivisero questo palco: Carlo Cusani Visconti (1705-1784) consignore di Chignolo, coniugato con Barbara Maschera; Francesco (1729-1815), confermato Marchese e Magnate d’Ungheria, coniugato a Parigi nel 1766 con Domenica Rosa Hosler (o Hessler) e, rimasto vedovo nel 1794, con Giovanna Lampugnani “donna di bassa condizione”; Ferdinando (1737-1816), che aveva impalmato la nobilissima Claudia Litta Visconti Arese, appartenente al Gotha della nobiltà lombarda, figlia di Pompeo Giulio Litta e Maria Elisabetta Visconti Borromeo. Carlo era figlio del marchese Luigi Cusani e di Isabella Besozzi, Francesco era figlio di Giacomo e Juliane Josefa von Nesselrode, Ferdinando era invece figlio di Don Gerolamo e di donna Josepha de Silva y Aragon, che, nata nel 1706, morì di parto trentunenne dandolo alla luce.
Alla morte di Carlo, nel 1784, la sua parte di palco, un terzo, venne ereditata dall’ultimo dei suoi tre figli, l’unico rimasto vivo, Cesare Cusani (1748-1818) che, sposando in prime nozze Maria Teresa figlia del marchese Don Pietro Brivio e di Marianna Confalonieri assumerà, secondo il desiderio del padre, il cognome Cusani Confalonieri. Coniugato in seconde nozze con CarlottaCarlotta Terzaghi dei conti Merlini, Cesare ricoprì diversi incarichi pubblici durante la Repubblica Cisalpina.
Un atto del notaio Giorgio Sacchi, datato 22 dicembre 1807 e conservato all´Archivio di stato di Milano, attesta la vendita del palco scaligero al “borghese” Pietro Castelli, iscritto all’ordine degli ingegneri civili di Milano. Nello stesso atto i marchesi Cusani vendono un altro palco, anch’esso nel primo ordine ma nel Teatro della Canobbiana: l’acquirente è il “regio architetto” Luigi Canonica, succeduto in questa carica a Giuseppe Piermarini. La considerevole differenza di prezzo tra i due palchi - 24.000 lire per il primo, 6.000 per il secondo - da sola indica il differente prestigio dei due teatri.
Dall’ottobre 1822 e sempre con rogito del notaio Sacchi, il proprietario tornò ad essere un rappresentante della nobiltà lombarda: Alessandro Terzaghi, marchese di Gorla Maggiore (1777-1850). Alla sua morte destinò oblazioni cospicue a diverse istituzioni milanesi, fra cui l’Istituto dei Ciechi e il nuovo Ospedale Fatebenefratelli. Intestatario del palco dopo il 1850 risulta il nipote Luigi (1816-1871) insieme a Carlotta Terzaghi ultima discendente della nobile famiglia. La Terzaghi (1813-1881) figura come tra le più note e generose benefattrici del suo tempo, soprattutto nei confronti dell’infanzia; molte scuole materne portano ancora il suo nome. Quando morì, nubile, lasciò i suoi beni a "orfane appartenenti a famiglie povere milanesi, avendo così stabile decennale domicilio...".
Il palco viene lasciato in beneficenza prima al Consiglio degli Istituti Ospitalieri, l’organo amministrativo di tutte le realtà solidali nel contesto cittadino, poi all’Orfanotrofio femminile. Ospitato nel palazzo di Corso Magenta che prende il nome dall’antico monastero delle suore Benedettine di Santa Maria della Stella, soppresso e ufficialmente dedicato alle orfane da Maria Teresa d’Austria, l’orfanotrofio ospitò quelle che ancor oggi sono note come “le Stelline, in contrapposizione con gli orfani maschi, i leggendari Martinitt. Le bambine, orfane almeno di padre e di famiglie nullatenenti, venivano educate, indirizzate a una professione, munite di una dote per eventuale matrimonio: i soldi per il loro mantenimento che durava all’incirca dieci anni provenivano dalla beneficenza. Non dobbiamo pensare però che fossero le orfanelle, nella loro divisa di festa, a recarsi a veder balli e opere in Scala. Possedere un palco significava avere la possibilità di affittarlo o di averee un rientro di immagine nel caso si offrisse a eminenti personalità. Una rendita attiva che contribuiva non poco al mantenimento delle fanciulle.
L’orfanotrofio femminile risulta intestatario sino al 1920, anno in cui il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Giulia Ferraro)
 
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Palco n° 15, I ordine, settore destro

Il palco dei diplomatici della famiglia Crivelli
I Crivelli furono una delle più antiche e potenti famiglie milanesi, annoverando in ogni epoca esponenti di spicco nelle gerarchie al potere, diplomatici di ogni tipo e persino un papa, Urbano III. Imparentata con casati di pari dignità nobiliare, dai Borromeo ai Serbelloni, la sua discendenza nel tempo si è articolata in diversi rami, ed è ad uno di questi – i cosiddetti Crivelli di Cremona - che è legata la storia del palco. Già nel 1778, Antonio Crivelli (?-1782circa) era intestatario del palco insieme al fratello Giuseppe. Il conte Antonio, che rivestiva la carica di Consigliere Intimo di Stato, nel 1766 aveva sposato Franziska Marie Karoline Pückler von Groditz e nel 1775 aveva ottenuto da Maria Teresa il titolo sui feudi di Luino e Quattro Valli.
Alla sua morte ad ereditare tutto ciò e il palco n° 15 fu il figlio Ferdinando Crivelli Pückler (1767-1856), Imperial Regio Ciambellano, Gran-Maestro della Corte dell’Arciduchessa Elisabetta. Sposato nel 1808 a Giulia Serbelloni, dama della Croce Stellata, il conte Ferdinando ottenne di estendere il titolo nobiliare al suo secondogenito, Alberto (1816-1868), che erediterà il palco dal 1856. Da viennese qual era, Alberto rimase legato alla corte imperiale, come ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, collaborando alla stesura del Concordato del 1855; dalla sua unione con Maria Serbelloni Sfondrati nel 1857, il casato Crivelli acquisì non solo il ducato di S. Gabrio ma anche il prestigioso cognome, del tutto estinto negli altri rami per mancanza di discendenza maschile e confluito proprio nei Crivelli Serbelloni.
Ad ereditare i cognomi e il palco fu il figlio Giuseppe Crivelli Serbelloni (1862-1918), nato a Madrid durante una delle missioni diplomatiche del padre, avendo addirittura come madrina di battesimo la Regina Isabella di Spagna. Impegnato nell’amministrazione provinciale di Como, in merito a strade, trasporti e navigazione sul lago, fu sindaco di Taino per molti anni, nominato direttamente dal re Umberto I nel 1889. Qui costruì la scuola elementare su un terreno da lui stesso donato al comune, la chiesa di S. Stefano, la scuola materna. Trascorse la propria vita tra il palazzo di Taino, la villa di Luino e la residenza milanese in via Montenapoleone. La città gli deve l’Acquario di Viale Gadio, l’unico edificio eretto nel parco Sempione in occasione dell’Esposizione internazionale del 1906 a non essere smantellato a conclusione dell’evento, divenendo una stazione permanente di studio di bioidrologia applicata. Uomo di vecchio stampo, rimpiangeva di non aver partecipato direttamente all’epoca mitica del Risorgimento italiano e così scriveva all’amico Giulio Adamoli: «Tu non puoi immaginare l’invidia che destano quei ricordi patriottici in coloro che alla patria non hanno potuto dare più di qualche umile opera di pennaiuolo, di verbaiuolo... Beati voi che avete veduto quei tempi, combattuto quelle battaglie». Il conte Giuseppe non volle mai candidarsi al Parlamento per non sacrificare quella sua «tenace, selvaggia indipendenza d’opinioni [che ne] avrebbe fatto un deputato impossibile». La diffusione delle idee socialiste tra i contadini di Taino costrinsero il conte a lasciare la propria carica con tanta amarezza: “Prima taglieremo le teste ai moroni, poi quelle dei Serbelloni” si diceva. Pur con la fama di donnaiolo indefesso, dal 1885 fu sposato ad Antonietta Trotti Bentivoglio, da cui non ebbe figli. Gran parte dei volumi della sua biblioteca furono donati dalla vedova alla Società Storica Lombarda. Emblematicamente la sua morte nel 1918 segnò l’eclissarsi di un mondo: la conclusione della prima guerra mondiale, l’estinzione della famiglia Crivelli Serbelloni, la fine dell’epoca dei proprietari palchettisti alla Scala. Nel 1920 sono cinque i nomi che compaiono contitolari del fu palco Crivelli: l´avvocato Ferruccio Bolchini, gli ingegneri Carlo Castelli, Carlo Clerici e Renzo Turati e l´architetto Ulderico Tononi; ma in quello stesso anno si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, I ordine, settore destro

Un palco destinato ad un turbinio di proprietari
La storia del palco è piuttosto articolata. Da un primo “strapotere” della famiglia Belgiojoso fino all’anno 1857, si passa ad avere cinque o sei proprietari diversi nell’arco degli ultimi sessant’anni.
Nel 1778 possedette il palco Antonio Barbiano di Belgioso (1693-1779), marito della contessa Barbara d´Adda, consigliere privato di Maria Teresa d’Austria che lo nominò principe del Sacro Romano Impero. Egli condivise la proprietà con i due figli, il principe Alberico <1.> (1725-1813) e Ludovico (1728-1801), militare e diplomatico, che arricchì Milano della splendida Villa che domina via Marina, oggi nota come Villa Reale, dove Napoleone ebbe la sua residenza. Nel 1809 appaiono come utenti Luini e Bellerio Madame; la prima, Carolina Zutti Luini, è la moglie di Giacomo Luini, funzionario della Polizia milanese, mentre la seconda è la nobile milanese Maria Sopransi coniugata con il barone Andrea Bellerio, magistrato del Regno d’Italia e madre dei patrioti Carlo e Giuditta Bellerio Sidoli; rimasta vedova, la Bellerio si risposò nel 1827 a Basilea con Achilles Bischoff. La Luini compare nel palco anche nel 1810.
Nel 1813, quando l´impero napoleonico inizia a vacillare, molti nobili proprietari ritornano ad occupare il proprio palco. Così è per il principe Alberico <1.> che, coniugato con Anna Ricciarda d’Este, ne aveva assunto il cognome: infatti nelle fonti compare come Principe di Belgiojoso d´Este. Militare come il padre e il fratello, colto e amante dell´arte - la sua biblioteca andrà ad arricchire la Trivulziana - visse nel palazzo di Belgiojoso vicino a Pavia, dove morì assistito al capezzale dall´amico Ugo Foscolo. A lui si deve anche il palazzo che domina la piazzetta Belgiojoso, progettato nel 1772 dall´architetto della Scala, Giuseppe Piermarini.
Solo nel 1840 il palco, rimasto per oltre due decenni in eredità giacente per contenziosi familiari, vede titolare Ercole Barbiano di Belgiojoso d´Este (1771-1847), abate e militiare mancato, coniugato con Carolina Pessina, benefattrice e ammiratrice di Ugo Foscolo.
Alla sua morte, il palco passò ai figli Berengario (1810-1867), Pompeo (1800-1875), Ludovico (1814-1880) e, forse, alle figlie Ricciarda (1802-1879) e Lucrezia (1803-1870).
Dal 1858 si apre un nuovo scenario perché ai nobili Belgiojoso subentrano esponenti del ceto medio. Sino al 1879 proprietari sono i “borghesi” Conti, dapprima con Luigi, membro della Cassa di risparmio di Lombardia, poi con il figlio Emilio, componente della Guardia Nazionale.
Dal 1880 al 1893 titolare è il banchiere Francesco Compagnoni, seguito dal 1890 dagli eredi e dal 1894 da Vittorio Finzi, industriale minerario, le cui figlie Ada sposata Guastalla e Ida sposata Levi mantennero il possesso fino al 1919.
Nel 1920 il palco passa all´industriale laniero Pietro Celli ma in quello stesso anno si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune inizia l’esproprio dei palchi privati.
(Creusa Suardi)
 
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Palco n° 17, I ordine, settore destro

Dai Visconti di Saliceto ai Cicogna Mozzoni
Fino al 1795 il palco fu di proprietà della contessa Anna Stampa di Soncino (1743-1820), vedova di Alfonso Visconti di Saliceto, e della figlia Isabella.
Il 1° maggio 1805, in pieno periodo napoleonico, il palco fu acquistato dal conte Francesco Leopoldo Cicogna Mozzoni (1748-1823). La famiglia Cicogna si era unita con quella dei Mozzoni nel 1581 con il matrimonio tra il conte Gianpietro e Angela Mozzoni. Francesco Leopoldo, loro lontano discendente, sposò Teresa Marliani dalla quale ebbe cinque figli; tra questi si ricorda Leopoldina (1786-1874) che sposò il conte Alessandro Annoni (1770-1825), personaggio di spicco dell’élite culturale e aristocratica milanese nonché anch’egli proprietario di un palco scaligero (palco n° 8, I ordine, settore destro).
Dopo Francesco Leopoldo il palco passa al figlio Carlo Francesco (1784-1857), ciambellano di Napoleone, da cui ricevette i titoli di Cavaliere e Barone e ufficiale d’ordinanza del principe Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d’Italia.
Dal 1841 sino al 1870, risulta intestatario il fratello Giovanni Ascanio Cicogna Mozzoni (1790-1875), Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta dal 1839, sepolto nella chiesa di Santa Maria della Passione a Milano, proprio accanto al Conservatorio di musica.
Gli ultimi due proprietari sono il conte (Ascanio) Giuseppe Michele (1840-1906), che mantiene il palco dal 1877 sino al 1915 (periodo di giacenza in eredità compreso) e la nipote Giovanna Leopolda Cicogna Mozzoni (1872-1925) sposata con il marchese Camillo Montecuccoli degli Erri che chiude la lunga lista dei possessori appartenenti al casato.
I discendenti della famiglia Cicogna Mozzoni sono tutt’oggi proprietari della splendida villa di Bisuschio in Valceresio, costruita nel Quattrocento come casino di caccia dei Mozzoni; nel 1530 fu eretta la residenza vera e propria, che in seguito venne circondata da sontuosi giardini all’italiana: i discendenti Cicogna Mozzoni l’hanno conservata sino ad ora nei suoi tratti originali.
I Cicogna Mozzoni sono intestatari del palco sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 18, I ordine, settore destro

Dagli aristocratici Crivelli ai borghesi Tagliabue
La dinastia Crivelli, originaria di Cuggiono, fu una delle più antiche e illustri della Lombardia, annoverando nel corso dei secoli alti dignitari di corte, ambasciatori, cavalieri di Malta e, nel Medioevo, persino un papa, Urbano III (Uberto Crivelli). La discendenza nel corso dei secoli si articolò in diversi rami, ed è ad uno di questi - i Crivelli marchesi di Agliate - che appartiene il palco sin dall’apertura del Teatro nel 1778, nella persona di Tiberio. Figlio di Enea e Teresa Trotti, Tiberio Crivelli (1737-1804), Ciambellano imperiale, Decurione di Milano e assessore del Tribunale Araldico di Milano, sposa la marchesa Fulvia, ultima discendente dei conti Bigli, dalla quale ha otto figli tra i quali Enea (1765-1821), che eredita il titolo di marchese di Agliate e il palco.
Dal matrimonio di Enea con Eleonora Bentivoglio nasce primogenito Vitaliano Crivelli (1806-1873). Contro il volere dei genitori, Vitaliano sposa Marianna Castaldini, orfana di un colonnello morto durante la campagna di Spagna di Napoleone. Il marchese, appassionato cultore d’arte antica, collezionista e mecenate, parte con la giovane moglie alla volta di Roma alla scoperta del mondo classico. Ma nel 1829 ritorna a Milano vedovo, con in braccio la figlia Marianna Teresa di pochi mesi. Nel 1837 si risposa con Lucia Cajmi, di antica famiglia patrizia.
Negli anni che seguono la storia del palco scaligero si intreccia con le vicende del Risorgimento. Vitaliano Crivelli intrattiene un carteggio con Giuseppe Mazzini, ha un assiduo rapporto con Carlo Cattaneo e con gli ospiti del salotto di Clara Maffei. La sera del 12 febbraio 1848, al Teatro alla Scala, nell’atmosfera antiaustriaca che sarebbe culminata nell’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano, il marchese, insieme ad altri patrioti, pilota la claque tra applausi canzonatori e fischi rivolti a Fanny Elssler, famosa ballerina austriaca osannata in tutta Europa, da Londra a Parigi, da San Pietroburgo a Berlino. L’étoile, che quattro anni prima aveva letteralmente soggiogato e sedotto il pubblico milanese, oscurando addirittura il mito di Maria Taglioni, dopo quella infausta serata rompe il contratto con la Scala per tornare precipitosamente a Vienna. Il comportamento provocatorio e sfacciatamente ostile al governo asburgico sarebbe stato una motivazione sufficiente per l’arresto se la notte stessa il Crivelli non fosse fuggito verso il Piemonte. Rientrato a Milano dopo l’Unità d´Italia, è consigliere, quindi assessore al Comune di Milano e si dedica a sistemare, nella sua villa di Trezzo sull’Adda, la raccolta di dipinti di gusto neoclassico che formano la Quadreria Crivelli oggi di proprietà del Comune.
Vitaliano mantiene il palco fino al 1866. A partire dall’anno successivo e sino al 1876 la nobile famiglia è sostituita da Carlo Pigni, industriale e commerciante di filati, con negozio in piazza Filodrammatici 10, esponente di quella borghesia imprenditoriale lombarda che andava sempre più affermandosi e che in numerosi casi acquista palchi scaligeri appartenuti a famiglie nobili. Al medio ceto appartengono anche tutti i proprietari successivi: Carlo Bosisio sposato con Adelaide Superti, ballerina nello stesso teatro dal 1829 al 1843; Telemaco Chiappa, proprietario nel 1881-1882, titolare dal 1867 dell’omonima Sartoria Teatrale in via di Santa Radegonda, definito “simpatica figura di industriale, accorto, intelligente e operosissimo” (Il Teatro Illustrato, 1914). La sua ditta era stata in grado di fornire 690 costumi per una produzione di un Teatro di Modena. Tra le sue molteplici attività, nel 1867 era stato anche impresario e cassiere del Teatro alla Scala.
Infine, dal 1883 al 1920, il palco appartiene alla famiglia Tagliabue, padre e figlio. Il nome di Ermenegildo Tagliabue, commerciante, compare come proprietario anche in altri tre palchi in III e IV ordine acquistati dopo l’Unità d’Italia. Carlo Tagliabue, chincagliere, subentra al padre nel 1907.
La vicenda di questo palco è emblematica della mutata funzione della proprietà di un palco. Per molti borghesi emergenti e benestanti il palco è innanzi tutto un investimento immobiliare, che garantisce una rendita cospicua e sicura mediante l’affitto per l’intera stagione, oppure viene messo in vendita se si vuole recuperare il capitale. La prassi dell’affitto di un palco nella seconda metà dell’Ottocento diventa così frequente e generalizzata che l’Associazione dei palchettisti predispone un modulo standard, in modo che le condizioni d’affitto siano omogenee e si eviti un eccesso di speculazione. Anzi, molto spesso, la Associazione dei palchettisti prende in affitto in prima persona i palchi disponibili e provvede a sua volta a subaffittarli o a darli in gestione all’impresario per la vendita serale o per un abbonamento.
Carlo Tagliabue mantiene la proprietà del palco sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e inizia l´esproprio dei palchi privati da parte del Comune di Milano.
(Giulia Ferraro)
 
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Palco di proscenio, II ordine, settore destro

Il palco dei Recalcati e dei Borromeo Arese
Nel palco di proscenio del II ordine destro si sono avvicendati i personaggi di due tra le famiglie della nobiltà milanese: i Recalcati, ben presto estinti dopo pochi anni di storia scaligera, e i Borromeo Arese, di imperitura dinastia.
Primo proprietario fu il marchese Antonio Luigi Recalcati (1731-1787). Il suo casato estendeva i propri possedimenti tra Milano, la Brianza e il Varesotto; proprio qui, Gabrio Recalcati aveva dato avvio alla costruzione della famosa villa, che nel tempo poté vantare come ospiti personaggi del calibro di Parini o Verdi, fino a diventare poi l’attuale sede della Provincia e della Prefettura di Varese. Dall’unione con Giustina Lambertenghi, Antonio Luigi ebbe solo un figlio, Carlo, morto ventenne nel 1797. Fu così che Giustina Recalcati Lambertenghi (1743-1825), rimasta vedova e senza eredi, fu costretta a disperdere il patrimonio di famiglia, vendendo beni e possedimenti ai Melzi di Cusano e agli Scotti di Vigoleno.
Il palco, invece, divenne e rimase continuativamente proprietà dei Borromeo Arese - già erano stati utenti nel 1809 e 1810 - dal 1827, a partire dal conte Giberto Borromeo Arese <1.> (1751-1837), detto anche il “Gibertone” per gli innumerevoli incarichi di rappresentanza di cui era stato investito dagli austriaci, dopo essere stato incarcerato durante il periodo napoleonico.
Conservatore perpetuo della Biblioteca Ambrosiana, grande e munifico mecenate oltre che uomo pubblico, alla sua morte il palco passò in eredità al figlio Vitaliano (1791-1874) il quale, insieme ai nove figli, guiderà il casato dei Borromeo Arese all’indomani dell’Unificazione. Legato alla corona asburgica, come il padre, da importanti cariche (Ciambellano, Gran Siniscalco, Gran Coppiere, Consigliere intimo, Cavaliere del Toson d’Oro d’Austria…), Vitaliano non si rese mai servile ma piuttosto assunse una coraggiosa posizione patriottica durante le insurrezioni: nel 1848 barricò il proprio palazzo e lo trasformò in una riserva di munizioni e in prigione dove, tra gli altri, venne condotta l’amante del generale Radeszky. Con la soppressione dei moti rivoluzionari, il palazzo venne occupato dagli austriaci e i beni sequestrati. Con i figli già militanti per l’esercito sabaudo, Vitaliano ottenne la cittadinanza sarda e divenne amico di Cavour. Il conte fu un uomo colto, oltre che patriota: appassionato di scienze e botanica, acquistò per sé un intero museo di mineralogia; fu amico di Alessandro Manzoni, che ne immortalò, ne I Promessi Sposi, uno dei più insigni antenati, il cardinale Federico Borromeo. Vitaliano fu anche presidente e membro di diversi consigli: l’Istituto lombardo di scienze e lettere, la Società di Navigazione a vapore del Lago Maggiore, la Società per la ferrovia da Milano a Venezia.
Alla sua morte il palco fu ereditato da uno dei figli, Giberto <2.> (1815-1885), ricordato come l’artista della famiglia. Pittore paesaggista, più che dilettante, aveva studiato con Ashton e Fontanesi e partecipato a diverse esposizioni. Fu consigliere dell’Accademia di Brera e membro del consiglio di amministrazione della Fabbrica del Duomo, oltre ad essere uno dei fondatori della Società storica lombarda.
Il palco passò poi in eredità ad un altro ramo della famiglia, ovvero al fratello Emilio (1829-1909), sposato ad Elisabetta Borromeo Arese, nata Litta Visconti Arese (1839-1928) da cui ebbe un unico figlio, Giberto <3.>. Questi, come i predecessori, fu un tipico esponente della nobiltà milanese dei tempi, dedicandosi all’amministrazione delle proprietà di famiglia, all’impegno pubblico come consigliere comunale e, Senatore dal 1924, alla gestione di imprese e società, soprattutto nel campo delle infrastrutture (Strade Ferrate del Mediterraneo, Ferrovie elettriche Stresa-Mottarone, valico ferroviario del Sempione, linea Domodossola-Locarno). Fu nominato, tra gli altri, Cavaliere dell’ordine di Malta e della Corona d’Italia e venne investito da Vittorio Emanuele III del titolo di 1° principe di Angera.
Giberto <3.> è l´ultimo titolare: nel 1920 il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, II ordine, settore destro

Il palco delle doppie coppie
Doppi matrimoni e intrecci patrimoniali per i primi proprietari caratterizzano la storia del palco. Il conte Francesco D’Adda (1726-1779), personaggio di rilievo nella Milano asburgica, vicario di Provvisione e I.R. Ciambellano, aveva sposato nel 1754 Barbara Maria Corbella, figlia e unica erede del marchese Carlo, morta a 22 anni nel 1759 dando alla luce la figlia Maria e decretando così la fine del suo casato. Francesco D’Adda nel 1768 annette alle sue già vaste proprietà il feudo di Affori, che sin dal Seicento apparteneva alla famiglia Corbella, dando nuovo slancio all’economia agricola locale, abbellendo la grande villa e sistemando il già splendido parco con giardini all’italiana e all’inglese. La villa di Affori, ancor oggi esistente, diventa la “villa di delizia” della seconda moglie, Teresa Litta Visconti Arese (1753-1815) impalmata nel 1770, lei appena diciassettenne, lui di 27 anni più vecchio. Nove gli anni di matrimonio. Alla morte di Francesco D’Adda, Teresa si risposa nel 1782 con il marchese Maurizio Gherardini, altro esponente di spicco del governo austriaco, Gran Ciambellano dell’Imperatore e Ministro Plenipotenziario d’Austria presso il Regno Sabaudo.
Teresa eredita il palco nel 1783, già Marchesa Gherardini, quale “Madre e tutrice” della figlia del primo marito, Maria; nel 1787 il palco passa infatti a Maria d’Adda (1759-1788), che sposa il conte palatino Guido Orsini Roma. La povera “principessa Orsina” o “Romina” (così era chiamata) non si godrà a lungo né la dimora del coniuge in via Borgonuovo né gli spettacoli alla Scala perché morirà un anno dopo e questo porterà all’estinzione della famiglia D’Adda del ramo dei marchesi di Sale. Teresa Gherardini, nel 1789, ritorna come intestataria del palco che terrà sino alla morte; lo eredita nel 1815 la figlia Vittoria.
Vittoria Gherardini (1790-1836) si sposa due volte, nel 1806 con Girolamo Trivulzio, marchese di nascita e creato conte da Napoleone, e nel 1816 con Alessandro Visconti d’Aragona, marchese di Invorio. Vittoria ha dal Trivulzio una sola figlia, battezzata con ben dodici nomi: Maria, Cristina, Beatrice, Teresa, Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita, Laura, che passerà alla storia come Cristina TrivulzioCristina Trivulzio di Belgiojoso; con il marchese Alessandro genera altri quattro figli, Alberto, Virginia, Teresa e Giulia.
Vittoria marchesa Trivulzio e poi contessa Visconti d’Aragona è una donna non bella ma di temperamento forte e passionale, educa i figli all’amore di patria, lei stessa come la figlia Cristina aderisce al ramo femminile della Carboneria, le “Giardiniere”; morirà a Parigi, esule, nel 1836. La figlia Cristina si sposa col principe Emilio di Belgiojoso acquisendo quel titolo di Principessa di Belgiojoso che, nonostante la separazione dal marito, le rimarrà per tutta la vita.
Alla morte di Vittoria Trivulzio Visconti d’Aragona e dopo due anni di eredità giacente, nel 1840 il palco passa al marchese Antonio Visconti Aymo (1798-1865), esponente del direttivo dei Regi Teatri e consigliere intimo di Francesco Giuseppe. Antonio sposa una famosa cantante, Stefania Favelli, nata a Parigi e formatasi alla scuola di Manuel Garcia padre; soprano drammatico, la Favelli, già in carriera, approda alla Scala come Semiramide, subito osannata dal pubblico. Condivide i suoi successi con la “diva” Giuditta Pasta tanto che entrambe hanno l’onore di esser ritratte da Giuseppe Molteni. La Favelli lascia il palcoscenico dopo il matrimonio per ritirarsi a vita privata nel palazzo Aymo, in via Filodrammatici 10. Vedova, chiude la serie delle doppie coppie del palco.
Dopo sei anni di eredità giacente, nel 1872 si apre un’altra storia con i nuovi titolari, Giuseppe Laboranti e Francesco Dal Verme.
Giuseppe Laboranti è un avvocato, per qualche anno procuratore dei Visconti Arese, impegnato politicamente, cavaliere, consigliere della provincia di Milano, sindaco di Orio Litta dove è ancora ricordato per aver sistemato la torre campanaria della chiesa parrocchiale, già ricca di un organo Serassi. Francesco Dal Verme (1823-1899) è un conte di antica stirpe, ricco proprietario di terreni e case: il palazzo Dal Verme, di origine medievale, era in Contrada S. Giovanni sul Muro 2427, odierna via Puccini 3. Proprio in quell’area sorgeva nel 1864 una costruzione in legno e in ferro, il circo equestre del famoso cavallerizzo milanese Gaetano Ciniselli, poi “Politeama Ciniselli”; la presenza dei cavalli e l’andirivieni di un pubblico popolare rendeva insicura la zona, sicché il Dal Verme - rispondendo alle richieste dei suoi numerosi benestanti e benpensanti affittuari - compra il terreno per erigervi un “dignitoso” teatro, la cui realizzazione viene affidata all’architetto Giuseppe Pestagalli. Nasce così il Teatro Dal Verme, ampio teatro all’italiana - conteneva oltre 3.000 persone - concepito per una versatile programmazione che prevedeva sia le opere liriche (il Dal Verme si inaugurò il 14 settembre 1872 con Gli Ugonotti di Meyerbeer) sia i testi in prosa e, dopo il 1900, anche le operette. Al Teatro Dal Verme debuttano Giacomo Puccini con Le Villi (1884) e Ruggero Leoncavallo con Pagliacci (1892). Il teatro, dopo il drammatico bombardamento del 1943, risorge nel dopoguerra come cine-teatro, riconvertito oggi in teatro e auditorium.
Morto il conte Dal Verme nel 1898, subentra per successione la vedova, Giovanna Gargantini, Jeannette all’anagrafe (1837-1932), parigina, figlia di Antonio e Luigia Carozzi, esuli per motivi politici; tornata a Milano nel 1860, ricca ma non nobile (il padre era avvocato), sposa nel 1863 il conte Dal Verme coronando quella immagine sociale perseguita tenacemente dalla classe borghese: anche la sorella Giulia farà un ottimo matrimonio sposando il marchese Luigi Archinto. Jeannette Gargantini, persi i figli per malattia, cura gli affari del marito e durante la vedovanza si dedica a opere di carità: compare tra i benefattori dell’Ospedale maggiore e un suo ritratto campeggia nella quadreria. Appassionata d’arte come il marito, donerà suoi quadri all’Ambrosiana; il suo nome figura nel 1911 tra i sottoscrittori per l’acquisto della Collezione di strumenti Sambon, nucleo originario del Museo teatrale alla Scala. La contessa Dal Verme terrà il palco sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Pinuccia Carrer)
 
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Palco n° 2, II ordine, settore destro

Il palco dei Trotti Bentivoglio
Il palco appartiene a un’unica famiglia, i Trotti Bentivoglio a partire dal marchese Lodovico Trotti Bentivoglio <1.>, già proprietario di un analogo palco al Teatro Ducale, incendiatosi nel 1776: cosicché – si sottolinea in Famiglie notabili milanesi - « osserviamo un fatto, se non unico in Milano, pure abbastanza curioso, di una famiglia che di generazione in generazione assiste fino ad oggi, dopo un secolo e mezzo, agli spettacoli del primo teatro della città, assisa in posto tale che se l’arcavolo comparisse per un supposto in quello nell’anno che corre, potrebbe al primo colpo d’occhio discernere i suoi pronipoti».
Lodovico Trotti Bentivoglio (1729-1808) è figlio di Lorenzo Galeazzo e di Paola, figlia di Giacomo Simonetta e di Francesca di Belgiojoso, sepolta in San Fedele. Si sposa due volte, ma è con la prima moglie Costanza Castelbarco Visconti che genera l’intera propria prole: tre figlie, Paola, Carolina e Teresa, e un unico figlio maschio, primogenito, Lorenzo Galeazzo Trotti Bentivoglio (1759-1840), che dal 1815 eredita il palco. Teresa si distingue come insigne studiosa ma anche come fervente cristiana e munifica nelle opere pie. Quando suo marito, il marchese Carlo Arconati, è condotto a Nizza dagli occupanti francesi nel 1796, ella lo segue. Talmente intensa è la sua opera caritatevole da meritare un’ammirata biografia scritta dal barnabita Carlo Giuseppe Mantegazza.
Lorenzo Galeazzo è un viaggiatore più per curiosità che per formazione: scrive un dettagliato reportage dei suoi viaggi in Spagna, Portogallo, Parigi, Vienna nella capitale austriaca sposa la contessa Antonietta Schaffgotsch che gli diede 11 figli. Tra di essi meritano un’attenzione particolare: Costanza, che nel 1818 sposa il marchese Giuseppe Arconati, e che, nel 1821, quando il marito sarà implicato nelle congiure politiche, fuggirà con lui all’estero rimanendovi fino al 1859; Lodovico, che prima prestò servizio presso l’esercito imperiale austriaco in un reggimento di ulani, ma che successivamente, partecipò ai moti del 1848 divenendo fervido sostenitore di re Carlo Alberto. Lodovico nel 1838 sposò una delle figlie dell’autore dei Promessi Sposi, Sofia Manzoni; il primogenito marchese Antonio Trotti Bentivoglio (1798-1879) che subentra al padre nella proprietà del palco nel 1841.
Il marchese Antonio è Consigliere comunale negli anni 1846-1848; patriota sin dai moti del 1821, imprigionato durante le Cinque giornate è, come molti altri e come la sorella Costanza, esule. Nel 1826 sposa Giacomina del conte Enrico Faà di Bruno, alessandrino. Da questa unione nasceranno 8 figli.
Il primogenito Ludovico <2.> (1829-1914) eredita il palco nel 1883; come il nonno Lorenzo Galeazzo e i suoi parenti si distingue per la passione patriottica (diciannovenne, era in prima fila nei moti milanesi del ’48), la vita avventurosa (viaggiò in Africa con Emilio Dandolo), l’impegno politico (nel 1891 è nominato senatore). Egli si sposa due volte, con Elisa Lucini Passalacqua e, nel 1860, con Maria Barbiano di Belgiojoso d’Este (1838-1913), dama d’onore di Margherita di Savoia, figlia della mitica principessa Cristina di Belgiojoso. Maria Trotti terrà la proprietà scaligera dal 1906 fino alla morte.
Il palco giace in eredità Trotti Bentivoglio Belgiojoso sino al 1920, quando si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l’esproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, II ordine, settore destro

Il palco “infecondo”
Quella del palco n° 3 del II ordine “alla destra entrando” è la storia di proprietari che videro esaurita nel corso di un secolo la loro linea di discendenza, per mancanza di eredi.
La storia ha inizio con la famiglia Dati della Somaglia. L’accostamento dei cognomi avvenne nel 1628, allorché il conte Antonio, discendente di Bassano Cavazzi della Somaglia, morto senza figli, nominò erede il pronipote Paolo Dati, lasciandogli - non senza polemiche parentali dei Cavazzi - i possedimenti terrieri nel lodigiano, il patrimonio e la grande villa di Orio Litta: un unico vincolo, ovvero assumere oltre al proprio il cognome Della Somaglia, onde passarlo ai discendenti. Paolo Dati prese così un nome e un titolo non propri e divenne, quasi Giano bifronte, il conte Antonio Dati della Somaglia. Dal suo primogenito di secondo letto, Antonio Giovanni Battista e da Antonia Barbiano di Belgiojoso, nacque il barone e conte Antonio Dati della Somaglia (1748-1816), primo proprietario del palco; sposato con Anna Agostini, non ebbe figli e fino al 1824 il palco rimase giacente in eredità, anche se di certo non rimase vuoto; sicuramente lo frequentavano la vedova – che morì ottantaduenne nel 1842 - e la sorella Camilla, unica parente per linea diretta, morta nel 1824. Legato ai Dati della Somaglia da vincoli parentali per parte di madre fu Pietro Verri (1728-1792), primo figlio di Gabriele e Barbara Dati della Somaglia, figlia di Paolo, e cugino di Antonio e Camilla oltre che pronipote di Antonio Giovanni Battista: scrisse Verri che dopo l’apertura del Teatro alla Scala era solito recarsi nel palco tutte le sere. Verri aveva anche affittato con la marchesa Beccaria il n° 16, I ordine destro, dei Belgiojoso.
Nel 1825 il palco venne acquistato dal nobile Siro De Pietri (1792-1878), che nel 1821 aveva già ereditato dal padre Carlo il n° 15 dello stesso ordine. Don Siro sposò Antonia Perego di Cremnago, figlia di Luigi e sorella di Gaetano, a loro volta proprietari del n° 12, III ordine destro. De Pietri mantenne il palco n° 3 fino al 1839 mentre aveva ceduto quattro anni prima il n° 15. Anche Siro e Antonia non lasciarono eredi.
Dal 1840 al 1859 il palco fu dunque appannaggio di Beatrice Orsini (1784-1861), figlia del marchese Egidio Gregorio Orsini, di Roma, proprietario dal 1778 al 1818 del palco n° 6 del I ordine sinistro. La principessa Beatrice, coniugata nel 1803 con Antonio Valcárcel y Pascual del Pobil, conte di Lumiares, principe Pio di Savoia, rimasta vedova nel 1824 e senza figli, lasciò il proprio patrimonio, ma non il palco, in eredità al figlio della cognata, Juan Jacobo Falcó y Valcárcel.
Dal 1860 fino al 1872 furono i coniugi Ludovico Barbiano di Belgiojoso (1814-1880) e Amalia Rigamonti (1832-1880) a condividere il palco. La nobile e potente famiglia vede nel nonno di Ludovico, Alberico, uno dei primi titolari dei palchi della Scala già alla sua apertura nel 1778. Il padre di Ludovico, Ercole, ereditò negli ultimi anni della sua vita (dal 1840 al 1847) proprio quel palco nel quale l´affittuario Pietro Verri si dilettava nell’ascolto della musica con l’amica marchesa Beccaria. Con una così lunga florida discendenza di palchettisti, il destino non poté privare i due coniugi, Ludovico e Amalia, di “almeno” un erede e li volle genitori nel 1872 di Beatrice, che sarebbe rimasta presto unica proprietaria del palco, in seguito alla morte, a pochi mesi di distanza, dei genitori. La giovane convolò a nozze nel gennaio 1902 con Emanuele Greppi, conte di Bussero e Corneliano, senatore del Regno, uno fra gli esponenti più rappresentativi del liberalismo moderato. Amante degli studi storici, in particolare del Settecento lombardo, fu curatore del Carteggio di Pietro e Alessandro Verri partendo proprio da alcune lettere contenute nell’archivio della sua famiglia.
Neppure Emanuele Greppi e Beatrice Barbiano di Belgiojoso ebbero figli; ma ormai la storia della proprietà privata era finita con l´esproprio nel 1920 da parte del Comune di Milano e la nascita dell’Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 4, II ordine, settore destro

Filoaustriaci e filoverdiani
Al momento dell’inaugurazione del Teatro alla Scala, la potente e nobile famiglia dei Barbiano di Belgiojoso possiede ben tre palchi, due dei quali (n° 16, settore destro e n.° 4, settore destro) negli ordini più prestigiosi (I e II). Il palco n° 4 nel secondo ordine è occupato dal principe Antonio <1.> (1693-1779) e dai suoi due figli Alberico <1.> (1725-1813) e Ludovico (1728-1801), tra i pochi sudditi italiani degli Asburgo a intraprendere la carriera militare raggiungendo i più alti gradi della gerarchia (tutti e tre generali, di cui uno a due stelle) continuando in questo una tradizione di uomini d’arme che risaliva alla dominazione spagnola e più indietro agli Sforza.
Antonio <1.>, sposato con Barbara D’Adda, figlia del conte Costanzo e della contessa Antonietta Aicardi Visconti, già proprietario di un palco nel Teatro Ducale, ne acquista uno analogo nel nuovo Teatro alla Scala. Viene ricompensato per il servizio prestato nella Guerra dei Sette anni con la nomina a Consigliere privato di Maria Teresa, la promozione al rango di Principe e insignito della più alta onorificenza dell’impero, quella di Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro.
Alberico <1.>, suo primogenito, principe di Belgiojoso e Grande di Spagna, beneficia della solida posizione raggiunta dal padre; ha il battesimo del fuoco nella battaglia di Rossbach contro i prussiani e, rientrato a Milano, ottiene l’incarico di comandante degli alabardieri svizzeri a servizio dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo. Nel 1757 sposa la principessa Anna Ricciarda d’Este, e i suoi discendenti aggiunsero al proprio il cognome della madre. Conosce il regio architetto Piermarini e a lui affida il compito di erigere una sontuosa residenza in città, il palazzo Belgiojoso, oggi nell’omonima piazza, di fianco alla casa-museo di Alessandro Manzoni. In seguito alla conquista di Milano da parte di Napoleone nel 1796, Alberico viene arrestato come filo-asburgico, ma presto rilasciato in virtù delle sue relazioni con la corte e da allora visse piuttosto defilato nel castello di Belgiojoso, vicino a Pavia, dove ebbe come ospite l’amico Ugo Foscolo. Uomo raffinato e amante delle arti e della poesia, raccolse una grandiosa biblioteca personale che in seguito venne donata alla Biblioteca Trivulziana di Milano.
Ludovico si arruola anch’egli come molti suoi antenati nell’esercito asburgico, incoraggiato in questo dal padre. Introdotto a corte, apprezzato dal Cancelliere Wenzel von Kaunitz, prosegue il suo servizio sotto gli Asburgo nel corpo diplomatico: ambasciatore a Stoccolma e a Londra, ha come ultimo incarico quello di vice-governatore dei Paesi Bassi dal 1783 al 1787. Giunto alla fine di una lunga carriera, ritorna a vivere a Milano dove erige una residenza principesca, l’attuale Villa Reale, nota come “Villa Belgiojoso-Bonaparte”, residenza milanese di Napoleone e del viceré Eugenio di Beauharnais.
Con la Restaurazione il palco viene acquisito dal conte Saule Alari (1778-1831) la cui famiglia possedeva una delle più prestigiose ville suburbane, a Cernusco sul Naviglio, costruita tra il 1702 e il 1725, e affittata per alcuni anni come residenza estiva all’arciduca Ferdinando d’Asburgo. Alla morte di Saule la famiglia Alari si estinse e il palco rimane di proprietà della moglie, la contessa Marianna San Martino della Motta che sposa in seconde nozze il conte Ercole Visconti di Saliceto acquisendo il cognome del nuovo marito, ma mantenendo tra i suoi beni, sino al 1872, il palco al Teatro alla Scala.
Il proprietario successivo dal 1873 al 1884 è Antonio Gussalli (1806-1884); allievo di Pietro Giordani, letterato di inclinazione classicista, fu una figura di spicco della Milano intellettuale del tempo. Appassionato d’opera e di concerti, grande ammiratore di Rossini, fu tra i soci fondatori, nel 1864, della Società del Quartetto di Milano subito impostasi come luogo d’elezione della cultura musicale milanese. Gussalli, anche in età avanzata (ha quasi 70 anni quando acquista il palco alla Scala), continua a frequentare i teatri e a passare le sue serate nel salotto della contessa Clara Maffei. Alla sua morte il palco rimase alla moglie Costanza Antivari che lo tenne sino al 1888.
Ultimo proprietario, dal 1889 sino al 1920, è il cavaliere Giuseppe Lattuada, ricco possidente che fece parte nel 1880-81, insieme al principe Cesare Castelbarco Albani, ad Amerigo Ponti, a Giuseppe Pisa e a Diego Macchi Nappi, del Comitato Nazionale per le onoranze a Giuseppe Verdi onde favorirne il ritorno alla Scala, che finalmente si realizzò con la prima dell’Otello il 5 febbraio 1887.
(Antonio Schilirò)
 
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Palco n° 5, II ordine, settore destro

Nobiltà milanese e di origine austriaca
Dal 1778 e per quasi novant’anni (1864) il palco appartiene ai Borromeo Arese. I Borromeo sono una delle più illustri e antiche famiglie patrizie lombarde, che annovera tra gli altri anche due principi della chiesa, i cardinali e arcivescovi di Milano Carlo (1538-1584), protagonista della fase conclusiva del Concilio di Trento ed autore del catechismo tridentino, elevato agli onori dell’altare nel 1610, e Federico (1564-1631), fondatore della Biblioteca Ambrosiana, immortalato da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi. Nel XVII secolo Renato Borromeo, conte di Arona (1618-1685), sposa Giulia Arese (1636-1704) che porta in dote il cospicuo patrimonio paterno e, per contro, il marito aggiunge il cognome della moglie al suo.
Un suo discendente, Renato Borromeo Arese <1.> (1719-1778), VII marchese di Angera e V conte d’Arona, è il primo proprietario di un palco alla Scala; come nel caso di altre eminenti famiglie, i Borromeo possiedono un secondo palco già all’apertura del teatro (n° 17¸ IV ordine, settore destro), al quale se ne aggiunge un terzo dal 1827 (Proscenio, II ordine, settore destro) e un quarto dal 1831 (n° 14, II ordine, settore destro). Renato <1.> assiste solo alla prima stagione del Teatro poiché muore quello stesso anno.
Dal 1779 gli succede il figlio primogenito Giberto <1.>, VIII marchese di Angera (1751-1837), che nel 1790 sposa Elisabetta Cusani Visconti, vedova di suo cugino Antonio. All’arrivo dei Francesi nel 1796, come molti altri nobili filo-asburgici, viene arrestato e imprigionato nella fortezza di Nizza. Liberato l’anno dopo, si riconcilia con la Francia di Napoleone primo console e poi imperatore dei Francesi e Re d’Italia, ricevendo la nomina di Cavaliere della Corona di Ferro.
Durante il regno d’Italia, nel 1809 compare come utente del palco (forse un affittuario) il nome di un “conte di Lumiares”, identificabile con Antonio Valcárcel y Pasqual del Pobil (? -1824), X marchese di Castel Rodrigo, tenente delle guardie reali spagnole, coniugato nel 1803 con Beatrice Orsini. Il padre, Antonio y Pío de Saboya, coniugato con María Tomasa Teresa Pasqual del Pobil y Sannazar, è stato un noto archeologo.
Con la caduta di Napoleone e il ritorno degli austriaci nel 1815, proprietario del palco è di nuovo Giberto <1.>, attivo sulla scena pubblica quale membro della Commissione per la riorganizzazione dei Regi Teatri e direttore del Casino dei nobili. Dal 1819 è designato nei documenti dell’epoca come Maggiordomo maggiore e Gran Cancelliere del Regno Lombardo-veneto; nel 1826, infine, gli viene conferita la più alta onorificenza dell’impero, Cavaliere del Toson d’oro.
Erede del palco dal 1848 è il figlio terzogenito Renato <2.> (1798-1875), ciambellano imperiale e assessore al comune di Milano.
Nel 1865 il palco viene acquistato da Andrea Spech (1792-1870), nobile di origine tedesca, Scudiero imperiale e Cavaliere dell’impero, marito della contessa Francesca Nugent e poi di Costanza Canziani, per oltre trent’anni al servizio degli Asburgo con l’incarico di Intendente di corte. Il palco passa quindi alla figlia Amalia (1825-1906) appassionata studiosa di problemi educativi e pedagogici, animatrice di numerose opere e iniziative assistenziali per l’infanzia povera e abbandonata e per l’alfabetizzazione e la scolarizzazione delle fanciulle e ragazze delle classi popolari. Si interessò inoltre dei bambini ciechi, collaborando alla fondazione e organizzazione dell’asilo infantile per bambini ciechi di Milano, in via Mozart, del quale fu per lunghi anni direttrice e coordinatrice didattica. Nel 1841 Amalia sposò il conte Cristoforo Sola Cabiati, noto bibliofilo e poeta dilettante, ritratto da Francesco Hayez.
Ultimi proprietari del palco sino al 1920 furono due dei tre nipoti di Amalia e Cristoforo, Giovanni Lodovico e Ferdinando Maria figli di Andrea Sola(1844-1908), senatore del regno d’Italia e di Antonietta Busca Arconati Visconti (1853-1917), unica erede per parte paterna del patrimonio dei Serbelloni. Dei tre fratelli, solo Gian Lodovico (1877-1972) ebbe una discendenza; sposò la marchesa Alberica Stanga Trecco (1877-1968) dalla quale ebbe quattro figlie: Amalia, Eleonora, Andreina e Antonietta. Amalia sposò il conte Gola, Antonietta il marchese Lalatta: queste due famiglie rappresentano oggi la discendenza diretta dei Serbelloni e sono gli attuali proprietari dello splendido palazzo Serbelloni in corso Venezia a Milano e della Villa Sola Cabiati a Tremezzo sul lago di Como.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 6, II ordine, settore destro

Il palco Mondolfo
La storia del palco ha inizio con Innocenza (o Innocenta o Innocente) Arconati Visconti Casati (?-1794), figlia di Gerolamo Casati, conte di Borgolavezzaro, e di Antonia Casati, coniugata dal 1744 con il conte Galeazzo Arconati Visconti. Comproprietaria del palco fu sin dall’anno successivo la sorella minore di Innocenza, Maria (morta nel 1798) che nel 1764 si era unita in matrimonio con il marchese Don Francesco Maria Casnedi.
Durante il periodo napoleonico il palco - similmente a quanto avvenne anche a molti altri nel Teatro alla Scala in quegli anni - cambiò “utenti”. Nel 1809 troviamo qui il celebre pittore Andrea Appiani (1754-1817), figlio di Antonio e Maria Liverti e fratello di quel Francesco, giurista, titolare del palco n° 7 del III ordine sinistro, ereditato poi dai suoi figli Giovanni, Giuseppe e Alberico. Andrea, convinto sostenitore di Napoleone, riuscì ad entrare nelle grazie dell’ambizioso generale che poté ritrarre nelle vesti di Re d’Italia, ma fu anche testimone della vita musicale milanese e scaligera, come testimoniano ad esempio i ritratti di Alessandro Rolla, della cantante Carolina Angiolini e dello scenografo Paolo Landriani. Assieme ad Andrea Appiani era presente nel palco lo spagnolo Gaetano Rodriguez, tecnico dell’industria serica lavorata con i nuovi metodi, il cui ritratto campeggia alla Pinacoteca di Brera accanto a quello di Vincenzo Monti. Dopo il colpo apoplettico che colpì il pittore nel 1813, rendendolo praticamente inabile, Rodriguez rimase intestatario sino al 1822, quando il palco venne ereditato dalla moglie Rosa.
Dopo essere appartenuto dal 1825 al 1845 ad Aurelio Banfi, cancelliere delle dogane, impiegato del ministero della guerra “affettuosissimo amico” di Silvio Pellico ai tempi dello Spielberg, nel 1846 il palco passò al marchese Paolo Rescalli, figlio di Alessandro (1786-1843), già palchettista - aveva il n° 11 del IV ordine destro - e marito di Anna Gropallo. Scienziato e imprenditore, il marchese impegnò il denaro di famiglia nelle miniere di lignite, nelle imprese ferroviarie e nell’illuminazione pubblica urbana. Non fu però un abile amministratore dei propri capitali: perse ad esempio una causa contro la ditta Andrea Ponti, che figura intestataria del palco n° 5 del II ordine sinistro dal 1834 al 1846. Gli amici milanesi, ci racconta Carlo Dossi nelle sue Note azzurre, dicevano che la sua divisa era «vivere ricchi e morire in perfetta bolletta».
Nel 1863 a Paolo Rescalli, ultimo esponente della sua dinastia, successe Sebastiano Mondolfo (1796–1873), nato Sabato Levi Mondolfo, banchiere di fama e già proprietario dal 1842 del palco n° 9 del III ordine destro, insignito del titolo di conte nel 1864. Egli apparteneva a quel nutrito gruppo di palchettisti di estrazione borghese che per merito di uno spiccato senso degli affari riuscirono ad affermarsi nella società milanese, talvolta (come in questo caso) ottenendo anche un titolo nobiliare. Per tutti loro avere un palco alla Scala doveva rappresentare il simbolo del nuovo status, un vero e proprio biglietto da visita per essere ammessi negli ambienti più esclusivi della città lombarda. Discendente da una famiglia di ricchi commercianti ebrei originari di Ragusa (Dubrovnick) in Croazia, trapiantatisi nella multiculturale e multietnica Trieste asburgica, Sebastiano Mondolfo si trasferì sin dagli anni Trenta a Milano e si convertì al cattolicesimo per unirsi in matrimonio con Enrichetta PolastriEnrichetta Mondolfo Polastri, che da ballerina di mezzo carattere, attiva sulle scene milanesi nei balli che interpolavano le opere di RossiniGioachino Rossini, BelliniVincenzo Bellini, DonizettiGaetano Donizetti e altri, divenne nobildonna attiva nella beneficenza, sempre vicina al consorte nella promozione di iniziative filantropiche. Il nome di Mondolfo, presidente della Società Lariana di Navigazione, fra i rappresentanti e finanziatori della Società per la costruzione e gestione delle Ferrovie Lombardo-Venete, è legato indissolubilmente alla storia dell’Istituto dei ciechi. Amico di Michele Barozzi, fondatore della prima Casa dei ciechi in San Vincenzo in Prato, sostenne finanziariamente l’acquisto della sede di Corso di Porta Nuova 7; dell’Istituto fu presidente dal 1867 sino alla morte, permettendo con il suo consistente lascito testamentario la costruzione dell’attuale palazzo di via Vivaio, inaugurata nel 1892. E ancora porta il nome di Mondolfo l’Asilo inaugurato nel 1877 e destinato all’assistenza e all’istruzione dei ciechi poveri privi di occupazione, sede di saggi e beneficiate musicali che ottennero successi presso la cittadinanza e ampi riscontri nei giornali come la Gazzetta Musicale o il Corriere delle dame. Per la moglie acquistò nel 1853 dai marchesi Rosales (anch’essi palchettisti del n° 8 del II ordine sinistro) il castello e le terre di Monguzzo in Brianza (Como), divenendo sindaco della cittadina tra il 1868 e il 1872 e promuovendo le scuole per i lavoratori del circondario.
Il castello, i possedimenti terrieri, la casa sul borgo di Porta Orientale 728, le ville briantee e naturalmente il palco scaligero furono ereditati dalla moglie Enrichetta Polastri (1810-1882), che alla sua morte venne ricordata sul giornale Il Pungolo con queste parole “Fu donna benefica e pia, e seppe nella sua vita cattivarsi la riconoscenza, l’amore, il rispetto di tutti”.
Il palco nel 1885 verrà intestato ad un’altra Enrichetta, nipote dei Mondolfo, Enrichetta Lodigiani (1860-1926), sposata con matrimonio civile nel 1879 al barone Ferdinando Luppis de Rammer, nobile della Dalmazia (nato a Parenzo). L’armonia coniugale si incrinò presto per spezzarsi dopo la morte precoce dell’unico figlio Giovanni (1880-1898) ed Enrichetta si separò legalmente dal barone nel 1904 dopo una lunga causa; nelle guide Savallo verrà citata semplicemente come Lodigiani Enrichetta, senza il titolo di baronessa. È lei l’ultima proprietaria del palco nel 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, II ordine, settore destro

Personaggi noti, semisconosciuti, da riscoprire
Il primo proprietario del palco è il conte Luigi Trotti (1721-1796), che nasce dalle seconde nozze di Gian Battista con Giulia, figlia di Giovanni Battista Seccoborella feudatario e conte di Vimercate. Luigi nel 1742 si sposerà con sua cugina Teresa, del conte Francesco Oppizzoni. Personaggio di primo piano nella Milano teresiana, continuò ad esserlo durante l´impero di Giuseppe II, che lo nominò presidente dei Luoghi Pii Elimosinieri, essendo lui già stato decurione, generale della milizia e viceprefetto della Casa di correzione per i reati minori in Porta Nuova. Trotti nella sua casa in via Brera, così come nella villa materna di Vimercate, aveva ospitato Ruggero Boscovich, direttore dell´Osservatorio astronomico di Brera.
Dal 1809 utente del palco è il conte Costanzo Porta di Novara (1753-1829), detto Costantino. Ultimo erede di una ricca famiglia dell’alta borghesia novarese che, a partire da Giuseppe Antonio, nonno di Costanzo, portava la qualifica di “nobile”, rivendicando legami con l’antichissima e nobilissima famiglia novarese dei Della Porta con cui i Porta, che erano originari di Trecate, non avevano alcuna parentela. Di fatto però i Porta avevano raggiunto, grazie alle loro ricchezze, una posizione sociale elevatissima ed erano imparentati con le nobili famiglie novaresi dei Tornielli, dei Morbio e dei Cattaneo; Costanzo prese il suo nome dal nonno materno, il conte Costanzo Tornielli di Vergano. Certamente Costanzo Porta non ebbe diritto al titolo di conte che non risulta peraltro mai usato in atti pubblici.
Alla sua morte lasciò eredi i nobili Bollini, figli della cugina Francesca Morbio, con un generosissimo lascito per l’Ospedale Maggiore di Novara che gli eresse un busto nel cortile d’onore; anche il comune di Novara dedicò al benefattore una via cittadina. Illustrativa della personalità del palchettista è la proprietà che con testamento «legò all’ospedale maggiore di Novara, un possedimento con una sorgente d’acqua perenne nel luogo e territorio di Landonia, dell’annua rendita netta di L. 8700, che volle fosse convertita in soccorso degli affitti da morbi cronici, che non sono dall’ospedale ricoverati, ed in soccorso alle famiglie bisognevoli». Se, assieme ad altri nobili del suo tempo, certamente contribuì al miglioramento delle strutture e dei servizi dell’ospedale novarese è pur vero che proprio con la comunità di Landonia aprì un duro contenzioso che determinò una frattura con gli abitanti ma che si risolse a proprio favore. Oggi la proprietà è stata trasformata in un agriturismo.
Dal 1823 al 1830 il palco è acquisito da don Antonio Torrassi, mentre dal 1831 al 1834 il palco è intestato ad Antonio Rejna, dal 1806 assessore e giudice di pace, poi podestà di Gallarate, al cui ospedale lasciò una cospicua donazione per legato testamentario.
Dal 1835 la proprietà del palco passa a Cristoforo Bellotti (1876-1856), ingegnere e architetto, figlio del notaio Giovanni Pietro e di Maria Vandoni, coniugato con Orsola Stabilini, fratello di Pietro padre di Cristoforo <2.>. Appassionato d´arte, donò all’Accademia di Brera quella che è ritenuta una fra le migliori copie dell’Ultima cena di Leonardo, realizzata da Marco D’Oggiono nel vecchio convento dei Monaci Gerolimini di Castellazzo, a poca distanza da Milano; abitante in contrada del Monte 870, nel 1838 compare nell’elenco dei benefattori degli Asili di Carità per l’infanzia di Milano.
Dal 1840 fino al 1920 un’importante famiglia ebraica tiene il possesso del palco: i Leonino Sacerdote. Primo proprietario è Emanuele Leonino Sacerdote (1790-1871), fratello di Abram Davide, Samuele e Ippolito, che fa parte di quell’ampia schiera di israeliti emigrati in Lombardia con la seconda dominazione austriaca. Banchiere e negoziante, originario del Monferrato, dopo aver vissuto a Genova fino al 1839 si stabilì a Milano chiedendo, nei primi mesi del 1840, di divenire suddito austriaco. Appena giunto nel capoluogo ambrosiano il banchiere «comperò una casa per la sua abitazione in città, fece l’acquisto di molti fondi per l’ammontare di dodicimila pertiche di terra ed entrò in società della grandiosa Raffineria privilegiata di zuccheri condotta a Milano dal signor Calderara». Già nel 1848 i due soci «dichiararono cessata la loro ragione sociale per la raffineria degli zuccari, alla Cavalchina 1428» (Maifreda).
Emanuele, assieme al fratello Samuele, fu creato barone nel 1864 per atti di beneficenza . Nel 1848 il feldmaresciallo Radetzky impose un prestito forzoso su tutti i profitti di attività, e in quell’occasione Emanuele fu l’imprenditore milanese in assoluto più tassato, versando da solo il 4,5% del totale delle entrate. Quando, verso la fine della dominazione asburgica, le autorità di Vienna decisero di far fronte alla crisi economica sul territorio istituendo a Milano una banca di sconto ed emissione, la futura Banca commerciale lombarda, Emanuele ne divenne uno dei più importanti azionisti. Più tardi fu poi il quarto maggior possidente milanese, investendo tutte le sue fortune, valutate 3.338.509 lire, in immobili. Quando tra il 1862 e il 1890 la maggior parte degli investimenti convogliavano verso il mercato azionario solo tre delle fortune dei possidenti milionari, tra queste quelle di Davide e Emanuele, assieme a quella di Angelo Cantoni, non annoveravano azioni o obbligazioni. Con i maggiori esponenti della comunità ebraica di Milano, firmò` una lettera di plauso al governo provvisorio il 2 aprile 1848. Fu socio promotore della cassa d’incoraggiamento Arti e Mestieri di Milano nel 1847 e nella seconda meta` dell’Ottocento risulta disporre di un patrimonio personale di 1.000.360 lire.
Nel 1873 il palco passa nelle mani del cavalier Ippolito Leonino Sacerdote (?-1877), fratello di Emanuele. A Londra aveva sposato nel 1841 Hannah di Benjamin Barent Cohen. Ippolito in Inghilterra ottenne la qualifica di Esquire, titolo che veniva dato dall’opinione pubblica a chi non aveva titoli ereditari ma possedimenti terrieri o un alto incarico o alto rango. Un dispaccio cifrato del 18 agosto 1856 del conte di Cavour all’ambasciatore a Londra Emanuele d’Azeglio dimostra l’importanza ed il rilievo dei Leonino nella capitale inglese: «Tâchez d’engager Hambro, Heath, ou Leonino de recevoir les souscriptions pour les 100 canons». Direttore della Universal Marine Insurance company fondata nel 1860, quando il 2 giugno 1863 fu costituita con atto notarile William Webb Ween Junior la società “Regia compagnia delle Ferrovie di Sardegna” con capitale sociale di un milione di sterline, diviso in 50.000 azioni, fu uno dei rappresentanti della parte azionaria inglese a sedere nel consiglio di amministrazione. Nel 1867 fu nominato consigliere d’amministrazione della Anglo-Italian Bank.
Dal 1878, la proprietà del palco passa nelle mani della baronessa Nina Giuditta Alatri moglie di Charles Emanuel Leonino Sacerdote. Quest’ultimo, figlio di Ippolito, il 5 maggio 1904 fu testimone di nozze al matrimonio tra Emanuele Ricordi, figlio di Giulio, e Carla Gugelloni. Alla morte di Nina Giuditta il palco passerà, fino alla costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala (1920), nelle mani di Alfredo Davide Leonino (1865-1924), fratello di Charles Emanuel Leonino Sacerdote.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, II ordine, settore destro

Il palco dello chef
Il primo proprietario del palco è Luigi Trotti (1721-1796) dei conti di Santa Giulietta. È figlio di Giovanni Battista, colui che Carlo VI vorrà alla guida del ducato di Parma e Piacenza con la nomina di vicegovernatore e presidente del Sacro Consiglio, cariche che ricoprirà fino alla morte. Il padre di Luigi, due anni dopo la prematura perdita della prima moglie Francesca Archinti deceduta nel 1716, sposa Giulia Maria, di Giovanni Seccoborella conte di Vimercate. È da questa unione che nasce il nostro Luigi, erede dei titoli e della fortuna del casato il quale nel 1742 sposerà una sua cugina, Teresa (1725-1773), figlia del conte Francesco Oppizzoni. Quando l’imperatore Giuseppe II nel 1788 promulga un nuovo ordinamento di tutte le Cause pie e dei Luoghi di Carità esistenti in Lombardia, chiama Luigi Trotti a presiederne la Giunta indipendente. In un’altra serie di riforme che abolivano diverse istituzioni cittadine, il sovrano lo nomina prefetto urbano e regio delegato. Fu quindi uno degli esecutori delle riforme giuseppine in Lombardia.
Nel 1809 il palco ha come utenti Bottacchi e Peryan. Peryan è la grafia distorta di Peyrard, cioè di Antonio Peyrard (1787-1824), cuoco del vicerè Eugenio di Beauharnais. Risiedeva al civico n° 1 della Milano napoleonica, ovvero in Palazzo Reale. Coniugato con Angela Annoni, traslocò poco lontano, prima in contrada Larga 4780, poi in contrada delle Ore 4910 e infine in contrada dei Rastrelli 5241. Teodosio Bottacchi potrebbe essere di Novara, «proprietario di una fornace e fabbrica di stoviglierie fuori della città di Novara, vicino alla piazza d’armi, al civico n. 95, avendo scoperto una qualità di terra refretaria, abile per formazione delle stufe e franclini, favelle per pavimenti, non inferiori alle così dette favelle pavesi, si fa un dovere notificare al pubblico che in cotesta sua fornace e fabbrica sono vendibili oggetti di piatteria ad uso biellese, maiolica bianca e nera, stufe, franclini, tegole per tetti». La fornace è attiva dal 1796. Partecipa alla fornitura dei materiali per la costruzione del Teatro di Novara.
Nel 1830 cinque aziende producevano poco più di un milione di mattoni l’anno e un numero imprecisato di coppi e tavelle. La ditta Teodosio Bottacchi era già azienda leader con il 50% del totale.
Dal 1813 al 1826 il palco rientra nelle mani del ‘signor conte Trotti a Brera’. Da qui in poi le vicende familiari, anche tragiche, incideranno su questa proprietà scaligera fino al 1848, ultimo anno nel quale risulta a disposizione della dinastia.
Erede di Luigi Trotti è il primogenito Giovanni Battista, coniugato con Giovanna Belloni, figlia del conte Ignazio Luigi. La coppia ha sette figli, il primogenito di questi è Giuseppe Trotti (1778-1840), conte del Regno d’Italia per decreto di Napoleone datato primo luglio 1810. Nel 1815, con il ritorno della dominazione asburgica, chiede e ottiene la conferma della nobiltà. Le cronache araldiche riportano che dal 1823 Giuseppe Trotti si ritirò a Muzzano, presso Lodi e solo nel 1828 rientrerà a Milano. Il legame con la località lodigiana è testimoniato dal fatto che nel testamento lascerà il «legato di una Cartella di Monte del valore di milanesi lire 1.000 a favore del Parroco pro tempore di Muzzano, coll’onere della celebrazione di un Ufficio anniversario».
Giovanni Battista Trotti, muore precocemente prima di suo padre Luigi; il ‘signor conte Trotti a Brera’ che risulta tra i palchettisti nel 1813 è quindi Giuseppe Trotti, nipote di Luigi e figlio del defunto Giovanni Battista.
Dal 1827 il palco risulta del «Sig. conte Giuseppe Trotti e per esso il sig. cav. Luini». Qui si apre un doloroso capitolo; per comprenderlo dobbiamo riferirci agli atti della giustizia civile dell’epoca sui quali formulare qualche ipotesi. Essi ci informano che il conte Giuseppe Trotti era stato interdetto e l’avvocato cavaliere Stefano Luini, residente in corso della Cerva 346, ne era stato nominato curatore legale. Tra i pubblici editti del 1826 si leggono una serie di avvisi di vendita, gestiti da Luini, tra i quali quelli di varie proprietà agricole e, il 10 gennaio 1826, anche quella dei due palchi scaligeri. Il ‘buon ritiro’ dei cinque anni a Muzzano, probabilmente nascondeva una precaria situazione di salute, se, ancor prima del rientro a Milano, Giuseppe Trotti non era legalmente nelle condizioni di gestire il proprio patrimonio. Triste sorte, quella del conte Trotti, che solo poco più di un decennio prima, nel 1815, compariva nel cerimoniale per l’ingresso in Milano, il 31 dicembre 1815, dei nuovi sovrani, come facente parte «delle Guardie Nobili a cavallo», che accompagnavano il corteo.
Il conte Giuseppe si sposa due volte: la prima con Francesca Belcredi, figlia del marchese Giuseppe Gaspare, dalla quale avrà l’erede maschio Gian Battista; dalla seconda moglie, Giovanna Isacco, un ulteriore dispiacere: i figli Ferdinando e Francesco moriranno pochi mesi dopo la nascita. Il figlio di Giuseppe Trotti, Gian Battista, sposa Laura, di Pietro Castellani, dalla quale avrà una figlia, Francesca maritata a Francesco Verasis di Castiglione. Ancora una volta in questa famiglia il figlio Giuseppe non sopravvive al padre. Nel 1846 nella proprietà del palco compaiono gli eredi di Francesco Trotti; probabilmente si tratta dello zio di Giuseppe, il cavaliere gerosolimitano Francesco Trotti (1759-1839) che muore un anno prima del nipote. Possiamo quindi ipotizzare che a seguito dell’interdizione di Giuseppe Trotti si aprano una serie di vicissitudini familiari legate all’eredità, che proseguiranno per anni.
Dal 1856 intestatario del palco è Alessandro Brambilla.
Dal 1859 al 1920 il palco è di proprietà della famiglia Sioli Legnani. Il nome della famiglia è legato a quello di una delle ville lombarde attualmente tutelate dai Beni culturali della Regione. La villa, situata in località Bussero vicino al Naviglio della Martesana, prende il nome dagli ultimi proprietari. Costruita nel Settecento dalla famiglia Corio per farne una residenza estiva, è stata sede di un importante salotto, dove venivano ospitati i fratelli Verri. Nel tempo vi furono diversi cambi di proprietà: nel 1792 la villa è del conte Pietro Bertoglio, che a seguito di un dissesto economico nel 1822 fu costretto a metterla all’asta; ad acquistarla per 92.000 lire fu Giovanni Legnani. Quest’ultimo morì poco dopo l’acquisizione e la villa passò ai figli Francesco e Antonio. Fu grazie a Luigi Legnani, figlio di Francesco, commissionario in seta in Contrada S. Dalmazio come il padre, che la villa poté ritornare a splendere. Quest’ultimo è il primo proprietario del palco di questa famiglia.
La residenza milanese è sita in via Borgonovo 5. Qui abita l’ingegnere, Grand’ufficiale, cavalier Stefano detto Steno Sioli Legnani (1862-?) che sarà l’ultimo proprietario del palco, forse ricevuto in eredità da Luigi, suo cugino di secondo grado. Membro camerale, Consigliere della Società agraria, è idealmente l’ultima propaggine di quella generazione di professionisti che aveva praticato l’ingegneria rurale e idraulica, arricchitesi con le prime bonifiche e con i progetti dei canali d’irrigazione piemontesi e lombardi. Steno Sioli Legnani fa parte di quella categoria di professionisti in contatto con la proprietà fondiaria e con il mondo politico economico che ruota attorno ad essa. L’attività di ingegneria rurale non gli impedisce di dedicarsi all´edilizia; suo, ad esempio, è il villino progettato per Pasquale Crespi a Milano in via XX Settembre. Deputato del Regno, scrisse importanti testi quali L’agricoltura italiana e la sua influenza sulla economia generale del paese. Nel 1894, assieme Giovanni Battista Greppi è autore del progetto Forze idrauliche del Naviglio grande, 18000 cavalli dinamici. Sindaco di Bussero, membro della Commissione centrale per la mobilitazione agraria, propose di modificare il palcoscenico della Scala e fu deputato del Regno (1913-1919). Disarmante è la risposta che darà in qualità di deputato a Margherita Trotti Bentivoglio, vedova Bassi, che gli chiese di intercedere per un proprio fittavolo, di idee socialiste, il soldato Giovanni Rainini, che nel 1918, liberato dopo una lunga prigionia, si rifiutò di partire per la Francia e, conseguentemente a ciò, venne inviato a processo, rischiando la condanna a morte. Da Roma il deputato Steno Sioli Legnani sarà crudelmente categorico: «Giustamente la giustizia, e specie quella militare, non tiene conto delle raccomandazioni dei deputati». È coniugato con Luigia (Gigina) Conti, fondatrice, nel 1912, del Lyceum femminile lombardo, con sede in palazzo Borromeo in via Manzoni 41. Presidente del Circolo filologico milanese e del Lyceum milanese è amica della compositrice Giulia Recli. Sarà attiva per l’ottenimento del diritto di voto femminile e vicina a quel crogiuolo di ambiguità che fu l’Alleanza muliebre culturale italiana negli anni del fascismo.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, II ordine, settore destro

I tanti rami della famiglia Oltrocchi
Primo proprietario del palco, dal 1778 al 1783 è il marchese Paolo Antonio Menafoglio (1728-1780), illuminista e membro dell’Accademia dei Pugni, figlio del più famoso omonimo Paolo Antonio (1700-1768), ricco banchiere, residente a Milano, tesoriere dello Stato e appaltatore della riscossione delle imposte nel ducato di Modena, il quale aveva fatto costruire a Biumo Superiore una “villa di delizia”. La villa, oggetto di dispute ereditarie, fu acquistata nel 1823 da Pompeo Litta Visconti Arese che affidò il compito di ristrutturarla e ampliarla all’architetto Luigi Canonica. Nel 1935 ebbe un nuovo proprietario, il conte Ernesto Panza di Biumo e quindi passò, per eredità nel 1956, al figlio Giuseppe che ne fece la sua residenza abituale. Giuseppe Panza, grande appassionato d’arte contemporanea, la trasformò nella sede della sua collezione d’arte americana della seconda metà del XX secolo e infine nel 2001 la donò al FAI.
Secondo proprietario del palco dal 1783 fu Carlo Francesco Albani (1749-1817) principe di Soriano nel Cimino, esponente della nobiltà papalina romana, ben inserito anche nei circoli aristocratici milanesi attraverso un’accorta politica matrimoniale inaugurata già dal nonno paterno, Gerolamo, che aveva sposato la marchesa Teresa Borromeo Arese. Albani convola a nozze nel 1783 con la contessa Teresa Casati (1770-1824), dalla quale ha tre figlie che sposeranno tre rappresentanti dell’élite aristocratica milanese: Antonia, il conte Carlo Litta di Castelbarco; Elena, il duca Pompeo Litta Visconti Arese; Beatrice, il marchese Luigi Vitaliano Paolucci, la cui madre a sua volta è una Borromeo Arese (Maddalena).
Durante il periodo napoleonico è registrato come utente del palco l’avvocato penalista Giuseppe Marocco (1773-1829), figlio di un orefice, all’epoca indiscusso principe del foro milanese, nominato dal viceré Eugenio di Beauharnais avvocato presso il Consiglio di Stato di Milano, il Consiglio dei titoli, la Corte di Cassazione e il Ministero della Giustizia; uomo di vasta cultura, filosofo del diritto e amante delle arti, fu tra gli estensori del Codice penale ticinese del 1816. Membro dell’Accademia dei Trasformati, fondò egli stesso una famosa accademia oratoria, ma non esitò ad abbandonare platealmente la professione in aspra polemica con il governo austriaco che aveva imposto una legislazione che mortificava i diritti della difesa.
Con le prime sconfitte di Napoleone, nel 1813 troviamo un nuovo proprietario in don Carlo Costa, coniugato con Marianna Oltrocchi, che però muore il 5 maggio dello stesso anno non lasciando eredi maggiorenni, poiché l’unica figlia, Ne, era morta prima del 1813. Solo nel 1821 la nipote Luigia Ferrari Oltrocchi (1796-1854) riesce a prenderne possesso, condividendone la proprietà per alcuni anni con i cugini di secondo grado Ignazio (1763-1832) e Carlo Giuseppe Crotti Oltrocchi, figli della prozia Adelaide Oltrocchi (1735-1810) sorella di Marianna. Luigia nel 1811 aveva sposato il conte Giuseppe Cassera (1784-1813) da cui aveva avuto Angiola e Giuseppe <2.> - che ereditarono dal padre il palco n° 12 del I ordine sinistro - e si sarebbe risposata nel 1822 con il conte Francesco Borgia (1794-1861) da cui avrà due figli, Alcmena e Cesare. Luigia detta l’iscrizione posta sul monumento funebre del nonno Carlo Costa: “sia eterno il riposo / al probo uomo Carlo Costa / caro e grato alla patria / morto alli V maggio / l’anno MDCCCXIII / al desiderato padre / della pianta genitrice / Luigia Cassera Ferrari Oltroccii / dedica questo monumento / di riconoscenza ed amore”.
Luigia fu amica intima di Stendhal, conosciuto durante il secondo soggiorno milanese dello scrittore (1814-1821), il quale nei Ricordi d’egotismo (1832) racconta come, innamorato non corrisposto di Metilde Viscontini Dembowski, finisse le serate “dall’affascinante e divina contessa Cassera… E per un’altra sciocchezza, una volta ho rifiutato di diventare l’amante di questa donna, la donna più adorabile forse che abbia conosciuto”.
Il palco è proprietà della stessa famiglia per cinque generazioni: della contessa Luigia sino al 1864 e dal 1865 del figlio, Cesare Borgia (1830-1907?) coniugato con Clementina Tarantola, quindi del nipote Francesco Borgia (1863-1924), sposato con la marchesa Eugenia Litta Modignani, che lo detiene, insieme al palco n° 10 del IV ordine sinistro ereditato dalla madre, fino al 1920, anno in cui i palchi vengono ceduti al Comune di Milano decretando, con la costituzione dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala, la fine della proprietà privata.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, II ordine, settore destro

La complessa storia di un palco
La storia del palco è caratterizzata da diversi anni di comproprietà, grazie a complicati rapporti famigliari. Si inizia già nel 1778, quando il palco appare condiviso da Giovanni Battista Moriggia e Galeazzo Bossi; la storia dei Bossi è strettamente legata a quella dei Moriggia.
La famiglia Bossi vanta una lunga tradizione, che la riporta nel XII secolo con consoli e podestà a Milano, Pavia e Padova; Galeazzo Bossi <1.> (1699-1779?), figlio di Fabrizio Benigno (fratello di Carlo, vescovo di Vigevano), decurione e vicario di provvisione sposa Eleonora Della Porta dei conti di Rovello, e dal loro matrimonio nascono Giovanni (1735-1802), marchese di Musso e Benigno <1.> (1731-1815), decurione, vicario di Provvisione e Imperial Regio Ciambellano, morto senza figli maschi.
I Della Porta del ramo di Eleonora derivavano dai Della Porta comaschi. Antonio, ultimo erede della famiglia (siamo a fine Seicento), non avendo avuto discendenza, nomina suo erede il banchiere Giovanni Antonio Parravicino: nel 1721 quest’ultimo muore scegliendo come erede il nipote conte don Giovanni della Porta, figlio di sua sorella Maria. Nel caso in cui, a sua volta, egli non avesse avuto discendenza, l’eredità sarebbe andata all’Ospedale Maggiore di Milano. Nel 1763, Giovanni morì senza prole; ma i nipoti, marchese don Giovanni Battista Moriggia Della Porta (?-1786) e le sorelle Della Porta, marchesa donna Marianna Corbella e marchesa donna Eleonora Bossi rivendicarono i loro diritti ereditari e il possesso del cospicuo patrimonio di cui faceva parte il palazzo in Via del Giardino dirimpetto alla chiesa di S. Pietro Collarete. Galeazzo Bossi e Giovanni Battista Moriggia Della Porta sono quindi cognati.
Dal 1780 al 1786 il palco rimase dei tre fratelli, fino al 1787 quando si aggiunge la figlia di Cosimo Cesare Livia Caimi Moriggia, vedova di Alfonso. Si succedono quindi molti comproprietari: i marchesi don Benigno e Fratelli Bossi, il Conte Cesare e fratello Giulini e la marchesa Marianna Della Porta Corbella. I primi erano figli di Galeazzo Bossi e di Eleonora Della Porta già citati in precedenza. La famiglia Giulini entra nella storia del palco tramite Virginia Moriggia, figlia di don Cosimo Cesare marchese di Torremaggiore, andata in sposa nel 1748 a Giorgio Giulini (1714-1780), importante storico italiano e musicista, protagonista della Milano settecentesca, partecipe di tutte le iniziative accademiche che caratterizzarono la città; frequentò Gaetana e Teresa Agnesi, incrementò le attività teatrali nella sua villa di Boffalora, partecipò attivamente al rinnovamento musicale guidato da Giovanni Battista Sammartini e dalla sua “corte”, componendo sei sinfonie; contribuì con il conte Imbonati alla resurrezione dell’Accademia dei Trasformati. Ma la sua principale attività fu quella di storiografo: Giulini diede vita alle Memorie spettanti alla storia al governo ed alla descrizione della città e della campagna di Milano ne’ secoli bassi, in nove volumi usciti tra il 1760 e il 1765. A lui e a molti altri si deve una lenta ma progressiva presa di coscienza civile, che portò Milano a divenire la patria dei Verri, di Beccaria, di Parini.
La coppia Giulini-Moriggia ha cinque figli, tra i quali i citati fratelli Giuseppe e Cesare Giulini (1755-1820). Fu Cesare ad aggiungere il cognome Della Porta essendogli pervenuta la primogenitura di quella famiglia. Cesare come tutti i Giulini si afferma tra i protagonisti della vita cittadina: giureconsulto dal 1789, podestà di Milano dal 1814 al 1821, iscritto per primo al collegio dei nobili giurisperiti. Dopo anni di condivisione, eredita il palco nel 1809 per passarlo poi, nel 1823, a Giorgio (1784-1849), il figlio avuto dal matrimonio con Anna Dal Verme. Anche Giorgio ricopre importanti ruoli politici, come membro della Reggenza di governo dopo la Restaurazione. Nel 1812 sposa Maria Beatrice dei principi Barbiano di Belgiojoso d’Este e dal matrimonio nascono Cesare, Anna, Giovanna e Rinaldo.
Dal 1856 i figli detengono il possesso del palco: Cesare (1815-1862), membro del Governo Provvisorio di Lombardia e Senatore del Regno, partecipa alle Cinque Giornate del 1848 e dispone alla morte un legato di 4000 fiorini a favore delle famiglie dei caduti nella guerra del 1859 e 1000 fiorini per l’acquisto di nuove uniformi per la Guardia Nazionale di Milano. Dal matrimonio con Giulia Carcano nasce un’unica figlia, Maria Beatrice. Senatore a vita dal 1861, compare tra i fondatori del giornale La Perseveranza, particolarmente importante nella storia della musica per la collaborazione del critico musicale Filippo Filippi.
La figlia Anna (1818-1883) sposa Camillo Casati (1805-1869), fratello minore di Gabrio e Teresa Casati Confalonieri. Cinque i figli di Anna e Camillo: Rinaldo, Agostino, Giorgio, Gian Alfonso e Beatrice. Ad Anna Casati va anche la Villa San Martino di Arcore, secentesca dimora marchionale già dei Giulini, acquistata nel 1974 da Silvio Berlusconi. Infine Giovanna (1821-1892) sposa nel 1839 Giovanni Battista Camozzi de Gherardi Vertova (1818-1906). Dal 1858 per vent’anni, il palco diventa esclusiva della madre Maria Beatrice Barbiano di Belgiojoso d´Este (1794-1871), figlia di Rinaldo Alberico ed Elisabetta Mellerio.
Dal 1878 al 1883 il palco torna prima nelle mani di Anna per passare dall’anno della sua morte (1884) al 1905 ai figli Rinaldo Casati (1844-1898), prefetto di Milano e senatore, Agostino (1847-1924), assessore e consigliere comunale di Milano, Giorgio (1848-?), ufficiale di cavalleria, coniugato con Antonietta Negroni Prati Morosini, padre di Anna Cristina, Gian Alfonso (1854–1890), coniugato con Luisa Negroni Prati Morosini, padre di Camillo Casati Stampa di Soncino, e infine Beatrice (1845-?), seconda moglie di Luigi Agostino Casati.
Dal 1906 al 1915 non più legami di sangue legano i nuovi con i precedenti possessori. Titolare è la famiglia Crespi con Cristoforo Benigno Crespi (1833-1920), commendatore, imprenditore tessile, costruttore della centrale idroelettrica di Trezzo d’Adda. Coniugato con Pia Travelli, ha quattro figli e abita dal 1884 in via Borgonuovo 18, nel cosiddetto “Borgo dei sciuri”, ovvero dei ricchi signori. Con la moglie, figlia di un avvocato di Busto Arsizio, condivide in quegli anni il palco, per poi cederlo fino al 1920 al Commendator Soave Besana, proprietario dell’Hotel Savoy Palace di Gardone Riviera frequentato da d’Annunzio. Insieme al fratello Gabriele, Besana possiede una scuderia privata che è la prima a portare in gara le vetture di Ferrari, del quale fu anche pilota. Sta nascendo una nuova Italia.
Nel 1920 finisce la complessa storia del palco: si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, II ordine, settore destro

Il palco della protesta
Nel 1857, alla rappresentazione d’onore organizzata per rendere omaggio all’Imperatore Francesco Giuseppe in visita alla città di Milano, una piccola messa in scena di patriottismo si consumò all’interno del palco n° 11 del II ordine destro: il conte Massimiliano Cesare Stampa dei marchesi di Soncino (1825-1876), per spregio e protesta alla corte straniera, rimase seduto e con la schiena voltata ai sovrani che facevano il proprio cerimonioso ingresso nel teatro. Venne arrestato e condotto forzatamente a Bormio.
Ma la storia del palco era iniziata molto tempo prima, con altre vicende e altri personaggi.
Nel 1778 fu proprietà del tesoriere militare della Lombardia, il marchese Giuseppe Antonio Molo (1729-1796), famoso allora da Milano a Roma non tanto per le sue cariche politiche, quanto per le disavventure private di un matrimonio da annullare, secondo la causa intentata dalla moglie Marianna Grassi Varesini dopo 12 anni di convivenza “ex capite absolutae perpetuae impotentiae”. E il Verri così lo aveva stigmatizzato: “un Ercole che invece che allegare dei fatti cita degli autori”.
Già prima della morte del tanto discusso marchese, nel 1790, il palco risultava intestato al conte Antonio Lucini Passalacqua, decurione della città di Como ed esponente della nobile famiglia comasca che aveva unito i due cognomi già nel XVI secolo.
Ad eccezione del periodo napoleonico, quando subaffittava questo ed altri palchi Giuseppe Antonio Borrani, caffettiere e faccendiere, la proprietà Lucini Passalacqua si mantenne continua fino al 1834, quando venne rilevata dalla famiglia degli Stampa di Soncino, e in particolare dal conte Carlo Basilio (1796-1874). Vissuto per “esercitare la carità” - come ricorderà nell’epitaffio lo stesso nipote - il conte Basilio era il terzo figlio di Massimiliano Giovanni Stampa e Carlotta Gonzaga, dopo Massimiliano Giuseppe <2.> (1790-1834), e Giovanni (1791-1847), rimasto celibe.
Non avendo avuto figli dal matrimonio con Francesca Spinelli, il conte Basilio passò ben presto il testimone del palco ai nipoti: Massimiliano Giovanni Rinaldo (1816-1858), figlio del primo matrimonio del fratello Massimiliano Giuseppe con Luisa Grisi Barbiano di Belgiojso d’Este, e in seguito al fratellastro di quest’ultimo, Massimiliano Cesare (1826-1876), il già citato patriota, figlio in seconde nozze di Teresa Palazzani, che detenne il palco fino alla morte. Arrestato già all’epoca della prima guerra d’indipendenza, nel 1848, per ordine del viceré Radetzky, sospettato di collaborare con i rivoluzionari, il conte Massimiliano Cesare era riuscito ad evadere dalla prigione di Lubiana dove era stato rinchiuso e a unirsi durante la fuga all’esercito di Carlo Alberto, come tenente dei cavalleggeri. Fallita la rivoluzione, venne costretto agli arresti domiciliari ma durante la seconda guerra di indipendenza appoggiò da Milano l’avanzata di Vittorio Emanuele II; da questi fu nominato colonnello della seconda legione della Guardia Nazionale e quindi anche ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia. Insieme alle coraggiose avventure politiche, il conte coltivava più ’innocue’ passioni, come quelle per la floricoltura - tante le esposizioni che lo videro giudice - o quella per i cavalli, che lo portò a fondare la prima associazione nazionale di allevatori di cavalli da corsa. Sposato con la contessa Cristina Morosini, non ebbe figli e alla sua morte, ultimo della sua casata, lasciò titoli e sostanze al piccolo nipote Camillo Casati e una cospicua donazione di quadri e opere preziose alla Pinacoteca di Brera.
La storia del palco prosegue con un nuovo proprietario dal 1875, il barone Emilio Vitta, esponente di spicco della comunità ebraica piemontese, per concludersi poi, dal 1902, con il rinomato avvocato Pietro Volpi Bassani. Questi, impegnato attivamente nella vita della città, aveva fatto erigere l’omonima galleria, poi abbattuta, dove tutt’oggi si trova la centrale Piazza Diaz. Il cavaliere aveva inoltre partecipato economicamente ai lavori di ristrutturazione del Castello Sforzesco: in memoria della moglie Alessandrina aveva pagato il restauro della leonardesca Sala delle Asse. Fu testimone e protagonista di uno dei momenti cruciali o quanto meno significativi nella storia del teatro scaligero: dopo il referendum del 1901 per esprimere un parere “se il comune abbia a concorrere nelle spese di esercizio del teatro alla Scala”, l’impopolarità dell’istituzione presso la maggioranza della cittadinanza milanese aveva costretto da una parte il Comune alla riduzione della dote a 60.000 lire annue e dall’altra un gruppo di privati cittadini a costituire una Società anonima per l’esercizio del Teatro alla Scala con presidente Guido Visconti di Vimodrone e come consiglieri Ettore Ponti, futuro sindaco di Milano, Luigi Borghi, Luigi Erba e appunto l’avvocato Volpi Bassani.
Di lì a poco le istanze di una nuova società avrebbero costretto a un riassetto del sistema produttivo e del mercato dell’arte, in cui il teatro d’opera avrebbe perso la propria centralità, tanto musicale quanto sociale, e reso anacronistico il sistema di proprietà dei palchi che infatti trovò il suo esito nel 1920 nell’esproprio dei palchi da parte del Comune e nella costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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Palco n° 12, II ordine, settore destro

Il palco del Fernet Branca
Primo proprietario fu il conte Francesco d’Adda (1726-1779), figlio di Costanzo e Maria Giuseppina Castelbarco Visconti; questi sposò in prime nozze nel 1754 Barbara Maria Corbella, morta a soli 22 anni forse per alcune complicazioni sofferte alla nascita della figlia Maria, e in seconde, nel 1770, la marchesa Teresa Litta Visconti Arese (1753-1815), figlia di Pompeo Giulio e Maria Elisabetta Visconti Borromeo. Anche dopo la morte del marchese d’Adda il palco rimane a suo nome, per qualche anno: infatti, non era sempre immediata la distribuzione delle eredità tra i discendenti. In questo caso, la citata seconda moglie di Francesco, Teresa, dovette aspettare sino al 1783 per ottenere la titolarità del palco; nel frattempo, si era risposata nel 1782 con il marchese Maurizio Gherardini, dal quale ebbe una figlia, Vittoria.
I proprietari del palco, che fino a questo momento erano gli stessi del n° 1 del II ordine destro, si differenziarono a partire dal 1795, quando fece il suo ingresso una nuova nobile famiglia, quella degli Arrigoni del ramo di Esino. Il palco, intestato al conte Gerolamo Arrigoni, figlio di Domenico e Paola Carcano, venne condiviso nel 1809 con la famiglia della moglie, utente “negli spettacoli serali dei giorni pari”. Nel 1813, e per una decina d´anni, a Gerolamo subentra il figlio Decio, coniugato con la marchesa Maria Giovanna Bellini.
Nel 1823, in piena Restaurazione, il palco divenne di proprietà del conte bergamasco Andrea Camozzi de Gherardi (1766-1855), al quale era stata concessa la nobiltà austriaca con sovrana risoluzione il 17 maggio 1819. La moglie Elisabetta Vertova fuse la linea dinastica dei Vertova, di cui fu l’ultima discendente, con quella del marito Camozzi de Gherardi, dando alla luce ben undici figli. Elisabetta, donna di cultura e di idee progressiste, protagonista di dibattiti politici e letterari nel Risorgimento, riuscì persino a convincere il marito, le cui posizioni erano inizialmente conservatrici e filoasburgiche, ad appoggiare gli ideali mazziniani dei figli Giovanni Battista, che divenne il primo sindaco di Bergamo e senatore dell´Italia unita e Gabriele, garibaldino, comandante della Milizia nazionale e deputato nel Parlamento di Torino, dopo essere stati parte attiva nei moti rivoluzionari del 1848-49. Andrea ed Elisabetta a inizio Ottocento commissionarono all’architetto Simone Elia, allievo di Leopold Pollack, la costruzione della villa “Camozzi Vertova” a Ranica (Bergamo) ancor oggi esistente e funzionante come sede del Centro di Ricerche Cliniche per le Malattie Rare “Aldo e Cele Daccò” dell’istituto Mario Negri.
La storia del palco si interrompe nel 1848, coi moti rivoluzionari; le fonti tacciono per quasi dieci anni, in quanto gli austriaci, per ritorsione, non permisero di inserire i nominativi dei palchettisti, quasi tutti schierati su posizioni nazionalistiche e antiasburgiche. Le fonti riprendono a elencare i palchettisti nel 1856: da quest’anno, il palco risulta a nome di Andrea Radice (?-1885). Appartenente a una famiglia attiva in quel di Busto Arsizio nel commercio del cotone, Radice, con il socio Francesco Turati, aveva accumulato una fortuna: soddisfatto per la ricchezza raggiunta, si era ritirato presto dalla società Turati & Radice e dagli affari, vivendo di rendita e di investimenti azionari, in una lunga vita felice. Abitava in via Borgonuovo 18, una zona di Milano talmente ricca di palazzi nobiliari da esser chiamata dal popolo “Borgo dei Sciuri”. Andrea Radice (non sappiamo sinora con chi fosse maritato) compare quale palchettista sino al 1887, lasciando eredi le figlie, entrate per matrimonio nella autentica aristocrazia lombarda: Amalia (1831-1895), coniugata nel 1850 con don Francesco Calderari, residente in piazza Borromeo 6, e Adele, che acquisì il titolo di contessa per aver sposato nel 1856 Giorgio Dal Verme: la loro unica figlia si maritò con Lorenzo Litta Modignani, coronando quel sogno di “immagine” che i grandi della borghesia italiana cercavano di realizzare.
Nel 1889 il palco passò al conte Giuseppe Crivelli Serbelloni (1862-1918), proprietario anche del n° 15 del primo ordine destro. Giuseppe, figlio di Alberto Crivelli e Maria Serbelloni, nacque a Madrid durante una delle spedizioni diplomatiche del padre; fu impegnato nell’amministrazione provinciale di Como e venne nominato sindaco di Taino (Varese) direttamente da re Umberto I nel 1889. Trascorse la propria vita tra il palazzo di Taino, la villa di famiglia a Luino e la residenza milanese in via Montenapoleone. Nel 1885 sposò Antonietta Trotti Bentivoglio, da cui non ebbe figli. A lui si deve l’ideazione dell’Acquario Civico, ai margini del Parco Sempione, a tutt’oggi una delle belle attrazioni della città.
Nel 1911, dopo la lunga titolarità aristocratica, il palco ritorna ad un ricco imprenditore borghese: è Bernardino Branca (1886-1957), nipote dell’omonimo fondatore delle Distillerie Fratelli Branca, produttori dell’ancor oggi apprezzato Fernet. Bernardino fu volontario durante la Prima guerra mondiale come ufficiale di cavalleria; nel 1917 assunse la direzione dell’azienda di famiglia e mostrò una notevole lungimiranza, riuscendo presto a “internazionalizzare” la ditta nonostante la dura crisi economica a cavallo degli anni Venti e Trenta. Fu inoltre tra i principali finanziatori del Museo Teatrale della Scala nel 1913 e divenne nel 1918 consigliere comunale del capoluogo lombardo. A lui il palco rimane sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, II ordine, settore destro

Un palco, una famiglia e varie curiosità
Il palco vede proprietarie tre donne dal 1778 al 1787: la giovane contessa Isabella Visconti, la madre Anna Visconti Stampa di Soncino (1743-1820), coniugata con il conte Alfonso dei Visconti di Saliceto, e la zia materna contessa Maria (1717-1790), vedova del conte Giambattista Mezzabarba. Alla morte prematura di Isabella, nel 1787 tutto passa al fratello di Alfonso, Giuseppe Visconti (1731-1803), ottavo conte di Saliceto e figlio di Pietro Francesco Ercole Antonio e di Maria Andreotti della Valle d’Intelvi, che terrà il palco fino al 1796. Giuseppe era noto a Milano perché illuminista - amico dei fratelli Verri era aggregato all’Accademia dei Pugni - e pioniere della meteorologia. Ma il suo nome era citato nelle cronache del tempo perché contro il volere della famiglia si era sposato nel 1768 a Venezia con la lionese Emilia Adelaide Duminge, né ricca né nobile; addirittura, i figli Annibale e Pirro erano nati prima del matrimonio e nel 1801 Giuseppe dovette pagare profumatamente chi arrivò da Lione a Milano rivendicando la giovane consorte come marito di primo letto! Come scrive Pietro Verri, Giuseppe “era oltremodo serio prima di scoprire i piaceri della vita… poi, una volta scoperti, ne fece di bambocciate!”.
Nel 1809, anni di dominio napoleonico, subentra il primogenito della coppia Annibale Visconti che mantiene la titolarità sino al 1820.
Dal 1821 il palco andò a un altro Stampa di Soncino, Massimiliano Giovanni (1765-1824), marchese, figlio di Massimiliano Giuseppe <1.> e di Livia Doria Sforza Visconti, sposato nel 1785 con Carlotta Gonzaga; dal matrimonio, nacquero Massimiliano Giuseppe <2.>, Giovanni Gaetano, Carlo Basilio (1796-1874). A quest’ultimo, coniugato con Francesca Spinelli, il palco appartenne sino alla morte, passando poi agli eredi del fratello, marchese Massimiliano Cesare (1825-1876), sposato ma senza prole; infatti nel palco dal 1879 troviamo la moglie Cristina Morosini (1833-1897),“bella come una dea” (come scrive Raffaello Barbiera), con un matrimonio annullato alle spalle ed erede universale dei cospicui averi del secondo marito. Cristina, ospite del salotto di Clara Maffei, faceva parte degli amici milanesi di Giuseppe Verdi, come la madre Emilia e la sorella Giuseppina; appassionata cultrice di musica, entrò nel gruppo dei fondatori della Società orchestrale Teatro alla Scala.
A lei succede nel 1907 Camillo Casati Stampa di Soncino (1877-1946), figlio di Gian Alfonso Casati e di Luisa Negroni Morosini, che nel 1892 ottenne il titolo di marchese e l’autorizzazione ad aggiungere al proprio cognome quello degli Stampa di Soncino.
Più che a lui, appassionato di ornitologia e di caccia, gli occhi del pubblico scaligero sono puntati sulla moglie, sposata nel 1910: Luisa Adele Rosa Maria, contessa Amman (1881-1957), ereditiera di una famiglia di origine ebraica arricchitasi con l’industria cotoniera. Appassionata di occultismo, collezionista d’arte, amica di D’Annunzio e di Man Ray, soggetto di uno straordinario ritratto di Giovanni Boldini, proprietaria del palazzo veneziano oggi di Peggy Guggenheim, Luisa si separa dal marito alle soglie della prima guerra mondiale per affrontare un percorso di vita fuori dall’ordinario, che finirà, in miseria, a Londra.
Camillo Casati Stampa di Soncino rimarrà titolare del palco sino al 1920, anno in cui si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, II ordine, settore destro

Qualche eredità contorta
Tra il 1778 e il 1830 la famiglia Trivulzio divide la proprietà scaligera con altre tre famiglie: i Rovida, i Bossi e i Maggi.
Inizialmente il palco è per metà del marchese Antonio Rovida, figlio di Giambattista e di Cecilia Corta, sposato nel 1750 con Giuseppa Cottica, e il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio <1.> (1728-1802), primogenito dei dieci figli di Alessandro e Margherita Pertusani. Giorgio Teodoro è Marchese di Sesto Ulteriano, Signore di Corte Palagio, Prata e Terra, nonché patrizio milanese, Decurione di Milano, dei XII di Provvisione, giudice delle strade nel 1768 e Ciambellano nel 1770. Egli sposò Cristina Cicogna, dalla quale ebbe tre figli: Gian Giacomo <1.> (1774-1831), Alessandro e Gerolamo. Il primogenito Gian Giacomo, Ciambellano Imperiale, fu membro del collegio dei possidenti al tempo del primo Regno Italico e ciambellano di Napoleone, che lo nominò cavaliere dell’Ordine della Corona di Ferro e gli concesse il titolo di conte del regno d’Italia, titolo che rimase personale, non essendo stato costituito il maggiorasco prescritto dall’art.6 del VII Statuto Costituzionale del Regno. Ritornati gli austriaci in Lombardia, Gian Giacomo fu confermato nell’antica nobiltà col titolo di marchese per i maschi primogeniti, dopo aver rinunciato al titolo di conte conferitogli da Napoleone. Da Gian Giacomo e dalla sua consorte Beatrice Serbelloni nacque il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio <2.>, sposato con Maria Anna Rinuccini, proprietario del Proscenio nel II ordine sinistro.
Dal 1795 al 1815 oltre ai Trivulzio, compaiono il marchese Antonio Rovida, Giuseppe Rovida e Benigno Bossi <1.> (1731-1815), ciambellano imperiale.
Dal 1821 ai Bossi subentrano Carlo Ambrogio Maggi <1.> e poi i fratelli Giuseppe e Luigi Maggi, ingegnere, che saranno anche proprietari del n° 2 del III ordine, settore destro.
Dal 1831 al 1920 il palco sarà della famiglia Borromeo che se lo tramanderà di generazione. Carlo Borromeo <1.> (1787-1866), patrizio milanese, è il primo a sedere in questo palco. Figlio di Antonio Borromeo Arese e di Maria Elisabetta Cusani Visconti, nel 1822 sposa Maria Costanza d’Adda, di Febo e Marie Leopoldine von Khevenhuller-Metsch. Dal matrimonio nasce il primogenito e omonimo Carlo Borromeo Arese <2.> (1828-1889), che gli succederà nella proprietà del palco. Carlo sposa nel 1860 un’omonima della madre: Maria Costanza d´Adda, figlia di Vitaliano e di Maria Doria Lamba. Dal loro matrimonio nascerà l’erede e ultimo proprietario del palco Febo Borromeo d’Adda (1871-1945), che sposerà, separandosi poi, Orietta Doria Pamphili Landi. Educato all’Accademia militare, senza poi intraprendere la carriera, fin da giovane si dedicò alla politica, aderendo alla Destra storica. Dal 1899 al 1913 fu consigliere della giunta provinciale, poi nel Comune di Milano. Eletto Sindaco di Oreno e Cassano d’Adda, ricoprì i ruoli di presidente della Lega Navale e del Pio Istituto Bassini, nonché di consigliere della Banca Popolare di Milano. Tra gli incarichi ricevuti nell’ambito filantropico: consigliere dell’Istituto nazionale “Vittorio Emanuele III” per lo studio e la cura del cancro e presidente della Croce Rossa Italiana. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale di schierò a favore della causa neutralista, partecipando volontariamente sul campo di battaglia trentino, col grado di capitano, come membro della Croce Rossa. Nel 1913 fu eletto Deputato e nel 1939 senatore del Regno d’Italia, dove sarà membro della Commissione Agricoltura. Ma la storia del palco era già terminata nel 1920, quando si era costituito l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune aveva dato il via all´esproprio dei palchi privati.
(Maurizio Tassoni)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, II ordine, settore destro

Dai Taverna ad Achille Chiesa
Primo proprietario del palco dal 1778 al 1795 fu Lorenzo Taverna conte di Landriano (1719-1794). Le origini antiche della casata troverebbero conferma in un affresco del XIII secolo nella Basilica di sant’Ambrogio: Bonamico Taverna viene ritratto in preghiera. Notizie certe sulla famiglia Taverna si hanno a cominciare da Francesco (1488-1560), Gran Cancelliere e primo conte di Landriano, diplomatico al servizio di Carlo V e Filippo II. La famiglia annovera nei secoli successivi diversi personaggi che ricoprono incarichi pubblici nell’amministrazione della Lombardia spagnola e quindi asburgica fino ad arrivare a Lorenzo, il quale sposa nel 1747 Anna Lonati Visconti, figlia del marchese Carlo, unica erede del cospicuo patrimonio paterno che confluì quindi nel casato dei Taverna, compreso il feudo di Olevano, in Lomellina.
Nel 1796, in concomitanza con l’entrata dei francesi al comando del generale Bonaparte a Milano e l’allontanamento dei Taverna, filo-asburgici, il palco alla Scala passa al nobile Carlo De Pietri (circa 1769-1821); ma nel periodo del Regno d´Italia, utente nel 1809 è il barone Giovanni Battista Cozzi e nel 1810 l´ufficiale napoleonico Carlo Battaglia.
Nel 1813, ritorna il precedente proprietario Carlo De Pietri; eredita il palco nel 1821 suo figlio Siro (1792-1878), che ne mantiene la proprietà fino al 1835. Carlo Porta dedica Al Sur Carloeu de Peder car amis e bon padron una poesia datata 9 luglio 1816, nella quale si ricorda di una serata conviviale arricchita di bevute e scommesse e pretende quindi le sue due bottiglie di buon vino. Il poeta si firma Meneghin Loffi, che è come dire Milanese Spossato, stanco… Lo pseudonimo sottende una metafora: per un poeta come il Porta, il ritorno degli austriaci era “logorante”.
Dal 1836 i proprietari appartengono tutti alla stessa famiglia: l’avvocato milanese Giuseppe Antonio Piccinini, poi nel biennio 1846-47, la vedova Giuseppina Piccinini Carrozzi e dal 1847 al 1859 il figlio Luigi Piccinini Rossari, attivo in opere di carità per i carcerati e benefattore dell’Ospedale Maggiore di Milano. La loro villa di delizia a Castellanza di Giubiano (Varese), già Albuzzi del Pero e acquistata nel 1850, divenne luogo di ritrovo e di feste per molti ospiti; nel 1885 comprò la villa il famoso tenore Francesco Tamagno che la ribattezzò, in onore della figlia, villa Margherita.
All’alba dell’Unità d’Italia proprietario è il marchese Uberto Pallavicino (1825-1889), discendente dell’antica famiglia feudale entrata a far parte dell’alta nobiltà lombarda, stringendo legami parentali con le famiglie più in vista come i Trivulzio, Belgiojso, Cavazzi della Somaglia, Martinengo, Sforza, Sanvitale, Lucini Arese. Dagli anni Trenta dell’Ottocento risiedono nel Palazzo Resta Pallavicino, grande edificio barocco con facciata neoclassica all’angolo tra via Mascagni, via Conservatorio e via Passione a Milano. Acquistato nel 1724 dal nobile Carlo Resta, l’edificio passa nel 1823, per intricate vicende ereditarie, alla famiglia dei marchesi Pallavicino che lo fanno ristrutturare tra il 1837 e il 1839, realizzando la facciata neoclassica e rinnovando gli sfarzosi interni, come dimostrano le bellissime sale affrescate del primo piano nobile. Il palazzo oggi è sede della Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano.
Dal 1873 ancora una singola famiglia, quella dei Leonino, vede alternarsi nel palco i suoi componenti. Inizia il barone Davide Leonino (1798-1875), esponente di spicco della comunità ebraica milanese, sposato con Ester Alatri. Dal matrimonio di Davide ed Ester nasce Sabino sposato con Adele Finzi; egli eredita il palco e lo mantiene in comproprietà, dal 1878 al 1881, con Nina Alatri, moglie di Charles Emanuel Leonino e benefattrice dell´Ospedale Fatebenefratelli. Alla morte del barone Sabino e dopo sei anni di giacenza in eredità, titolare diventa Alfredo Davide Leonino (1865-1924), possidente e benefattore dell´Ospedale di Varese.
I Leonino lasciano il palco dal 1903 a un unico titolare: si tratta di Achille Chiesa, collezionista d’arte coniugato con la nobildonna Ida Pittaluga, di Rosario in Argentina, genitori di Achillito, anch’egli collezionista e legato per donazioni alla Pinacoteca di Brera. La coppia si trasferì dal Sudamerica a Milano ai primi del Novecento.
Achille Chiesa mantiene la proprietà sino al 1920, quando si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, II ordine, settore destro

Dai Visconti ai Rocca Saporiti
La storia del palco ha inizio con donna Bianca Maria Doria Visconti nata von Sinzendorf (1717-1783), marchesa di Caravaggio, piccolo feudo nella pianura bergamasca noto, oltre che per il santuario, per aver dato i natali al famoso pittore Michelangelo Merisi detto appunto il Caravaggio. Il padre era il viennese Johann Wilhelm von Sinzendorf; la madre Bianca Maria Sforza era morta a soli vent’anni dando alla luce la figlia battezzata con lo stesso nome. Bianca Maria si sposò con il marchese Filippo Domenico Doria Sforza Visconti ma all’epoca dell’apertura del Teatro alla Scala era già vedova. Alla sua morte, il palco andò alle “tre figlie Caravaggio”, ovvero Eleonora, Giuseppa e Livia, che rimase unica proprietaria dal 1790. Livia Doria Sforza Visconti (1743-1803) nel 1760 si era unita in matrimonio con Massimiliano Giuseppe Stampa, marchese di Soncino, proprietario dei palchi n° 6 e n° 7 del I ordine destro.
Nel 1809 il palco era condiviso dal marchese Girolamo Parravicini, già delegato per le iscrizioni alla leva della Milizia Urbana (Porta Comasina) nella Repubblica Cisalpina e dalla contessa Besozzi, ovvero Livia Stampa, la figlia di Livia Doria Sforza Visconti e Massimiliano Giuseppe Stampa, la quale nel 1785 aveva sposato il conte Antonio Gaetano Besozzi (1756-1811): la contessa Besozzi rimarrà proprietaria sino al 1837, caso non consueto di continuità tra periodo francese e austriaco.
Nel 1838 il palco vede titolare il marchese Marcello Giuseppe Saporiti (1772-1840), figlio di Giacomo Francesco Nicolò e Angela Delfino e membro dell’antica aristocrazia genovese. Quando Napoleone conquistò l’Italia, Marcello Giuseppe si trasferì a Milano dove conobbe Angela Spinola, ricca vedova Cattaneo, che sposò. Costei, su suo consiglio, comprò a modico prezzo l’antico feudo della Sforzesca (oggi frazione di Vigevano), dove sarebbe morta nel 1816. Grazie al suo spiccato senso imprenditoriale Marcello Giuseppe riuscì a creare alla Sforzesca una fiorente azienda agricola che gli consentì di affermarsi nell’aristocrazia vigevanese. Deceduta la prima moglie, si sposò altre due volte: nel 1818 con Anna Jourdan, conosciuta a Parigi e figlia di un maresciallo, e poi nel 1835 con Maria Anna de’ Vitali di Pallières, figlia di un dignitario di corte di re Carlo Alberto. Nel 1831 divenne sindaco di Vigevano.
Essendo privo di discendenti, Marcello Giuseppe associò nella gestione dei suoi beni e designò come proprio erede il pronipote Apollinare Rocca Saporiti (1813-1880), che compare come intestatario del palco dal 1842. Questi, per sfuggire le rivendicazioni sul ricco patrimonio dello zio da parte del ramo genovese della famiglia, scelse di sposarne nel 1841 la vedova Maria Anna de’ Vitali di Pallières, divenendo così marchese della Sforzesca. Nel testamento Marcello Giuseppe aveva disposto che venisse realizzato alla Sforzesca un collegio-convitto. Il nipote ne affidò il progetto all’architetto Giacomo Moraglia, autore anche del rinnovamento in stile neoclassico della villa di famiglia e del rifacimento della chiesa di Sant’Antonio Abate, ampliata per poter ospitare il monumento funebre in memoria dello zio. Alla famiglia Rocca Saporiti apparteneva da tempo l’omonimo palazzo milanese in Porta Orientale, ultimato nel 1812 e opera di Giovanni Perego, il celebre scenografo scaligero; questi però, non essendo architetto, non poté firmare il progetto che pertanto riporta il nome di Innocente Giusti. Marcello Rocca Saporiti aveva acquistato il palazzo nel 1818 direttamente dal committente e primo proprietario Gaetano Belloni, gestore delle bische che si tenevano nel ridotto del Teatro alla Scala, ma che in quegli anni, a causa della proibizione del gioco d’azzardo da parte degli Austriaci, era sommerso di debiti. Ancor oggi il palazzo campeggia di fronte a via Palestro, con l’inconfondibile fila di statue che dalla sommità osservano i Giardini pubblici “Indro Montanelli” di piermariniana memoria.
Nel 1882-1883 il palco risulta diviso tra i due figli di Apollinare, Alessandro Rocca Saporiti (1850-1927), sposato nel 1878 con Marianna Altieri e Marcello Rocca Saporiti (1845-1912), unito in matrimonio nel 1869 con Camilla Resta, figlia di Giovanni Resta e di Francesca Pallavicino Clavello (1819-1904), detta “Fanny”, che compare come palchettista qui e anche nel vicino palco n° 18 insieme al marito Giovanni e al figlio, il futuro senatore Ferdinando; un complicato intreccio di proprietà e legami parentali che sin dalle origini caratterizza la storia di questo e di molti palchi scaligeri.
Dal 1884 è indicato come intestatario solo Marcello e dopo la sua morte, dal 1915, il fratello Alessandro: a lui rimane il palco sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 17, II ordine, settore destro

Il conte, la bestia e… un palco
Le autorità governative austriache, nella persona del Conte di Kevenhüller, il 14 luglio 1792 pubblicarono a Milano un Avviso nel quale si diede notizia dell’uccisione dei due fanciulli da parte di "una feroce Bestia di colore cinericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso Cane". Fu indetta quindi una "generale Caccia" con premio di 50 zecchini per chi avesse ucciso la "predetta feroce Bestia". L’Avviso nella sua veste originale è pubblicato a preludio del libretto di Giorgio Caproni Il conte di Kevenhüller (Garzanti 1986); lo scrittore con lo pseudonimo di Aleso Leucasio svolge un metaforico percorso poetico intorno alla cattura della bestia, una preda che "anche se non esisteva, c’era".
Il conte Khevenhüller, immortalato nel libro, è il primo proprietario, con sua moglie Giuseppina Mezzabarba, del palco n° 17, del II ordine di destra.
Discendente della famiglia dei Khewenhüller, nobili originari della Carinzia, Johann Emanuel Joseph von Khewenhüller-Metsch fu l’ultimo figlio della contessa Karoline von Metsch e di Johann Joseph von Khewenhüller, capo maggiordomo dell’imperatrice Maria Teresa; creato principe nel 1767, Johann Joseph von Khewenhüller unisce al proprio il cognome della moglie, acquisendo il diritto di trasmettere il titolo principesco ai primogeniti. Johann Emanuel, come il padre, entrò nelle grazie asburgiche, divenendo consigliere intimo di Francesco I d’Austria.
Nel 1773, milanese d’adozione e citato nelle fonti come Emanuele, il conte si sposò con la diciottenne Maria Giuseppina Mezzabarba (1757-1811), ultima erede dell’omonimo casato pavese; la figlia Marie Leopoldine (1776-1851) convolò a nozze nel 1794 con il patrizio milanese Febo d’Adda (1772-1836). Ritroviamo il nome del marchese d’Adda nel 1809, come utente del palco, diviso con Giuseppe Visconti: i due, entrati i francesi a Milano, erano stati delegati, con tanti altri esponenti del patriziato, a far rispettare avvisi e decreti emanati dal nuovo governo (fra i quali, quello di evitare di suonare le campane per evitar sedizioni) e in particolare a ricevere le notificazioni per la leva della Milizia urbana, nelle varie zone della città; Giuseppe Visconti era delegato a Porta Vercellina nella parrocchia di Santa Maria Pedone, Febo D’Adda a Porta Nuova nella parrocchia di San Bartolomeo. Tranne questa parentesi, il palco rimane a Emanuele di Khewenhüller decisamente longevo (1751-1847) e che si era accumulato un notevole patrimonio fondiario, sino a quando nel 1848 passò alla figlia Marie Leopoldine, vedova dal 1836.
Dopo il 1856, proprietari risultano i fratelli Vitaliano (1800-1879), coniugato a Carolina Doria, e Carlo d’Adda (1816-1900), rispettivamente secondogenito e quartogenito di Febo e Leopoldine. Dopo due anni, il palco è intestato soltanto a Carlo, marchese di Pandino, patriota già dalle Cinque giornate, fortemente avverso al dominio austriaco, esule in Francia, amico di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, coniugato con una delle donne più vivaci del secolo, la giovane nipote Maria Falcó Valcarcel Pio di Savoia, detta Mariquita per le sue origini spagnole. Salonnière e patriota, promotrice ai tempi del 1848 di una lettera Alle donne degli Stati Sardi, nella quale si chiedeva, oltre all’unità nazionale, il rispetto dei diritti femminili, dopo il 1859 segue il marito nominato prefetto a Torino, fondando un salotto frequentato anche da Cavour e Ricasoli; tornata col marito a Milano dopo l’Unità, Mariquita riunì nella sua casa di via Manzoni 45 intellettuali e politici di tendenza liberal-conservatrice; Carlo d’Adda si distinse tra i fondatori del giornale La Perseveranza, per le sue attività industriali (era coinvolto nelle Ferrovie) e benefiche quale presidente della Congregazione di Carità di Via Olmetto e dell’Ospedale Maggiore.
Morti Mariquita e Carlo d’Adda, il palco passa nel 1901 a Leopolda d’Adda (1847-1922), vedova del senatore del Regno Annibale Brandolin, unica figlia sopravvissuta dei quattro della coppia, detta Leopoldina, come la nonna Khewenhüller, ed effigiata bambina da Vincenzo Vela in un marmo straordinarimente delicato. A lei succede Virginia Longhi (1856-1936), moglie di Giuseppe Crespi, rampollo di una delle famiglie industriali più importanti d’Italia (era fratello di Benigno, comproprietario del Corriere della Sera e dell´imprenditore Cristoforo), leader sin da metà Ottocento nel commercio dei filati del cotone. Virginia compare titolare sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, II ordine, settore destro

Un palco unico, di un unico proprietario: il palco dei Resta
Il palco n° 18 del II ordine destro rappresenta un caso unico nella storia dei palchettisti del Teatro alla Scala, in quanto la famiglia Resta ne mantenne ininterrottamente la proprietà fino al 1920, fatto salvo il solo 1809 quando compaiono utenti gli eredi del comandante de Rochel. Il casato Resta, che risale al Trecento, fu per tre secoli una dinastia di notai fino a che un Francesco venne creato conte nel 1679. Il figlio Carlo <1.> (1680-1767) entrò a far parte dell’alta aristocrazia milanese sposando Giulia Visconti, figlia del marchese Pietro, e nel 1724 si trasferì da Porta Ticinese in centro, acquistando una casa da nobile seicentesca tardobarocca e trasformandola in una dimora prestigiosa, lo storico e famoso palazzo all’angolo tra via Conservatorio, via Mascagni e via Passione, Palazzo Resta-Pallavicino, sede oggi della Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università statale di Milano.
Il figlio di Carlo, conte Giuseppe Resta <1.> (1730-1801), sposato dal 1757 con Camilla Villani, è il proprietario di un palco alla Scala sin dall’apertura nel 1778, ma già la sua famiglia possedeva un palco analogo nel Teatro Ducale. Nella Milano asburgica, Giuseppe ricopre l’incarico di Giudice delle strade e ottiene il titolo di Ciambellano di S. M. I e Gentiluomo da camera. Con l’entrata a Milano dell’armée d’Italia, sotto il comando del giovane generale Bonaparte nel 1796, il conte Resta, filo-austriaco, riparò in Svizzera, a Mendrisio, quindi a Venezia, a 20 miglia di distanza dalla frontiera lombarda. Gran parte dei beni della famiglia furono confiscati, compreso il palco scaligero, che troviamo assegnato nel 1809 al Comandante della piazza di Milano, il generale De Rochel.
Con il ritorno degli Asburgo nel 1815, essendo morto il conte Giuseppe, è il figlio primogenito conte Carlo <2.> (1768-1838) a riprendere possesso nel 1818 del palazzo di famiglia e del palco alla Scala. Sposato nel 1805 con Maria del marchese Francesco Saverio Olevano Confalonieri, Carlo muore improvvisamente nel 1838 lasciando erede il figlio Giuseppe <2.> (1808-1872) che dopo tre anni di giacenza in eredità prende possesso del palco nel 1842 e lo mantiene sino al 1872.
Giuseppe muore celibe e senza figli e con lui si estingue il ramo principale della famiglia. Erede viene riconosciuto il cugino Giovanni Resta (1807-1882). Fervente patriota già nel 1833 era rimasto implicato in trame politiche anti-austriache che lo avevano costretto a lasciare Milano e rifugiarsi a Parigi. Durante le Cinque Giornate del 1848, il conte fu colonnello della guardia nazionale dei battaglioni delle parrocchie della Passione e di S. Babila. Il suo impegno patriottico gli venne riconosciuto da Vittorio Emanuele II nel 1860, con la nomina a Governatore nei Reali Palazzi di Milano «con tutti gli onori, i privilegi e le prerogative».
Dopo due anni, 1882-83, nei quali risultano titolari Giovanni, la moglie marchesa Francesca Pallavicino Clavello (detta Fanny), sposata nel 1857, e il figlio Ferdinando, e dopo un anno di eredità giacente (1884), il palco passa definitivamente al figlio Ferdinando Resta Pallavicino (1860-1933) che, quale erede della famiglia materna, ottiene da Umberto I la modifica del cognome con l’aggiunta di quello della madre (Regio Decreto gennaio 1891). Imprenditore e uomo politico, viene nominato Senatore del Regno nel 1914. Il marchese Ferdinando è l´ultimo titolare: nel 1920 si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco di proscenio, III ordine, settore destro

Un palco tra ricchi e “amici dei poveri”
Nel 1778 don Pietro Cozzi, del fu Antonio Maria, ebbe accesso alla proprietà di due palchi nel nuovo Teatro alla Scala, che apriva per la prima volta le porte con Europa riconosciuta di Antonio Salieri. Del prestigioso I ordine don Pietro condivise la proprietà del palco n° 10 del settore sinistro con una famiglia di antica nobiltà, Caimi Ciceri, e con i fratelli Pini; del III ordine si poté invece permettere l’esclusiva sul palco di proscenio del settore destro. Inserito negli alti gradi nell’apparato della burocrazia della Lombardia asburgica, quale Giureconsulto e tesoriere del Senato, don Pietro ottenne il titolo di barone per Regio Diploma del 1780 in cambio della rinuncia alla privativa della Stamperia ducale di Milano e nel 1795 sancì definitivamente la propria affermazione in città con l’acquisto di Palazzo Porcari, proprio alle spalle della Scala, nell’odierna via Arrigo Boito 8, che sarebbe rimasto alla famiglia Cozzi fino al 1890, quando Giovanni Battista morì senza eredi diretti, lasciando il suo ingente patrimonio al figliastro Pompeo Calvi, mentre il palazzo sarebbe stato acquistato dalla famiglia di industriali del cotone Amman, austriaci di origine ebraica stabilitisi a Milano all’inizio dell’Ottocento
Il 15 maggio 1796 l’esercito francese guidato dal generale Bonaparte faceva il suo ingresso a Milano e da allora fino all’epilogo delle vicende napoleoniche gli assetti sociali si stravolsero e con essi gli ordini del teatro che li rispecchiavano: molti dei palchettisti furono i filofrancesi e il palco di proscenio del III ordine destro ha come utente Carlo De Pietri (circa 1769-1821), al quale Carlo Porta dedica una lunga poesia titolata: Al Sur Carloeu de Peder car amis e bon padron datata 9 luglio 1816, nella quale si ricorda di una serata in casa Giovia arricchita di bevute e scommesse e pretende quindi le sue due bottiglie di buon vino. Il poeta si firma Meneghin Loffi, che è come dire Milanese Spossato, stanco… Ovviamente il testo sottende una metafora: per un poeta come il Porta, il ritorno degli austriaci era “logorante”.
Nell’inverno 1812-13 con la disastrosa campagna di Russia iniziò il declino di Napoleone e i francesi nella primavera del 1814 lasciarono precipitosamente Milano dove il conte Giuseppe Prina, ministro delle finanze del Regno d’Italia, venne linciato a punte di ombrello da una folla inferocita. La Restaurazione era vicina e già nel 1813 molti dei i vecchi proprietari dei palchi tornavano ai propri posti. Luigi Cozzi (1756-1826), figlio di Pietro e Teresa Vigoré, annoverato nell’elenco degli “Amici dei poveri di Milano”, fu proprietario del palco fino al 1823, quando a lui subentrò il figlio Giovanni Battista (1780-1842), avuto dal matrimonio con Camilla Bressi: Giovanni Battista era coniugato dal 1833 con Cristina Bellinzaghi, figlia di una palchettista di vecchia data, Carolina Pecis (n° 13, I ordine, settore sinistro).
Nel 1830 fa la sua comparsa nelle fonti un nuovo nome, quello di Ludwig Franz von Seufferheld (1782–1853), trasferitosi negli anni Venti dell’Ottocento dalla nativa Francoforte sul Meno a Milano. Ludovico Francesco aveva preso residenza a Palazzo Marchetti in contrada del Morone 70 (oggi via Morone 4) e nel 1829 aveva sposato in seconde nozze, a Bergamo, Carolina Maumary, cognata del politico Massimo d´Azeglio.
Barone e banchiere, Seufferheld fu commerciante in seta, un settore in forte espansione nella Lombardia della prima metà dell’Ottocento; egli compare tra i ventiquattro fondatori della Società che nel 1837 promosse e finanziò la costruzione della ferrovia Milano-Venezia. Dei coniugi così si può leggere nelle lettere di D´Azeglio alla moglie Luisa Maumary Blondel, sorella di Carolina: «Seufferheld e Carolina, a Genova, per la festa delle catene! Già, l’ho sempre detto che finiranno sansculottes.». Per lunghi periodi, probabilmente, le due coppie villeggiarono insieme a Villa Monastero, a Fiumelatte sul ramo di Lecco. Un intricato groviglio di legami parentali li univa. Massimo d’Azeglio aveva sposato in prime nozze Giulia Manzoni, figlia di Alessandro e di Enrichetta Blondel, rimanendone presto vedovo. Luisa Maumary era invece la prima moglie di Enrico Blondel, fratello di Enrichetta. In virtù di tale guazzabuglio familiare, non troppo insolito in verità per la nobiltà dei tempi, era probabile che Seufferheld conoscesse personalmente e frequentasse le stesse persone e gli stessi luoghi (ville, o, perché no, palchi) di “Don Lisander”, ovvero Alessandro Manzoni, a tutti noi ben più noto per i suoi meriti letterari.
Morto Seufferheld, il palco venne rilevato nel 1856 da Antonio De Vecchi, industriale serico e banchiere, e alla sua morte nel 1883 dal figlio Massimo (1849-1917). Cavaliere, residente in via Monte di Pietà, fu, quest’ultimo, proprietario e presidente dell’omonima società Massimo De Vecchi, oltre che impegnato su più fronti nella vita sociale ed economica della città: presidente delegato al Consiglio superiore della Banca d’Italia nella sede di Milano, consigliere dell’Associazione per l’assistenza medica negli infortuni sul lavoro, membro della Società di Incoraggiamento di Arti e Mestieri e del consiglio di amministrazione del Teatro Manzoni dalla sua fondazione nel 1872.
Nel 1898 il palco cambiò temporaneamente proprietario, acquistato da Guido de Capitani da Vimercate (1859-1942), ingegnere civile, e dalla consorte Adele, dei quali rimangono i fedeli ritratti di Giuseppe Palanti, esposti nella Quadreria dell’Ospedale Maggiore, in qualità di benefattori.
Dal 1904 al 1917 ritorna la titolarità di Massimo De Vecchi, per passare poi all’avvocato cavaliere Massimo Della Porta (1883-1940), presidente del Consiglio degli Istituti Ospitalieri di Milano, dal 1918 al 1920, anno in cui si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, III ordine, settore destro

Industriali tessili e banchieri
Primo proprietario del palco, dal 1778 al 1796, fu il conte Antonio Tanzi, figlio del banchiere Giuseppe e di Bianca Chiesa, di famiglia patrizia di origine ligure. Industriale della seta, nel 1787 fu creato conte dall’imperatore Giuseppe II, in seguito all’acquisto del feudo di Blevio. In tale occasione, gli fu dedicata dal curato di Blevio Bartolomeo Zafrani una raccolta di versi, intitolata Applausi poetici, che comprende odi, sonetti, canzoni, stampata da Francesco Scotti “Stampatore Vescovile”. La famiglia fece costruire nel 1787 l’imponente Villa Tanzi, che è situata nella suggestiva località di Perlasca, sul lago di Como. In seguito, la dimora fu acquistata dai conti Taverna, che le conferirono l’aspetto attuale, per poi essere ereditata da diverse famiglie aristocratiche milanesi tra cui i Poldi Pezzoli e i Trivulzio. Nel 1941 fu acquistata dai conti Gerli ed è attualmente una residenza privata.
Dal 1809 al 1823 il palco fu di proprietà di Antonio Villani Crivelli <1.> (1743-1823), discendente dal ramo lodigiano della famiglia, figlio di Giuseppe Antonio coniugato con Giulia Trotti. Alla morte del fratello maggiore Francesco, Antonio divenne erede del patrimonio e del titolo. Nel 1763 sposò Leonora Doria Sforza Visconti (1746-1819), figlia di Filippo Maria marchese di Caravaggio. All’epoca, la notorietà di Antonio fu legata in modo particolare alla maestosa villa che egli fece costruire a Borgovico di Como. Il palco scaligero passò quindi, dal 1824 al 1826, agli eredi di Antonio, e poi, sino al 1841, risulta intitolato alla “amministrazione del fu marchese Villani”. Come accade anche per la proprietà del palco n° 11 del I ordine sinistro, dopo essere stato esclusivamente dei Villani, tra il 1842 e il 1848 viene equamente spartito tra «i signori marchese Antonio e cavaliere Filippo Villani», da una parte, e «i signori Francesco Maria e Attilio Spinella o Spinelli», dall’altra. Il marchese Antonio <2.> (1811-1860) e il cavaliere Filippo Villani Crivelli (1813-1887) erano i figli di Alessandro (1773-1815), quarto figlio ed erede designato di Antonio <1.>. Tuttavia, mentre il palco n° 11 ritornò in seguito di proprietà dei Villani, il nostro palco rimase alla famiglia Spinella, in particolare ad Attilio ed ai suoi eredi, dal 1856 al 1869.
Il proprietario successivo fu il barone Eugenio Cantoni (1824-1888), figlio di Costanzo e Giulia Magnaghi, importante industriale del settore cotoniero. Nel 1857 sposò la baronessina Amalia Genotte von Markenfeld e Sauvigny, figlia del segretario particolare dell’imperatore Francesco Giuseppe, dalla quale ebbe tre figli, Arturo, Costanzo e Giulia. Dopo l’unificazione d’Italia e il ristabilimento di rapporti normali con l’Impero, Eugenio Cantoni fu nominato console d’Austria nel 1869 e console generale austro-ungarico nel 1873. Nel 1872 attuò la trasformazione della ditta paterna Costanzo Cantoni, all’interno della quale lavorava già dagli anni ‘40, nella società anonima “Cotonificio Cantoni”; nello stesso anno fondò inoltre la Banca di Busto Arsizio, primo nucleo della Società bancaria italiana e poi della Banca italiana di sconto. Tra i sottoscrittori del capitale sociale figuravano oltre alle due banche i maggiori esponenti dell’industria lombarda, tra cui Andrea Ponti, presidente della società sino al 1875, i fratelli Turati, Napoleone Borghi e Giuseppe Colombo. Fondamentale fu l’impulso che Cantoni diede all’industria cotoniera italiana, in particolare per quanto riguarda la dotazione di telai meccanici al posto dei telai a mano, l’investimento di capitali per il rinnovamento e l’ampliamento degli impianti, l’inserimento della sua azienda all’interno della concorrenza internazionale. Dopo le non poche difficoltà degli anni Settanta dell’Ottocento - dalla crisi economica alle lotte operaie - la fase di intensificata attività industriale che seguì al 1880 in Italia permise al Cotonificio Cantoni di consolidare in modo definitivo le sue proprietà e imporsi sul mercato.
Gli eredi di Eugenio, Arturo e Costanzo Cantoni (la sorella Giulia non compare tra i titolari) mantennero il palco fino al 1912. Nel 1913 esso risulta di proprietà anonima, mentre dal 1914 al 1919 del cavalier Cesare Prandoni. Questi, sposato con Ida Casartelli, era titolare dell’omonima banca A. e C. Prandoni che attuò una collaborazione con la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, serbatoio di liquidità e istituto di riferimento di gran parte dell’Italia settentrionale; Cesare fu inoltre tra i promotori, nel 1907, del Credito cremonese e, nel 1909, del Credito commerciale. Nel 1920 lascia il palco in eredità ma la storia della proprietà dei palchi si avvia alla fine: si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, III ordine, settore destro

Dopo i nobili gli industriali del cotone
La storia del palco inizia con tre esponenti della nobile famiglia Citterio, originaria di Alessandria e che ritroviamo a Milano sin dall´epoca rinascimentale: sono i fratelli Giuseppe, Antonio e Ferrante Giuseppe Citterio. I tre condividono la proprietà del palco sino al 1790, quando probabilmente Giuseppe muore. Infatti dal 1791 al 1796 compaiono cime titolari soltanto Antonio e Ferrante Giuseppe. A Milano assai nota è la loro dimora, il Palazzo Citterio, gioiello del centro storico della città: costruito nel 1764 in Brera, per passare nell’Ottocento ai principi von Fürstenberg e ai banchieri Rosenberg Colorni, nel 1972 viene acquistato dallo Stato e destinato a divenire, dopo i lavori di restauro, parte della cosiddetta “Grande Brera”, vista la vicinanza con la Pinacoteca.
Dopo quella dei Citterio, un’altra prestigiosa famiglia succede nel palco, quella dei Borromeo Arese: dal 1809 al 1820 il palco è intestato al conte Giovanni Carlo Borromeo Arese (1743-1820) del ramo cadetto: il titolo nobiliare del ramo principale era quello di marchese d’Angera; Giovanni Carlo non ha figli e il palco passa dal 1821 al 1835 al nipote Carlo Borromeo Arese (1787-1866), figlio di suo fratello Antonio: a differenza dello zio, Carlo Borromeo ebbe numerosa prole, ma nessun Borromeo eredita questo palco che passa alla nobile famiglia bresciana Maggi, con radici anche a Milano e a Cremona, già proprietaria del palco n° 14, II ordine destro. Sembra probabile che, lasciato il palco di II ordine, i Maggi si siano comprati o abbiano permutato questo palco; nel palco n° 14 infatti compaiono come intestatari i Borromeo. Luigi Maggi è titolare nel 1832-1833, a lui si aggiunge in condivisione nel 1834-1835 il fratello Giuseppe che rimarrà proprietario unico dal 1836 al 1848. L’ingegner Luigi abitava in corsia di S. Marcellino 1794 (zona via Broletto), il marchese Giuseppe in piazza della Canonica 748, oggi in pieno quartiere cinese. La residenza estiva era in località Vho (Piadena-Cremona), in una villa che doveva rappresentare una sorta di trionfo della famiglia: nel portico busti di antenati in costume romano, nel salone l’apoteosi affrescata nel 1793 da Felice Campi e Giovanni Motta. Nel 1841 la villa venne venduta alla famiglia Trecchi e ancora oggi, convertita in casa di riposo, è nota come Villa Magio-Trecchi.
Nel 1856 il palco risulta giacente in eredità sino al 1863 quando subentra Carlo Ambrogio Maggi <2.> che ne detiene il possesso sino al 1881; abitante in via Manzoni 8, risiedeva per lo più a Misinto (oggi in provincia di Monza Brianza, nella zona del parco delle Groane) dove aveva una tenuta vastissima, che includeva le scuderie e una pista per le corse ippiche. Si chiama come il nonno - palchettista - e forse potrebbe essere il figlio di Giuseppe.
Un’altra importante famiglia lombarda conclude la storia del palco. Si tratta della nobile famiglia Borghi, di origine cremonese, nota per l’impulso che impresse all’industria del cotone nella zona tra Milano, Varese e Como sin dagli inizi nell’Ottocento. Aveva cominciato a inizio secolo Pasquale Borghi a Varano, nel varesotto, e nel giro di pochi decenni lo stabilimento divenne il “Cotonificio Pasquale e F.lli Borghi”. Non poteva mancare il palco alla Scala. Il primo ad essere titolare di palco dal 1882 è l’ingegnere Pio Borghi (1847-1900), che aveva ereditato la passione per il cotonificio dal padre Luigi (1816-1859) nipote del fondatore, il quale, patriota e mazziniano, approfittò del suo esilio in Inghilterra per capire il funzionamento dell’industria tessile d’Oltremanica, importandone al rientro in patria gli evoluti macchinari. Luigi aveva sposato Orsola Maria Ponti, sorella di Andrea, industriale cotoniero e proprietario del palco n° 5, II ordine sinistro. Andrea Ponti chiamò Pio Borghi alla vicepresidenza del suo Linificio e Canapificio Nazionale e della Filati Cucirini e poi alla presidenza della Società Anonima Cotonificio Cantoni, la prima impresa cotoniera italiana a trasformarsi nel 1872 in società per azioni ed essere quotata in borsa. Borghi e Ponti avevano consolidato abilmente non solo i legami famigliari ma, attraverso di essi, anche quelli aziendali.
Luigi Borghi (1878-1947), figlio del fratello di Pio, Napoleone, all’alba del nuovo secolo, ereditò l’azienda di famiglia. Triste la sua vita, perché la moglie, l’eterea Bice Amman, pittrice dilettante e ottima ricamatrice, morì a venticinque anni, nel 1909, dopo soli sei anni di matrimonio, lasciandolo con due figli piccoli. Luigi vendette il cotonificio, sull’orlo del fallimento, nel 1913, ma non il palco: rimase l’ultimo proprietario fino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, III ordine, settore destro

I palchi “camerali” del Teatro
I palchi camerali o palchi della Corona erano “i palchi di ragione del Governo ad uso esclusivo delle autorità civili e militari” (così definiti nel rogito dell´appalto dell´impresario Angelo Petracchi, 1816) e per tale motivo venivano esentati dal pagamento del canone annuo previsto per tutti gli altri palchi. La loro funzione era anche quella di ospitare le personalità più illustri in visita alla città: monarchi, ministri, principi, ambasciatori.
Al momento dell’inaugurazione del Teatro tali palchi erano tre: il palco centrale o della corona, il palco di Proscenio, I ordine destro, e il palco n° 3, III ordine destro. Nel 1780 si aggiunsero i palchi n° 1 e n° 2, II ordine sinistro e, nel 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia e la sua annessione all’impero asburgico, il palco n° 16, I ordine sinistro, sino a quel momento occupato dall’Ambasciatore (chiamato "Residente") della Serenissima. Un altro palco, probabilmente confiscato al suo proprietario filo-asburgico Antonio Greppi durante la Repubblica Cisalpina, è annoverato per qualche anno tra i palchi camerali: quello di Proscenio, II ordine sinistro, assegnato al Generale Comandante delle truppe francesi in Lombardia.
Dalla fondazione del teatro il n° 3 del III ordine destro faceva parte dei “Beni della corona” e con tale denominazione è indicato negli elenchi dei palchettisti riportati dagli almanacchi dell’epoca; al governo il palco rimase fino al 1796, anno in cui i Francesi conquistarono Milano.
Nel 1809, in pieno periodo napoleonico, ne erano utenti i nobili Luigi Vaccari e Ludovico Giuseppe Breme Arborio di Gattinara (1754-1828); entrambi ricoprirono cariche prestigiose nel Regno d’Italia che durò dal 1805 al 1814; Napoleone I aveva demandato l’autorità civile e militare al figliastro Eugène de Beauharnais, insignito del titolo di viceré d’Italia. Il conte Luigi Vaccari, di origine modenese, fu segretario di stato e in seguito ministro dell’interno. In precedenza, dal 1806 al 1809, questo stesso ministero era spettato all’altro proprietario, Ludovico Giuseppe Arborio di Gattinara, conte di Sartirana e marchese di Breme (due località del Pavese). Nato a Parigi da Ferdinando, ambasciatore del re di Sardegna presso la corte di Francia, e da Carlotta dei conti Solaro di Moretta, egli aveva inizialmente intrapreso la carriera militare per poi dedicarsi - come il padre - a quella diplomatica. A soli 17 anni sposò Marianna del Pozzo dei principi della Cisterna e da lei ebbe Filippo e Ludovico, ideatore quest’ultimo del celebre giornale Il Conciliatore. Giunto a Milano nel 1805 per assistere all’incoronazione di Napoleone a re d’Italia, si vide proporre dal viceré la nomina a consigliere di Stato, che accettò per volontà espressa dallo stesso Imperatore. Era l’inizio di un percorso in salita che lo avrebbe portato a ricoprire le più alte cariche del novello Regno d’Italia. In qualità di ministro degli interni (che all’epoca si occupava anche di Pubblica Istruzione e Lavori Pubblici) fece costruire l’Arena di Milano, riordinò l’amministrazione degli istituti di beneficenza, fece erigere ricoveri per i bisognosi e introdusse il metodo del “mutuo insegnamento” (tanto elogiato, tra gli altri, da Federico Confalonieri), che prevedeva di affidare agli studenti migliori il compito di istruire i meno abili, in un circolo virtuoso in cui il maestro aveva un compito di assistenza. Infine mostrò grande lungimiranza incoraggiando l’uso del vaccino contro il vaiolo scoperto da Jenner nel 1798. Nel 1809 Napoleone lo nominò senatore e l’anno seguente presidente del Senato. Dopo la disfatta francese di Lipsia del 1813, intuendo il corso degli eventi, si dimise da tutte le cariche pubbliche. Da allora visse tra Torino e il castello di Sartirana (dove si ritirò dopo la morte dei figli); si tenne lontano dalla politica, mentre fu in contatto con artisti, letterati, editori e studiosi, comportandosi da autentico mecenate e bibliofilo. Il suo interesse per la diffusione dell’istruzione lo portò a fondare a Sartirana una scuola dotandola di locali e stipendiando i docenti.
Dopo il ritorno del dominio austriaco (1815) il palco tornò ad essere parte dei “Beni della corona”; dal 1873, anno in cui fu definitivamente ratificato il passaggio della proprietà di tutti i palchi camerali dallo Stato al Comune, tale dicitura fu sostituita da “Comune di Milano”. Allo scioglimento dell’Associazione dei palchettisti, dopo gli anni Venti del Novecento, i palchi rimasero a disposizione della direzione del teatro.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 4, III ordine, settore destro

Tre vedove e due omonime
La storia del palco inizia nel 1778, anno di inaugurazione del Teatro alla Scala, con la famiglia Opizzoni, originaria dell’Ungheria, riconosciuta nobile nel XVII secolo dall’imperatore Leopoldo. Il primo proprietario è Francesco Opizzoni Salerno (1731-1805), conte di Voghera, conte del Sacro romano impero e patrizio di Pavia, coniugato prima con Maria Paceco poi, nel 1761, con la marchesa Paola Trivulzio da cui ebbe Teresa, Margherita e Daria che si legarono a nomi prestigiosi della città e della Scala: Barbavara, Greppi, Barbiano di Belgiojoso. I due figli Carlo e Gaetano spiccano nel mondo ecclesiastico: il primogenito Carlo, già arciprete del Duomo, fu nominato arcivescovo di Bologna - qui venne seppellito accanto al padre - e poi cardinale; il secondo, Gaetano (1768-1849), arciprete, resse la Cattedrale di Milano per quasi mezzo secolo fino al 1849 oltre che essere conservatore della Biblioteca ambrosiana, anno della morte.
L´importante ecclesiastico, conservatore della biblioteca ambrosiana, sarà presente nel palco dopo gli anni napoleonici, che vedono come utente nel 1809 e nel 1810 Giuseppe Gambarana Marliani (1763-1823), marito di Teresa Verri. Il figlio di primo letto Giuseppe si sposò nel 1789 con Costanza Litta Modignani (1768-1841) figlia di Eugenio e Giuseppa Arrigoni: è lei, vedova, a sedere nel palco dal 1839 sino alla morte.
A seguire ancora una vedova: Teresa Giorgi (1808-1865), figlia del marchese Gerolamo e Marianna Caccia, vedova del conte Francesco Oppizzoni Paceco, ammessa come dama alla corte dal 1823 sino all’Unità d’Italia; Teresa è tutrice del minore Giovanni Opizzoni, che non farà in tempo a ereditare il palco perché morto precocemente come il fratello Alessandro. La contessa nel 1857 si ritira nel suo dolore a Triuggio, feudo della famiglia Opizzoni e nel testamento lascia legáti e doni a tante istituzioni milanesi - ospedale Fatebenefratelli, Luoghi pii elimosinieri, Asilo di carità per l’infanzia, Istituto dei sordomuti - a sottolineare il ruolo delle donne nella solidale Milano ottocentesca.
Dal 1858 è proprietario del palco il nobile Emilio Della Sala (1800-1868), noto benefattore dell’Ospedale maggiore tanto da meritare il ritratto di Francesco Valaperta, allievo di Francesco Hayez. La vedova Errica Dordi detta Enrichetta subentra al marito nel 1873, dopo la consueta giacenza in eredità; abita in via Disciplini 8, stessa casa e stessa via di Teresa Giorgi Opizzoni, in Porta Romana, nella parrocchia di San Michele della Chiusa, una delle tre “chiese doppie” di Milano, insieme all’Incoronata di corso Garibaldi e S. Cristoforo ai Navigli che ancor oggi sopravvivono.
Dopo Enrichetta, il palco passa nel 1887 a Erminia Della Sala Bassetti <1.>, possidente e benefattrice dell´Ospedale Maggiore. Lasciato giacente in eredità dal 1889 sino al 1903, nel 1904 ritroviamo nelle fonti lo stesso nome: Erminia Della Sala Bassetti <2.>; potrebbe essere una semplice omonimia, oppure la figlia si chiama come la madre? Erminia <2.> Bassetti, morta nel 1947, abitante in via S. Damiano 22, diverrà protagonista della vita milanese negli anni del fascismo. È l´ultima proprietaria: nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 5, III ordine, settore destro

Tre ritratti di Francesco Hayez
La storia del palco inizia con una delle più illustri, ricche e antiche famiglie patrizie milanesi: i Trivulzio, che manterranno la proprietà sino al 1847. In un solo anno si interrompe la linea continua, quando nel 1809 utente del palco è Francesca Petrolini con il suo secondo marito Carlo Castelfranchi, entrambi benefattori dell´Ospedale maggiore.
Il primo proprietario fu il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio (1728-1802), figlio di Alessandro Teodoro e Cristina Pertusati, mentre il secondo fu il suo primogenito, Gian Giacomo (1774-1831), nato dal matrimonio con Maria Cristina Cicogna Mozzoni.
Gian Giacomo, coniugato con Teresa Serbelloni, fu presenza attiva nella vita politica, letteraria e artistica milanese fra il periodo napoleonico e l’età della Restaurazione. Nominato Ciambellano della casa d’Italia nel 1807, conte del Regno Italico e cavaliere della Corona Ferrea nel 1809, consigliere comunale di Milano, si rivelò assai sensibile ai dibattiti politico-culturali che agitavano quella fase storica così ricca di fermenti e di trasformazioni. Gian Giacomo Trivulzio curò il riordinamento della biblioteca di famiglia che aveva sede nel palazzo di piazza Sant’Alessandro dove erano riuniti documenti di valore eccezionale, dal manoscritto delle Epistolae metricae del Petrarca (Trivulziano 1014) al celebre Libretto d’appunti di Leonardo da Vinci (Trivulziano 2162). Egli incrementò il valore del patrimonio librario della famiglia con l’acquisto di un rarissimo codice tardo-trecentesco del De vulgari eloquentia di Dante (Trivulziano 1088).
Non furono i suoi figli tuttavia ad ereditare il palco, ma la nipote, figlia del fratello Gerolamo e di Vittoria Gherardini: si tratta di Cristina TrivulzioCristina Trivulzio di Belgiojoso (1808-1871), sposa sedicenne del giovane e avvenente principe Emilio Barbiano di Belgiojoso d’Este, rampollo di un altrettanto prestigioso casato, che si rivelerà incline a dilapidare il suo patrimonio e parte di quello della moglie. Cristina, ancora giovanissima, diviene "giardiniera" ovvero affiliata al ramo femminile della carboneria. Per il suo attivismo politico è costretta a fuggire nel 1830 a Lugano e quindi in Francia nel 1833, mentre a Milano l’amministrazione asburgica le sequestrava tutti i beni. Il suo salotto parigino, in rue d’Anjou, vicino a Foubourg St. Honoré, fu luogo di incontro degli esuli e rifugiati politici italiani quali Mazzini, Gioberti, Mamiani, Tommaseo, ma anche ritrovo della Parigi romantica, frequentato da artisti come Hugo, de Musset, Rossini, Chopin, Liszt, Bellini, Gounod, Heine, George Sand, Dumas padre. Tornata in Italia, la principessa Belgiojoso, nel frattempo divorziata dal principe Emilio di cui mantenne però il cognome, partecipa nel 1848 agli eventi drammatici delle Cinque Giornate di Milano e a quelli della Repubblica romana del 1849. Nel 1856, grazie alla politica più tollerante dell’arciduca Massimiliano, nuovo Governatore del Lombardo-Veneto, potrà rientrare nei suoi possedimenti. A Milano fonda a nel 1860 L’Italie, giornale politico modellato sulla pubblicistica francese. Cristina, immortalata in tanti ritratti - il più celebre quello di Francesco Hayez - è stata non solo una patriota appassionata e una delle figure più rappresentative del Risorgimento, ma anche, sostenitrice delle riforme sociali e dell’emancipazione femminile. Il palco scaligero rimase di sua proprietà fino al 1847 anche se, a causa degli eventi, non poté essere frequentato personalmente dalla principessa esule in quegli anni a Parigi.
Nel 1848 le fonti indicano come titolare Clementina Caglio e, dopo il 1856, Felicita Caglio (1807-1863), nata Perego di Cremnago: di lei rimane l´ispirato ritratto di Francesco Hayez, che dipinse anche il marito Giovanni (1802-1891) ultimo discendente della nobile famiglia originaria del Comasco e possessore del palco dal 1865 al 1890. Un monumento funebre costruito nel 1893 da Enrico Butti adorna la loro sepoltura al Cimitero Monumentale di Milano. La coppia, senza figli, lascia erede del cospicuo patrimonio, eccetto il palco alla Scala, Luigi Moneta Caglio, padre di Ernesto futuro premio Nobel per la pace.
Nel palco troviamo dal 1891 Carlo Francesco Cioja medico chirurgo, e suo fratello Giuseppe Cioja (1823-1896), che aggiunse al proprio il cognome dello zio Giuseppe Caglio, e Pietro Cioja (1856-1923), figlio di quest´ultimo e di Giuseppa Lucca, uno dei primi sostenitori del fascismo.
Titolare dal 1907 è il cavaliere e avvocato Giuseppe Cioja (?-1938), figlio di Carlo Francesco, fondatore della Banca Svizzera Italiana oltre che presidente del Banco Ambrosiano, cavaliere e Gran´ufficiale del Regno; egli rimane intestatario sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Giulia Ferraro)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 6, III ordine, settore destro

Uno scambio di palchi tra i Litta Visconti Arese e i Muttoni
Per il solo 1778 - anno dell’inaugurazione del Teatro alla Scala - il palco appartiene al marchese Giulio Pompeo Litta Visconti Arese (1727-1797), figlio di Antonio Litta e Paola Visconti Borromeo, real ciambellano e consigliere intimo di Stato; assieme a lui è indicata come proprietaria anche la moglie Elisabetta Visconti Borromeo (1730-1794), figlia di Giulio e Teresa Cusani Visconti, con cui Giulio Pompeo si era unito in matrimonio nel 1745. I Litta Visconti Arese rientrano senza dubbio nel novero delle più influenti casate milanesi di antica origine; lo testimonia anche il gran numero di palchi a loro intestati all’interno del teatro scaligero: nel I ordine - il più prestigioso - se ne contano ben tre (n° 1, n° 2 e n° 3 del settore sinistro), in IV ordine il n° 17 del settore sinistro.
Dal 1779 il palco passa a Paolo Muttoni Visconti. Originariamente alla famiglia Muttoni spettava il palco di proscenio del I ordine sinistro; ancor prima della costruzione del Teatro alla Scala esso appartiene agli eredi del Ducal Senatore Filippo Muttoni Visconti (1707-1777) che nel testamento aveva nominato erede universale il fratello Paolo «con la condizione che egli debba essere semplice usufruttuario, sostituendo a lui eredi universali i suoi figli maschi legittimi e morendo egli senza figli, i figli di donna Paola Muttoni, moglie del senatore Assandri». Gli esecutori dell’eredità Muttoni cedono però al marchese Pompeo Litta il palco in cambio del n° 6 del III ordine destro più la somma di 800 zecchini gigliati.
Paolo non ebbe figli maschi, quindi dal 1790 il palco è intestato al conte Francesco Assandri, figlio di Paola Muttoni e del senatore Giovanni Battista Assandri, direttore del Demanio della Repubblica Cisalpina, amministratore dei Pii istituti di Crema, che, coinvolto in una disputa ereditaria, nel 1809 fu incarcerato con l’accusa di omicidio e condannato “a 12 anni di ferri ed alla berlina”; poidifeso dal palchettista e noto penalista Giuseppe Marocco venne assolto in appello.
Durante il periodo napoleonico diversi sono gli utenti: nel 1809, monsignor Bottoni, nel 1811 Giovanni Battista Rigola (morto a 62 anni nel 1832) che lo acquista dal negoziante Paolo Grancini. A Giovanni Battista Rigola e a suo fratello Giuseppe appartiene la casa di villeggiatura a Olgiate (Varese) sino al 1801, anno in cui viene acquistata dal benestante Giuseppe Maria Pedretti. Giovanni Battista Rigola è all’epoca proprietario anche del n° 8 del IV ordine destro. La storia di questi due palchi corre parallela e uguale sino alla fine del secolo: dal 1834 sono intestati a Adelaide Curioni Merlotti, residente in s. Maurilio 10, vedova nel 1837 di Francesco Merlotti, probabilmente figlia di una sorella di Rigola, figlia di una signora Curioni Rigola che l’aveva preceduta nella proprietà del palco n° 6, I ordine sinistro del Teatro della Canobbiana. Longeva, Adelaide lascia il mondo nel 1897 e il palco passa al figlio, omonimo del marito, Francesco.
Dal 1910 al 1919 il palco è condiviso da due rappresentanti di vere e proprie dinastie di notai originarie di Caravaggio, il dottor Cesare Gallavresi (1850-1934), figlio di Giovanni e Onesta Berinzaghi, e il genero dottor Polibio Bietti (1874-1944), che nel 1899 aveva sposato Maria, figlia di Cesare e Alma Carminati. La famiglia Gallavresi abitava nel cuore di Caravaggio nell’omonimo palazzo medievale noto anche come Palazzo della Marchesa, oggi sede del Municipio.
Ultima proprietaria è Fiorina Bianchi Bottini, cui il palco è intestato per il solo 1920; in quell’anno si costituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, III ordine, settore destro

Il palco di Fulvia Verri e dei fratelli Branca
Prima proprietaria è Margherita Cittadini Bolognini, vedova dal 1762 del conte Galeazzo Bolognini, figlio di Giovanni e Margherita Barni di Lodi. Questi era un importante uomo politico, insignito del titolo di “cavaliere della chiave d’oro” del re di Napoli Carlo I di Borbone, dal quale veniva sovente inviato presso le corti estere in Sassonia, Baviera e Polonia. Nel 1759 era in Spagna, dove il suo sovrano ascendeva al trono col nome di Carlo III. Nel 1776 Margherita compare nel novero delle dame ammesse alla corte dell’Arciduca Ferdinando d’Austria a Milano. Defunta la contessa nel 1786, il palco rimane in eredità alla famiglia sino al 1789.
Nel 1790 passa a Carlo Reitano Pietrasanta, figlio di Francesco e Bianca Marliani, principe di San Pietro in Sicilia e conte di Cantù. L’11 febbraio 1815 si celebrano “le faustissime nozze” del principe con la contessa Fulvia Verri, figlia di Pietro (che l’aveva lasciata orfana a soli quattro anni) e Vincenza Melzi d’Eril. L’evento motivò un sonetto di Carlo Porta pubblicato poi in una serie di Nuptialia dall’avvocato Cesare Caporali: nella poesia, da par suo, il poeta ci dice come poteva Carlo, seppur principe, non innarmorarsi di Fulvia “ona donnin che balla e sonna e canta, e parla on lenguagg dolz che tocca e incanta, E che l’è bella come el ciel seren?” Quando Raffaello Barbiera la descrisse nel suo Passioni del Risorgimento usò queste parole: “Donna Fulvia Verri non scriveva, non teneva salon, né cattedra; ma fu bella, e di spirito pronto, brioso. Nel ’48 esulò a Torino. Quando morì (e morì cieca!), fu compianta dai migliori.”.
Non avendo eredi, alla sua morte (avvenuta tra il 1815 e il 1818) Carlo Pietrasanta divide la sua eredità: a Domenico Lo Faso, figlio di sua zia Margherita, spetta il feudo siciliano, mentre al cugino Giovanni Cicogna la contea nel comasco e alla vedova il palco.
Durante il turbolento periodo napoleonico nel 1809 compare come “utente” il marchese Miromeni, nome italianizzato di Bernard-François-Thomas Hue de Miromesnil, possidente e militare di carriera dalla vita dissoluta che lascia l’Italia nel 1817; ma già dal 1813, anno della sconfitta di Lipsia, nuovamente ritornano i “vecchi” proprietari Pietrasanta nella persona di Fulvia Verri, la quale sposa in seconde nozze il maggiore Giuseppe Jacopetti, ex ufficiale napoleonico poi divenuto colonnello dell’esercito sardo. Come detto più sopra, i moti del 1848 sconvolgono non solo la vita di Fulvia Verri ma la storia di Milano; per lunghi anni, gli Asburgo - quasi una ritorsione - non permettono agli editori di almanacchi e guide cittadine di inserire i nomi dei proprietari di palchi, per lo più antiaustriaci. Le fonti tornano ad elencarli dal 1856: in questo anno e sino al 1880 il palco risulta intestato al mantovano Davide Sforni, residente in via Monte Napoleone 21, uno dei più ricchi esponenti della comunità ebraica milanese. Trasferitosi nel capoluogo lombardo sin dal 1842, sposa Susanna Vitta, figlia del banchiere Giuseppe Raffaele Vitta di Casale Monferrato, e ha da lei due figli: Ettore ed Emma. Dal 1870 è intestatario di un palco (il n° 7 del I ordine sinistro) anche Abramo Sforni, fratello di Davide.
Dal 1880 il palco passa alla famiglia Branca: sono indicati come proprietari infatti i fratelli Luigi (1833-1886) e Giuseppe (1837-1888), figli di Bernardino e di Carolina Erba. I due fondano nel 1845 assieme al padre e al fratello minore Stefano la celebre distilleria “Fratelli Branca e C.” con sede in Corso di Porta Nuova a Milano, trasferita in via Resegone all’inizio del Novecento. Premiata con una medaglia d’oro all’Esposizione nazionale di Firenze nel 1861, la società familiare si afferma presto anche all’estero ottenendo riconoscimenti alle Esposizioni di Londra (1862), Parigi (1867), Vienna (1873) e poi ancora Filadelfia (1876) e Melbourne (1880). Il merito del successo spetta all’amaro “Fernet Branca”, che diviene il vero e proprio simbolo della ditta. Nel 1917 assume la direzione della Branca il figlio di Stefano, Bernardino, omonimo del nonno e proprietario dal 1911 del palco n° 12 del II ordine destro; amministratore lungimirante e dotato di grande capacità imprenditoriale, egli trasforma la distilleria di famiglia in una società per azioni e contribuisce alla sua affermazione internazionale aprendo filiali un po’ in tutto il mondo. Nel 1890 il palco è condiviso dalla madre dei fratelli Branca, Carolina Erba (1806-1893), e dalla vedova di Giuseppe Giulia Villa (1842-1913), unitasi poi in matrimonio con Francesco Ludovico Melzi d’Eril, che rimane in seguito unica intestataria del palco.
Ultimi proprietari sono il conte Ercole Durini (1876-1968) e suo fratello Giulio (1880-1937), figli di Giulio e Carolina Candiani. Mentre il minore diviene capitano, il primogenito Ercole intraprende la carriera politica dapprima come ministro plenipotenziario, poi come ambasciatore e dal 1933 come senatore. Nel 1945 viene ordinata la decadenza dalla sua carica parlamentare, poiché ritenuto responsabile “di aver mantenuto il fascismo e resa possibile la guerra”. A loro rimane il palco sino al 1920, quando si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, III ordine, settore destro

Dai Morbio ai Crespi: un passaggio famigliare
Dal 1778, anno della fondazione del Teatro alla Scala, fino al 1920, gli unici cognomi indicati sono quelli dei Morbio e dei Crespi, con una parentesi di comproprietà nel 1809 tra Giovanni Morbio e il caffettiere Giuseppe Antonio Borrani, al quale il palco era ceduto nei giorni dispari di quell’anno. Borrani sparisce dalla storia della Scala quando entra in crisi il governo napoleonico; ritroveremo invece gli eredi della sua famiglia qualche anno più tardi, nel 1831, proprietari sempre in giorni prestabiliti della settimana del palco n° 5, III fila sinistra del Teatro della Canobbiana.
I Morbio furono un’antica famiglia di Novara che si radicò tra Milano, Pavia e Lodi, iscritta dal 1933 nell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano. Il primo proprietario del palco dal 1778 al 1817 fu Giovanni Morbio, al quale subentrò dal 1818 al 1822 il fratello Cesare <1.> (1760-1821); nel 1823 la matriarca della famiglia, Teresa Morbio, nata De Dominici (1793-1857), vedova di Gaetano, diventò la proprietaria insieme ai figli Carlo (1811-1881) e Cesare <2.> (1810-1887).
Alla morte della madre, Carlo ereditò il palco come unico proprietario. Appassionato bibliofilo e numismatico, fu un collezionista di manoscritti, stampe, monete, oltre che autore di lavori storici, fra i quali si ricordano le Storie dei municipi italiani illustrate con documenti inediti. Amico di Alessandro Manzoni aveva messo a disposizione del letterato le collezioni che possedeva. Dal matrimonio con Marianna Dell’Acqua ebbe due figli, Pio (1848-1911), tra i fondatori del Corriere della Sera, e Giulia, che, alla morte del padre, donò parte della collezione alla Biblioteca Civica di Novara.
La bellissima Giulia - così dicono le cronache del tempo - aveva sposato nel 1877 l’industriale Benigno Crespi (1848-1910), quartogenito di Antonio fondatore della dinastia dei cotonieri di Busto Arsizio. Nel 1885 divenne comproprietario del Corriere della Sera, diretto dal napoletano ex-garibaldino Eugenio Torelli Viollier, avendo rilevato la quota del fratello di Giulia, Pio Morbio, uno dei primi finanziatori del giornale dalla sua fondazione nel 1876, trasferistosi in America. Uomo con uno spiccato senso degli affari, Benigno aveva intuito che il giornalismo moderno poteva essere considerato un’impresa industriale e dare profitti. Il palco scaligero nel 1886 e nel 1887 risulta a suo nome mentre dal 1888 ritorna ad essere intestato a donna Giulia Crespi Morbio (1857-1944), ultima titolare: nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano espropria i palchi privati.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, III ordine, settore destro

Una contessa in fuga a Parigi e quattro famiglie ebraiche
Primo proprietario, dal 1778, è il nobile Paolo Meroni (1729-1812) di nobile famiglia nota soprattutto nel comasco e nel milanese, titolare anche del n° 1 e n° 2 del IV ordine sinistro.
Durante il periodo napoleonico il palco - come la maggior parte di quelli scaligeri - è oggetto di temporanei passaggi di utenti diversi. Nel 1809 compaiono ben tre assegnatari: Giovanni Manini, “Negoziante, Chincagliere, Bijoutiere e Giojelliere” proprietario di un deposito “sotto il Coperto de’ Figini” in piazza Duomo, visitato da milanesi e turisti; il Manini non era solo commerciante ma anche orefice e tra i suoi clienti di prestigio figurava Giuseppe Poldi Pezzoli; il cavaliere Charles Flury (1765-1842), allora console generale di Francia a Milano; infine, Albert-Victoire De Moré de Pontgibaud (1776-1808) figlio di emigrati francesi dopo la rivoluzione: era già morto nel 1808 ma qualcuno della famiglia manteneva ancora la disponibilità del palco. È quanto succede anche dopo il 1813, quando il palco ritorna a don Paolo Meroni che era già morto l’anno prima. Qui però il motivo è probabilmente un’eredità non risolta perché il palco rimane a nome di don Paolo per più di vent’anni sino a quando nel 1827 risulta intestato alla nuora contessa Giovanna Borri, moglie del figlio di Paolo Meroni, Abele che aveva un palco anche al Teatro della Canobbiana.
Sia Giovanna che Abele erano patrioti convinti avversi all’Austria: si erano allontanati da Milano per rifugiarsi a Parigi senza l’autorizzazione della polizia lombarda e di conseguenza, nel gennaio del 1831, l’allora consigliere di governo Francesco Torriceni aveva intimato loro pubblicamente di far ritorno nei territori dell’Impero asburgico “sotto la comminatoria di essere dichiarati morti civilmente e della confisca di tutti i beni”. A Parigi la contessa - analogamente a un’altra grande esule, la principessa Cristina di Belgiojoso - apre il suo salotto ai capi del partito liberale italiano e ai tanti esuli che affollavano la capitale francese, durante serate dove le discussioni politiche si alternavano a balli e intrattenimenti musicali. A Parigi l’aristocratica si spegnerà nel 1846.
Nel 1842 subentra agli esuli coniugi Meroni Sebastiano Mondolfo (1796-1873), nato Sabato Levi Mondolfo, banchiere di fama insignito del titolo di conte nel 1864. Discendente da una famiglia di facoltosi commercianti ebrei originari di Ragusa in Croazia, trapiantatisi nella multiculturale e multietnica Trieste asburgica, Sebastiano Mondolfo si trasferisce dagli anni Trenta a Milano e si converte al cattolicesimo per unirsi in matrimonio con Enrichetta PolastriEnrichetta Mondolfo Polastri: quest´ultima era una nota ballerina attiva sulle scene milanesi nei balli che interpolavano le opere di RossiniGioachino Rossini, BelliniVincenzo Bellini, DonizettiGaetano Donizetti e altri importanti compositori. La Polastri, divenuta signora Mondolfo, si trasformerà in una nobildonna benefattrice, sempre vicina al consorte nella promozione di tante iniziative filantropiche. Il nome di Mondolfo, presidente della Società Lariana di Navigazione, fra i rappresentanti e finanziatori della Società per la costruzione e gestione delle Ferrovie Lombardo-Venete, è legato indissolubilmente alla storia dell’Istituto dei ciechi. Amico di Michele Barozzi, fondatore della prima Casa dei ciechi in San Vincenzo in Prato, sostiene finanziariamente l’acquisto di una nuova sede di Corso di Porta Nuova 5; dell’Istituto è presidente dal 1867 sino alla morte, permettendo con il suo consistente lascito testamentario la costruzione dell’attuale palazzo di via Vivaio inaugurato nel 1892. Porta il nome di Mondolfo l’Asilo inaugurato nel 1877 e destinato all’assistenza e all’istruzione dei ciechi poveri privi di occupazione, sede di saggi e beneficiate musicali che ottennero successi presso la cittadinanza e ampi riscontri nei giornali come la Gazzetta Musicale o il Corriere delle dame. Per la moglie, Mondolfo acquista nel 1853 dai marchesi Rosales (anch’essi palchettisti nel n° 8, II ordine sinistro) il castello e le terre di Monguzzo in Brianza, divenendo sindaco della cittadina tra il 1868 e il 1872 e promuovendo le scuole per i lavoratori del circondario.
Il conte Mondolfo mantiene il palco sino al 1862: lo vende al cavalier Prospero Finzi (1801-1876), anch’egli esponente di un’importante famiglia ebraica, per acquistarne uno più prestigioso (il n° 6 del II ordine destro). Prospero e suo fratello minore Marco, originari di Carpi e giunti a Milano nel 1837, sono attivi nella produzione della seta - settore trainante dell’economia lombarda in quegli anni - in quanto titolari di una filanda nella zona di Gorla; nel capoluogo lombardo i due operano anche come banchieri. Si uniscono in matrimonio con le due figlie di Aron Vita Finzi; Prospero sposa Annetta e Marco impalma Fanny. Alla famiglia Finzi appartiene l’omonima villa di Gorla (Milano) acquistata nel 1839 da Prospero e trasmessa quindi alla sua unica erede, la figlia Fanny FinziFanny Ottolenghi Finzi (1832-1919), proprietaria del palco scaligero dal 1864 assieme al marito Salvatore Ottolenghi (1831-1895), esponente di un’altra nota famiglia ebraica di origine piemontese, con il quale risiede in via Borgonuovo 11.
Ottolenghi è avvocato, commendatore e senatore del Regno, nonché membro ordinario del Consiglio sanitario della provincia di Milano e del Consiglio di amministrazione della Guardia medica notturna; sostiene finanziariamente la realizzazione della sinagoga di via Guastalla progettata dall’architetto Luca Beltrami e inaugurata nel 1892. Alla sua morte viene seppellito nel cimitero israelitico di Asti, sua città di origine. La moglie, grande benefattrice, trasforma la villa di Gorla nel più grande istituto italiano che prepara al lavoro i ragazzi portatori di handicap. Quando muore, dona alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano la ricchissima collezione di testi legali appartenuti al marito. Vedova, Fanny rimane unica proprietaria del palco dal 1899 sino al 1919.
Ultimo titolare, per il solo anno 1920, è Enea Cavalieri (1848-1929), discendente da una famiglia ebraica originaria di Ferrara. Politicamente e socialmente impegnato, collabora con Sydney Sonnino e Leopoldo Franchetti, suoi ex compagni di università, nell´inchiesta sulle condizioni della Sicilia che mette a nudo lo stato di arretratezza in cui versa l’isola, le condizioni di oppressione cui sono sottoposti i contadini e la corruzione che dilaga nelle amministrazioni locali. Un viaggio attorno al mondo gli consente di studiare e analizzare le condizioni economiche e sociali dei differenti Paesi; al ritorno inizia la sua attività di pubblicista(scrive per esempio sulla Rassegna settimanale e Nuova Antologia). Promuove la cooperazione in ambito agricolo, da finanziare a suo avviso con il credito delle banche popolari e assieme a Luigi Luzzatti fonda la rivista Credito e cooperazione di cui è direttore dal 1891 al 1893. Durante la Prima guerra mondiale partecipa come volontario - all’età di 67 anni - nel corpo dei bersaglieri, tra le cui file aveva combattuto nel 1866 a Custoza. Liberale convinto, si ritirò dalla politica dopo la svolta totalitaria di Mussolini.
Enea Cavalieri non si godette il palco per molto: nel 1920 si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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Palco n° 10, III ordine, settore destro

Dai marchesi Molinari a Carla Rodolfo Prinetti, imprenditrice
Il palco appartenne per i primi undici anni (1778-1789) ai fratelli Molinari, Carlo Francesco (?-1786) e Antonio (?-1794), figli del marchese Bartolomeo. Quest’ultimo aveva ottenuto il titolo nobiliare con diploma dell’Imperatore Carlo VI nel giugno 1725. A Carlo Francesco, è legata la storia della villa di Limbiate che la famiglia aveva comprato dagli Arese e risistemato tra il 1760 e il 1764, con l’intento di trasformarla in una vera e propria dimora nobiliare; egli vi abitò fino alla morte insieme al fratello Antonio. La villa con tutti i beni passò ai nipoti Carlo Chiesa e Francesco Maestri, figli delle due sorelle.
Nel 1790 il palco cambiò proprietario passando al comasco Andrea Lucini Passalacqua, figlio di Giovanni Battista e Caterina Brentano Monticelli. Egli ereditò dalla madre una grande fortuna che gli permise di allargare le proprietà terriere e di consolidare il patrimonio. Nel 1779 venne nominato Conte da Maria Teresa d’Austria, ottenendo la conferma della nobiltà ai primogeniti maschi tra il 1816 e il 1817. Sposato con Maria Elisabetta Cusani Visconti, ebbe quattro figli: i gemelli Alessandro e Giovanni Battista, Maria e Rosa.
Nel 1809-10, epoca napoleonica, il palco dei Passalacqua viene acquisito da Giuseppe Antonio Borrani (1779-1831), che gestiva ben undici palchi e che già da dieci anni ruotava intorno all’ambiente scaligero, essendo subaffittuario della bottiglieria di fronte al Teatro dal 1799 e proprietario, dopo Francesco Cambiasi, del Caffé del Teatro, in piazza della Scala 1149; un locale poi comprato da Giovanni Martini e divenuto il patriottico Caffé Martini.
Il successivo palchettista, a partire dal 1856, fu uno dei due gemelli di Andrea, Alessandro Lucini Passalacqua (1795-1861); investitore in immobili, fece costruire nel 1831 da Gioacchino Crivelli, Andrea Appiani e Carlo Maciachini un grande palazzo in via Monte di Pietà a Milano, esempio di architettura della Restaurazione, decidendo di farlo affrescare dal pittore Giovanni De Min: qui la famiglia conservò opere del Luini, dell’Appiani e del Frascaroli. Due anni dopo, nel 1833, Alessandro contrasse matrimonio con Leopolda d’Adda, la quale gli diede le gemelle Rosa, Caterina e Maria e Giovanni Battista (1845-1890)che ereditò il palco nel 1873 e lo mantenne fino al 1890. Esploratore e viaggiatore instancabile, Giovanni lasciò testimonianza dei suoi viaggi nelle numerose lettere inviate alla sorella Rosa e a Maurizio Carcano, nelle quali racconta i suoi spostamenti da Marsiglia a Aden, da Yokohama a San Francisco e New York. Forse il continuo “girovagare” non permise al giovane di costruirsi una famiglia: la sua improvvisa e prematura scomparsa, solo quarantacinquenne, determinò anche l’estinzione della discendenza maschile della famiglia.
Il palco passò a una delle gemelle, Maria Lucini Passalacqua. Sposata con il genovese Stefano Negrotto Cambiaso, ebbe due figlie, Caterina Leopolda e Alessandra. Dal 1898 al 1918 fu proprio la marchesa Alessandra Negrotto Cambiaso (1854-?) coniugata al conte poi senatore Ugo Angelo Conz, ad essere titolare del palco.
Nel 1919 e nel 1920 intestataria risulta Carla Rodolfo Prinetti moglie dell’ingegnere Emilio Rodolfo fondatore con il fratello Italo e un compagno di studi universitari, Giuseppe Rossetti, della “Società italiana per la produzione del carbonato e dei coibenti di magnesia ingegneri Rodolfo, Rossetti & C.” di cui Emilio era accomandatario e Carla insieme a Italo soci accomandanti. La coppia ebbe Lorenza e Stefania, il cui figlio Marco, portò avanti l’azienda di famiglia. Carla, socia dell’azienda familiare, era figura nota nella Milano bene del tempo e il suo nome, insieme a quello di tante altre benefattrici, imprenditrici o nobildonne, compare di frequente su riviste come La donna, Lidel, Il buon cuore.
In quegli stessi anni Venti stava però cambiando la storia del Teatro, con il passaggio di proprietà dei palchi al Comune di Milano e la costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, III ordine, settore destro

Il palco delle dame Lucini e di Carlo Giuseppe Londonio
La storia di questo palco ha inizio con tre dame; sono costoro Giulia Lucini (1715-1800), sua sorella Marianna (1721-1797) e la loro nipote Margherita (1746-1815). Alle tre nobildonne sono intestati altri due palchi nel prestigioso I ordine destro: il n° 6 e il n° 7. Probabilmente questo palco di III ordine è da loro considerato un palco “di scorta”. Giulia e Marianna sono figlie del marchese Giulio Antonio Lucini e di Teresa Archinto. All’epoca dell’inaugurazione del Teatro alla Scala, Marianna è ormai vedova del conte Cesare Lambertenghi (1714-1767); Giulia, la sorella maggiore, già vedova del primo matrimonio con il conte Marco Arese, perderà in breve tempo anche il secondo marito, il conte Federico Borromeo Arese, con il quale è sposata dal 1754. Infine Margherita, figlia di Giovanni Pietro Lucini - fratello di Giulia e Marianna - e di Maria Gambarana, si unisce in matrimonio nel 1768 con il conte Benedetto Arese Lucini, proprietario del palco n° 14 del I ordine sinistro. Questi aggiunge il cognome della moglie a quello della propria casata e ha da lei due figli: Francesco e Marco, quest’ultimo marito di Antonietta Fagnani, “l´amica risanata” di Ugo Foscolo.
Nel 1795 il palco passa al marchese Alessandro Carcano (1763-1802), nato da Carlo Camillo e Cristina Sormani; nel 1782, Carcano sposa Beatrice Ala Ponzone e il loro figlio, chiamato Carlo Camillo come il nonno, si unirà in matrimonio con Giuseppina Annoni sancendo così un legame tra due delle famiglie patrizie più influenti e in vista nella Milano dell’epoca. Alessandro fa erigere ad Anzano (Como) una villa in stile neoclassico progettata dal celebre architetto Leopold Pollack, allievo del Piermarini. È infine citato tra i benefattori dell’Ospedale Maggiore “Ca’ Granda” di Milano.
Nel 1809 e nel 1810 utente del palco è il banchiere, nonché consigliere comunale di Milano, Carlo Londonio (?-1810), cui è intestato anche il n° 3 del IV ordine sinistro. Questi sposa nel 1799 la nobile Maria Frapolli, figlia dell’avvocato Giuseppe, professore di Istituzioni Civili nel Ginnasio di Brera. Maria, soprannominata “Bia” e nota in poesia come “Madame Bibin”, dama ammessa alla corte, è una salonnière famosa a Milano per la sua avversione alle nuove correnti romantiche; a suo giudizio infatti è il classicismo il vero carattere distintivo e nazionale della lingua italiana. Più volte la troviamo citata da scrittori quali Stendhal, Carlo Porta e da Carlo Gherardini, al quale - dopo la scomparsa del marito - è legata sentimentalmente. Il salotto Frapolli era al primo piano della casa di contrada San Vicenzino 2341, attuale n° 8.
Nel palco subentra nel 1815 un altro membro della famiglia, forse il più famoso insieme all’antenato pittore Francesco: è questi Carlo Giuseppe Londonio (1780-1845), figlio di Girolamo e Giuseppa Goffredi. Rimasto orfano di padre in tenera età, è mandato a studiare al collegio “Lalatta” di Parma e in questa città è ospitato da uno zio. In seguito fa ritorno nel capoluogo lombardo e completa la propria formazione da autodidatta e compiendo viaggi in Svizzera, Francia e varie città d’Italia. Nel 1806 sposa Angiola Bonacina, alla quale Vincenzo Monti - amico del Londonio - dedica un sonetto, chiamandola affettuosamente Angiolina. In qualità di membro del Consiglio dei savi del municipio di Milano e del Consiglio comunale, Carlo Giuseppe ha incarichi nei settori dell’assistenza e dell’illuminazione pubblica. Oggi però lo si ricorda soprattutto per il lavoro svolto nell’ambito didattico; nominato direttore generale dei ginnasi di Lombardia (carica che lascerà nel 1832 per la presidenza dell’Accademia delle belle arti di Milano) introduce nuovi testi e discipline. Mostra un forte interesse per il nuovo sistema pedagogico delle scuole lancasteriane promosse tra gli altri da Federico Confalonieri; infine nel 1828 diviene direttore dell’ospizio per i sordomuti di Milano di recente istituzione. Il suo nome è legato anche alla storia di un celebre monumento milanese, l’Arco della Pace: dopo la morte dell´architetto Luigi Cagnola è Londonio dal 1833 al 1838 a sovrintendere i lavori di costruzione.
Nel 1848 il palco è intestato alla figlia primogenita Isabella Londonio, coniugata nel 1830 con il notaio Aquilino Baroggi anch’egli palchettista nel n° 7 del III ordine sinistro.
Nel 1856 siede nel palco Teresa Brioschi nata Lorenzini, moglie del capomastro Gaetano; nella loro casa in contrada di S. Vicenzino era stato ospite Pelagio Palagi, autore di molti ritratti di proprietari di palchi.
La linea femminile continua poiché nel 1867 subentra Francesca Brioschi, la figlia, sposata con l’ingegnere Francesco Gloria: il loro primogenito Gaetano muore a soli diciotto anni; erede nel 1888 Francesco <2.>, forse un altro figlio o un nipote.
Nel 1889 due nomi maschili compaiono in contemporanea nelle fonti: l’ingegner Filippo Mari (1819-1895), erede di Francesco <2.> Gloria, al quale il palco è intestato per metà; l’altra metà vede usufruttuario Francesco Mari, commendatore e ingegnere dell’Esercizio delle strade ferrate. Dal 1898 il palco giace in eredità a nome di Filippo Mari sino al 1920, quando il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, III ordine, settore destro

Banchieri e committenti di illustri architetti
Il palco vide come primo proprietario Giulio Cesare, banchiere milanese, il quale aveva fondato nel 1766 il banco Monte Busti. Gli succedette il figlio Cristoforo (1768-1843) insieme ai fratelli; appare il loro nome dal 1790 per i due anni successivi. Cristoforo era Cavaliere dell’Ordine della Corona di Ferro, membro del Governo Camerale e della Legion d’onore, giudice della Corte dei conti, nominato barone da Napoleone nel 1809, anno in cui acquisì un nuovo palco, il n° 12 del I ordine destro.
Dal 1793 entrò nella storia dei palchettisti la famiglia Perego di Cremnago, con i suoi componenti appassionati d’arte e noti committenti dei grandi architetti del tempo. La Villa di Cremnago fu opera di Giuseppe Piermarini progettista del Teatro alla Scala. Nell’anno dell’apertura del teatro milanese, il 1778, la famiglia Perego, che abitava in via Borgonuovo, venne in possesso degli orti del soppresso monastero di Sant’Erasmo retrostanti al loro palazzo: decisero così di di far disegnare da Luigi Canonica un giardino dai viali squadrati in stile italiano-francese, con una grande serra neogotica e una peschiera al centro. Ma le mode cambiano: oggi si può ammirare infatti il giardino in stile inglese, ideato da Luigi Villoresi architetto napoleonico. A desiderare il rinnovo dei giardini fu Luigi <1.> Perego (1766-1832), figlio di Gaetano e di Antonia Bressi, il primo palchettista della famiglia; egli sposò nel 1792 Cristina De Capitani di Vimercate, da cui ebbe tre figli: Antonia, coniugata con il nobile Siro de Pietri, palchettista del II ordine destro (palchi n° 3 e n° 15 dal 1821 al 1839), Giuseppa e Gaetano (1807-1875), che avrebbe ereditato il palco paterno. Gaetano Perego nel 1839 sposò Maria Durini, figlia di Antonio conte di Monza e di Giuseppina dei Conti Casati. Gaetano ottenne il titolo di Nobile dell’Impero austriaco con Sovrana Risoluzione nel 1838; nonostante la famiglia numerosa, non si risparmiò nell’aiutare gli altri ed è ricordato come benefattore. Gaetano e Maria ebbero cinque figli: Cristina, Antonio, sposato con Ippolita Barbiano di Belgiojoso, Ercole, Giuseppina, sposata con il Conte Giulio Venino, figlio di un palchettista (Pietro) del I ordine sinistro (palco n° 13, 1837).
Al primogenito Luigi <2.> (1840-1903) fu destinato il palco dal 1878. Egli nel 1895 sposò Maria Luisa Zineroni, la quale, rimasta vedova a inizio secolo, prese nuovamente marito; per rimanere in famiglia, sposò un parente della cognata Giuseppina, il conte Gaetano Venino, senatore del Regno. A ereditare il palco sono i tre figli di primo letto, Gaetano (1897-1945), Luigi <3.> (1898-1993) e Antonio (1903-1991), titolari fino al 1920, anno in cui iniziò l´esproprio dei palchi privati da parte del Comune di Milano e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, III ordine, settore destro

Un continuo avvicendarsi di proprietari
La storia del palco inizia con il marchese Giovanni Battista d’Adda (1737-1784), figlio di primo letto di Febo, il quale si risposa in seguito con Ippolita Bigli; ci è ignoto invece il nome della madre, morta nel 1743. Nel teatro scaligero Giovanni Battista possiede altri due palchi del II ordine sinistro: il n° 13 e il n° 15 (quest’ultimo solo per il biennio 1783-84). Si unisce in matrimonio nel 1771 con Margherita Litta Visconti Arese (1754-1778); è Decurione di Milano, Ciambellano imperiale ed ha un ruolo importante nelle trattative con il governatore, l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, e con la cancelleria imperiale di Vienna per l’edificazione del nuovo Teatro alla Scala dopo l’incendio del precedente Teatro ducale. Il marchese infatti viene eletto il 7 marzo del 1776 dall’assemblea generale dei palchettisti nella «Delegazione dei Signori Dodici indicati come i Consiglieri Delegati» alla quale viene conferita la facoltà di trattare e decidere a nome di tutti i palchettisti. Per ragioni pratiche, i Dodici eleggono tre Cavalieri Delegati (il marchese Pompeo Litta, il conte Vitaliano Bigli e il duca Giovanni Serbelloni) con il compito di seguire le varie fasi della costruzione del teatro, riferendo ai Consiglieri Delegati e quindi, per le decisioni più importante, all’assemblea generale dei palchettisti. Giovanni Battista è un grande ammiratore dell’architetto Giuseppe Piermarini e a lui affida la ristrutturazione della villa di delizia a Cassano d’Adda.
Nel 1783 il palco viene venduto alle sorelle Giuseppa Schreivogel (1743-1825), sposata con Giuseppe Perabò, e Caterina (1748-1825), coniugata con Carlo Bianchi, probabilmente figlie del Giovanni Federico “Schraifoghel” detto il Todeschino che figura tra i primi violini dell’orchestra di Giovanni Battista Sammartini e di cui si trovano solo parole di elogio. Alla famiglia di Caterina appartiene il palazzo milanese in via Borgonuovo 5, che nel 1851 è acquistato dai Visconti di San Vito e nel 1940 dai Sioli-Legnani.
Nel 1803 il palco viene comprato dal conte Giacomo Sannazari della Rippa (1755-1804), uno dei più importanti collezionisti d’arte a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Giacomo muore però improvvisamente l’8 giugno 1804 lasciando tutti i suoi beni, con grande delusione della vedova Maddalena Imbonati, all’Ospedale Maggiore di Milano (per la cifra colossale di 2,8 milioni di lire), compresi il palco alla Scala e la sua ricchissima raccolta di opere d’arte, tra le quali cui spicca Lo sposalizio della Vergine di Raffaello oggi custodito alla Pinacoteca di Brera.
Il 2 novembre 1804 l’Ospedale Maggiore mette il palco scaligero all’asta e ad aggiudicarselo per la cospicua cifra di 35.000 lire è il “cittadino” (sono gli anni della Repubblica Cisalpina) Giovanni Battista Legnani (1751-1840); questi nel 1809 lo condivide con Francesco De Luigi (1772-1850), uno dei fondatori della Società di compensi vicendevoli pei danni della grandine e membro del Comitato di vigilanza. Dal 1856 intestataria del palco è la moglie, Carolina De Luigi Kramer (1789-1858), figlia del facoltoso commerciante e industriale tedesco del cotone Adam Kramer; il palco passa quindi nel 1858 al figlio Giuseppe De Luigi (1805-1863), ingegnere milanese, progettista di ferrovie e autore del primo studio di un collegamento ferroviario tra Monza e Lecco, quindi dal 1873 alla sua vedova Matilde Cornalia. Nel 1878 Matilde è affiancata da Giovanni Marani (1808-1881), componente della Commissione di Vigilanza per il Debito Pubblico del Ministero delle Finanze, esempio di una borghesia impegnata nel “sociale”: fondatore della Società Italiana di Scienze Naturali, socio promotore della Società d’Incoraggiamento delle Arti e dei Mestieri, fondata nel 1838 con la finalità di migliorare le competenze tecniche del personale manifatturiero e sostenere artigiani e piccoli imprenditori che innovavano i processi produttivi. La Società avviò corsi di formazione e aprì la Scuola di Chimica Industriale; questi è proprietario anche del palco n° 17 del IV ordine sinistro.
Nel 1879 il palco è intestato a tre nuovi proprietari: Carlo Bosisio (1806-1886), Ermenegildo Tagliabue (1824-1903?) e il conte Giuseppe Malliani (1855-1920). Il primo, assistente del custode del Teatro alla Scala, coniugato con la ballerina Adelaide Superti, è un caso pressoché unico fra i palchettisti: dalla fine degli anni Cinquanta sino al 1885 compare nelle fonti come proprietario, per periodi di lunghezza diversa, di ben nove palchi, cinque dei quali (n° 4, 5, 20, IV ordine sinistro; n° 13, II ordine destro; n° 3, IV ordine, destro) con Domenico Cagnolati - titolare del Caffè dei virtuosi in piazza del Teatro alla Scala 1144, dove aveva lavorato da giovane garzone Domenico Barbaja - e con suo genero Gaspare Antonio Ferrini o solo con quest’ultimo; a questi va aggiunto il palco di famiglia (n° 9, IV ordine destro) in comproprietà con la moglie Adelaide Superti (1863-1873) e, ultimo acquisto (1879) il palco n° 18, III ordine destro. Ermenegildo Tagliabue, secondo comproprietario è un commerciante di majolica d’Este che, probabilmente, acquista questo e altri palchi come forma di investimento.
Nel 1903 gli subentra come erede il figlio Carlo Tagliabue. Il terzo comproprietario, Giuseppe Malliani, dottore in legge, è assessore al Comune di Bergamo nel 1883, quindi sindaco della stessa città nel 1892 e ancora nel 1903; nel 1899 ottiene il titolo nobiliare da Umberto I per sé e per la propria famiglia. Poiché dal 1886 nelle fonti non compare più il nome di Carlo Bosisio, possiamo ipotizzare che questi fosse da poco deceduto.
Ultimo proprietario dal 1919 è il cavaliere e avvocato Luigi Puricelli, registrato come intestatario, insieme al fratello Paolo, di uno studio in via in sant’Orsola. Puricelli è un professionista molto in vista, azionista e membro del Consiglio d’amministrazione di diverse società, presidente della Società Anonima Rancati. A lui il palco rimane sino al 1920, anno in cui il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi privati e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, III ordine, settore destro

Benefattrici e mecenati
All’apertura del Teatro, nel 1778, il primo proprietario di questo palco fu il Conte Ignazio Caimi Ciceri (1701-1785), appartenente a una delle più illustri e ricche famiglie della nobiltà milanese, il cui prestigio è testimoniato in una delle torri dell’antica Porta Ticinese a Milano, dove fu inserito lo stemma familiare azzurro con una fascia d’argento.
Alla sua morte nel 1785, non avendo figli, il palco passò per eredità al conte Filippo Visconti Ciceri (?-1805) e a sua figlia, la marchesa Maria (1786-1833), che a sua volta lo porterà in dote al marito, il marchese Daniele Ala Ponzone (1769-1824), appartenente ad una delle più antiche famiglie patrizie di Cremona, e proprietario di altri due palchi (n° 10, I ordine, settore sinistro e n° 2, I ordine, settore destro).
Maria Visconti Ciceri, come già la madre, la Contessa Laura Ciceri Visconti di Modrone, fu munifica benefattrice di istituzioni assistenziali: la contessa Laura nel 1823 era stata una delle fondatrici dell’Ospedale Fatebenesorelle; la figlia lasciò cospicue donazioni al Fatebenefratelli di Milano e agli ospedali di Novara e Como.
Nel 1809, durante il periodo napoleonico, compare quale affittuario serale del palco il nome di Paolo Monti (1778-1841), mediatore che affittava per serata i suoi quattro palchi scaligeri.
Alla morte di Maria Visconti Ciceri, il palco passerà al figlio Filippo Ala Ponzone (1814-1885) che all’età di sei anni prendeva lezioni di pianoforte da Karl Mozart, figlio di Wolfgang Amadeus, che trascorse quasi tutta la sua vita in Lombardia come impiegato dell´amministrazione finanziaria asburgica.Il marchese nel 1842 eredita anche i beni del cugino Giuseppe Sigismondo, noto come mecenate e collezionista d’arte e per aver fondato il Museo Ala Ponzone di Cremona.
Filippo, con il quale si estinse la linea maschile del casato Ala Ponzone, mecenate e amante dell’arte, amplia la collezione del museo cremonese, donando nel 1836 il dipinto San Francesco in meditazione di Caravaggio.
Alla morte del marchese Filippo,il palco rimane giacente in eredità sino al 1899, quando passò alla figlia Paolina Ala Ponzone (1843-1923), coniugata con il conte Federico Cimino. Paolina continua la tradizione femminile di benefattrice: durante la Grande Guerra si dedicò all’assistenza dei soldati feriti ed elargì premi in denaro ai più valorosi; nel suo testamento, oltre a istituire erede la Regia Scuola Ala Ponzone di Cremona, lasciò anche un legato di 250.000 lire all’Ospedale Maggiore di Milano, in passato beneficato anche da sua nonna Maria Visconti Ciceri.
Paolina Ala Ponzone mantenne il possesso di questo palco sino al 1920, quando si costituì l´Ente Autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano iniziò l´esproprio dei palchi privati.
(Claudia Strano)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, III ordine, settore destro

Nessun nobile in questo palco
Per oltre 60 anni - fatta eccezione per gli anni del periodo napoleonico dove la gestione passa al caffettiere Giuseppe Antonio Borrani - dal 1778 al 1839 il palco appartenne a Fortunato Lampugnani (1748-1834), figlio di Antonio e Antonia Martinazzi e ai suoi eredi. Si hanno poche notizie di questo personaggio: fu un benefattore dell’Ospedale Maggiore di Milano al quale, in forza del legato da lui disposto dei beni di Lugagnano pervennero 63.894 Lire austriache, su un patrimonio lasciato ai nipoti di 360.000 Lire. Come era frequente per i benefattori, nella quadreria dell’Ospedale abbiamo un ritratto opera del pittore milanese Pietro Narducci (1793-1880), eseguito nel 1839 per 800 Lire austriache.
Dal 1840 al 1860 il proprietario è Gian Battista Gavazzi (1796-1864) appartenente al ramo di Canzo (l’altro più noto è quello di Valmadrera) di una facoltosa famiglia di imprenditori serici, settore in forte sviluppo tra il 1830 e il 1850 nelle province di Como e di Varese: tra i nomi emergenti oltre ai Gavazzi troviamo Francesco Riva, Pietro Baragiola, Andrea Ponti, Giovanni Braghenti, Giuseppe Mondelli, Rezzonico e Perlasca, Carlo Verza, Emilio ed Ernesto Prato. Una dimora prestigiosa, un palco alla Scala e un matrimonio con una fanciulla di nobile lignaggio o frutto di alleanze dinastiche tra “borghesi” che accrescesse il patrimonio della famiglia segnano il coronamento di un’ascesa sociale oltre che economica. Gian Battista eredita dal padre una bella villa a San Pietro all’Olmo, che prospetta sulla piazza principale del paese, dove la famiglia ha delle filande; nel 1838 fa costruire un elegante palazzo in via Montenapoleone 23, oggi di proprietà degli eredi e discendenti dei Gavazzi, i Balossi Restelli, tipico esempio di architettura civile neoclassica del periodo della Restaurazione. Il Palazzo Gavazzi viene spesso ricordato nei libri di argomento milanese perché fu abitata da Carlo Cattaneo: al Museo del Risorgimento di Milano è conservato il contratto di locazione con il quale Gian Battista nel 1843 affittava al Cattaneo, suo grande amico, un’ala del Palazzo di famiglia.
Nel 1830 sposa la cugina, Emilia Venanzia Gavazzi, figlia del fratello del padre, perché la famiglia potesse mantenere integro il patrimonio. La coppia Gavazzi-Gavazzi andò ad abitare nel palazzo di contrada del Monte 1265, oggi palazzo Balossi-Gavazzi-Restelli, che divenne il simbolo della concreta e stabile ricchezza raggiunta dalla famiglia. Nel 1864, alla morte del marito, Emilia eredita anche il palco alla Scala e finalmente, nel 1873 riesce a sposare il suo antico amante Francesco de Spech, nobile milanese di origini austro-ungariche dal quale aveva avuto un figlio, Giovanni (1845-1887), che figurava ufficialmente come frutto del suo matrimonio con il cugino Gian Battista Gavazzi.
Giovanni viene quindi adottato dal secondo marito della madre e da quel momento si chiamerà Giovanni Gavazzi Spech, e nel 1886 subentrerà alla madre nella proprietà del palco, ma morirà l’anno dopo, ad appena 42 anni. Giovanni è un personaggio in vista a Milano: socio del circolo dell’Unione (circolo dei Nobii), imparentato da parte del padre naturale con il conte Visconti Pirovano, mentre sua moglie Giulia Restelli, che compare come erede nel palco, era figlia del senatore Francesco e nipote, per parte di madre, del senatore Giuseppe Robecchi.
Nel 1898 il palco viene ceduto a Carlo Simonetta, chimico, esperto in concimi agricoli, cinofilo e appassionato di cavalli, probabilmente figlio di Carlo Leopoldo Simonetta, a sua volta scienziato e socio della Società di incoraggiamento di arti e mestieri oltre che membro della Camera di Commercio sotto il Regno austriaco, protagonista delle riunioni della Società degli scienziati italiani.
Le due figlie di Carlo, Leopolda ed Elisa Simonetta furono le ultime proprietarie, finché, nel 1920, si costituì l´Ente Autonomo Teatro alla Scala e i palchi furono acquisiti dal Comune di Milano.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, III ordine, settore destro

Il palco Camperio
Primo proprietario risulta il conte Ambrogio Cavenago (1732-1802), esponente di una delle famiglie patrizie più facoltose di Milano, intestatario anche di un secondo palco nel IV ordine (n° 6, settore sinistro). Ambizioso e devoto alla Casa d’Asburgo, aveva incrementato la proprietà feudale nella contea di Trezzo ed era divenuto Ciambellano Reale, oltre che uno dei LX Decurioni di Milano nel 1759, il più importante organo rappresentativo della città. Di conseguenza ebbe poca fortuna con l’arrivo dell’Armée d’Italie guidata dal giovane generale Bonaparte, anzi la nuova amministrazione francese gli chiese addirittura un risarcimento per i danni provocati dall’armata austro-russa sui suoi possedimenti trezzesi, un giro di parole che si traduceva in realtà in un prelievo forzoso per approvvigionare le truppe francesi. E così durante la parentesi napoleonica, il conte Ambrogio - come tanti altri - perse pure il proprio spazio alla Scala e il palco venne affidato ad una personalità più gradita al nuovo regime politico.
Dal 1809, in piena era napoleonica, e per più di un secolo, il palco appartiene ininterrottamente per quattro generazioni ai Camperio, famiglia della borghesia agraria originaria di Binasco, in provincia di Pavia, con numerosi terreni nel lodigiano. Solo il primo anno la proprietà del palco viene condivisa con un nobile, il marchese Benigno Bossi (1788-1870). Questi, patriota, carbonaro, condannato dagli austriaci a morte in contumacia fu costretto a vivere in esilio a Parigi e probabilmente per questa ragione vedette o cedette la sua parte di palco a Giovanni Battista Camperio (? - 1848), il primo della sua dinastia a possedere un palco alla Scala.
Nel 1849 subentra per eredità nella proprietà del palco il figlio Carlo Camperio (1783-1860), laureato in legge, che però non esercitò mai la professione forense, dedicandosi ad amministrare il suo patrimonio accrescendolo considerevolmente quando, nel 1808, convolò a nozze con la giovanissima e ricchissima Francesca Ciani (1791-1886), figlia del banchiere di origine ticinese Carlo che aveva fatto fortuna a Milano durante l’epoca napoleonica. Due dei fratelli di Francesca, Giacomo e Filippo furono grandi patrioti risorgimentali, esiliati in seguito ai moti del 1821 e stabilitisi a Lugano, dove trascorsero quasi tutta la vita e dove conobbero e sostennero Giuseppe Mazzini e gli altri esuli italiani. I coniugi Camperio si stabilirono a Milano in zona Porta Ticinese e quindi affittarono il primo piano di palazzo Brioschi in via S. Vicenzino 9, palazzo attiguo a via Meravigli dove risiedeva la famiglia Ciani. Qui nacquero quasi tutti i figli di Carlo e Francesca, compreso l’ultimo, Manfredo. Palazzo Ciani fu sede di incontri quotidiani tra intellettuali ed artisti come Gioachino Rossini, Ugo Foscolo, Andrea Appiani, il pittore Giuseppe Bossi, lord ByronGeorge Gordon Byron, Cesare Cantù e Federico Confalonieri. Fu proprio da quest’ultimo che Carlo Camperio acquistò, nel 1818, la casa di villeggiatura di Villasanta, risalente al 1696. Confalonieri, che vi fu confinato nel 1815, aveva a sua volta ereditato la proprietà dalla madre, marchesa Antonia Casnedi. La coppia Camperio-Ciani ebbe dieci figli, di cui sei femmine e quattro maschi dei quali solo due, Filippo e Manfredo, raggiunsero l’età adulta e furono gli eredi universali del patrimonio di famiglia. Filippo (Philippe) Camperio, insigne giurista e uomo politico, visse quasi tutta la vita a Ginevra e, anche grazie al legame con gli zii Ciani, fu in contatto con l’ambiente ginevrino dell’emigrazione politica. Nel 1847 ottenne la cattedra di diritto costituzionale che era stata di Pellegrino Rossi, di cui fu allievo ed amico negli anni della gioventù. Corrispondente appassionato di Cristina di Belgiojoso, fu un personaggio importante nella vita politica della città adottiva.
Manfredo (1826-1899), ultimo dei 10 figli, al quale andò il palco, è la figura più conosciuta della famiglia Camperio, ricordato per l’attività cospirativa e rivoluzionaria che svolse durante i moti risorgimentali e per la sua passione per le esplorazioni e per i viaggi. Fondatore della Società di esplorazione commerciale in Africa (1879) e del periodico L’esploratore (1877), sposò il 30 marzo 1871 Marie Siegfried (1841-1930), originaria di Mulhouse nell’Alsazia francese e proveniente da una famiglia di imprenditori tessili. Figlia di Jean-Jacques Siegfried e di Louise Blech, Marie fu presidente e sostenitrice della Scuola agraria di Aurelia Josz e fu tra le donne che sostennero la necessità dell’istituzione europea della Croce rossa italiana. Furono soltanto i quattro figli di Manfredo Camperio e di Marie Siegfried a ereditare il cognome Camperio: si tratta di Fanny, Filippo, Giulio e Sita.
Solo Filippo (1873-1945) e Sita, tuttavia, vissero a lungo e si sposarono rispettivamente con l’americana Eleonor Terry (1878-1960) nel 1911 e con Luigi Alberto Meyer nel 1899. Nel 1902 il palco passa dunque a Filippo, ammiraglio della Regia Marina, unico discendente maschio della famiglia e ultimo proprietario insieme alla moglie sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e i palchi vengono acquisiti dal Comune di Milano.
(Antonio Schilirò)
 
Guarda i proprietari del palco dal 1778 al 1920
 

 

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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 17, III ordine, settore destro

Il palco dei benefattori
Era il 1771 quando finalmente si realizzava quel felice incontro tra carità privata e amministrazione pubblica: in Via della Signora, nel cuore del centro storico, apriva le porte il Pio Albergo Trivulzio, istituzione cardine dell’assistenzialismo milanese. Antonio Tolomeo Trivulzio (1692-1767), principe del Sacro Romano Impero e feudatario imperiale - appena due dei numerosi titoli di cui era investito, per non svolgerne l’intero rotolo - nel 1766 aveva redatto il proprio testamento con un ambizioso e originale progetto, che aveva necessitato del beneplacito dell’autorità: il principe designava come erede universale un ente assistenziale, “un albergo per poveri e impotenti”. Un’eredità davvero longeva, un’intuizione che gli avrebbe garantito ricordo imperituro presso la cittadinanza. Antonio Tolomeo, figlio di Antonio Teodoro Gaetano e Lucrezia Borromeo, dopo aver percorso di malavoglia la carriera militare, ottenuta la separazione dalla moglie nel 1751, trascorse la propria vita non solo da uomo di cultura ma anche da filantropo e benefattore. Tali valori sembrano essere stati rispecchiati anche nella gestione dell’Opera Pia, se non altro nel primo periodo della sua esistenza: definita una felice “unione di arte e pietà”, l’istituzione accumulò nel corso degli anni un ingente patrimonio storico, documentario e artistico, con donazioni frequenti di opere e arredi. Probabilmente anche in questa direzione va letto l’acquisto di un palco di rappresentanza presso il nuovo teatro scaligero, già alla sua inaugurazione nel 1778: il palco rappresentava l’istituto nell’assetto sociale della città, rispecchiato a colpo d’occhio nella disposizione degli ordini del teatro; accoglieva gli ospiti d’onore dell’ente e garantiva anche un sicuro introito tramite l’affitto per parte o per tutta la stagione. Tra gli inquilini illustri, Tito Ricordi, già proprietario del palco in IV fila acquistato dal padre nel 1847, affittò il palco del Pio Albergo per l´intero decennio 1874-1884, assicurandosi così un accesso privilegiato e diretto al Teatro dagli uffici di Casa Ricordi. Nel 1863, il Pio Albergo Trivulzio si fuse nella gestione con gli altri due poli assistenziali di Milano, l’orfanotrofio femminile “Stelline” e quello maschile, i “Martinitt”. I rincari alimentari e l’aumento delle spese edilizie crearono nei decenni successivi una situazione di difficoltà economiche.
Forse proprio per carenza di capitali, il palco, ininterrottamente proprietà dell’ente dal 1778 - tranne quando lo gestiscono gli impresari fratelli Villa nel 1809 e nel 1810, anni di dominio napoleonico - venne venduto nel 1884 alla signora Francesca Pestalozza, sposata con Marco Paletta e residente a Milano in Piazza San Sepolcro 1. Fu allora che Giulio Ricordi, succeduto al padre Tito nella gestione dell´azienda di famiglia, dovette attendere ben cinque anni prima di procurarsi un altro palco (n° 14, III ordine sinistro) in posizione altrettanto centrale.
Dopo una parentesi di qualche anno in cui fu proprietà del consigliere provinciale di Pavia, Giovanni Dozzio e del figlio Ugo, il palco passò nel 1909 al nipote di Francesca, figlio della sorella Leopolda, Carlo Francesco Bordini-Paletta, benefattore, collezionista e appassionato d´arte.
L’ultimo proprietario del palco chiude il cerchio di solidaretà sociale iniziato dal principe Trivulzio: è l’ingegnere e commendatore Giuseppe Feltrinelli (1854-1930). Esponente di una delle più importanti famiglie dell’imprenditoria lombarda, originaria di Gargnano, Giuseppe si impegnò nell’espansione dell’azienda soprattutto nei Balcani. Sindaco di Gargnano, dove tuttora sorge la storica villa di famiglia – ultima residenza di Mussolini, ora albergo di lusso – egli era nipote di quel Faustino, ‘capostipite’ della fortuna dei Feltrinelli che, da magnati del legname, compirono la propria ascesa sociale ed economica fino alla costituzione di una Banca nel 1889. Quando nel 1913 morì senza figli, il fratello di Giuseppe, Giacomo, fu addirittura definito “l’uomo più ricco di Milano”. L’imprenditoria dei fratelli Feltrinelli (il padre di Giuseppe, Angelo, e gli zii Giacomo e Giuseppe), infatti, si era rafforzata e differenziata nel corso dell’Ottocento, diventando pervasiva del tessuto non solo economico ma anche sociale della Lombardia. Impegnati nell’industria del cotone, nell’edilizia pubblica (per cui si deve loro, ad esempio, la costruzione di tratti della rete ferroviaria italiana e di gran parte del quartiere industriale a nord di Milano), nel sostegno ad altre imprese, come la Edison, i Feltrinelli furono un esempio di quell’imprenditoria “illuminata”, che viveva il proprio potere economico come dovere sociale e culturale. Citando soltanto l’odierna Fondazione Feltrinelli, centro di documentazione e ricerca, biblioteca e dal 1954 casa editrice, va sottolineato che tra Otto e Novecento i Feltrinelli donarono alla collettività abitazioni, scuole, ospedali e chiese, tanto nella propria sede a Gargnano che in altre località dove operarono, dal Nord al Sud Italia, all’estero. In particolare, Giuseppe, ultimo proprietario del palco, fu schierato in prima linea, insieme alla moglie, donna Chiara Fisogni, nella solidarietà e nell’assistenza ai bisognosi. “Eretta tra l’estate e l’autunno del 1914 / per dare lavoro e conforto / alle popolazioni delle nostre terre montane / in quei giorni devastate dalla grandine / questa scuola / dalla calamità traendo occasione a suscitare / luce fiamma lievito / di educazione di elevazione morale”, con queste parole Giuseppe Feltrinelli donava la scuola alla comunità di Gargnano. E con le stesse intenzioni l’ingegnere portò soccorso ai terremotati di Messina e Reggio Calabria dopo la disastrosa calamità del 1908. A Messina venne eretto un intero quartiere di case di legno, poi riconvertite in muratura, che porta tuttora il nome di “Quartiere Lombardo”.
Il palco n° 17 racconta nella sua storia di una nobiltà e di una borghesia che fecero del proprio potere economico e politico un obbligo sociale, lasciando alla collettività un’eredità lungimirante e duratura.
(Maria Grazia Campisi)
 
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Teatro alla Scala - Ufficio Ricerca Fondi Musicali - Conservatorio G. Verdi di Milano
I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, III ordine, settore destro

Isimbardi e Borromeo d’Adda tra politica e beneficenza
Proprio negli stessi anni in cui veniva progettato il nuovo Teatro alla Scala, la famiglia Isimbardi, di antico patriziato pavese, si trasferiva a Milano, acquistando dai Lambertenghi nel 1775 il palazzo in corso Monforte, all’angolo con via Vivaio, in quella zona che – come testimonia il nome stesso della via – era considerata il giardino di Milano. I marchesi Isimbardi, di antica casata pavese e da poco ammessi nel patriziato milanese, arricchirono il patrimonio artistico della prestigiosa dimora, laddove anche Tiepolo aveva lavorato, lasciando un affresco ancora oggi ammirabile. Il palazzo, rilevato dopo alterne vicende negli anni ‘30 del Novecento dalla Provincia, sarebbe divenuto la sede principale della Città metropolitana di Milano.
Primo membro della famiglia ad occupare un palco scaligero, dal 1778, fu Gian Pietro Camillo Isimbardi (1740-1813), che rivestì importanti cariche politiche anche sotto il governo di Napoleone e che fu uno dei pochi aristocratici a conservare continuativamente il palco anche nel periodo francese. Abile e ambizioso, aveva reso il proprio palazzo un centro di studi e raccolte scientifiche di ampia risonanza, dotato di una biblioteca, tuttora funzionante, di un gabinetto di mineralogia e di una raccolta di strumenti e carte nautiche.
All’alba della Restaurazione, dopo la morte di Gian Pietro Camillo, il palco venne ereditato dal figlio, il marchese Alessandro Isimbardi (1769-1821), che unì il proprio casato a quello dei D’Adda sposando nel 1794 la nobildonna Maria d’Adda. Dei tre figli avuti dal matrimonio, l’ultimo e unico maschio, Pietro (1799-1878), ereditò come di consueto titoli, patrimonio e palco, rimanendone proprietario fino alla morte. Amministratore oculato dei propri beni, Pietro si interessò di arte e beneficenza, commissionando, tra i tanti dipinti, il “Gesù Crocifisso con Maddalena” di Francesco Hayez, donandolo poi alla Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo a Muggiò. Il dipinto oggi è al Museo Diocesano. Dal matrimonio con Luigia Litta Modignani ebbe una sola figlia, Maria, che andò sposa a Giovanni d’Adda.
Durante i festeggiamenti del Natale 1850, quando la famiglia era riunita presso la dimora di Muggiò, la giovane donna, appena ventitreenne, morì improvvisamente lasciando soli il marito Giovanni e il piccolo figlio Emanuele d’Adda (1847-1911). Questi, ben presto orfano anche del padre e unico erede, fu allevato in casa dello zio paterno Carlo, personalità di spicco dell’Italia risorgimentale: esule a Parigi dopo le Cinque Giornate di Milano, conobbe Cavour e divenne amico del liberale Bettino Ricasoli. Il marchesino Emanuele respirò le ventate patriottiche di quegli anni e aderì ben presto alla causa dell’indipendenza nazionale, arruolandosi volontario con i cavalleggeri di Aosta nel 1866; e continuò poi nella sua vita ad impegnarsi su più fronti nella filantropia. Membro della Società d’incoraggiamento d’Arti e Mestieri, amministratore competente dell’ingente patrimonio fondiario di famiglia, cui si era aggiunto quello degli Isimbardi in Lomellina, Emanuele d’Adda si spese con impegno anche in politica: sostenitore di Depretis contro Crispi, divenne senatore sotto il governo Giolitti. La moglie Beatrice Trotti Bentivoglio, sposata nel 1875, lo sostenne e fu in prima persona coinvolta nelle opere di solidarietà sociale, attiva nei movimenti a favore dell’occupazione femminile. Alla sua morte, non avendo avuto figli, con loro si estinse il ramo principale della famiglia Isimbardi.
Al di là delle numerose donazioni a istituzioni benefiche, ai propri dipendenti e agli affittuari, il patrimonio, i titoli nobiliari, lo stesso cognome e il palco passarono in eredità nel 1917 al cugino Febo Borromeo d’Adda (1871-1945), figlio della zia paterna Costanza e di Carlo Borromeo Arese. Questi, come gli altri esponenti e predecessori della sua famiglia, si impegnò tanto nella beneficenza quanto nella politica. Fu consigliere dell’Istituto Nazionale Vittorio Emanuele III per lo studio e la cura del cancro, sostenitore della causa neutralista durante la prima guerra mondiale, presidente della Croce Rossa Italiana. Sostenitore, fin da giovanissimo, della Destra storica, coprì durante la sua carriera politica numerose cariche: consigliere provinciale, sindaco di Oreno e Cassano d’Adda, deputato del Regno d’Italia dal 1913 e senatore dal 1939. Febo Borromeo D’Adda fu l’ultimo proprietario del palco, sino al 1920 quando, in seguito alla delibera del Consiglio Comunale, avvenne la cessione dei palchi al Comune di Milano e si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco di proscenio, IV ordine, settore destro

Impresari e possidenti
Quando il 3 agosto del 1778 venne aperto al pubblico il Nuovo Teatro Grande alla Scala decaddero i contratti con gli “appaltatori” del vecchio Teatro Ducale. Erano questi i cosiddetti “impresari”, in gergo settecentesco, cui subentrarono nei primi dieci anni di storia del nuovo teatro i Nobili Cavalieri Associati, una rappresentanza del Corpo generale dei proprietari dei palchi costituita dal conte Ercole Castelbarco, dal marchese Giacomo Fagnani e dal marchese Bartolomeo Calderari. Gli Interessati nel scaduto appalto, ossia i vecchi impresari, ebbero però riservato uno spazio nel nuovo teatro scaligero che mantennero con tutta certezza fino al 1796. I “vecchi impresari” erano i fratelli Crivelli, Antonio e Giuseppe, titolari del palco n° 15 del I ordine di destra, e il barone Federico Castiglioni, ispettore del Teatro Ducale e vicedirettore dello stesso per nomina governativa, che compare nel n° 18 del III ordine di sinistra ma che compare anche nei palchi di proscenio del IV ordine, sia nel settore destro sia in quello sinistro.
«La prova di domani è in Theatro, ma l’Impresario, il Sig. Castiglioni, si è raccomandato affinché non ne facessi parola, altrimenti la gente vi accorrerebbe a frotte, e questo non lo vogliamo». Si trattava della prova del Lucio Silla e a scrivere era proprio Wolfgang Amadeus Mozart, al quale gli appaltatori avevano commissionato una nuova opera per l’apertura della stagione di Carnevale del 1773, il 26 dicembre 1772, dopo il successo, due anni prima e nello stesso teatro, di Mitridate, Re di Ponto. Vecchi impresari ma di molto intuito contribuirono alla scelta dell’opera di apertura del Teatro Grande, Europa riconosciuta di Antonio Salieri.
Durante il ventennio napoleonico la proprietà risulta delle sorelle Antonietta (1782-1814) e Francesca (1784-1857) Milesi figlie del ricchissimo commerciante di tessuti Giovan Battista, e di Elena Viscontini, appartenente anch’essa ad una famiglia dell’alta borghesia lombarda arricchitasi con il commercio dei tessuti e che aveva investito i profitti in terre e immobili, a Milano e nel Canton Ticino. Elena è la zia della più famosa Metilde Viscontini, figlia del fratello Carlo e moglie del generale Dembowski, patriota e “maestra giardiniera”, affiliata alla Società dei federati, un circolo cospirativo legato ai liberali piemontesi. Le sorelle Milesi crebbero insieme ai cugini Viscontini (oltre a Metilde, Bianca, Beatrice ed Ercole) che erano spesso ospiti del loro palco alla Scala e frequentarono gli stessi intellettuali e artisti della capitale lombarda, dall’economista e giornalista Melchiorre Gioia al pittore Andrea Appiani, a Ugo Foscolo e a Stendhal. Metilde morrà appena trentacinquenne in casa della cugina Francesca. Stendhal, innamorato non corrisposto di Metilde, riteneva che la sua freddezza fosse dovuta all’influenza della cugina Francesca Milesi, responsabile, a suo dire, di averlo messo in cattiva luce. Lo scrittore così si vendicherà di lei raffigurandola nella Certosa di Parma nel personaggio dell’intrigante marchesa Roversi, mentre a Metilde ispirerà le due protagoniste de Il rosso e il nero: l’orgogliosa marchesa de La Mole porta il nome di Mathilde, e la dolce e infelice Madame de Rênal ha il carattere della Viscontini.
Antonietta sposa un agiato possidente, Camillo Gabrini, mentre Francesca convola a nozze con l’avvocato Giovanni Traversi (1766-1854), uno spregiudicato finanziere legato alla politica, abile a districarsi con i francesi e con gli austriaci. Nel 1817 Traversi acquista dal conte Anguissola un palazzo nel centro di Milano (via Manzoni 10, oggi parte delle Gallerie d’Italia), rileva nel 1817 la Villa Cusani a Desio, opera di Piermarini, dove ospitò Vincenzo Bellini ai tempi de La Straniera, infine nel 1836 compra a Meda la splendida villa neoclassica che l’architetto Leopold Pollack aveva trasformato conglobando nel superbo edificio l’ex-monastero medievale intitolato a San Vittore. Scomparsi in giovane età e senza discendenti i coniugi Gabrini, il palco rimase di Giovanni Traversi sino al 1854 e in usufrutto alla moglie Francesca sino al 1856.
Poiché non ebbe figli, l’avvocato lasciò tutti i suoi beni, compreso il palco alla Scala, al figlio della sorella Margherita, Giovanni Pietro Antona Cordara, il quale assunse il cognome dello zio nel proprio, mutandolo in Giovanni Pietro Antona Traversi (1824-1900). Giovanni Pietro ebbe rapporti con Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, partecipò come volontario alla seconda Guerra d’indipendenza nel 1859 e fu più volte deputato nei banchi della sinistra. Alla sua morte il palco passò al nipote, l’ingegnere Antonio Tittoni (1889-1962), figlio del senatore Tommaso Tittoni e di Bice Antona Traversi.
Ultimo proprietario, dal 1909 sino alla cessione dei palchi al Comune nel 1920, è l’avvocato Bassano Gabba (1844-1928), patriota, volontario nella Terza guerra indipendenza (1866), uomo politico della destra storica, deputato, senatore e per poco più di un anno (dal 1909 al 1910) sindaco di Milano, dopo il palchettista Ettore Ponti.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 1, IV ordine, settore destro

L’economista che voleva la moneta unica europea
Quando il 3 agosto del 1778 venne aperto al pubblico il Nuovo Teatro Grande alla Scala con l’opera Europa riconosciuta di Antonio Salieri, maestro di cappella alla corte viennese, decaddero i contratti con gli “appaltatori” del vecchio Teatro Ducale. Erano questi i cosiddetti Impresari, in gergo settecentesco, cui subentrarono nei primi dieci anni di storia del nuovo teatro i Nobili Cavalieri Associati, una rappresentanza del Corpo generale dei proprietari dei palchi, una sorta di impresariato collettivo costituito dal conte Ercole Castelbarco, dal marchese Bartolomeo Calderari e dal marchese Giacomo Fagnani.
Gli Interessati nel scaduto appalto erano i fratelli Crivelli e il barone Federico Castiglioni, ispettore del Teatro Ducale e vicedirettore dello stesso per nomina governativa; i vecchi impresari ebbero riservato uno spazio nel nuovo teatro scaligero e precisamente nei palchi di proscenio ai due lati del quarto ordine e lo mantennero fino al 1795.
«La prova di domani è in Theatro, ma l’Impresario, il Sig. Castiglioni, si è raccomandato affinché non ne facessi parola, altrimenti la gente vi accorrerebbe a frotte, e questo non lo vogliamo». Si trattava della prova del Lucio Silla e a scrivere era proprio Wolfgang Amadeus Mozart, al quale gli appaltatori avevano commissionato una nuova opera per l’apertura della stagione di Carnevale del 1773 (26 dicembre 1772) dopo il successo, due anni prima, nello stesso Teatro Ducale, di Mitridate, Re di Ponto.
Dopo la Nobile associazione del teatro, dal 1796 al 1920 il palco vede ininterrottamente una famiglia protagonista, quella dei Minetti, a partire da Pietro Minetti (1771-1813) e a continuare con i suoi discendenti diretti o acquisiti. Pietro Minetti aveva fatto fortuna durante il dominio francese: nominato nel dicembre 1797 Ispettore Generale dell’Amministrazione Centrale dei Beni Nazionali della Repubblica Cisalpina, fu Consigliere-Savio (sei sono i consiglieri-Savi eletti dai consigli comunali durante il Regno d’Italia al tempo di Napoleone), notaio e persona molto influente nella gestione degli affari municipali. Sulla sua probità furono avanzate alcune riserve, nonostante il podestà Durini definisse il suo operato in termini positivi come si legge in una lettera del 3 dicembre 1812 dello stesso Durini al prefetto. In essa si informa di aver affidato la sorveglianza degli accenditori delle lanterne pubbliche al “Sig. Savio Minetti il cui zelo è pienamente conosciuto (…) con non poco vantaggio per la pubblica azienda”.
Gli succede nella proprietà del palco dal 1813 al 1837 la vedova Clementina Minetti Albertanelli (1777-1844), che morì nella sua abitazione in contrada S. Fedele e fu tumulata a Basilio all’età di 67 anni. Il palco passa quindi dal 1838 al 1867 alla figlia Carolina (1813-1869), benefattrice del Pio Albergo Trivulzio, delle Stelline, degli Asili Infantili e di altre istituzioni assistenziali. Coniugata con Paolo Cossa Bellini, rimasta vedova nel 1848, Carolina sposò in seconde nozze l’economista Guglielmo Rossi (1828-1887) e dal 1868 al 1887 il palco è intestato al secondo marito. Questi svolse la sua attività come docente di Scienze Commerciali ed Economiche all’Istituto Dolci di Milano e quindi come dirigente del Ministero delle Finanze, dove nel 1870 viene nominato Capo divisione della Direzione Generale del debito pubblico (ministro delle finanze: Quintino Sella). Fondatore e poi presidente della Società Lombarda di Economia Politica a Milano, fu membro di varie Società Scientifiche e Accademie italiane ed estere. Si occupò anche di istruzione primaria in Lombardia e presentò la sua Allocuzione storico-statistica nel resoconto dell’Adunanza del 5 nov. 1865 della Società Nazionale per propagare l’istruzione nella campagna. Nel 1858 fonda a Milano il mensile L’Economista: Giornale di agricoltura teorico-pratica del quale è il primo direttore. Nel 1860 pubblica le Bozze di un nuovo sistema di imposte per il Congresso degli economisti di Losanna. Nel 1867 interviene nel dibattito aperto da Cesare Cantù sui vantaggi e le opportunità di una moneta unica europea, premessa di un’auspicata confederazione europea, mettendo in rilievo da studioso dell’economia le non poche difficoltà tecniche e politiche per un progetto così ambizioso. Il suo nome infine figura nell’Elenco Generale dei sottoscrittori all’opera I Mille del Generale G. Garibaldi (Torino, 1874).
Dal 1888 al 1917 la proprietà del palco è dell’avvocato Angelo Confalonieri, al quale lo porta in dote la moglie Luigia Rossi, figlia di Guglielmo. Confalonieri, avvocato procuratore presso la corte d’appello di Milano con studio in via della Spiga 32, fu anche consigliere comunale. Il palco rimase intestato ai suoi eredi dal 1917 al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente Autonomo Teatro alla Scala e i palchi vengono acquisiti dal Comune.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 2, IV ordine, settore destro

Il palco Attendolo Bolognini
Quando il 3 agosto del 1778 venne aperto al pubblico il Nuovo Teatro Grande alla Scala con l’opera Europa riconosciuta di Antonio Salieri, maestro di cappella alla corte viennese, decaddero i contratti con gli “appaltatori” del vecchio Teatro Ducale. In gergo settecentesco erano questi i cosiddetti Impresari, cui subentrarono nei primi dieci anni di storia del nuovo teatro i Nobili Cavalieri Associati, una rappresentanza del Corpo generale dei proprietari dei palchi, una sorta di impresariato collettivo costituito dal conte Ercole Castelbarco, dal marchese Bartolomeo Calderari e dal marchese Giacomo Fagnani.
A loro come Nobile associazione del teatro è intestato il palco, conservato sino al 1796, anno in cui con la Repubblica Cisalpina lo utilizzeranno singoli proprietari graditi al nuovo governo francese. Nel 1809 utente del palco è la contessa Maria Rasini Annoni (circa 1762-1828), figlia di Giovanni Pietro e Giulia Pallavicini, sorella di Alessandro e coniugata dal 1782 con Rodolfo Rasini, principe di San Maurizio; condivide con la cognata Maddalena per quell’anno anche il palco n° 13 del I ordine destro. La Rasini muore nel 1828 ma il palco rimane intestato a lei sino al 1833; dal 1834 passa al conte Gian Giacomo Attendolo Bolognini (1794-1865), titolare di una raffinata collezione d’arte che, alla sua morte, andrà ai Musei Civici di Milano. Nel 1830 sposa Eugenia Vimercati da cui ha una figlia di nome Clotilde Pia; il rapporto tra i due coniugi si deteriora però allorché Gian Giacomo scopre che la moglie è incinta del principe Alfonso Serafino Porcia: cacciata Eugenia di casa, inizia una causa di separazione. Nel 1837, quando Eugenia dà alla luce una bambina, Gian Giacomo per mettere a tacere i pettegolezzi la riconosce; la piccola avrà lo stesso nome della madre e a lei viene affidata. Una volta cresciuta, si unisce in matrimonio nel 1855 con il conte Giulio Litta Visconti Arese; di ritorno a Milano dal viaggio di nozze a Parigi, durante il quale ha modo di farsi notare e apprezzare per bellezza e sagacia da Napoleone III, diviene sostenitrice della causa antiaustriaca nonché vera e propria habitué del salotto della contessa Clara Maffei. Eugenia Attendolo Bolognini al Teatro alla Scala possiede dal 1874 il prestigioso palco n° 1 del I ordine sinistro, tra i più frequentati dell’epoca: tra gli ospiti del palco non sarà mancato nelle sue visite milanesi anche re Umberto I di Savoia, amante della bella Bolognina.
È invece la sorella di Eugenia, Clotilde Attendolo Bolognini (1831-1877), sposata con il conte Alessandro Morando de’ Rizzoni, a ereditare nel 1870 il palco. L’unico figlio, chiamato Gian Giacomo (1863-1919) come il nonno, condivide il palco assieme alla madre per il biennio 1878-79, mentre dall’anno successivo ne rimane l’unico proprietario. Nel 1909, assorbito il cognome della madre, acquista il palazzo milanese in via S. Andrea 6 e qui risiede con la moglie, la contessa Lydia Caprara de Montalba, che non avendo eredi diretti lo lascia in eredità nel 1945 al Comune: oggi è la sede del Museo di Milano e della collezione Costume, Moda e Immagine. Gian Giacomo risulta titolare sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 3, IV ordine, settore destro

Il palco della famiglia della “Giardiniera”
Quando il 3 agosto del 1778 venne aperto al pubblico il Nuovo Teatro Grande alla Scala con l’opera Europa riconosciuta di Antonio Salieri, maestro di cappella alla corte viennese, decaddero i contratti con gli “appaltatori” del vecchio Teatro Ducale. In gergo settecentesco erano questi i cosiddetti Impresari, cui subentrarono nei primi dieci anni di storia del nuovo teatro i Nobili Cavalieri Associati, una rappresentanza del Corpo generale dei proprietari dei palchi, una sorta di impresariato collettivo costituito dal conte Ercole Castelbarco, dal marchese Bartolomeo Calderari e dal marchese Giacomo Fagnani. A loro come Nobile associazione del teatro appartiene il palco n° 3, conservato sino al 1796, quando con la Repubblica Cisalpina passa ai singoli proprietari, per lo più graditi al nuovo governo francese.
In quell’anno risulta proprietaria la nobildonna Luigia Marliani (1740-1823), figlia di Pietro Marliani e Maddalena Ferrario, coniugata con Carlo Viscontini, esponente quest’ultimo di una famiglia dell’alta borghesia arricchitasi grazie al commercio dei tessuti. La loro figlia Metilde (1790-1825) è una donna istruita e affascinante: la ammira Ugo Foscolo ed è di lei innamorato vanamente Stendhal. Nel 1807 a soli diciassette anni è costretta dalla famiglia a sposare il polacco Jan Dembowski, generale nell’Armata del Regno d’Italia; il matrimonio è però fonte di infelicità per Metilde, la quale nel carteggio con Foscolo descrive il marito come un uomo gretto e insensibile. Nel 1814, ormai esasperata, sceglie di fuggire di casa e si stabilisce in Svizzera, nei pressi di Berna; la separazione dal coniuge, ottenuta con grande fatica, risale al 1817. Attenta e partecipe alle vicissitudini politiche di quegli anni, Metilde entra a far parte delle “Maestre giardiniere” (così sono chiamate le donne affiliate all’anti-austriaca Società dei Federati); nella casa di piazza Belgiojoso (ora Palazzo Besana) accoglie i cospiratori dei moti del 1821, da Giuseppe Pecchio ai Confalonieri, dalla cugina Bianca Milesi al letterato Ludovico di Breme. Patrioti, tutti appassionati frequentatori degli spettacoli scaligeri quando non proprietari di palchi. Nel 1809 l’intestataria del palco è Caterina Curioni, ma già a partire dal 1813 ritorna Luigia Marliani e in seguito alla sua morte ne rimane proprietaria la famiglia.
Dal 1844 subentra il fratello di Metilde, Ercole Viscontini (1793-1859), che aveva frequentato il collegio dei Padri Scolopi di Volterra e si era laureato in ingegneria all’Università di Pavia, prima di ritornare a Milano, dove lo troviamo nel 1836 in contrada del Lauro 1804. Anch’egli patriota, dopo le Cinque Giornate del 1848 viene duramente tassato, come tantissimi altri nobili e borghesi cospiratori, dai decreti di Radetzky; ma dieci anni dopo compare “cavaliere dell’ordine imperiale austriaco di Francesco Giuseppe” e deputato per la Congregazione centrale lombarda, in rappresentanza dei possidenti non nobili per la provincia di Milano: nelle guide cittadine risulta in quegli anni abitante in corso di Porta Nuova 1469.
Quando muore nel 1859 il palco è diviso tra tre proprietari: il primo è Domenico Cagnolati, titolare del Caffè dei Virtuosi nella piazza del Teatro 1144, dove cinquant’anni prima aveva lavorato come garzone il celebre impresario Domenico Barbaja; il secondo è Gaspare Antonio Ferrini (1797-1867), farmacista, genero di Cagnolati in quanto ne sposa in seconde nozze la figlia EugeniaEugenia Cagnolati; il terzo infine è Carlo Bosisio (1806-1886), assistente del custode del Teatro alla Scala, coniugato con Adelaide Superti, ballerina presso lo stesso teatro. Dalla fine degli anni Cinquanta sino al 1885 Bosisio risulta proprietario, per periodi di lunghezza diversa, di ben nove palchi, cinque dei quali (i palchi n° 4, n° 5 e n° 20, IV ordine sinistro; n° 13, II ordine destro; n° 3, IV ordine destro) con gli altri due soci o solo con Ferrini; a questi vanno aggiunti il palco di famiglia (n° 9, IV ordine destro), in comproprietà con la moglie Adelaide Superti (1863-1873), e il palco n° 18, III ordine destro, con altri soci, Ermenegildo Tagliabue e Giuseppe Malliani. Dal 1863 Carlo Bosisio condivide il palco con Ermenegildo Tagliabue, commerciante di maiolica d’Este che, probabilmente, acquista questo e altri palchi come forma di investimento. Dal 1888 quest’ultimo rimane il solo proprietario e dal 1904 gli subentra come erede il figlio Carlo Tagliabue. Questi risulta titolare del palco sino al 1920, anno in cui il Teatro alla Scala si costituisce in Ente autonomo; inizia in quello stesso anno l’esproprio dei palchi da parte del Comune di Milano che sancisce la fine della proprietà privata.
(Lorenzo Paparazzo)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 4, IV ordine, settore destro

Dai Trivulzio ai Buffoni
Giorgio Teodoro Trivulzio (1728-1802), IV marchese di Sesto Ulteriano, già titolare di due palchi nei prestigiosi II e III ordine è il primo proprietario del palco, acquistato all´asta il 20 marzo 1778, per il prezzo di 3.500 Lire imperiali, prezzo fissato per tutti coloro che avessero rinunciato al palco nel Teatro piccolo della Canobbiana. Decurione di Milano, Giudice della Strada e Ciambellano, era figlio di Alessandro Teodoro e Margherita Pertusati. Detto “mezz’orbo” per via del suo difetto di strabismo, ebbe il merito di riunire per alcuni anni nel palazzo di piazza Sant’Alessandro la biblioteca ereditata tanto dal padre che dallo zio Carlo, abate e dotto antiquario: si trattava della nota e preziosa Biblioteca Trivulziana, con collezioni di inestimabile valore.
Alla morte di Giorgio Teodoro, la ricca collezione venne spartita in parti eguali tra due dei tre figli maschi, nati dal matrimonio con Maria Cristina Cicogna Mozzoni: Gerolamo e Gian Giacomo Trivulzio (1774-1831), designato anche erede del palco. La parte di raccolta toccata a Gerolamo venne ereditata per discendenza femminile prima dalla figlia Cristina TrivulzioCristina Trivulzio di Belgiojoso - la famosa protagonista del Risorgimento italiano, sposa del giovane e scapestrato Emilio di Belgiojoso - e poi dalla nipote Maria Trotti, che ne vendette la gran la parte all’estero, e il resto alla casa editrice milanese Hoepli, fondata nel 1870 dallo svizzero Ulrico.
Il marchese Gian Giacomo, uomo di grande cultura e collezionista, ebbe invece la possibilità di continuare l’opera di consolidamento e incremento della biblioteca: proprio con lui, il patrimonio librario del fastoso palazzo di piazza Sant’Alessandro si arricchì di codici rari di autori quali Dante, Petrarca, Leonardo, Ariosto con l’annessione tra gli altri del ricchissimo fondo dell’amico pittore Giuseppe Bossi. Di Dante, in particolare sono censiti 25 codici della Divina Commedia, completi o parziali. Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca, amico di Parini e Monti, il marchese operò in prima persona da filologo sui testi, restituendo alcune revisioni di opere dantesche, quali il Convivio e la Vita nuova. Vissuto a cavallo tra il periodo napoleonico e la Restaurazione, Gian Giacomo fu anche un importante personaggio pubblico: ciambellano della casa d’Italia, conte del Regno Italico, cavaliere della Corona Ferrea, consigliere comunale di Milano, malgrado i mutamenti di regime, in un ampio arco temporale che va dal 1807 al 1827, a dimostrare la potenza di una famiglia stabile e riconosciuta sotto qualunque bandiera e al di là degli avvicendamenti politici. Il marchese condivise persino la sedizione liberale di Federico Confalonieri, ricordata da Alessandro Manzoni nell’ode Marzo 1821.
Alla sua morte, il palco rimase per qualche anno di proprietà degli eredi, probabilmente i cinque figli (due maschi e tre femmine) avuti dal matrimonio con donna Beatrice Serbelloni. A differenza degli altri palchi di famiglia, nel 1838 il palco 4 venne rilevato e rimase per qualche anno del ragioniere Giovanni Battista Strada, di cui ci rimangono poche notizie, prima di passare in maniera definitiva alla famiglia Buffoni nel 1842, nella persona di Pietro Buffoni fu Francesco (?-1864), censito nelle guide di Milano come “negoziante in telerie, cotonerie, lanerie”. Ricco e affermato mercante, aveva sposato Teresa Crotti, ereditaria del palco e proprietaria dal 1873 al 1877, poi tutrice della figlia. Il patrimonio e il palco passarono quindi alla figlia Carolina maritata Maffoni e poi Baggi. Sarà con lei che si chiuderà la storia del palco, quando nel 1920 il Comune di Milano delibera di procedere all’esproprio dei palchi e si istituisce l’Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 5, IV ordine, settore destro

La nobildonna e l’angelo custode
Nel 1779, un anno dopo l’inaugurazione del Nuovo Teatro Grande alla Scala, comparvero nelle fonti i nomi dei primi proprietari dei palchi del IV ordine, in parte messi all’asta nel 1778, in parte riservati a prezzo fisso per quei palchettisti che avessero rinunciato a un palco nel teatro “piccolo” della Canobbiana. Così, primo ad aggiudicarsi il n° 5 del IV ordine sinistro fu il marchese don Giuseppe Antonio Molo (1729-1796), proprietario di ben altri quattro palchi nei diversi ordini del teatro. Il marchese era figura di spicco nell’alta burocrazia asburgica: rivestiva la carica di Tesoriere generale militare in Lombardia ed era solito organizzare accademie durante il periodo della Quaresima. Era famoso allora da Milano a Roma, non soltanto per le sue cariche pubbliche ma anche per le disavventure private di un matrimonio da annullare, secondo la causa intentata dalla moglie Marianna Grassi Varesini, dopo 12 anni di convivenza, “ex capite absolutae perpetuae impotentiae”. Stigmatizzato dal Verri come “un Ercole che invece che allegare dei fatti cita degli autori”, lo sventurato e discusso marchese morì probabilmente senza figli e quindi senza discendenza.
Già dal 1790 la sorte del palco riprese con un fitto avvicendamento di nomi: a don Molo era subentrata, solo per un anno, donna Teresa Viani Dugnani (1765-1845), benefattrice e consorte di Giulio Dugnani, poi il palco era tornato al vecchio proprietario.
Nel 1809 e nel 1810, in pieno periodo napoleonico, il palco è assegnato a Giovanni Bonaventura Spannocchi (1742-1832), giureconsulto senese già chiamato dal conte Firmian a far parte del Senato milanese, divenuto nel 1786 presidente del Tribunale di prima istanza, confermato da Napoleone e divenuto poi giudice di Cassazione, quindi presidente del Tribunale di revisione, per arrivare nel 1802 a divenire ministro della giustizia, carica tenuta fino al 1805.
Nel 1813 la proprietà passa al ragioniere Siro Archinti (1755-1815), già proprietario di altri palchi nel II e III ordine sinistro. Alla morte di questi, di lì a breve il palco fu rilevato da don Francesco Vandoni (1743-1818) registrato come “possidente” nella guida di Milano del 1818 che ne godette solo per un paio d’anni e quindi giacente in eredità.
Solo nel 1844 passò come “dote” di nozze alla famiglia di Giovanni Pietro Bellotti, originaria del novarese dove possedeva alcuni fondi sin dall’inizio del Settecento. Giovanni Pietro, nato intorno al 1770, notaio in Milano, infatti, aveva sposato Maria Vandoni, verosimilmente figlia di don Francesco dalla quale aveva avuto tre figli: Cristoforo <1.>, Pietro e Felice. Il patrimonio di famiglia si era ampliato con l’eredità di suo fratello Gaetano, morto celibe nel 1814. Il palco fu condiviso per metà da Pietro Bellotti (1759-1886), assessore della Municipalità di Milano e membro della Società di incoraggiamento di arti e mestieri, e per metà dai due figli di Cristoforo <1.>, Giovanni (?-1866), avvocato e procuratore e Gaetano (1818-1876). Cristoforo <1.> (1776-1856), ingegnere e architetto, era già proprietario di un palco nel I ordine destro, il n° 7; quindi aveva ceduto ai due figli la proprietà del n° 5.
Pietro era sposato a Carolina Mazzeri, da cui aveva avuto due figli, anch’essi dal 1860 indicati tra i proprietari del palco: la contessa Maria Bellotti (1835-1890), moglie di Agostino Petitti Baglioni di Roseto e Cristoforo <2.>(1823-1919), ittiologo, paleontologo e filantropo, conservatore onorario del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, socio fondatore della Società Italiana di Scienze Naturali di cui aveva rivestito anche la carica di presidente per un paio d’anni. Uomo colto e generoso, Cristoforo donò alla Biblioteca Ambrosiana il prezioso fondo ereditato dallo zio Felice Bellotti contenente un gran numero di manoscritti di Parini e alla Galleria d’Arte Moderna di Milano la sua collezione d’arte. Il terzo figlio di Giovanni Pietro, Felice, è il più famoso della famiglia, ma non risulta essere stato proprietario di un palco. Poeta classicista, particolarmente noto per le sue traduzioni dal greco delle tragedie di Eschilo, Sofolcle ed Euripide, collezionista, amico di Andrea Appiani, Giovanni Berchet, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo.
Nel 1874, per un solo anno, furono intestatari del palco due apparentemente semplici borghesi: Carlo Bosisio, assistente del custode nel Teatro alla Scala e marito della ballerina Adelaide Superti, ed Ermenegildo Tagliabue (1824-1903?), un commerciante di maiolica antica d’Este. I due sfruttano evidentemente la proprietà scaligera per investimento: tra il 1858 e il 1905 risultano infatti possedere per brevi o lunghi periodi molti altri palchi, da soli, insieme o con altri titolari.
Nel 1875 il palco passò nelle mani del marchese Luigi Carcano (1843-?), figlio di Carlo Camillo e Giuseppina Annoni, che aveva sposato la statunitense Carolina Soren Meriem di Boston, che aveva un palco di famiglia nel IV ordine di sinistra, il n° 12. Il marchese rimase proprietario del palco per più di un decennio, fino a quando nel 1888 gli subentrò il nobile Alberico Colleoni Capilliata (1819-1897), di origine bergamasca, conte dell’Impero Austriaco, figlio di Eleonora Visconti e Bartolomeo Colleoni, poi risposato con Francesca Cusani Confalonieri.
Dal matrimonio di Alberico con Matilde Viola nacque Eleonora Colleoni Capilliata (1852-1924), moglie nel 1873 di Giulio Carlo Stanga e ultima proprietaria del palco. La “bionda ed elegante” nobildonna è ricordata in una tavoletta devozionale per grazia ricevuta, che la ritrae “come una principessa delle favole” mentre, esanime, perde il controllo del suo phaeton (una carrozza sportiva) e, in balia del bianco cavallo imbizzarrito, viene salvata dall’angelo custode. Con la miracolata Eleonora si chiude non solo la storia del n° 5 ma anche quella della proprietà privata dei palchi scaligeri, con l´esproprio del Comune e la costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 6, IV ordine, settore destro

Dalla nobiltà asburgica a quella sabauda
Primo ad aggiudicarsi il palco all´asta del 20 marzo 1778 fu il Marchese don Giuseppe Antonio Molo (1729-1796), già proprietario di ben altri quattro palchi nei diversi ordini del teatro. Pagò la cifra di 3.500 Lire imperiali, fissata per tutti coloro che avessero rinunciato a un palco nel Teatro piccolo della Canobbiana. Il marchese era figura di spicco dell’amministrazione asburgica: rivestiva la carica di Tesoriere generale militare in Lombardia ed era solito organizzare accademie musicali durante il periodo della Quaresima. Era famoso allora da Milano a Roma, non soltanto per le sue cariche politiche ma anche per le disavventure private di un matrimonio da annullare, secondo la causa intentata dalla moglie Marianna Grassi Varesini, dopo 12 anni di convivenza, “ex capite absolutae perpetuae impotentiae”. Stigmatizzato dal Verri come “un Ercole che invece che allegare dei fatti cita degli autori”, lo sventurato e discusso marchese morì probabilmente senza discendenza.
Durante la parentesi napoleonica, nel 1809 e nel 1810, compare utente del palco Francesco Vandoni (1743-1818), possidente e proprietario anche del contiguo palco n° 5; ma se quest’ultimo venne mantenuto dagli eredi fino al 1843, il palco n° 6 alla sua morte passò al nobile Stanislao Giani, figlio di quel Girolamo che aveva consolidato la posizione sociale della famiglia ottenendo nel 1792 il titolo nobiliare con trasmissione sia maschile sia femminile, poi confermato nel 1816 all’indomani della Restaurazione.
Nel 1823 subentrò il notaio Levino Menagliotti, possidente di numerose proprietà a Malnate e marito di donna Elisabetta (detta Bettina) nata Brentani, intestataria del palco a partire dal 1826.
L’esplosione nel marzo del 1848 dei moti rivoluzionari delle Cinque Giornate di Milano e la sconfitta dei piemontesi nella prima Guerra d’indipendenza comportarono per la capitale lombarda la dura repressione austriaca, concretizzatasi con il giogo militare, con il prolungamento dello stato d’assedio anche nella censura e in una sorta di damnatio memoriae degli esponenti del ceto nobiliare bollato come inaffidabile e filo-sabaudo. È così che tra il 1849 e il 1855 nessuna notizia perviene sulla distribuzione dei palchi scaligeri. Dopo che l’ordine fu saldamente ristabilito una svolta nei rapporti tra i milanesi e l’amministrazione asburgica si ebbe grazie all’atteggiamento più conciliante del nuovo viceré del Lombardo-Veneto, l’arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, nominato in sostituzione del vecchio feldmaresciallo Radetzky. Così i palchettisti ricompaiono nelle fonti dal 1856. Ad occupare il palco dal 1856 al 1864 è donna Marietta Calderara Stabilini, vedova del conte Carlo morto nel 1854 senza figli, che lasciò erede del suo ingente patrimonio (sei milioni di lire, compreso il palazzo Calderara a Vanzago) l’ospedale Maggiore di Milano.
Ma un cambiamento politico più decisivo era alle porte e il teatro ne fu la rappresentazione sociale. Dopo la seconda guerra d’indipendenza e l’unificazione di quasi tutta la Penisola sotto la monarchia sabauda, nel 1865 il palco fu assegnato a una delle più importanti famiglie della nobiltà piemontese, i La Fléchère de Beauregard, nella persona del conte Claude Jacques (1780-?). Si trattava di un antico casato del ducato di Savoia, che vantava fin dal XIII secolo un susseguirsi di nomi illustri tra le cariche militari e ecclesiastiche. Fratello di Alexis-Ange, il conte Claude Jacques, storpiato nell’italiano Giacomo Lafer, nel 1873 lasciò il palco al nipote conte Alessio, ovvero Alexis de La Fléchère de Beauregard (1822-1887). Marito di Marie de Huillier d’Orcières, fu questi un attivo uomo politico, eletto per ben due volte al parlamento di Torino durante la VI e la VII legislatura del Regno di Sardegna.
Negli ultimi quindici anni, dal 1905 al 1920, il palco appartenne a Eugenio Fano, figlio di Israele (Innocente) Miracolo Fano ed Emilia Maroni, e ai suoi eredi, tutti appartenenti all’alta borghesia di origine ebraica: il padre, banchiere; il fratello Odoardo, garibaldino e benefattore anch’egli dell’Ospedale Maggiore; l’altro fratello. Rodolfo, azionista della De Angeli e C.; Enrico, “vero e bravo galantuomo”, consigliere del Comune di Milano, poi deputato e senatore del Regno d’Italia.
Nel 1920 si costituì l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano, iniziando l´eproprio, mise fine alla storia dell’Associazione dei palchettisti privati del Teatro alla Scala.
(Maria Grazia Campisi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 7, IV ordine, settore destro

Il palco di casa Rossetti
Il palco fu acquistato all’asta del 14-15 maggio 1778 per 4.200 Lire imperiali da Giuseppe Viani (1733-1783), marchese di Besozzo. Nato a Pallanza, figlio di Gabriele e Teresa Loaysa dei conti di Lambrate, Viani figura proprietario anche di altri due palchi nel teatro milanese: il n° 12 del prestigioso I ordine destro e il n° 8 del III ordine sinistro, quest’ultimo a metà con Casa Bonacossa. Fu uno dei dodici Consiglieri Delegati eletti nel 1776 dal Corpo dei Palchettisti, dopo l’incendio del vecchio Teatro Ducale, con l’incarico di trattare con l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, il regio architetto Giuseppe Piermarini e la ditta appaltatrice per la costruzione del nuovo Teatro Grande alla Scala.
Il marchese lasciò tutto il proprio patrimonio immobiliare, palchi compresi, all’unica figlia Maria Teresa Viani Dugnani (1765-1845), moglie dal 1785 del marchese Giulio. Sposandosi, la giovane lasciò il palazzo paterno, nell´odierna via Cino del Duca 8, venduto nel 1834 a Carlo Finelli e da questi a Uberto Visconti di Modrone (1840), per trasferirsi al Palazzo Dugnani, residenza del marito.
Nel 1796 il palco passò a don Antonio Cambiago (o Cambiagio) (1769-1831), di nobile famiglia milanese di antiche origini che prende il nome dall’omonimo paese lombardo che vantava personaggi di spicco legati agli Sforza e ai Visconti. Nipote abiatico di Anna Rodriguez di Salamanca, a lui fu dedicata un’iscrizione lapidaria al cimitero del Gentilino o di porta Ticinese, omaggio postumo dei nipoti Antonio e Luigi Rossetti: “All’avo materno Don Antonio Cambiago di Salamanca … che percosso da repentina sincope a mezzo del decimo terzo suo lustro … dalla terra dell’esilio ripatriava il VI febb. MDCCCXXXIV”. Non sappiamo i motivi dell’esilio ma sappiamo che a lui e agli eredi gli austriaci non rinnovarono il titolo nobiliare. E sappiamo che nel 1797 Antonio si separò dalla moglie Giuseppa Lavezzari, possidente a Castelnuovo Lario, alla quale aveva già ceduto il palco n° 11 del III ordine sinistro nel 1794. In seguito alla divisione dei beni dei due coniugi, la donna ottenne anche una cospicua dote; questa non comprendeva però il palco n° 7 del IV ordine, che rimase intestato al marito sino al 1836, mentre lei figura nel 1809 nel n° 12 del III ordine che l’aveva già vista palchettista.
Dal 1837 al 1841 risulta titolare Luigia Rossetti nata Cambiago, nobildonna (1788-1840?). Potrebbe proprio lei essere Giovanna, forse detta Luigia, unica figlia di don Antonio e della Lavezzari, nata prima della separazione; sposata nel 1804 con Pietro Rossetti, figlio di Giuseppe Antonio, che dalla zona Ticinese, dopo il matrimonio, si era stabilito in Contrada del Morone 1167 (oggi via Morone 6), nella casa della moglie ma dove abitava già lo zio, il sacerdote Pietro Maria; una casa da nobile dell’antica Milano, edificata da don Antonio Cambiago con il permesso di Maria Teresa d’Austria e ampliata ulteriormente nel 1848.
Dopo Luigia, il palco rimane sempre alla famiglia: risulta infatti intestatario dal 1841 fino all’anno della morte (1887) l’avvocato Luigi Rossetti, assai noto a Milano anche per essere il segretario dell’Opera pia per i carcerati e i liberati dal carcere, oltre che membro della Società degli Artisti e socio fondatore della Società per le arti e i mestieri. Anche la moglie, Giulia Bonacina (ancora viva nel 1906), spicca come benefattrice, legando il suo nome alle Missioni cattoliche.
Dalla loro unione nasce Elisabetta detta Adele (1854-1943); a lei, unica erede dopo la morte precoce, a 11 anni, della sorella Peppina, vanno questo e l’altro palco (il n° 11 del medesimo ordine) posseduto dal padre. Coniugata nel 1874 con l’ingegnere Giambattista Brambilla (1843-1905), di famiglia nobile, Adele è citata proprietaria del palco con il doppio cognome Brambilla Rossetti fino al 1905, anno della morte del coniuge. In seconde nozze e nello stesso anno, la donna va in sposa al ragioniere Antonio Fusi, comparendo intestataria come Adele Fusi Rossetti fino al 1920, anno in cui il Comune delibera l’esproprio dei palchi e la costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Creusa Suardi)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 8, IV ordine, settore destro

Due palchi, una storia parallela
I palchi di IV ordine vengono messi all’asta nella primavera del 1778, l´anno dell’inaugurazione del Teatro alla Scala. Le vite dei nuovi o dei “vecchi” palchettisti, già presenti nei primi tre ordini, si intrecciano in un complesso contrappunto parentale e arricchiscono la variegata polifonia scaligera.
Don Giuseppe Gemelli, abate di Orta e, ci dicono documenti del tempo, “dottissimo scrittore di cose agrarie”, compare come primo proprietario di questo palco; non ne possiede altri, come il suo successore Giovanni Battista Gemelli, della stessa famiglia, ammessa agli onori del patriziato milanese con decreto del 23 dicembre 1770 e confermata nell’antica nobiltà con Sovrana Risoluzione Austriaca del 21 novembre 1816.
Dal 1796 al 1834, con la sola interruzione del 1809, quando utente è il conte Francesco Crevenna e del 1810, quando utente è Antonio Tinelli, signore di Gorla, compare un altro Giovanni Battista: è il ricco possidente Giovanni Battista Rigola (1770-1832), di famiglia di commercianti originaria di Intra; Rigola è già intestatario del palco n° 6 del III ordine destro, palco acquistato in periodo napoleonico, nel 1811, da Paolo Grancini “negoziante in droghe e liquori spiritosi”. Come emblema della propria ricchezza, oltre al palco, Rigola aveva prima affittato e poi comprato una “casa di massaro” dei Borromeo, in quel di Origgio (oggi Villa Borletti) con terreno arativo e piantagione di gelsi; col fratello Giuseppe l’aveva trasformata in “casa di villeggiatura con giardino” e nel 1801 l’aveva venduta al benestante Giuseppe Maria Pedretti. Imparentato con una “signora Curioni Rigola” (la vedova?) titolare di un palco alla Canobbiana nel 1842-43, Giovanni Battista era probabilmente lo zio di Adelaide Curioni Merlotti che eredita il palco scaligero nel 1835, oltre al palco alla Canobbiana e l’altro palco di Rigola, il citato n° 6 del III ordine destro. La Curioni era sposata con Francesco Merlotti, del quale rimane vedova, stando alle fonti, nel 1837. Longeva, Adelaide lascia il mondo nel 1897; il suo palco passa al figlio Francesco Merlotti, omonimo del marito, che lo terrà fino al 1909. Così è per l’altro palco della Curioni.
Nel 1910-11 il palco entra in possesso della famiglia Schieppati (o Schiepatti, o Schiepati), così come accade per il n° 6 del III ordine che come abbiamo visto ha una sorta di storia parallela; ascritta nella beneficenza, soprattutto per gli ospizi e le scuole dell’infanzia, insieme ai Calchi, agli Strada, ai Gambarana, tutti palchettisti. Tra l’altro una Schieppati, Giuditta, benefattrice dell’ospedale Fatebenefratelli, era la moglie di quel Paolo Grancini che aveva venduto il palco a Rigola nel 1811. Gerolamo Schieppati potrebbe essere il commerciante in cascami e seta, con un negozio in via Broletto 43, fratello dell’editore Carlo libraio a Milano in Piazza dei Mercanti 26. Nel 1912-13 il palco è giacente in eredità, nel 1914 ne diviene intestataria Virginia Schieppati, vedova Guazzoni, forse la figlia: di lei poco è dato sapere se non il suo indirizzo, S. Nicolao 5. Nel 1920 i palchi vengono espropriati dal Comune e la formazione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala decreta la fine della loro proprietà privata.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 9, IV ordine, settore destro

Dal notaio Castellini ai Pii Istituti Teatrale e Filarmonico
Primo proprietario del palco è don Giuseppe Castellini (circa 1720 - 1793), residente in Porta Santo Stefano; tra le tante cariche che ricopre, citiamo quella di segretario dell’Imperatrice Maria Teresa presso il governo di Milano, di cancelliere per gli affari delle imprese e della mercanzia e di cancelliere del magistrato camerale. Durante la sua attività di Notaio collegiato, ha molti clienti privati di prestigio appartenenti al patriziato milanese, come Antonio Greppi, Carlo di Castelbarco, Luca Pertusati; cura molti trasferimenti di proprietà di palchi.
Dopo la sua morte e la conseguente giacenza in eredità, nel 1809 il palco figura nelle mani di quello che potremmo definire un faccendiere, Giuseppe Borrani (1779-1831). Proprietario del Caffè del Teatro in piazza della Scala 1149, già di Francesco Cambiasi, e che diverrà dopo il 1832 il Caffè Martini, oltre che subaffittuario della bottiglieria, Borrani affitta “par soirée”, come nel 1810. Doveva guadagnare molto, se pensiamo che oltre a questo n° 9 aveva a disposizione il n°1 e il n° 9 del I ordine destro; il n°11 nel II ordine destro; i palchi n° 8, n° 10 e n° 15 nel III ordine destro; il n° 9 e il n° 13 nel III ordine sinistro e infine il n° 12 nel IV ordine sinistro. Il suo nome scompare dalla storia scaligera nel 1813. Con il declino di Napoleone, rientrano sovente i vecchi proprietari e così subentrano nel palco gli eredi del notaio Castellini, ovvero i Signori Salmoiraghi ai quali seguguiranno nel 1815 le Sorelle Salmoiraghi.
Alessandro Brambilla risulta intestatario dal 1834 al 1848. Dopo i moti risorgimentali e dal 1856 le fonti riportano come proprietari invece di Brambilla, che in quell’anno ottiene il palco n° 8 nel più prestigioso II ordine destro, Cagnolati e Superti. I cognomi rispondono a due palchettiste.
La prima è Eugenia Cagnolati (1807-1864), figlia di Domenico e di Francesca Sassi, titolari del Caffè dei Virtuosi, detto anche - dopo la morte di Domenico - Caffè della Cecchina; Eugenia, prima di sposarsi nel 1824 con il farmacista di Locarno Gaspare Antonio Ferrini, serviva ai tavoli del locale in piazza della Scala 1144, all´angolo di contrada del Marino. La Cagnolati compare in molti palchi con il cognome del marito.
La seconda è Adelaide Superti (1815 - dopo il 1890), attiva alla Scala tra il 1829 e il 1843, ballerina di grido: ad esempio nel 1836 era prima parte nei balli per l´Armida di Rossini, nel 1839 per Il Bravo di Mercadante; abitava nel Teatro con il marito Carlo Bosisio, assistente del custode, che possedeva ben nove palchi.
Adelaide condivide la proprietà del palco con il marito dal 1863 sino al 1872, anno in cui il palco viene acquistato dal nobile Leopoldo Pier d’Houy (1817-1888), cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, negoziante e commissionario in seta, residente in via Durini 27, un edificio che oggi sarebbe situato all’angolo con piazza San Babila, nella zona ricostruita dopo i bombardamenti del 1943. Egli è membro del patronato per i liberati dal carcere e iscritto nell’elenco dei benefattori dell’Ospedale Maggiore: Pierd’houy infatti dona all’ospedale ben 100.000 lire in memoria del figlio Augusto, medico oculista, cavaliere della corona d’Italia, la cui brillante carriera era stata interrotta dall’ileotifo il 31 maggio 1886 a soli trentacinque anni. I ritratti di Leopoldo , della moglie Felicita Merini, protettrice dei poveri e dei malati, e di Augusto, dipinti da Giovanni Beltrami, campeggiano nella quadreria dell’ospedale. Il monumento sepolcrale, voluto da Felicita, sopravvissuta a figlio e marito (muore il 5 maggio 1901), opera dello scultore Primo Giudici, è uno dei più strani del Cimitero Monumentale, con il suo angelo posto al culmine di un massiccio di pietra istoriato da inquietanti decori.
È assai probabile che il palco sia passato ai proprietari successivi per legato testamentario voluto da Pier d’houy in memoria del figlio: infatti, dal 1889 titolari sono gli enti benefici per lo spettacolo, il Pio Istituto Teatrale e il Pio Istituto Filarmonico, denominato dal 1909 Pio Istituto Filarmonico della Scala.
Il Filarmonico è il più antico e nasce nel 1783 nella Milano illuminista “a favore degli artisti addetti all’orchestra dei Regi Teatri”: un aneddoto lega la fondazione del Pio Istituto al sopranista Luigi Marchesi che, rientrato da Vienna, andando a una recita nel 1780, vede sotto il loggiato del teatro mendicanti con la mano tesa. Saputo che erano gli orchestrali ormai vecchi o inabili a suonare e ridotti a chiedere la carità per mangiare, Marchesi si fa promotore dell’Opera pia, che ottiene la concessione dell’Arciduca Ferdinando anche per le sedici accademie annuali volte alla riscossione di fondi. Garantita l’assistenza agli orchestrali (che dovevano però rimanere in una sorta di lista di attesa decennale prima di ottenere i sussidi), un’altra grande mente illuminata pensò ai “lavoratori dello spettacolo” (cantanti, ballerini, poeti, scenografi, coreografi, macchinisti, capocomici e persino artisti equestri e acrobatici...), quella del duca Carlo Visconti di Modrone (1770-1836). Direttore degli Imperial Regi Teatri milanesi, fondò nel 1828 il Pio Istituto Teatrale, assumendone anche la presidenza. L’Istituto fu di fatto una delle prime società di mutuo soccorso di Milano, destinato ad erogare sussidi e pensioni al personale teatrale diventato inabile al lavoro per malattia, incidenti o vecchiaia. Eretto in Ente Morale nel 1829 e in seguito riconosciuto Società di mutuo soccorso con decreto del Tribunale di Milano del 23 luglio 1896, l’ente si sosteneva attraverso le quote associative, le donazioni di privati, l’organizzazione di rappresentazioni il cui introito era devoluto alle casse sociali, l’affitto del palco.
I due Pii Istituti, le cui vicende si intrecciano con quelle dei benefattori milanesi, sono i titolari sino al 1920, anno in cui inizia l’esproprio dei palchi da parte del Comune di Milano e si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 10, IV ordine, settore destro

Storie di una Milano dinamica
Tra tendaggi, specchi, poltrone e damaschi, i palchettisti sono il cuore pulsante di una straordinaria polifonia di eventi che fa del Teatro alla Scala lo specchio della città.
Proprio nell’anno dell’inaugurazione, nella primavera del 1778, i palchi di IV ordine vengono messi all’asta: quelli riservati ai proprietari che avevano rinunciato a un palco al Teatro Piccolo “della Canobbiana” sono venduti al prezzo fisso di 3.500 Lire imperiali, gli altri a cifre da capogiro per l’epoca; ma i palchettisti sono ricchi, anche se non necessariamente di sangue blu. Ricco è il primo proprietario del n° 10, Giovanni Battista Barchetta (1728-1807), capomastro e socio dell’impresa dei fratelli Fè e, come questi ultimi, originario del Canton Ticino.
Importanti le opere realizzate con l’apporto di Barchetta, ad esempio la costruzione del naviglio di Paderno d’Adda o il canale Redefossi. Il capomastro viene escluso però dall’appalto più prestigioso, quello del Teatro alla Scala, ottenuto da Nosetti, Fè e Marliani. Cosa non gradita dal Barchetta che svela in una Memoria confidenziale [...] sulle mangerie che si fanno sulle strade le manovre per gonfiare gli utili degli ex soci d’impresa.
Tipo originale questo “oriundo di Barca” stando alla biografia tracciata da Pietro Canetta, archivista degli Istituti Ospitalieri (Milano, 1887, p. 212): “Barchetta Giovanni Battista, capomastro, oriundo di Barca, stato Svizzero, figlio di Francesco, mori vedovo di Lucia Succhini il 15 aprile 1807, in Milano nella casa in via di S. Radegonda al N. 5254 d’anni 79 istituendo erede con testamento del 21 agosto 1806 per una metà l’unica di lui figlia Anna Maria e per l’altra metà l’Ospedale. II movente d’aver privato la figlia di una metà della sostanza va ricavato nel fatto che essa sposò, contrariamento alia volontà del padre, un tale Alberganti. Ci volle del bello e del buono per combinare durante la di lui vita un riavvicinamento che non la voleva più vedere. E non ebbe poi tutti i torti, se l’Alberganti, dopo di avere accuditi a diversi affari del suocero, fuggì con altra donna lasciando a Milano la moglie con una figlia con scarsi mezzi di sussistenza. L’Ospedale però tenne conto dello stato disgraziato della detta figlia rinunciandole le ragioni ereditarie contro il pagamento di L. 9000.”.
Al di là delle parentesi legata all’anno 1809, che vede nel palco la Società di Antonio Ricci, e 1810 (utente Maria Sopransi Bellerio), nel 1813 e nel 1814 figurano intestatari gli eredi Barchetta; è possibile che per racimolare la non lieve cifra richiesta dall’Ospedale, Anna Maria abbia venduto il palco alla successiva proprietaria Madama Carolina Ferrario “dell’Ingegnere”: si tratta di Carolina Alberganti, moglie dell’ingegnere civile Carlo Ferrario, abitante in contrada di Brera. Il palco rimane a Carolina sino al 1839, per poi giacere in eredità fino al 1844 quando passa ad altri componenti della famiglia, (Francesco e fratelli Ferrario, Virginio Ferrario, Clementina Ferrario Marinoni) intestatari sino al 1874.
Solo èer l´anno 1875 compare Fulvio Vernazzi, commerciante in tessuti con negozio in corso Vittorio Emanuele, espositore nel padiglione tessile all’Expo 1871; a lui succede per più di un decennio il ricco Francesco Grisi (1831-1888) titolare in piazza Mercanti 28 di una banca specializzata nel cambio di valute. Gli eredi Grisi lasciano il palco dal 1892 ad Ausano Lazzaroni, figlio di Pietro e Antonietta, la figlia di Ausano Ramazzotti l’inventore del famoso Amaro; Ausano Lazzaroni (1842-1916 o 17), così chiamato in onore del nonno materno, non è del ramo degli speziali da cui discende la nota fabbrica dolciaria. È titolare dell’omonima ditta Ausano Lazzaroni filati, cucirini di seta. Milano, via Manzoni, 5, ditta che - si specifica nelle Guide cittadine - “attende all’industria dei filati di seta e specialmente dell’articolo cucirino che comprende ogni sorta di filo occorrente per cucire a mano come a macchina, per ricamo, passamaneria, frange, tricotteria, bonetteria, pizzi, ecc.“. Ausano prosegue l’attività paterna, divenendo titolare di una delle più importanti filande d’Italia, situata a Treviglio. Come imprenditore incrementa la produzione e i capitali vivendo un momento particoclarmente critico durante lo sciopero delle operaie (50 le fanciulle) della fabbrica di Gessate. Consigliere comunale tra il 1890 e il 1894, con sindaci Negri e Bellinzaghi, benefattore, offrì quote per la fondazione del “Laboratorio della Provvidenza Operaia”e per la Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente.
La passione di Ausano fu però la montagna; delle sue scalate narra il Bollettino del Club Alpino Italiano, di cui era socio come altri palchettisti. La sepoltura al Cimitero Monumentale corona la vita di quello che fu ritenuto un “benemerito cittadino”.
Il palco avrebbe dovuto passare agli eredi di Ausano ma nel 1920, anno della costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala, venne espropriato dal Comune come tutti gli altri palchi che, da allora, non furono più proprietà di singoli ma a disposizione del miglior offerente per abbonamenti o biglietti d´ingresso.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 11, IV ordine, settore destro

Il palco dei Brivio e dei Rossetti
Al momento dell’apertura della Scala (1778) il marchese Brivio Sforza (1722-1799), settimo marchese di Santa Maria in Prato, riesce ad acquisire il suo primo palco nell’asta del 30 marzo 1778 per 4.160 Lire austriache; coniugato con la cugina Teresa Visconti di Modrone, ebbe sette figli tra i quali Cesare (1750-1827) che ereditò il titolo e il palco e fu il primo nel 1805 ad assumere dal padre il doppio cognome Brivio Sforza. Dal primo matrimonio con Isabella Durini (1780), Cesare ebbe un solo figlio, Annibale, dal secondo con Apollonia Claudia Erba Odescalchi (1785), altri sei. Con l’arrivo dei francesi al comando del generale Bonaparte nel maggio del 1796, Cesare, considerato vicino agli Asburgo, viene arrestato e condotto a Tortona e quindi a Nizza, per essere rilasciato dopo qualche mese. Il suo palco, al di là della parentesi del 1809 quando è intestato alla “Società di Antonio Veneziani Ricci e successore”, ritorna nel 1813 al vecchio proprietario che nel frattempo era entrato nel favore della corte di Napoleone imperatore dei francesi e re d’Italia, ricoprendo l’incarico di assessore comunale e di vice podestà di Milano e nel 1811 viene nominato da Napoleone ciambellano imperiale e cavaliere ereditario.
Alla scomparsa di Cesare il palco viene ereditato dal figlio di primo letto Annibale Brivio Sforza (1782-1851), coniugato con Francesca Barbiano di Belgiojoso. Dopo la sua morte il palco rimane giacente in eredità per passare nel 1866 all’avvocato Luigi Rossetti (1810-1887), già palchettista dal 1841 del palco n° 7 dello stesso ordine e settore, socio promotore della Società Arti e Mestieri, come si legge dagli atti della Società nella Adunanza Generale dei Soci Promotori del 1853, e segretario della Pia Opera pel patronato dei carcerati e liberati dal carcere, presieduta direttamente dall’arcivescovo di Milano.
All’atto della sua successione, entrambi i palchi vanno a Elisabetta, detta Adele (1854-1943) unica superstite dei figli di Luigi e di Giulia Bonacina. Adele era andata sposa nel 1874 al nobile ingegnere Giambattista Brambilla, Signore di Civesio (feudo acquistato nel 1752 con riconoscimento del titolo da parte dell’imperatore d’Austria). Con il cognome Brambilla, Adele appare proprietaria del palco fino al 1905, anno della morte del coniuge. Nello stesso anno sposa in seconde nozze il ragioniere Antonio Fusi, anch’egli vedovo, consigliere di Milano Assicurazioni. Infatti il palco è intestato a Adele Fusi Rossetti dal 1906 fino al 1920, anno in cui il Comune delibera l’acquisizione dei palchi dietro indennizzo ai proprietari e la costituzione dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 12, IV ordine, settore destro

Un nobile e tanti borghesi
Il barone e conte Antonio Dati della Somaglia (1748-1816), già proprietario del n° 3 del II ordine destro, nel 1779 acquista il palco dal conte Don Giulio Fedeli, che se lo era assicurato all´asta del 30 marzo 1778. Antonio Dati della Somaglia nacque da Antonio Giovanni Battista e da Antonia Barbiano di Belgiojoso; sposato con la contessa Anna Agostini, non ebbe figli e fino al 1825 il palco rimase giacente in eredità, anche se di certo non rimase vuoto: sicuramente lo frequentavano la vedova - morta ottantaduenne nel 1842 - e la sorella Camilla, unica parente per linea diretta, morta nel 1824. Nel 1810, in piena epoca napoleonica, utente del palco risulta l´impiegato Pietro Canturelli.
Nel 1826 alla famiglia Dati della Somaglia subentrò il conte Giovanni Battista Muggiasca “celebre per beneficenza e di protezione delle belle arti”, come si legge sul giornale religioso-letterario Il cattolico; altra lode meritò per aver promosso e sovvenzionato il monumento ad Alessandro Volta “nella sua Pizzo”, in frazione Cernobbio (Como), e per aver lasciato alla sua morte un legato di cinquemila lire per gli asili infantili dei poveri collocati nelle diverse Porte di Milano. Muggiasca possiede anche il palco n° 15 dello stesso ordine che ha una simile storia; dopo Muggiasca, infatti, entrambi i palchi, il n° 12 e il n° 15, passano ai Sigg. Rotondi e Romanati, soci in affari e in benefiche attività. Romanati alla morte converte l’Opera pia a suo nome in Istituto Romanati, cui si aggiungono gli eredi Larini, probabilmente parenti della moglie o nipoti, in quanto sembra che Carlo non abbia discendenza diretta e nella gestione della Fondazione, per statuto, potevano entrare solo componenti della famiglia.
Enrico Larini, ingegnere, con la sorella Ismenia, dilettante di pianoforte, elogiata in un concerto privato organizzato da Ismenia Sormani per festeggiare l’onomastico del marito Giorgio Castelli, consigliere provinciale del Tribunale di Milano, nel 1856, sono i successivi proprietari.
Enrico Larini (1804-1904) è ingegnere, fondatore dello stabilimento meccanico Larini, Nathan e C (poi Larini & Nathan e nel 1911 Nathan &Uboldi) in strada Alzaia pavese 54, con produzione di caldaie e materiale ferroviario. Volontario nelle guerre d’indipendenza e promosso capitano del Corpo del Genio militare, aiutò il suo tenente colonnello, architetto Eugenio Giani, nella riedificazione delle facciate del Castello Sforzesco e della fabbrica sul lato di levante per una vasta cavallerizza.
L’ingegnere abitava in Foro Bonaparte 59 con la moglie Ersilia Villa, colta nobildonna iscritta al Comitato milanese della Società Dante Alighieri e dedicataria di brani pianistici da salotto.
La loro figlia Margherita sposa Carlo Valvassori Peroni cui è intitolata una via adiacente la ferrovia di Lambrate, scelta come location per il film di Vittorio De Sica Miracolo a Milano. La coppia abita prima in Foro Bonaparte 40 e poi al 59, presumibilmente insieme a Ersilia, rispettivamente mamma e suocera, longeva se nel 1919 risulta ancora vivente.
Carlo è medico igienista e pediatra, dirigente la sezione delle malattie dei bambini dell’Ambulatorio Policlinico di Milano e alla Pia Istituzione Provvidenza baliatica: quest’ultima ci rimanda a un altro palchettista del IV ordine (n° 18) protagonista della Milano solidale, Giovanni Maccia. Le guide del tempo informano che lo specialista Valvassori Peroni riceveva in casa dalle 11.00 alle 16.00. Quello che portò l’amministrazione comunale a dedicargli la via nel 1929 è il suo manuale Come devo allevare e curare il mio bambino? (Hoepli, 1900) nel quale dava consigli che sarebbero serviti sia alle mamme delle classi alte, aristocratiche o borghesi che fossero, sia a quelle benefattrici che sostenevano le ragazze madri, povere e non alfabetizzate. Vedova dal 1912, Margherita Larini mantiene la proprietà del palco dal 1906 ininterrottamente sino al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano inizia l’esproprio dei palchi.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 13, IV ordine, settore destro

L’etimologia di due cognomi
La storia del palco inizia con la famiglia Bagatti: Giuseppe Bagatti (1750-1795), abate, lo acquista all’asta dei palchi di IV ordine nel maggio 1778, per Lire austriache 5.025, per conto del padre Pietro Antonio (?-1814?), esattore delle tasse al comune di Treviglio. Durante il periodo napoleonico occupa il palco il conte Annibale Lucini (1756-1823), ma nel 1813, quando la stella di Napoleone volge al declino, ritorna ancora il nome di Pietro Antonio Bagatti il quale lascia eredi del palco il figlio Francesco (1768-1821) e i nipoti che ne mantengono la proprietà fino al 1825.
Dall’anno seguente subentra nella proprietà del palco il cavaliere novarese Antonio Avogadro (1785-1840), cognome di casati nobili della provincia di Vercelli, Novara, Brescia, Venezia, Treviso, ognuno articolato in diversi “rami”. Le Notizie genealogico-storiche intorno alla nobile, antica e illustre famiglia Avogadro, di Leone Tettoni (Lodi 1845), forniscono un’interpretazione originale e interessante sull’origine del cognome Avogadro: “Nella storia ecclesiastica, e specialmente nelle rozze carte dei secoli di mezzo, sovente si trova menzione degli avvocati (advocatores et advocati ecclesiae) che vescovi, abati e rettori di chiese prendevano per difesa dei loro beni e diritti. Era stato introdotto dai sommi Pontefici che nelle città di vescovado si eleggesse dal vescovo medesimo qualche nobile e potente uomo in avvocato e difensore della chiesa […] Quest’atto di elezione era, ridotto in uffizio, chiamato Avvogarìa. […] Acciocché l’avvocato potesse svolgere l’Uffizio dell’Avvogarìa con maggiore dignità, gli si concedeva in feudo diverse terre, luoghi e castelli, secondo che la chiesa poteva. Quindi diverse case nobili in Italia, prendendo quest’ Uffizio in cognome distintivo, sono state dette Advocarij, Avogarii, Avogadri […] Così a poco a poco l’Avvocazia divenne stabile in una famiglia, ed a guisa di feudo passò nei figli e discendenti. […] Allorché nell’XI e XII secolo si dilatò e si fissò l’uso dei cognomi, non pare da porsi in dubbio che l’Avvocazìa per successione sia stata l’origin vera del loro cognome, mutato più tardi in Avogadro”. Antonio Avogadro sposò nel 1830 Antonietta Revedin, nobile veneziana, nozze “lietissime” celebrate da omaggi poetici.
Non si sa dove andò Avogadro, ma sappiamo che nel 1835 il palco ha un nuovo proprietario: è Luigi Taccioli (1764-1847), appartenente all’emergente borghesia commerciale e imprenditoriale. Originari di Ghiffa, piccolo paese sul Lago Maggiore, i Taccioli alla fine del Seicento vendevano carbone (donde il nome “tencin”). Nel 1726 abbiamo la notizia di un negozio di vino a Milano e intorno al 1750 Gaetano risulta qui residente e il commercio del vino è l’attività economica principale della famiglia. Nella seconda metà del secolo si assiste all’acquisto di terreni per la produzione e commercio di grano e olio, con appalti molto importanti come l’approvvigionamento del pane all’Ospedale Maggiore di Milano. Alla morte del padre nel 1780, i figli Luigi e Francesco investono nella coltivazione del baco da seta con l’apertura di una prima filanda a Casalmaggiore nel 1793, tra i primi in Lombardia a intraprendere un’attività industriale in un settore destinato nei decenni successivi a un grande sviluppo. La crescita di risorse monetarie spinge la famiglia di mettere a frutto tali capitali attraverso la concessione di prestiti e a svolgere un’attività parabancaria. All’inizio dell’Ottocento i Taccioli sentono l’esigenza di affermare la loro ascesa sociale ed economica dando un’immagine più consona allo “status” a cui aspirano. Nel 1803 acquistano una casa nobiliare a Milano in via Pantano nel centro storico della città, con ampio giardino, cortile di rappresentanza e una spaziosa biblioteca. Ma il simbolo più rappresentativo del loro prestigio sociale è l’acquisto di un palco alla Scala nel 1802 (n° 11, III ordine sinistro) al quale segue il presente palco nel 1836. Inoltre un’accorta politica matrimoniale permette a Luigi di entrare in rapporto con l’alta borghesia milanese. Nel 1806 sposa Giulia Clerichetti, figlia di un affermato commerciante nel settore della seta, attivo nel mondo finanziario e creditizio milanese; zio della sposa è l’avvocato Rocco Marliani, figlio di Pietro, uno dei tre costruttori della Scala, uomo di primo piano dell’establishment politico-istituzionale cisalpino e quindi napoleonico, dal 1811 giudice della Corte d’appello di Milano.
La crescita economica continua durante gli anni francesi, grazie all’espansione del commercio della seta a livello internazionale e a una fortunata serie di investimenti in immobili. Alla morte di Luigi i figli Gaetano (1811-1877) ed Enrico Taccioli (1815-1874) ereditano un patrimonio notevole che comprende, oltre ai due palchi alla Scala, terreni agricoli, un palazzo ed altre unità immobiliari a Milano, la Villa Mirabello di Varese, la Villa di Affori al centro di un’enorme tenuta. Non mancano neanche preziosi oggetti d’arte come una Madonna con Bambino di Bernardino Luini. Gaetano rimane scapolo mentre Enrico sposa nel 1844 Giulia Castiglioni, appartenente ad un illustre casato nobiliare. Dopo la morte precoce della moglie nel 1845, Enrico convola a nozze con Selene Ruga, figlia di Francesco, esponente di una ricca famiglia borghese con forti interessi nel settore bancario.
Le due figlie di Enrico, Margherita (1854-1882) e Giulia (1850-1901) ereditano il palco e si legano a una delle più blasonate dinastie patrizie milanesi, i Litta Modignani, sposando rispettivamente il marchese Giovanni e il cugino Gianfranco. Morta prematuramente e senza figli Margherita, il palco rimane di proprietà di Giulia e quindi dal 1906 viene ereditato dai suoi figli marchesi Enrico (1876-1908) e Gaetano Litta Modignani (1879-1945), maggiore di cavalleria, ufficiale d’ordinanza di Umberto di Savoia. Scomparso Enrico, ultimo proprietario rimane Gaetano, dal 1913 al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente Autonomo Teatro alla Scala e i palchi privati vengono acquisiti dal Comune di Milano.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 14, IV ordine, settore destro

Prima i nobili, poi i banchieri
Tracciare la storia di un palco implica l’identificazione dei suoi proprietari o dei suoi “utenti” dall’inaugurazione del teatro nel 1778 sino al 1920 quando, costituitosi la Scala in Ente autonomo, il Comune di Milano inizia l´esproprio dei palchi, determinando lo scioglimento dell’Associazione dei palchettisti. I protagonisti di tanti anni di storia sono in primo luogo gli esponenti delle famiglie nobili, di antica o più recente aristocrazia cui si aggiungono nel corso del tempo ricchi banchieri, imprenditori, industriali, professionisti. Quando il palco si trasmette per eredità, i legami parentali diretti o trasversali producono un intreccio talvolta di difficile soluzione. In altri casi, i palchi vengono acquistati per investimento o venduti per ottenere liquidità. A tutti gli effetti sono un bene di proprietà. I palchi più prestigiosi si collocano in I e II ordine (qui compaiono i nomi dei Visconti, dei Litta, dei Sormani, degli Ala Ponzone, dei Pallavicino ecc.); una sola famiglia può possedere più palchi; nel III ordine - altrettanto di prestigio - compaiono spesso proprietari del I o del II.
Più problematico il IV ordine, i cui palchi vanno all’asta nella primavera del 1778 e spesso sono comprati a caro prezzo per investimento dai proprietari dei primi tre ordini. Nel IV ordine compaiono però titolari che non possiedono altri palchi: è il caso del primo proprietario, Luigi Ignazio Belloni, IV conte di Montù Beccaria Oltrepò e regio avvocato fiscale. Amico di Pietro Verri, come lui “principe” dell’Accademia degli Scelti, era coniugato con Vittoria Cuttica dei Marchesi di Cassine. Dopo di lui, il palco rimane in famiglia, passando alla figlia Daria Giovanna (1757-1831), sposata nel 1776 con il Ciambellano imperiale conte Giovanni Battista Trotti. Sette i figli della coppia; ritroviamo tra i palchettisti il loro secondogenito, Giuseppe, nel palco n° 8, II ordine destro - triste la sua storia, perché venne interdetto - e Giulia, la quinta, maritata con don Galeazzo Giuseppe Vitali-Rizzi, patrizio di Pavia, titolare del n° 18 del IV ordine di destra; sono i Trotti conti di Santa Giulietta, la cui antica dinastia in linea maschile si estinguerà alla metà dell’Ottocento. Gli altri Trotti che ritroviamo sin dalla fondazione del Teatro alla Scala nel n° 2 del II ordine destro, appartengono al casato Trotti Bentivoglio.
Nel periodo napoleonico compare come utente Antonio Carcassola, discendente dai marchesi di Lentate, antichi feudatari nella pieve di Seveso. A Milano casa Carcassola, di origini rinascimentali, è ancora ben visibile nel quadrilatero della moda, in via Montenapoleone 3; lì aveva abitato ai tempi delle Cinque Giornate il patriota Emilio Morosini, morto a Roma nel 1849; oggi è la sede della sartoria Fendi.
Nel 1818, per quasi venti anni, il palco viene intestato a Giorgio Marinoni, già membro supplente come giudice di pace nel 1807 durante il Regno di Napoleone Bonaparte, consigliere comunale che ottenne conferma dell’antica nobiltà della sua famiglia con sovrana risoluzione asburgica dell’11 maggio 1828. Non sempre Giorgio Marinoni andava a teatro: come tanti, metteva un annuncio sulla Gazzetta privilegiata di Milano per affittare il palco. Così, il 16 dicembre 1827 compare sul Foglio d’annunzj della Gazzetta di Milano N. 286 l’avviso D’affittarsi “il palco n. 14 quarta fila alla destra entrando. Ricapito al proprietario nella contr. Di S. Prospero n. 2368”. È presumibile, osservando la data, che il Marinoni volesse affittarlo per la stagione. La quota sarebbe stata discussa con il cliente e così avrebbe ottenuto una rendita non da poco.
Nel 1837 compare il nome di Carlo Vidiserti (1765-1861), responsabile dell’Impresa delle diligenze e delle Messaggerie in Contrada del Monte 5499, posta sotto la sorveglianza dell’I.R. Direzione Centrale delle Poste di Lombardia, marito della nobildonna Giuseppina Franchetti di PonteGiuseppina Vidiserti, titolare di un altro palco nello stesso ordine ma nella fila opposta, il n° 15.
Due anni dopo ritroviamo il palco giacente in eredità a nome di Maria De Cristoforis Prata (?-1834), moglie di Luigi Maria De Cristoforis e madre di Tommaso, Vitaliano, Luigi e Giuseppe. Benefattrice dell’Ospedale Maggiore, la Prata aveva il palco di famiglia nel n° 15 del IV ordine di sinistra. Dei quattro figli De Cristoforis il più noto è Giuseppe (1803-1837): la sua collezione di storia naturale, costruita pezzo per pezzo e con fatica insieme a Giorgio Jan, ha costituito il nucleo fondante il Museo Civico di Storia naturale ai Giardini Pubblici. Giuseppe, sposato a Rosa Ornigo, è il padre della successiva proprietaria del palco, Giuseppina De Cristoforis, coniugata con Giovanni Battista Giovio, nobile comasco; a testimoniarne la sua fede patriottica, la comparsa nella Lista delle contribuenti alla bandiera offerta dalle donne milanesi al prode esercito ligure-piemontese “eseguita in ricamo dal sig. Giuseppe Martini, sui disegni del sig. Angelo Rossi, i bronzi cesellati dal sig. Giovanni Bellezza”; la manifattura dello stendardo era stata affidata a Giuseppe Martini, all’epoca gestore dei ricami e degli arredi sacri della diocesi. Un oggetto prezioso che simboleggiava un forte desiderio di libertà: tra i nomi dell’elenco stampato a Milano nel 1848 si contano moltissime palchettiste.
Dopo l’unità d’Italia, dal 1865 sino al 1920, la proprietà del palco sarà dei Mylius; nei primi sette anni intestataria è la banca di famiglia, ovvero la Milyus E. e C.. La “E.” si riferisce ad Enrico, nome italianizzato di Heinrich, il fondatore, che morirà nel 1854 lasciando la banca ai nipoti Georg Melchior (1795-1857) e Heinrich (1792-1862) che proseguiranno l’attività di investimenti, indirizzandoli - seguendo le orme di Enrico - verso le innovazioni tecnologiche industriali; ai Mylius si deve il finanziamento della Società Elvetica dalla quale nacque la Breda e la continuazione del sostegno alla Società di incoraggiamento di arti e mestieri, alla quale si legano molti nomi di palchettisti.
I figli di Georg Melchior e di Federico Enrico (1838-1891), così come quelli di Heinrich, Hermann (1822-1890) e John Frederick (1826-1897), tutti banchieri Mylius, ereditano quote di capitale e altrettante quote di responsabilità alla morte dei rispettivi genitori.
Il palco scaligero passa al figlio di Georg Mechior, Giulio (1835-1914), coniugato con Eugenia Schmutzinger (1838-1903). La coppia ha due figlie, Sophie Anna che muore diciottenne nel 1881, e Agnese (1860-1927). Sarà quest’ultima a ereditare la banca, il palco, i beni di famiglia, la casa di via Clerici 4. Troppo per una donna il cui interesse non stava nel danaro o negli investimenti ma nella pittura di stampo naturalistico, passione che Agnese coltivava sin da fanciulla, e nella beneficenza. Così la prestigiosa Mylius E. e C. di Milano finisce la sua storia e non compare nemmeno nell’Annuario 1921-22 delle banche italiane.
In quegli anni terminava anche la secolare storia della proprietà privata dei palchi.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 15, IV ordine, settore destro

Storie di beneficenza e d’amore
Quando i palchi di IV ordine vennero messi all’asta nel 1778 il n° 15 a destra fu aggiudicato il 1° aprile 1778 per 5.650 Lire imperiali a Francesco Cusani Visconti (1729-1815), patrizio milanese che già condivideva con il cugino Carlo la proprietà del n° 14 nel prestigioso I ordine destro. Marchese del Sacro Romano Impero e Magnate della nativa Ungheria Francesco si sposò due volte, prima con Domenica Rosa Hosler (o Hessler), poi, rimasto vedovo nel 1794, con Giovanna Lampugnani, “di bassa condizione”, come sottolineano le genealogie. Nessuna delle mogli ereditò il palco, condiviso con il marchese Marzorati sotto la dominazione francese e rimasto al marchese Cusani sino a dopo la morte.
Al marchese Cusani subentrò il conte Giovanni Battista Muggiasca “celebre per beneficenza e protezione delle belle arti”, come si legge sul giornale religioso-letterario Il cattolico; altra lode meritò per aver promosso e sovvenzionato il monumento ad Alessandro Volta “nella sua Pizzo”, in frazione Cernobbio (Como), e per aver lasciato un legato di cinquemila lire per gli asili infantili dei poveri collocati nelle diverse Porte di Milano.
Ancora di beneficenza si dovrà trattare per i successivi proprietari, Rotondi e Romanati, titolari nel 1840 e nel 1841 ma nel contempo possessori per molti più anni del palco n° 12 dello stesso ordine.
Carlo Romanati è il fondatore dell’Opera pia che porta il suo nome, al fine di raccogliere elemosine nella parrocchia della Santissima Trinità: oggi della vecchia chiesa, in via Giusti, rimane solo il campanile, essendo stato l’edificio di culto abbattuto e ricostruito poco distante negli anni Sessanta. Con Francesco Rotondi è contitolare di una filanda ai Corpi Santi e di un commercio in seta, cascami e coloniali, con negozio in contrada del Rovello 2309. Entrambi sono soci fondatori della Società di incoraggiamento di Arti e Mestieri, nata a Milano nel 1838 per formare figure professionali pronte a cogliere le novità dei processi produttivi. Non a caso nella Società si trovano le fondamenta del futuro Politecnico di Milano.
Il palco di Rotondi e Romanati passa agli eredi di un altro commerciante, Antonio Pernice (1795-1841) “integerrimo negoziante… benefico ai poveri e con larghi soccorsi e lasciti”, recita l’iscrizione lapidaria fatta incidere dalla vedova Giovannina Bellotti e dai nipoti Antonio e Angelo. Una seconda iscrizione gli fu dedicata per riconoscenza dal cugino Carlo Ponti.
Dei due nipoti, Antonio “giovinetto pio, integerrimo, angelico, appena fatto erede di ricco patrimonio, consunto da lento malore con mirabile rassegnazione tollerato passò a raggiungere lo zio benefico nella sede dei beati in età d’anni 16 giorni 16 il giorno 26 novembre 1841”. L’altro, Angelo Villa Pernice (1827-1892), eredita il palco e ne risulta proprietario dal 1856 sino alla morte; per qualche anno rimarrà ancora a suo nome finché, risolte le questioni ereditarie, la proprietà passa alla moglie Rachele Villa Pernice Cantù (1836-1919). E qui si entra nelle “vicende rosa” della vita milanese, perché Rachele è la prima delle due figlie che Cesare Cantù ebbe da Antonia Curioni de’ Civati, moglie di Giulio Beccaria, figlio dell’illuminista Cesare e zio di Alessandro Manzoni; Cantù riconobbe entrambe le figlie, conservando però sempre un rapporto di stima e di rispetto verso il marito legittimo di Antonia, al punto da celebrarne con questi versi la morte: “3 febbraio 1858 / Nella sera dell’ottuagenaria vita / Vagheggiando l’aurora della celeste / Antonia Curioni sua vedova / Prega i buoni a suffragar per esso / Iddio / Presso cui è copiosa la redenzione”. Giulio e Antonia Beccaria sono sepolti nella villa di Sala Comacina, denominata Villa Rachele. Rachele sposò Angelo Villa Pernice nel 1851: lei pittrice, lui dottore in legge e uomo politico, formarono una delle coppie impegnate nel sociale più in vista della città; borghesi illuminati del cosiddetto “terzo stato”. Angelo venne favorito nella carriera politica dalla moglie, donna molto colta e raffinata: fu consigliere comunale, presidente della Camera di commercio e deputato alla Camera dal 1867 al 1876. Rimasta vedova,Rachele nel 1898 riunì nel suo salotto in via Cusani 13, la cosiddetta Accademia dei Pedanti, amici, intellettuali e letterati; aprì un asilo infantile pubblico a Porta Volta e compare tra i fondatori della Croce Rossa Italiana. Le sue spoglie riposano accanto al marito nel Cimitero Monumentale di Milano. Lasciò il palco agli eredi nel 1920 ma proprio in quell’anno, con la costituzione dell´Ente autonomo Teatro alla Scala, iniziò l´esproprio da parte del Comune di Milano.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 16, IV ordine, settore destro

Un palco da romanzo
Il Dottore Giovanni Antonio Agrati compra il palco il 30 marzo 1778 per 6050 lire imperiali; i suoi figli Carlo e Luigi lo ereditano nel 1790, come dichiara il testamento nuncupativo redatto dal notaio Ginelli comproprietario sino al 1796. All’alba della Repubblica Cisalpina e nel periodo napoleonico compare utente del palco la famiglia Brasca, denominata in seguito Casa Brasca. Si tratta della casata Brasca Visconti Daverio, nata, come succede spesso nelle linee di successioni, per addizione di cognomi: in questo caso, la fusione si deve a Francesco Visconti che nel 1693 aveva istituito erede il nipote Cesare Brasca che a sua volta, avendo sposato la marchesa Bianca Daverio, e non avendo figli maschi, lasciò ai nipoti il cognome, i possedimenti e un onere, la primogenitura.
Verso la fine del loro ventennale possesso, nel 1844, le fonti precisano un nome, quello di Marianna Brasca Visconti Torelli, coniugata al marchese Francesco Torelli che “già militante negli eserciti austriaci, guardia onoraria al re sardo, cavaliere stefaniano di Toscana, pio eminentemente giusto in tutto il suo vivere, estinto da lungo acerbo male con animo forte tollerato” veniva seppellito nel Foppone di Porta Romana il 29 luglio 1825, con il compianto della vedova e delle due figlie, Anna Maria Adelaide e Carolina. L’epigrafe funeraria è quella di uno dei tanti cimiteri milanesi soppressi per far spazio all’espansione urbana; Giuseppe Casati, impiegato municipale, trascrisse una ad una le lapidi dall’origine sino al 1845 in una serie di volumi, frammentaria testimonianza di vita di molti cittadini altrimenti ignoti.
Detenere la proprietà di un palco non voleva dire necessariamente andare a tutti gli spettacoli. Periodicamente infatti i palchettisti attraverso Avvisi pubblicati sulla Gazzetta privilegiata oppure col passa parola cercavano di subaffittare il proprio palco. Nel 1833, per esempio, sul numero del 2 dicembre, fol. 1466, si legge: si vuol affittare ed anche vendere il palco nell’I.R.Teatro alla Scala n° 16, quarta fila entrando, mediante asta amichevole da tenersi il giorno 9 dicembre 1833, alle ore 11 antimeridiane, nello studio della illustrissima casa Brasca Visconti Daverio all’Olmetto di S. Alessandro 3958, ove sono ostensibili i relativi capitoli in ogni giorno feriale dalle ore 10 antimeridiane alle 3 pomeridiane.
Qualcuno potrebbe aver affittato il palco ma nessuno lo acquistò perché i Brasca rimasero titolari sino al 1848. Sappiamo che dopo questo fatidico anno di moti antiasburgici, i proprietari dei palchi non verranno più censiti nei vari almanacchi o nelle guide di Milano, per ritorsione governativa verso i patrioti, molti dei quali rintracciabili tra i palchettisti scaligeri: essi verranno nuovamente citati a partire dal 1856. Il palco di casa Brasca sarà da quell’anno proprietà del ragioniere Carlo Figini, cui i Torelli, avendo avuto solo figlie femmine, trasmisero il cognome. Abitante in contrada della Spiga 1392, si dedica ad opere benefiche che non sfuggono ai giornali del tempo: il quotidiano La Perseveranza del 27 dicembre 1881 ci informa che il signor ragioniere Carlo Figini-Torelli, testè defunto [era morto il 3 maggio], con suo testamento olografo del 8 dicembre 1879 legò lire cinquecento all’Istituto dei sordo-muti poveri di campagna, fondato nel 1853 come appendice dell’ Istituto per sordomuti nato a Milano nel 1805. Vide promotore e primo presidente il conte Paolo Taverna, legato in qualche modo al Figini perché la figlia di Marianna Brasca, Carolina Torelli, aveva sposato un Taverna; i lasciti testamentari di Carolina erano legati all’Istituto dei ciechi. Insomma un circuito milanese di solidarietà sociale che trova nei palchi scaligeri un luogo di incontro e di confronto.
Dopo il Figini-Torelli, dal 1866 agli anni Novanta il palco va ai Valtorta, prima a Giovanni Battista (morto nel 1875), negoziante in filati e manifatture diverse, con recapito in via Bossi 4, iscritto alla Camera di commercio ed arti di Milano, e dopo di lui ai figli che gestiscono la ditta (è ancora attiva a fine secolo) trasformandola in import-export. I figli sono Carlo, industriale e imprenditore, e Cesare che ci appare - una curiosità - nella lista degli abbonati a Le prime letture, periodico per giovinetti fondato da Luigi Sailer, pedagogista, attivo all’orfanotrofio dei Martinitt, narratore della prima storia de La casa dei ciechi ma universalmente noto per la sua vispa Teresa, divenuta assai più famosa di lui.
Nel 1892 il palco passa a Francesco Riva Cavenaghi, ricco commerciante in articoli di selleria con recapito in via Pantano 15. Egli intesserà una relazione amorosa extra-coniugale con una sua lavorante, Sofia Greppi, che si batterà a lungo, in processi registrati dal Monitore dei tribunali, per vedere riconosciuta la posizione di erede sua e dei tre figli naturali; alla fine ottiene un cospicuo patrimonio che devolve all’Ospedale Maggiore e il palco che detiene ufficialmente dal 1917 al 1920, anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune inizia l´esproprio.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 17, IV ordine, settore destro

Un’asta che diede buoni frutti
Il Teatro Ducale andato distrutto nell’incendio del 1776 aveva solo tre file di palchi, e i palchettisti di allora si videro assegnare i palchi nella stessa posizione nel nuovo Teatro alla Scala; i palchi del quarto ordine vennero messi all’asta nella primavera del 1778. Fu un ottimo affare: il palco n° 17 infatti fruttò 7.150 lire, prezzo superato solo dalle 7.600 lire dal palco n° 18, dello stesso ordine, settore sinistro e quasi tre volte rispetto alle 2.400 lire del costo di un palco di prima fila. Lo acquista Giberto <1.> Borromeo Arese (1751-1837), VIII marchese di Angera e V conte di Arona, che attraverso i suoi discendenti mantenne la proprietà del palco alla sua casata ininterrottamente sino al 1920, cioè sino alla fine della proprietà privata dei palchi con la nascita dell’Ente autonomo Teatro alla Scala. I Borromeo sono una delle più illustri e antiche famiglie patrizie lombarde; l’aggiunta del secondo cognome risale al XVII secolo, al matrimonio di Renato Borromeo (1618-1685), conte di Arona, con Giulia Arese (1636-1704), che porta in dote, quale unica erede, il cospicuo patrimonio del padre Bartolomeo.
La famiglia Borromeo possiede altri tre palchi alla Scala: il n° 5 nel prestigioso II ordine settore destro, anch’esso dall’anno di apertura del teatro; il palco di Proscenio, II ordine, settore destro dal 1827; il n° 14, II ordine, settore destro dal 1831. Giberto <1.> sposa nel 1790 Maria Elisabetta Cusani, figlia del marchese Ferdinando e della marchesa Claudia Litta, rafforzando così i legami con due delle più illustri e anche facoltose famiglie patrizie di Milano. Si riconcilia quindi con la Francia di Napoleone primo console e poi imperatore dei Francesi e re d’Italia, ottenendo nel 1806 la nomina di Cavaliere della Corona di Ferro. Nel 1811 diviene ambasciatore straordinario della città di Milano a Parigi in occasione della nascita del Re di Roma. Con la caduta di Napoleone e il ritorno degli austriaci nel 1815, Giberto <1.> è di nuovo attivo sulla scena pubblica quale membro della Commissione per la riorganizzazione dei Regi Teatri e direttore del Casino dei nobili. Alla sua morte nel 1837 i palchi vengono divisi fra i tre figli: Vitaliano <1.>, Federico e Renato.
Il palco n° 17 passa al terzogenito Federico Borromeo Arese (1805-1887) che però resta celibe e senza figli; anche il fratello Renato, coniugato con Renata Camagni non ha figli. Del palco diviene allora proprietario, dal 1888, il più giovane dei figli di Vitaliano <1.>, Emilio (1829-1898), che il 27 luglio 1858 era convolato a nozze, nella splendida residenza estiva all’Isola Bella, con la giovane nipote Elisabetta Borromeo Arese, figlia del fratello Giberto <2.> (1815-1885). Emilio dal 1891 eredita oltre al palco anche il titolo di XIII marchese di Angera, essendo rimasto l’unico dei fratelli in vita.
Ultima proprietaria del palco è la moglie Elisabetta Borromeo Arese (1839-1926), rimasta vedova nel 1898, che lo frequenta attorniata dai suoi numerosi figli, il cui primogenito Giberto <3.> (1859-1941), elevato a rango di Principe di Angera da Re Vittorio Emanuele III nel 1916, eredita dallo zio, Giberto <2.>, il palco di proscenio nel II ordine destro.
In un solo anno troviamo un nome estraneo alla dinastia Borromeo: nel 1810 il palco ha come utente il letterato Ignazio Cantù, bonapartista, nonno del più famoso Cesare.
Nel 1920, con la costituzione dell´Ente Autonomo Teatro alla Scala, i palchi privati vengono acquisiti dal Comune di Milano.
(Antonio Schilirò)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 18, IV ordine, settore destro

Un palco dagli infiniti nomi possibili
Sin dagli albori lo zoccolo duro dell’Associazione dei palchettisti scaligeri è costituito dagli esponenti delle famiglie nobili cui si aggiungono banchieri, imprenditori, professionisti e in tempi più recenti, grandi industriali. Il palco si trasmette per eredità e i legami parentali diretti o trasversali producono un intreccio talvolta di difficile soluzione. In altri casi, i palchi vengono acquistati per investimento o venduti per ottenere liquidità Insomma sono un bene di proprietà a tutti gli effetti. I palchi più prestigiosi sono in I e II ordine: infatti è qui che compaiono i nomi dei Visconti, dei Litta, dei Sormani, degli Ala Ponzone, dei Pallavicino e di altri titolati patrizi; una sola famiglia può possedere più palchi; nel III ordine – di analogo prestigio - compaiono spesso proprietari del I o del II.
Più variegato il IV ordine, i cui palchi vanno all’asta nella primavera del 1778: compaiono nobili anzi nobilissimi, come il principe Khevenhüller, noti esponenti del ceto civile come l’avvocato Radius, o ancora commercianti come i Valtorta. Ci sono però alcuni palchi nei quali risulta problematico ricostruire le identità dei proprietari, perché i nomi elencati dalle fonti rimandano a più persone e moltissime sono le omonimie.
Difficile è per esempio identificare con certezza i profili dei possessori di questo palco, la cui vendita si conclude il 30 maggio 1778; l´incaricato "a nome di persona da dichiararsi" è l´abate Federico Crippa, il prezzo è di 7.150 Lire imperiali, il massimo pagato per quest´ordine. Il titolare che compare nel 1779 è l’avvocato Portaluppi, intestatario sino al 1796. Potrebbe trattarsi di Antonio Portaluppi, avvocato e possidente di Vigevano, esponente del Consiglio comunale nel 1812 “cittadino sindaco” della città nel 1798, con la Repubblica Cisalpina, forse morto intorno al 1830, lasciando vedova Felicita Vigore.
Da Vigevano, cantone unico e poi distretto napoleonico, provenivano non pochi palchettisti, ad esempio della famiglia Saporiti piuttosto che dei Barbavara.
Durante il Regno d´Italia, nel 1809 e nel 1810, condividono il palco due utenti, Carlo Battaglia, negoziante e militare durante la Repubblica Cisalpina, e Francesco Cattaneo, cui si aggiunge nel 1810 Cesare Pompeo Castelbarco Visconti Simonetta; dei tre, solo Cattaneo rimarrà titolare dal 1813 al 1817: non riusciamo a identificarlo, molte le ipotesi: avvocato? Ufficiale? Governatore di Genova nel 1802 per solo un mese e mezzo? Delegato dalla Repubblica genovese a incontrare Bonaparte? Autore degli epigrammi offerti ai marchesi Cacciapiatti?
Al Cattaneo succede dal 1818 al 1827 il Sig. Vanni: il palco giace in eredità sempre a suo nome dal 1827 al 1831. Ma chi è il Sig.Vanni?
Peccato non sia il sacerdote Luigi Vanni, fondatore di una casa di educazione maschile giù dal ponte delle Pioppette 3724. Ci avrebbe permesso di aprire uno scorcio sulle istituzioni attente all’alfebetizzazione dell’infanzia, oltre che sulla Milano dei Navigli, per giunta in quel posto tutto particolare che sta all’incrocio tra via Santa Croce e Molino delle Armi attraversato dalla Vettabia… Ma le fonti parlano di un Sig. Vanni, indi si deve escludere il sacerdote. Un Vanni importante è Cosimo, accademico dell’accademia dei Georgofili, ma la residenza fiorentina non ci consente certezza.
Meglio vanno le cose con gli altri proprietari che riusciamo a collocare nel tempo e nella storia.
Nel 1832 proprietaria del palco è la contessa Vitali; si tratta di Giulia Trotti (1782-1833), di nobile famiglia ticinese ma nata a Milano, coniugata il 14 novembre 1799 con don Galeazzo Giuseppe Vitali-Rizzi, patrizio di Pavia (1765-1841), padrone a Villanterio (Casteggio) di una villa ricca di reperti archeologici di età romana, spesso citati dagli eruditi del tempo.
La contessa Teresa Vitalba, che compare proprietaria nel 1834 e nel 1838, è Teresa figlia di Benigno Bossi <1.> vedova dal 1809 del primo marito, il conte Abbondio Rossini, con tre figlie minorenni e “con ventre pregnante”; il maschio muore il 6 aprile poco dopo le nascita. Per dotare le figlie, poste in tutela a Tommaso Odescalchi, la contessa si spoglia di numerose proprietà in quel di Como, sue e del marito, mettendole all’asta. Teresa si rimariterà con il conte Giovanni Andrea Vitalba.
Girolamo De Capitani d’Arzago assume la proprietà dal 1839 e verrà indicato come proprietario ancora un paio d’anni dopo la sua morte avvenuta nel 1871. È marchese, Ciambellano e Cavaliere di giustizia dell’ordine di San Maurizio e Lazzaro. Alla Scala egli visse gli anni migliori della storia dell’opera, quelli della prima della Lucia di Lammermoor di DonizettiGaetano Donizetti (1° aprile 1839), del debutto verdiano di Un giorno di regno e Oberto conte di San Bonifacio nella stagione d’autunno del 1840, de La sonnambula di Bellini (1841, stagione di primavera) per non parlare di Nabucco e Barbiere di Siviglia (1842) sino ad arrivare nel 1868 alla prima assoluta di Mefistofele di Arrigo Boito e alla prima europea di Aida (1872) sino al Lohengrin dato nella traduzione italiana di Salvatore Marchesi de Castrone della Rajata, première scaligera di un’opera di Richard Wagner (1873). Invidiabile primato.
Dal 1874 al 1877 gli subentra Giovanni Maccia personaggio assai noto nella città e non solo per il suo negozio di filati e quello di ferramenta; membro del Governo camerale della Camera di commercio tra il 1855 e il 1857, Giovanni Maccia era personalmente impegnato nel Pio Istituto del Baliatico e nel Pio Istituto di Maternità milanesi; era anche il delegato all’erogazione dei sussidi alle madri lavoratrici che allattavano il loro bambino per la parrocchia di San Satiro.
Per queste sue attività benefiche, Maccia venne sepolto nel Cimitero Monumentale dove gli fu dedicato un grande monumento sormontato da un busto di marmo edificato nel 1869 da Luigi Crippa.
Giovanni Maccia aveva fondato a suo nome una Società, con sede a Milano in via Torino 21 e stabilimenti in Besozzo (Varese), per la filatura, torcitura, candeggio e commercio di tessuti. La proprietà del palco nel 1878 passa a due suoi eredi, i figli Giuseppe e Antonio-Pietro, cui si aggiungono in condivisione, sempre nello stesso anno e per il ventennio successivo i fratelli Achille, tipo-litografo, editore e libraio, e Giovanni Corbetta, forse il chirurgo dentista all’I.R. collegio S. Filippo di Milano, e Carlo Antongini (1836-1902), patriota e filandiere, figlio di Gaetano fondatore della Manifattura Lane Borgosesia e che impegnò una parte dei suoi capitali nella fondazione della Casa editrice Sonzogno. Carlo Antongini insieme a Luigi Maccia (altro figlio di Giovanni e presidente della Camera di Commercio), Pirelli, Carlo Erba, Gondrand e altri erano impegnati con l’imperatore d’Etiopia Menelik per nell´avviamento di progetti commerciali nell’entroterra abissino, ben rappresentando tutte le aspirazioni della Milano imprenditoriale.
Alla morte di Antongini, il palco viene ereditato dalla vedova Haydée Dubini (1853-1933), figlia di Angelo, primario del dipartimento di dermatologia dell’Ospedale maggiore. II medico cita più volte la figlia come appassionata ed esperta nell’allevamento delle api in articoli usciti sulla rivista L’apicoltura. Sono le nuove “tendenze bio” agli albori del XX secolo. Haydée conserva la titolarità del palco sino al 1920 anno in cui si costituisce l´Ente autonomo Teatro alla Scala e il Comune di Milano indice l´esproprio dei palchi scaligeri.
(Pinuccia Carrer)
 
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I palchettisti della Scala 1778-1920

Palco n° 19, IV ordine, settore destro

Il palco di casa Ricordi
Il palco fu assegnato, nell´asta del 1° aprile 1778, al fermiere Pietro Marliani, che con i fratelli Fè Giuseppe e Antonio, originari del Ticino, e con il milanese Pietro Nosetti si era aggiudicato nel 1776 l’appalto per l’edificazione del Teatro alla Scala e del Teatro della Canobbiana. Le fonti riportano il nome dei Fratelli Fè, ma nel 1787 compare anche il nome di Marliani: il prezzo del palco gli viene detratto dalla paga. A partire dal 1790 e per oltre mezzo secolo proprietaria fu la famiglia Anguissola Tedeschi Secco Comneno dell´antico casato patrizio le cui origini datavano X secolo, all´epoca dell´imperatore Ottone III. Si inizia con il conte Carlo Antonio (1736-1807). Nell´imminenza del suo matrimonio con Bianca Busca Arconati Visconti aveva fatto realizzare tra il 1775 e il 1778, su progetto dell´architetto Carlo Felice Soave, il palazzo di famiglia a Milano, oggi noto come Palazzo Antona Traversi in via Manzoni 10, sede delle Gallerie d´Italia. La coppia non ebbe figli maschi e il palco rimase giacente in eredità sino al 1837 quando passò alla figlia primogenita donna Teresa (1784-1854), coniugata a Pietro Villa, che ne risulta intestataria sino al 1844.
Il palco venne acquistato (rogito del 18 dicembre 1843, notaio Tommaso Grossi) da Giuseppe Villa, figlio di Giovanni Battista Villa che, con il fratello Antonio, era stato per qualche anno socio di Barbaja nell´appalto del Teatro alla Scala. Giuseppe acquista il palco a scopo speculativo, rivendendolo a Giovanni Ricordi appena tre anni dopo per la considerevole cifra di 25.500 lire (rogito del 20 dicembre 1847, notaio Ernesto Tosi). Da questo momento la storia del palco si intreccia con quella degli editori.
La fortuna di Casa Ricordi era cominciata sotto i portici del Palazzo della Ragione, su un banco all’aperto: Giovanni (1785-1853), primo violino e direttore del piccolo teatro di marionette Fiando, aveva intuito le potenzialità commerciali della professione del copista. Fu così che da quella improvvisata copisteria all’aperto nacque un impero: copista del Teatro Lentasio e Teatro Carcano, già nel 1806 riesce ad ottenere per contratto i diritti di proprietà sulle partiture copiate, primo nucleo del prestigioso archivio musicale. Nel gennaio 1808 viene fondata Casa Ricordi e Giovanni continua la propria ascesa alla conquista della più importante vetrina musicale milanese, il Teatro alla Scala; copista e suggeritore nel 1814, nel 1825 acquisisce l’intero archivio musicale del Teatro e nel 1830 ottiene la proprietà delle partiture di tutte le nuove opere ivi rappresentate. Giovanni Ricordi tiene così le redini del più importante e diffuso genere musicale nell’Italia del XIX secolo, il melodramma; legato alle fortune di RossiniGioachino Rossini, BelliniVincenzo Bellini, DonizettiGaetano Donizetti e del giovane VerdiGiuseppe Verdi, noleggia le partiture ai teatri, diffonde il gusto operistico con riduzioni didattiche e per amatori, detta gli indirizzi della critica con la Gazzetta musicale di Milano da lui fondata nel 1842.
A suggello di tanto successo ottiene il possesso di un palco alla Scala, dopo essere stato affittuario dal 1833 dei palchi n° 19 e 20 del V ordine destro.
Erede universale del padre, Tito I Ricordi (1811-1888) ne continua l’attività e la politica culturale; specializzatosi in Germania nelle nuove tecniche di litografia, rafforza la posizione della casa editrice e lega il proprio nome a quello di Giuseppe Verdi. La presenza e il successo continuo e crescente di Verdi non solo garantiscono a Ricordi fama e guadagni non comparabili a quelli degli altri editori su scala nazionale, ma lo proiettano molto rapidamente sulla scena internazionale. In Italia Ricordi crea una sorta di “monopolio del melodramma” con l´acquisizione della concorrente casa editrice Lucca nel 1888 e apre numerose filiali in tutta Europa, da Parigi a Londra.
Dei numerosi figli, fu Giulio (1840-1912) a prendere il testimone, ereditando l´azienda alla morte del padre. Dalle colonne della Gazzetta musicale di Milano, di cui è direttore dal 1866 al 1902 contribuisce ad orientare il gusto e le scelte musicali della città. Il capolavoro di Giulio alla metà degli anni Ottanta è la scoperta e il lancio di Puccini. Il trionfo di Manon Lescaut, rappresentata nello stesso anno e mese del Falstaff (febbraio 1893), sancisce definitivamente il passaggio di testimone di eroe della musica italiana da Verdi a Puccini, entrambi musicisti di Casa Ricordi. Negli stessi anni Giulio esporta il nome dell’impresa sul continente americano aprendo filiali a New York e a Buenos Aires. Giulio avrà rapporti difficili con il figlio Tito II, con il quale sarà in forte conflitto. La storia del palco, giacente a lungo in eredità, si risolve nel 1902: il palco scaligero passerà al fratello Giuseppe e ai nipoti Alberto (figlio di Enrico e di Laura Giulini, palchettista nel n° 9, III ordine sinistro) e a Paolina Brentano Quinterio, figlia della sorella di Giulio, Amalia. I discendenti di questo ramo mantennero il palco fino al 1920; Tito II rivendicò alla morte del padre la gestione della ditta per poi dimettersi nel 1919 a favore di Renzo Valcarenghi e Carlo Clausetti, ponendo fine a oltre un secolo di guida solitaria dell´azienda da parte della famiglia Ricordi.
(Giulia Ferraro)
 
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